Seduta n.106 del 21/07/2005 

CVI SEDUTA

(ANTIMERIDIANA)

Giovedì 21 luglio 2005

Presidenza del Vicepresidente PAOLO FADDA

La seduta è aperta alle ore 10 e 07.

CASSANO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 6 luglio 2005 (101), che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Carlo Sanjust, Mariano Contu e Claudia Lombardo hanno chiesto congedo per le sedute del 21 luglio 2005. Poiché non vi sono opposizioni i congedi si intendono accordati.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Onorevole Balia, su che cosa intende parlare?

BALIA (Gruppo Misto). Presidente, vorrei chiedere una sospensione dei lavori, perché mi pare che l'aula sia ancora abbastanza vuota.

PRESIDENTE. La seduta è sospesa. I lavori riprenderanno alle ore 10 e 30.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 08, viene ripresa alle ore 10 e 30.)

PRESIDENTE. Onorevole Diana, su che cosa intende intervenire?

DIANA (AN). Presidente, al di là del fatto che la minoranza è presente solo con un consigliere, mi pare che neanche la maggioranza brilli per la presenza, per cui credo che sia opportuno rinviare ancora l'inizio dei lavori.

PRESIDENTE. Se non ci sono opposizioni, sospendo la seduta. Riprenderemo comunque i lavori, al di là del numero dei consiglieri presenti, alle ore 11.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 31, viene ripresa alle ore 11 e 01.)

Discussione generale della proposta di legge Maninchedda - Orrù - Balia - Uras - Marracini - Sanna Francesco: "Norme per le unioni di comuni e le comunità montane. Misure di sostegno per i piccoli comuni" (89/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge numero 89/A. Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere Balia, relatore.

BALIA (Gruppo Misto), relatore. Signor Presidente, signori Assessori, colleghi, penso di poter sostenere che con questo progetto di legge si dà avvio a un riassetto territoriale ispirato al principio di sussidiarietà, che prevede incentivi per le forme di collaborazione fra enti locali.

Un noto politologo italiano, Norberto Bobbio, consapevole della natura strutturalmente consociativa, ma anche conservatrice che ha spesso caratterizzato il sistema politico italiano e - perché no? -, ahinoi, anche quello sardo, era solito dire che l'Italia è il paese delle riforme corte e delle controriforme lunghe. Noi abbiamo cercato, per quanto possibile, di non correre questo rischio. La Commissione, in un periodo di tempo per altro molto lungo, attorno ai tre mesi, ha elaborato, utilizzando anche precedenti proposte di legge, un progetto di riforma che non rappresenta sicuramente una rivoluzione copernicana, ma non ha neanche un valore di natura minimalistica, in perfetto stile gattopardesco, ossia "cambiamo tutto per non cambiare nulla", non abbiamo certamente voluto perseguire questo obiettivo.

Questo progetto di legge credo abbia anche un valore, per certi aspetti, di tipo paradigmatico, perché è la prima autentica legge di riforma all'esame del Consiglio regionale nel corso di questa legislatura. Ne seguiranno altre, questo è l'impegno assunto dalla Giunta regionale, ribadito più volte dalla prima Commissione e dalla maggioranza; ne seguiranno altre, a partire da quella che oggi la prima Commissione sta esaminando ed è approvata dalla Giunta regionale, relativa al trasferimento di poteri e funzioni agli enti locali. Ma è preciso intendimento e impegno della prima Commissione dare corso, subito dopo la ripresa estiva dei lavori, a quelle dichiarazioni che più volte tutti abbiamo fatto in Aula e che si sono tradotte in un ordine del giorno votato dal Consiglio regionale per una rielaborazione dello Statuto. E se dobbiamo rivedere le metodiche, pure in quell'ordine del giorno contenute, vi è naturalmente la nostra totale disponibilità, ma in quella occasione credo che dovremo anche prevedere un progetto per le forme di governo, per la legge numero 1, per il referendum che è già depositato, per la legge elettorale e, naturalmente, come accennavo all'inizio, per lo Statuto.

Relativamente al progetto di legge in esame, come Commissione ci saremmo potuti limitare a una proposta di natura minimalistica, e cioè avremmo potuto tentare di rimettere ordine, e null'altro, nella normativa esistente che regolamenta le comunità montane, incidendo magari sulle incongruenze maggiori, che pure esistono, alcune delle quali, sotto il profilo del diritto e della logica politica rappresentano delle situazioni aberranti. Mi limito a citare il numero esasperato di assessori, una forma permanente di consociativismo con in giunta rappresentanti della maggioranza e anche della minoranza. Avremmo potuto fare questo, ma un'operazione di questo tipo non avrebbe certamente significato una grande svolta, sarebbe stata solo un modo per introdurre elementi di razionalizzazione, certamente utili, ma non si sarebbe sostanziata in un reale processo riformatore.

Non possiamo infatti, oggi, prescindere dalla consapevolezza, che tutti abbiamo, che la costituzione di quattro nuove province ha comportato, ovviamente, la modifica della cornice dei vecchi livelli istituzionali. Di tanto in tanto si continua a discutere sull'opportunità delle nuove province; è stato quello un momento che ha anche comportato forti tensioni e critiche non ancora sopite. E' dell'altro ieri l'intervento del presidente nazionale di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che diceva che probabilmente quella fu una scelta esasperata, sta di fatto che le province, oggi, sono una realtà compiuta, svolgono e devono svolgere le funzioni di enti intermedi. L'aberrazione questa volta sarebbe potuta esserci se avessimo consentito che altri livelli istituzionali svolgessero funzioni analoghe, funzioni che si sarebbero quindi sovrapposte l'una all'altra.

Bisogna anche dire che questo progetto di legge non rimodella, cioè non si limita a riformare, riordinare, riorganizzare e dettare regole relativamente alle comunità montane e basta. Detta, sì, nuove regole per le comunità montane ma detta anche regole per le unioni di comuni e contiene una serie di utili provvedimenti a favore dei piccoli comuni, volti a contenere lo spopolamento e a costruire condizioni minimali per potenziare le occasioni di sviluppo attraverso incentivi e trasferimenti finanziari e anche un supporto tecnico e giuridico.

La filosofia ispiratrice è che le comunità montane, che dalla legge 142/90 in poi, enti intermedi non sono, diventino enti locali di natura sovraccomunale, a cui i comuni aderenti delegano l'esercizio di alcune funzioni e la gestione degli interventi speciali per la montagna. Insomma, le comunità montane altro non sono che unioni di comuni; naturalmente unioni di comuni montani se hanno le caratteristiche e i requisiti previsti dalla presente proposta. La normativa incentiva alla costituzione, ma non obbliga, non impone; resta la regola del rispetto dell'esercizio dei rispettivi poteri autonomistici, che per altro, a mio avviso, non potrebbero in ogni caso essere modificati, e quindi resta la capacità di scelta e di autodeterminazione dei singoli comuni.

All'interno della normativa è perseguito anche un notevole percorso di delegificazione e di adeguamento di alcune norme. In fase di prima applicazione della normativa e quattordici mesi dopo l'entrata in vigore della legge viene approvato il programma che, a regime, potrà subire adeguamenti triennali. Il programma individua i caratteri degli ambiti adeguati, procede alla ricognizione delle gestioni associate costituite, specifica i criteri di accesso ai finanziamenti. Il programma approvato dalla Giunta regionale viene trasmesso, per il parere, alla Commissione consiliare competente e alla Conferenza permanente Regioni-Enti locali per l'acquisizione dell'intesa nel rispetto della legge numero 1 del 2005.

Nello specifico, poi, le unioni di comuni sono enti locali costituiti da due o più comuni, di norma contermini, per l'esercizio congiunto di funzioni o servizi. I singoli consigli comunali approvano lo statuto e l'atto costitutivo, prevedendo gli organi che devono essere composti dalle rispettive giunte e da consiglieri comunali. L'organo esecutivo deve essere formato dalla maggioranza degli organi assembleari e può variare da un numero di quattro, per unioni con popolazione fino a 20 mila abitanti, a sei componenti, per unioni con popolazione oltre i 20 mila abitanti, più il presidente. Qualora non diversamente previsto dal programma di cui all'articolo 1 bis, l'articolo 3 prevede che sono ambiti adeguati le unioni costituite tra almeno quattro comuni con popolazione tra 5 e 25 mila abitanti.

Abbiamo già detto che le comunità montane sono unioni di comuni montani, anche appartenenti a province diverse, che gestiscono gli interventi speciali per la montagna, esercitano le funzioni in forma associata demandate dai comuni e quelle delegate dalle amministrazioni provinciali. Un comune che dovesse aderire all'unione non può contemporaneamente far parte di una comunità montana. Possono far parte dell'unione i comuni i cui territori siano almeno per il 50 per cento al di sopra di 400 metri; è previsto anche un temperamento di questo criterio legato al dislivello altimetrico. Entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge la Regione predispone un elenco dei comuni aventi le caratteristiche previste, in linea con l'attuale normativa.

Delle comunità montane possono farne parte, inoltre, i comuni interclusi o il cui territorio confini almeno per il 60 per cento con comuni montani. Sono esclusi i capoluoghi di provincia, escluse le ultime quattro province nate da legge regionale; le comunità montane non possono territorialmente coincidere con un'intera provincia, devono avere una popolazione di almeno 15 mila abitanti. La mancata adesione dei comuni alle comunità montane consente, attraverso uno specifico dettato normativo, ugualmente i benefici speciali per la montagna. Le delibere di adesione dei consigli comunali alle comunità montane sono trasmesse alla Regione che ne verifica i requisiti; il Presidente della Regione, con proprio decreto, istituisce poi la comunità montana. Sono previste le procedure per lo statuto e un massimo, come abbiamo già detto, di sei assessori più il presidente.

L'articolo 9 della normativa prevede l'istituzione del fondo regionale per la montagna, che è alimentato da trasferimenti statali, finanziamenti comunitari e risorse regionali, ed è rivolto agli interventi speciali per la montagna su occupazione, tutela dell'ambiente, gestione delle foreste, tutela dei prodotti tipici. Le risorse sono assegnate sulla base di un programma triennale articolato così com'è previsto da alcuni criteri.

L'articolo 10 norma l'abrogazione delle comunità montane esistenti che operano fino a centoottanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge. Sessanta giorni prima dei centoottanta, gli esecutivi delle comunità montane comunicano all'Assessore degli enti locali l'inventario dei beni, le situazioni di bilancio, i procedimenti in corso, la tabella degli organici. Entro sessanta giorni dopo i centoottanta, la RAS riassegna beni e personale prioritariamente alle comunità montane o alla unioni di comuni o, se il personale dovesse risultare in accesso, alle province o direttamente ai comuni. Con lo stesso decreto vengono affidati ai nuovi enti i procedimenti che dovessero essere ancora in corso.

Gli articoli successivi, dall'11 al 17, prevedono rispettivamente un fondo per l'esercizio associato di funzioni svolte dai comuni associati o dalle comunità montane, i criteri sono stabiliti nel programma, non può - è previsto in legge - essere destinato più del 10 per cento alle spese generali di funzionamento.

L'articolo 12 disciplina il trasferimento di risorse per investimenti in forma associata e finanzia le spese di interesse sovraccomunale. I finanziamenti sono assegnati con programma triennale e sulla base, anche in questo caso, di criteri predeterminati.

L'articolo 13 modica la legge 37 del 1998 sull'occupazione prevedendo la trasformazione in senso sovraccomunale dei PIP.

All'articolo 14 vi è una dichiarazione di principio relativa agli interventi socioassistenziali. La dichiarazione di principio ha un significato perché riguarda interventi che vengono rinviati, per una regolamentazione più specifica, a un momento successivo all'approvazione del piano socioassistenziale.

L'articolo 15 modifica la legge numero 17 del 1999, concernente "Provvedimenti per lo sviluppo dello sport", prevedendo per le gestioni associate una quota non inferiore al 50 per cento degli stanziamenti. Sono inoltre innalzate le quote per i contributi previsti dall'articolo 11 della legge 17 del 1999.

L'articolo 16 è relativo ai musei degli enti locali e prevede che i contributi di cui all'articolo 3 della legge 1/58, articolo 3, possono essere concessi nella misura massima dell'80 per cento della spesa ammissibile. Per i lavori di ricerca e conservazione previsti dalla stessa legge (articoli 4 e 5) c'è priorità per le gestioni associate e così per la fruibilità dei musei.

L'articolo 17 prevede una modifica alla legge regionale numero 25 del 1993. Il comma 2 bis dell'articolo 1 della legge 25 è modificato prevedendo, alla lettera a), il 90,5 per cento del fondo di cui alla lettera a) a favore dei comuni e il 9,5 per cento a favore delle province. Mentre la modifica che viene introdotta alla lettera b) dell'articolo 1 della 25, prevede l'82 per cento del fondo di cui alla lettera b) a favore dei comuni e il 18 per cento a favore delle province.

Gli articoli successivi, dal 18 al 25, dettano alcune regole per interventi a favore dei piccoli comuni; interventi che si sostanziano in incentivi per il mantenimento in attività di istituti scolastici statali, per la realizzazione di strutture multifunzionali, per l'insediamento di aziende, per il recupero secondario del patrimonio edilizio, per il recupero dei centri storici, per i trasporti pubblici e per l'agricoltura.

Mi sono limitato a una semplice enumerazione, nel merito degli articoli interverremo dopo. Naturalmente c'è un problema legato alla norma finanziaria, nella comune consapevolezza che non si possono raggiungere traguardi se non vi sono risorse finanziare adeguate. La norma finanziaria, così com'è stata scritta, è coerente con le prescrizioni dettate dalla Giunta per il contenimento dell'indebitamento, ma l'obiettivo è quello di impinguare le risorse appena ci sarà l'opportunità e la legge entrerà a regime.

PRESIDENTE. Invito formalmente i colleghi che intendono prendere la parola ad iscriversi prima che termini l'intervento del primo oratore. Invito che estendo formalmente anche ai Capigruppo, che si usava iscrivere d'ufficio, ma credo che questa usanza vada abbandonata.

E' iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne la facoltà.

ORRU' (D.S). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, poiché condivido totalmente la relazione del collega Balia, e quindi i punti da lui sottolineati con molta precisione, cercherò di fare alcune considerazioni per inquadrare l'esame di questo importante provvedimento all'interno di un processo che tutti noi auspichiamo non si limiti a questo pur importante provvedimento, ma preveda un insieme di provvedimenti, il più organico e omogeneo possibile.

Questa è, a dire il vero, la seconda occasione importante - va ricordato - in cui la Regione autonoma della Sardegna utilizza le sue prerogative costituzionali in materia di ordinamento degli enti locali, cioè quelle prerogative costituzionali che le derivano dalla legge costituzionale numero 1 del 1993. La prima occasione, come si ricorderà, ci fu nelle due legislature passate, con l'istituzione delle otto nuove circoscrizioni provinciali, avvenuta, in due momenti diversi, con l'approvazione della legge numero 4 del 1998 e della legge numero 10 del 2002. Quella fu una prima occasione, ripeto, in cui la Regione utilizzò le sue prerogative costituzionali. Credo che vada anche sottolineato e annotato che l'istituzione delle nuove otto province ha certamente contribuito a spingere verso un maggiore decentramento. Non è stato un elemento secondario in direzione del decentramento di funzioni al sistema delle autonomie locali.

Molti di noi hanno parlato di una sorta di percorso al contrario. Proseguiamo, cioè, un percorso a ritroso partendo da un lato dall'evoluzione del quadro legislativo nazionale, determinata dall'approvazione della legge 142/90, del decreto 112/98, della cosiddetta legge Bassanini e della riforma del Titolo V, che ha portato al riconoscimento di funzioni sempre più numerose e importanti al sistema degli enti locali (riconoscimento che per altro si è già tradotto in assunzione di responsabilità piena da parte delle autonomie locali, in base al decreto legislativo numero 267), dall'altro lato da esigenze che possiamo definire endogene, cioè dalla nostra realtà, dai nostri bisogni. In modo particolare vi è la stringente, direi obbligata necessità di avviare con maggiore determinazione un processo di riforma della nostra specialità per renderla più adeguata, come più volte tutti abbiamo sottolineato, non tanto e non solo nei suoi principi ispiratori, quanto negli strumenti che la Regione si è data più di mezzo secolo fa e sui quali si è proceduto per adattamenti successivi. Adattamenti molto spesso indotti dall'esterno, quindi derivati non da una scelta autonoma e pienamente condivisa che partiva da qui, ma da una scelta dettata dall'esterno sia nell'organizzazione amministrativa, sia nel rapporto con l'Europa, con lo Stato e con il sistema delle autonomie locali. Ogni volta che si è proceduto, o quasi sempre quando si è proceduto ad adattamenti successivi, lo si è fatto per queste ragioni e non per un disegno omogeneo. Credo che vada riconosciuto che questo è senz'altro un limite.

C'è certamente in questo tra noi, dentro e fuori di quest'Aula, la condivisione di principio di un percorso riformatore più ordinato, più lineare, che veda in cima la riforma statutaria, la forma di governo, la legge elettorale, il rapporto con lo Stato, successivamente l'articolazione dei poteri, delle funzioni, dell'organizzazione interna della Regione e infine il sistema istituzionale territoriale.

Stiamo seguendo il percorso dal basso verso l'alto, questo stiamo in realtà perseguendo. Intendiamoci, i due percorsi che possono essere seguiti sono alternativi. Io credo che vi sia la necessità, che non è solo di questa legislatura, perché non si tratta di una scelta attinente a una maggioranza piuttosto che a un'altra, di rispondere a esigenze e bisogni che sono oggi sul terreno e che non possono attendere tempi lunghi o la maturazione di una coscienza politica più ampia verso il progetto complessivo. Credo che il lavoro che è stato fatto abbia cercato di fare in modo che questi strumenti non entrassero in contraddizione con l'ipotesi di rinnovamento complessivo del nostro sistema istituzionale, a partire dalla nostra carta costituzionale, e cioè dallo Statuto. La maggiore garanzia su questo risiede, a mio avviso, nel fatto che ciò che stiamo cercando di adottare o le misure, gli strumenti a cui abbiamo messo mano derivano da quanto nel frattempo è maturato nella società, cioè da quanto i comuni già autonomamente hanno prodotto in termini di associazioni e di risposta ai bisogni, quindi dando vita a forme che raramente si chiamano unioni di comuni, spesso si chiamano in maniera diversa, ma tendono allo stesso obiettivo.

Quello che va sottolineato e deve essere presente in tutti noi è che, in attesa dell'ordine perfetto, dal generale al particolare, intanto l'esistenza di otto province a cui non siano state trasferite funzioni e di venticinque comunità montane, che pur non ricoprendo più, di fatto, il ruolo di ente intermedio - io lo definisco così - tentano comunque di ricavarsi uno spazio, che ovviamente gli deriva anche dalla storia, dall'utile attività che hanno svolto in tanti anni, è comunque una contraddizione da risolvere, che non può essere rinviata di otto mesi o un anno.

In secondo luogo credo che non ci si possa limitare a prendere atto che il sistema articolato delle autonomie locali, che vede 280 comuni su 370 di dimensioni piccole e piccolissime, poiché non è in grado di svolgere o per lo meno trova molta difficoltà nell'assolvere le funzioni amministrative, quelle proprie e quelle derivate direttamente dallo Stato, risulterebbe ancora meno adeguato se, come io mi auguro e tutti noi auspichiamo, nel futuro gli venissero attribuite funzioni proprie nostre, cioè della Regione.

La conclusione che si può trarre, quindi, è che non ci si può limitare a ciò che finora abbiamo fatto, cioè a qualche piccolo aggiustamento. Questa proposta di legge tenta di superare questo atteggiamento inerziale: "Vediamo cosa succede, rimandiamo a tempi migliori, aspettiamo la riforma dello Statuto e così via". Si pone invece alcuni obiettivi, che possono essere certamente migliorati anche con il contributo del dibattito in Consiglio e lungo il percorso che la legge prefigura.

Primo, io penso che l'obiettivo più importante sia quello di rendere più adeguato il sistema delle autonomie locali, preparandone gli strumenti e mettendolo quindi in condizioni, oggi, di essere ricettivo rispetto al trasferimento di un gran numero di competenze centrali. Secondo, occorre costruire questo disegno non attraverso una condivisione formale, ma attraverso l'iniziativa dei comuni e la partecipazione attiva del sistema delle autonomie locali, secondo il principio della libera autodeterminazione. Terzo, è importante passare dalle enunciazioni - perché non contiene solo queste il provvedimento di legge - ai provvedimenti concreti di sostegno ai piccoli comuni, che costituiscono il presidio più importante di cui ancora noi disponiamo nel 70 per cento del nostro territorio, e non con l'obiettivo, vorrei sottolinearlo, velleitario di arrestare il calo demografico. Questa credo che sia una "responsabilità" da attribuire ai piccoli comuni; è una responsabilità che non riguarda solo Seui, Suni o Desulo, ma riguarda l'intera realtà regionale, tant'è che vi sono comuni che nell'insieme registrano un calo demografico. Il problema, però, non è il calo demografico, il problema è lo spopolamento, l'abbandono, la marginalità di interi territori. E senza la loro presenza, l'identità della Sardegna, di cui ci riempiamo molto spesso la bocca, non ci sarebbe più, sarebbe molto più omologa, al di là dei contorni geografici, ad altre realtà e quindi molto meno peculiare.

Questo è un obiettivo che si comincia a perseguire anche attraverso questo provvedimento. Serviranno ben altri strumenti, la rivisitazione delle politiche di bilancio e quant'altro, però questa è una linea da perseguire, da non rinviare ad altro momento. Ogni provvedimento di legge che passa per questo Consiglio forse d'ora in poi dovrà avere un occhio di riguardo per questo problema.

Quali scelte sono state fatte? Si è discusso molto, l'attenzione maggiore era concentrata sulla diminuzione delle comunità montane, e prima ancora sulla loro soppressione. Io credo che si sia trattato di una falsa discussione; le attuali comunità montane - è un concetto condiviso per altro da tutti - non ci sono più e questo provvedimento ne sancisce il superamento. Questo vuol dire che non c'è più bisogno di una politica per la montagna? No, e allora con che cosa bisogna sostituire le comunità montane? Con organismi più adatti, più adeguati, più snelli, che possano utilizzare le leggi di settore, la cultura politica che nel frattempo è maturata, nonché avvalersi dei nuovi soggetti istituzionali, cioè le otto province. Insieme a questo dobbiamo avere i cosiddetti ambiti ottimali su cui far ricadere l'organizzazione dei servizi. Però le due cose non possono essere disgiunte, ecco perché è stata fatta la scelta del superamento di tutte le comunità montane e della assimilazione delle organizzazioni di comuni alle unioni di comuni montani, previste dalla legge 267, per intenderci dal testo unico. Quindi abbiamo l'organizzazione autonoma di comuni associati per rendere servizi, con in più l'opportunità della valorizzazione della montagna. E' un di più, è una specificità ulteriore, ma la base è costituita da quell'altra funzione. Questo assimila le organizzazioni di comuni alle unioni dei comuni. Non facciamo, cioè, due provvedimenti che poi cozzano l'uno contro l'altro, determinando una schizofrenia organizzativa sul territorio, ma facciamo in modo che vi sia una organizzazione funzionale e razionale.

La seconda scelta è stata quella di costruire un'orditura istituzionale basata appunto sugli ambiti ottimali. Voglio sottolinearlo, perché non c'è soltanto la necessità di autoorganizzarsi, ma c'è anche la necessità di garantire che le funzioni che la Regione trasferisce siano poi esercitate in maniera adeguata. E non possono essere esercitate da chiunque, ma bisogna fare in modo che ci sia un concorso nella costruzione di un ambiente favorevole a ricevere questo tipo di funzioni e competenze.

Infine, la terza scelta che è stata fatta, e che noi abbiamo condiviso, è stata quella di non adottare un atteggiamento impositivo o coercitivo, prefigurando una sorta di cartina geografica e dicendo: "Questi sono gli ambiti, diteci che cosa ne pensate", con un parere quindi successivo, una partecipazione seguente. Poteva essere scelta anche questa strada, intendiamoci, non è che non vi siano ragioni a suo favore. Io credo invece che abbiamo fatto bene a non scegliere la strada della predefinizione geografica degli ambiti, per cui la Regione fa la sintesi alla fine, detta gli indirizzi, i criteri orientativi, ritengo anche molto validi, e mette in moto il sistema: dalle province, che svolgono un ruolo attivo partendo dagli attuali ambiti, alle attuali comunità montane, unioni, strutture consortili, tutto ciò che finora storicamente, politicamente e dal punto di vista amministrativo si è andato determinando. Tutto questo cercando di riorganizzare il sistema sulla base delle attuali esigenze e anche di parametrizzarlo rispetto a quelle future. Solo dopo la Regione adotta, definisce, approva gli ambiti ottimali, cioè i livelli adeguati per svolgere pienamente la funzione - che non è un dato astratto - di assicurare pari diritti e pari opportunità a tutti i cittadini della nostra Isola.

Io ritengo che questo sia un atto importante che mette in moto un processo di riordino, che è anche un progetto, intendiamoci, del sistema delle autonomie locali, che può indurre un processo di trasformazione molto più ampio, molto più profondo. Come per tutti i processi di riforma, ma in particolare per quelli che hanno un carattere ordinamentale, credo sia auspicabile non solo la partecipazione di tutti i livelli istituzionali, ma anche, prioritariamente, un livello di condivisione ampio da parte della maggioranza e dell'opposizione.

Su questo terreno in particolare questo si è già verificato. Ricordo che i provvedimenti sulle province e sul Consiglio delle autonomie locali sono stati approvati all'unanimità, quindi credo sia giusto... Posso concludere?

PRESIDENTE. No, onorevole Orrù, penso che lei comprenda il motivo per cui non posso concederglielo, dopo il ventesimo minuto. Non l'ho concesso neanche agli altri colleghi.

ORRU' (d.s.). La ringrazio.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Moro. Ne ha facoltà.

MORO (A.N.). Non utilizzerò, Presidente, tutto il tempo che lei molto amorevolmente mi vorrà concedere.

Signor Presidente, signor Assessore, colleghi del Consiglio, il provvedimento che arriva all'esame dell'Aula avrebbe meritato ben altro lavoro di approfondimento e soprattutto un ben diverso livello di confronto con il sistema regionale delle autonomie locali. L'iter seguito, invece, non si discosta, purtroppo, da quello di altre leggi, molto poche per la verità, esaminate in questo lasso di tempo e votate da questo Consiglio. Si tratta inoltre di un iter, se così vogliamo chiamarlo, che non ha nulla di istituzionale.

La legge di riordino degli organismi di governo locale appartenenti al cosiddetto secondo livello (consorzi di sviluppo industriale, comunità montane) nasce, lo ricordiamo, da uno dei soliti momenti di furore fondamentalista del presidente Soru e continua con annunci sulla stampa su fatti e cose di cui il Consiglio, le Commissioni competenti, gli amministratori locali - questi ultimi meno di tutti - non sono minimamente informati. Infatti a questa situazione, a questo modus vivendi del Presidente ieri si è fatto cenno più volte e a più riprese anche dai banchi della maggioranza. E prosegue, l'iter della legge, con frettolosi vertici di maggioranza, durante i quali qualcuno cerca di far ragionare il Presidente, con risultati alterni: la prima volta magari non va bene e poi si trova un compromesso frequentemente al ribasso.

Questo processo di formazione delle leggi, assolutamente anomalo e assai lontano dai normali percorsi di funzionamento di un'assemblea legislativa come la nostra, spinge di fatto il Consiglio regionale a una sorta di zona grigia della politica, in cui non si riesce a fare altro che rattoppare fin dove è possibile situazioni importanti, ma destinate, a causa di questi vizi di origine, a produrre effetti del tutto negativi sia sul tessuto istituzionale dell'Isola che, alla fine, sulle imprese, sulle famiglie e sui cittadini.

Si procede in modo scorretto, dunque, come diretta conseguenza di quella azione amministrativa a zig-zag che sta caratterizzando questa prima fase del governo regionale. Un riscontro diretto di tale e preoccupante realtà lo si è avuto proprio in questi giorni, nei quali è stata enunciata pomposamente la costituzione del Consiglio delle autonomie locali, organismo chiamato a gestire, un po' sul modello della Conferenza Stato-Regioni, i complessi rapporti tra il soggetto centrale di governo, in questo caso la Regione, e il sistema delle autonomie locali, espressioni delle comunità più vicine ai cittadini.

Noi salutiamo positivamente la nascita di questo nuovo organismo, che in definitiva rappresenta una significativa applicazione del cosiddetto principio di sussidiarietà, come appunto è stato ricordato anche dal relatore della proposta di legge che abbiamo in discussione, elemento fondante della riforma costituzionale in via di approvazione da parte del Parlamento nazionale e perno della moderna elaborazione giuridica di impronta federalista, oltre che, ci piace ricordarlo, della dottrina sociale della Chiesa.

Non solo, perciò, non abbiamo niente contro l'istituzione anche in Sardegna del Consiglio delle autonomie, ma la condividiamo. Ci chiediamo tuttavia, a questo punto, di che cosa potrà occuparsi con qualche possibilità di ottenere risultati concreti. Non del riordino degli enti regionali, che pure ha grandi ricadute sui territori, perché già definito col processo a zig-zag che abbiamo richiamato; non della legge urbanistica "blocca tutto", perché i danni sono già fatti, tanto per fare i primi emblematici esempi, e nemmeno, visto il testo di legge che siamo chiamati a esaminare e votare in questa sede, del riordino degli organismi di governo locale di secondo livello, che i rappresentanti di province e comuni si troveranno già fatto quando il Consiglio delle autonomie potrà finalmente iniziare a lavorare.

Da soggetto di concreta e reale partecipazione, insomma, questo Consiglio delle autonomie si troverà ad assomigliare sempre più a un luogo di rituale consultazione, magari in occasione del DPEF o della finanziaria, per cercare di contrastare la logica dei tagli alla cieca, con cui la Giunta regionale ha già dato pessima prova di sé.

Come Consiglio regionale, di conseguenza, siamo chiamati, in qualche modo, a svolgere un ruolo di supplenza rispetto a quello che non sono stati messi in condizioni di svolgere centinaia di amministratori locali fortemente interessati a queste problematiche. Un ruolo di supplenza che comporta anche una grande assunzione di responsabilità. Sappiamo, infatti, che l'anno prossimo la Sardegna uscirà dall'Obiettivo 1 della politica comunitaria, fatto che comporterà una perdita secca quantificabile in diversi miliardi di euro, sui quali finora abbiamo potuto contare attraverso i fondi strutturali. Avremo, dunque, meno risorse in un quadro in cui i meccanismi di spesa diventeranno sempre più selettivi e gli obiettivi di equilibrio territoriale e coesione sociale, molto importanti in questo momento per la Sardegna, saranno sempre più difficili da raggiungere.

Ieri abbiamo trascorso una giornata a parlare anche dell'ostracismo che lo Stato dà alla Regione, e così diminuiscono tutte quelle sovvenzioni che sono necessarie per lo svolgimento e il raggiungimento di questi obiettivi. Ecco perché sarebbe stato davvero necessario procedere, prima della stesura della legge di riordino, a uno studio ragionato delle diverse realtà territoriali, sulla base di una serie di dati di cui la Regione sicuramente risponde: popolazione residente, attività produttive insediate, strumenti avviati di programmazione negoziata, europea e non, infrastrutture presenti, elementi macro e microeconomici. La mappa di riordino così com'è uscita, parrebbe, dall'ennesimo vertice di maggioranza sull'argomento appare molto politica e molto poco scientifica, molto tarata sulle esigenze di questa o quella forza politica in una determinata zona e molto poco oggettiva, frutto cioè di una non corretta visione d'insieme. I giornali di oggi riportano le frenetiche riunioni che vi sono state tra la Giunta e la maggioranza, con un dietrofront della Giunta stessa per quanto riguarda l'applicazione di alcuni emendamenti.

Il puntuale riscontro di questa analisi arriva da un dato di fondo: oggi la Sardegna è divisa in otto province e ha quindi un livello di presenza istituzionale particolarmente elevato in rapporto alla popolazione residente. Ne deriva che un lavoro di semplificazione del governo locale diventa particolarmente necessario: da un lato deve procedere a un accorpamento delle funzioni in seno alle stesse province - è stato ricordato dal relatore che mi ha preceduto -, dall'altro deve operare una razionalizzazione degli organismi esistenti. Ed è proprio su questo punto che il nostro dissenso è più netto rispetto all'impostazione che viene proposta.

La Giunta e la maggioranza sono arrivati a una tesi complessiva che appare viziata da un forte strabismo. In materia di consorzi industriali si è proceduto a maglie strette, con un lavoro di analisi non sempre condivisibile, ma comunque basato, come sostenevo in precedenza, su criteri oggettivi che poggiano sulle caratteristiche economiche ad ampio raggio delle diverse realtà. Questi criteri, invece, sono del tutto assenti quando il lavoro di riordino si sposta sulle comunità montane. Qui le maglie si allargano in modo decisamente abnorme e l'unica unità di misura individuata per il riconoscimento di una determinata zona come comunità montana risulta, appunto, l'altezza del territorio rispetto al livello del mare. Poco importa, anzi ciò viene completamente ignorato, che in quella determinata zona vi sia una dotazione alta o bassa di infrastrutture, che vi sia una presenza significativa o meno di piccole e medie imprese in ben individuati settori produttivi, che vi sia - elemento che dovrebbe pure avere la sua incidenza - un reddito pro capite alto o basso, più o meno differente, se raffrontato tra le varie realtà, ma i casi di sperequazione sotto questo profilo esistono eccome.

Si potrebbe continuare a lungo, soffermandosi su ulteriori criteri di analisi: dalla presenza di sportelli bancari sui territori interessati, ai dati sull'occupazione, all'insediamento di attività produttive classiche, innovative o stagionali. Insomma, esistevano ed esistono tutte le condizioni per fare un lavoro accurato ed evitare anche, nel caso delle comunità montane, quei fenomeni di clonazione istituzionale che producono costi inutili, alimentano la conflittualità, non la sana competizione tra i diversi territori, allungano i tempi e minimizzano l'impatto positivo dell'impiego delle risorse disponibili, peraltro sempre di meno.

Il rigore finanziario a cui la Giunta dice di ispirarsi, ma solo a parole, si annacqua fino a scomparire del tutto, per trasformarsi nella solita e vecchia pratica di distribuzione clientelare e localistica, non di opportunità, ma di posti, non di sviluppo diffuso, ma di crescita finalizzata ai supporter di questo o quel consigliere regionale, non di rilancio economico e produttivo di aree depresse, ma di elargizione di piccoli o grandi favori agli amici degli amici.

Certo, le nostre zone montane, quelle vere però, hanno bisogno di interventi seri, anche perché non tutte le amministrazioni locali, soprattutto quelle di più piccole dimensioni, sanno operare con efficacia ed efficienza nella gestione delle risorse regionali, nazionali e comunitarie, in particolar modo queste ultime gravate dall'eccessivo peso di una burocrazia veramente complicata non sempre comprensibile e, diciamolo francamente, nemmeno accettabile. Ma è chiaro che la risposta a questi problemi non può essere quella della frammentazione, della dispersione di risorse, della polverizzazione degli interventi che servono solo ad alimentare un sistema improduttivo.

Crediamo, in altre parole, che si sia persa l'occasione importante per fare un buon lavoro nell'interesse dei sardi, di tanti amministratori locali che troveranno certamente più difficoltà a lavorare per il bene comune della loro realtà e di tante imprese, tante famiglie e tanti cittadini che, da un lato, perderanno punti di riferimento importanti per la programmazione dello sviluppo economico dei loro territori e, dall'altro, assisteranno alla duplicazione di centri di potere inutili (cosa in cui la sinistra è maestra, perché confonde da sempre il governare con la gestione del potere) che produrranno nuovi costi sottraendo risorse preziosissime all'economia, già in crisi, di molte aree dell'Isola.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). La ringrazio, Presidente.

OPPI (U.D.C.). Ti hanno lasciato solo.

CUGINI (D.S.). Meno male che ci siete voi! Cercherò di fare del mio meglio anche se sono solo. Intanto c'è il collega Balia, che è il relatore della proposta di legge e questo aiuta molto.

PRESIDENTE. Onorevole Cugini, non accetti le provocazioni.

OPPI (U.D.C.). E' il suo mestiere!

CUGINI (D.S.). Il collega Oppi non è un provocatore, cerchi di non offenderlo!

PRESIDENTE. Non mi sono permesso di dire questo, onorevole Cugini. Prego, faccia il suo intervento.

CUGINI (D.S.). Penso che occorra dire, in premessa, mi rivolgo ai colleghi della minoranza, ma lo voglio ricordare a tutti, che la proposta di legge licenziata dalla Commissione, e che il collega Balia ha illustrato molto puntigliosamente, è parte del programma che noi abbiamo sottoposto al giudizio degli elettori. Se i colleghi volessero documentarsi potrebbero farlo leggendo il testo; molte delle considerazioni di natura politica che sono presenti nella proposta di legge le ritroveranno in quel testo. Lo dico non perché dobbiamo, in Consiglio regionale, aprire una discussione tra noi per vedere quale sia il grado di coerenza, ma lo dico perché c'è stata, nelle scorse settimane, una discussione esterna al Consiglio regionale, che è avvenuta correttamente attraverso i giornali, con articoli firmati, quindi alla luce del sole, che cercavano di interrogare il Consiglio per sapere se, nella Commissione autonomia e tra i consiglieri fosse in corso una discussione per definire le nuove funzioni delle comunità montane e delle unioni di comuni. Il sottoscrittore di quegli articoli faceva critiche e rilievi e poneva anche delle domande. Ed essendo un collaboratore strettissimo delle comunità montane, questo articolista conosce pregi e difetti dell'esperienza che abbiamo fatto in questi ultimi anni. Nell'idea che siamo in presenza di comunità montane che hanno operato bene e di comunità montane che bene non hanno operato, occorre procedere a una riflessione generale, perché io penso - lo dico in particolare al collega Moro - che sia superata l'ipotesi o la possibilità che permanga la comunità montana Riviera di Gallura, che rappresenta un punto estremo del ragionamento, ma era ed è la realtà che abbiamo vissuto per quanto riguarda le comunità montane.

Allora, nel tornare all'origine, all'idea che il legislatore nazionale ha proposto al Paese con l'istituzione delle comunità montane e con la definizione delle risorse per sostenere i comuni montani, penso che noi ci dobbiamo misurare per evitare che facciano parte delle comunità montane comuni che montani non sono o città che superano i quaranta mila abitanti. Questo per dire che c'è l'esigenza di una riorganizzazione delle funzioni montane e delle comunità montane, e per dire che quella legge fu approvata durante la cosiddetta fase della "solidarietà nazionale", quando cioè sia chi vinceva sia chi perdeva assumeva responsabilità di governo. Fu una fase storica della vita del nostro Paese, che penso sia da considerare conclusa, che tutti possiamo considerare conclusa. E se la consideriamo conclusa, con luci e ombre, il Consiglio regionale, non la maggioranza, si deve porre l'obiettivo di produrre una nuova legislazione in materia di trasferimenti e di riforme capace di adeguare la risposta alla domanda delle nostre popolazioni.

Interroghiamoci, non lo dico per fare polemica, non ne ho l'intenzione, ma insomma, in Commissione le parti politiche di questo Consiglio si sono misurate per produrre una norma che mettesse avanti davvero l'interesse della collettività? Io mi permetto di dire ai colleghi del centrodestra che questa fase di discussione e di confronto in Commissione non è avvenuta o, per salvare i compagni, gli amici e i simpatizzanti della Commissione, dico che non è avvenuta compiutamente. Vedo che sono stati presentati, legittimamente, molti emendamenti, ma domando ai colleghi Capigruppo della minoranza e ai componenti di minoranza della Commissione: si vuole recuperare, attraverso gli emendamenti, il confronto in Aula? Se è così, interventi come quello pronunciato dal collega Moro non aiutano. Se invece si vuole fare una contrapposizione, allora la strada non è questa, la strada è quella della Commissione, dove si partecipa, si discute, si vota, si sostengono le posizioni. Così non è avvenuto. Ora io penso, lo diceva anche il relatore Balia, e lo ha ribadito il collega Orrù, che dovremo usare queste ore di attività del Consiglio per agevolare l'iter del provvedimento, perché abbiamo tutti chiara la situazione che c'è nella nostra regione e abbiamo chiaro - se è chiaro per tutti, poi i colleghi diranno che una fase storica della funzione delle comunità montane si è conclusa - che aver inserito i comuni non montani nelle comunità montane non è stato un bene. Però vedo emendamenti che ripropongono la presenza di comuni non montani nelle comunità montane. Allora dobbiamo metterci d'accordo e ribadire concetti che abbiamo già espresso in quest'Aula in tante occasioni, lo dico per i colleghi che provengono dalle realtà territoriali più svantaggiate, le cosiddette zone interne. Abbiamo sempre sostenuto, in Aula, che c'è bisogno di un intervento straordinario e anche duraturo per fare in modo che le comunità più disagiate ottengano sostegno finanziario, attenzione politica e interventi per lo sviluppo. Limitare l'uso delle risorse delle comunità montane ai comuni montani è un obiettivo che io considero giusto, poi le risorse sono insufficienti, ma noi dobbiamo utilizzare quelle pur insufficienti risorse per far emergere un'esigenza di natura politico-istituzionale e anche la necessità di dare risposta ai cittadini. Badate, dove c'è povertà non ci sono servizi, dove non ci sono servizi la gente non vive bene. E allora io penso che noi dobbiamo dire, in questa occasione, che non è il numero delle comunità montane che ci deve guidare nel ragionamento, ma sono le risorse a disposizione dei comuni montani che devono servire per dare risposte, anche di tipo sociale, a quei comuni.

Vedo che ci sono degli emendamenti che preventivamente limitano le comunità montane. Noi diciamo che l'associazione tra comuni è libera, non può essere imposta, però l'emendamento può anche avere un'altra spiegazione: diamo l'indicazione poi si troverà un modo per arrivare a una composizione. Ma io penso che il numero delle comunità montane, così come l'abbiamo conosciuto noi, sia troppo alto, perché appunto risponde a un'altra logica. In tempi di polemica tra comunisti e democristiani, i comunisti dicevano ai democristiani: "Occorre smantellare il sistema di potere della Democrazia Cristiana", poi la gestione del sistema, che è andata dall'estrema sinistra all'estrema destra, ci ha dimostrato che non è quello il punto. Il punto è che occorre avere istituzioni funzionanti che rispondano alle esigenze vere. E allora il numero delle comunità montane, secondo me, si deve limitare a comprendere i comuni effettivamente montani, che hanno bisogno di quell'aiuto. Da qui nasce, come diceva il relatore, la proposta aggiuntiva al ragionamento che sino a questo punto avevamo svolto anche in passato, che è quella delle unioni di comuni, perché occorre dare servizi ai comuni piccoli che non hanno risorse sufficienti per procurarsi gli strumenti per programmare lo sviluppo del proprio territorio. E la logica che spiegava il relatore che ha guidato la Commissione è stata proprio quella di favorire l'unione di più comuni per rendere servizi, pensando ai cittadini.

Penso che possiamo fare tutti insieme un'autocritica: molte di queste istituzioni, nel tempo, sono state più funzionali alle risposte ai cittadini o alle esigenze della politica? Era un elemento compensativo, in tante occasioni, di situazioni interne alle forze politiche. Quella logica dobbiamo considerarla tutti ormai superata. Ricordo che il collega Biancareddu propose, quando fu approvata la legge sulle province, l'abolizione delle comunità montane. Ci fu una discussione molto lunga, anche strumentale per dire la verità, però alla base di quel ragionamento c'era una considerazione: "Ci sono otto province, cerchiamo di snellire le procedure". Noi siamo dentro quella logica di snellimento delle procedure, di riduzione del numero delle comunità montane e delle funzioni montane, avendo chiaro che la provincia dovrà svolgere funzioni che nel tempo, tra dieci anni, magari sostituiranno nell'insieme le comunità montane e le unioni di cui stiamo discutendo adesso, che stiamo stabilendo adesso. Ma in questa fase dobbiamo essere realistici, per cui, senza nessun intento polemico, richiamo per tutti un dato di fatto: ci sono presidenti di provincia che eleggono le giunte senza fare le dichiarazioni programmatiche; si eleggono gli organi esecutivi senza dire che cosa si deve fare in quel territorio, si assegnano le deleghe senza avere un programma generale da proporre. Io penso che ci dobbiamo dare tutti una regolata se davvero vogliamo essere conseguenti con un lavoro che è stato fatto e con una risposta che è stata data alle popolazioni che hanno rivendicato la presenza della nuova provincia.

Il relatore diceva: "Siamo ancora dentro una discussione che ci permette, se c'è la disponibilità...". Io la richiamo perché dubito - lo dico ai colleghi Diana e Oppi e ai Capigruppo della minoranza - che ci sia questa volontà riformatrice nell'insieme del Consiglio. Se viene confermata questa volontà, badate, si può avviare un ragionamento sulle riforme. Il relatore ha richiamato l'esigenza di discutere di Statuto, di legge elettorale, di argomenti importanti per la vita della comunità regionale. Diamo questa disponibilità al confronto, ma gli emendamenti non possono sfuggire a una lettura della situazione attuale, non possono riproporre una logica campanilistica nella costruzione delle istituzioni. Invece ho visto molti emendamenti che vanno in questa direzione, il cui primo firmatario è sempre lo stesso. Insomma ho visto che molti emendamenti ripropongono uno schema che io pensavo fosse stato superato da tutti coloro che sono qui, che hanno avuto in questi anni responsabilità di governo e responsabilità di opposizione.

Allora se siamo di fronte a questa esigenza, penso che si debba rispondere, anche in questa occasione, ai territori che hanno maggiori difficoltà, perché le risorse aggiuntive a quelle nazionali non devono servire solo per garantire i servizi minimi, ma devono servire anche per avviare una fase di rilancio della funzione montana. Il collega Balia citava i settori merceologici che si devono sviluppare attraverso quell'intervento; la legge prevede anche delle agevolazioni, ma io penso che individuare i settori merceologici significhi dare una risposta a quel minimo di imprenditoria locale che c'è nelle comunità montane, che è fatta di piccoli artigiani, di aziende familiari, di attività tradizionali e che richiamano anche la cultura e la storia di quelle popolazioni. Penso che sia giusto fare questo ragionamento per quei territori, ma riproporlo per la comunità montana di Tempio, che ha un'altra storia, un'altra cultura, un'altra tradizione, dove c'è un'altra impresa, un'altra possibilità, credo sia un errore. Eppure noi, dopo averne discusso, abbiamo detto: "Mettiamo in evidenza il bisogno dei più esposti, perché è di loro che dobbiamo parlare, è a loro che ci dobbiamo riferire".

Allora io penso che questa sia una logica positiva e improntata alla solidarietà - lo dico per i cattolici - non solo tra i cittadini, ma anche tra le istituzioni che stanno meglio e quelle che stanno peggio. Si va oltre, quindi, il rapporto tra gli individui, ma la funzione istituzionale serve per aiutare anche il rapporto tra gli individui. Allora mi pare che la legge risponda a una logica, ed è quella di rispondere ai bisogni, di avviare una riforma del Consiglio regionale.

Il collega Orrù richiamava prima l'approvazione di alcune norme di riforma con voto unanime dell'Aula. Io non vorrei solo il voto unanime, vorrei una discussione tra diversità o tra valutazioni diverse, ma che producesse una soluzione che mette avanti l'interesse generale, se no torniamo alla comunità montana Riviera di Gallura, di cui faceva parte anche il comune di La Maddalena, perché avendo un picco nel suo territorio, è diventato comune montano. Così pure Terra Nuova e Olbia.

Non facciamoci prendere dalla logica elettoralistica, che ha preso un po' tutti; facciamoci prendere dall'esigenza della riforma e anche dalla rigidità che deve derivare dal fatto che la riforma non dice sì a tutti, ma dice sì a quelli che hanno maggiore bisogno e dice un no ragionato e importante, dal punto di vista politico e amministrativo, a chi invece non ha titolo per stare dentro un ragionamento montano, del quale hanno bisogno le realtà più esposte in Sardegna.

Concludendo, signor Presidente, relatore Balia, occorre recuperare il limite che abbiamo registrato in Aula. A me è capitato di comunicare direttamente a qualche collega della minoranza questo fatto, di farlo in amicizia, guidato da un interesse che sto cercando di rappresentare. Questo rapporto ha prodotto un'attenzione, che io considero però ancora insufficiente. Non c'è polemica tra la maggioranza della Commissione e la Giunta, c'è confronto. Badate, c'è confronto su questo tema che abbiamo introdotto l'anno scorso durante l'esame della finanziaria. E io l'anno scorso ho detto che avrei votato contro la logica del commissariamento delle comunità montane e avrei sostenuto la battaglia in Aula contro quella logica, perché non è la logica delle riforme. Però se a una proposta di commissariamento non si contrappone una partecipazione alta del Consiglio, e quando dico partecipazione alta del Consiglio intendo dire al di là degli schieramenti, allora il rischio è che passi l'idea che sia più giusto commissariare, perché così almeno un problema è risolto. Però, lo domando adesso che siamo in mezzo alla discussione: i commissariamenti hanno mai risolto problemi? I problemi che c'erano prima negli enti turistici non ci sono anche oggi, aggravati dal fatto che non si svolgono neanche le funzioni minime? Allora perché dobbiamo limitarci a questa discussione polemica sui commissari e non ci misuriamo invece sulle riforme che occorre fare? Io considero ferri vecchi gli strumenti del comparto politico e considero ferri vecchi e in questo caso anche arrugginiti le comunità montane che non rispondono alle esigenze dei comuni montani.

Siamo aperti alla discussione. La Giunta ha dato dei suggerimenti. Nell'incontro che abbiamo fatto ieri, badate, non c'è stata nessuna lite, ma non perché è difficile litigare con Massimo Dadea e Gian Valerio Sanna…

OPPI (U.D.C.). Con loro è difficile, è con altri che è facile!

CUGINI (D.S.). Giorgio, il pomeriggio di ieri l'abbiamo trascorso con Massimo e Gian Valerio.

PRESIDENTE. Il suo tempo è scaduto, onorevole Cugini.

CUGINI (D.S.). Non abbiamo volato alto.

(Interruzioni)

CUGINI (D.S.). Io penso che il confronto che c'è stato ieri, la convergenza che si è creata, e io aggiungo la convergenza che si è creata accogliendo un suggerimento sia importante.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Cugini. E' iscritto a parlare il consigliere Matteo Sanna. Ne ha facoltà.

SANNA MATTEO (A.N.). Signor Presidente, colleghe e colleghi, ho seguito con grande attenzione l'intervento dell'onorevole Cugini. Parlava a noi, ma era rivolto verso qualcun altro, o meglio voleva e vuole che qualcun altro lo ascolti.

Io dico che sulle comunità montane ci sarebbe e c'è tanto da dire, e tanto è stato anche detto in questi giorni e negli ultimi anni. Dico che nessuno di noi, per quanto mi riguarda, considera la riforma delle comunità montane come una riforma elettorale o comunque nessuno vuole "cavalcarla" dal punto di vista elettorale. Dico che una riforma è necessaria, lo abbiamo sempre affermato e continueremo ad affermarlo in ogni circostanza. E' vero ciò che asseriva l'onorevole Cugini e cioè che ci sono tante anomalie nelle venticinque comunità montane oggi esistenti. E' anomala la comunità montana Riviera di Gallura, ma non come ente in se stesso, quanto per la presenza di comuni che non hanno certamente le caratteristiche per farne parte.

Bene ha fatto l'onorevole Cugini a richiamare la legge numero 1102 del 1971, che ha istituito le comunità montane, concepite dal legislatore di allora per la tutela e lo sviluppo dei territori montani svantaggiati. Dai principi che avevano ispirato il legislatore nel 1971 credo che occorra ripartire per riformare questi enti. E dico infatti subito che il criterio assunto in questa proposta di legge che voi avete presentato tiene esclusivamente conto dell'altitudine, è quindi un criterio che si sta rivelando insufficiente e in antitesi con ciò che l'Unione Europea sta facendo e ha fatto in questi anni, e cioè riconoscere la specificità della montagna non attraverso l'altimetria, ma attraverso altri parametri, quali appunto i parametri socioeconomici. Ebbene in questa vostra proposta non si tiene conto dei parametri socioeconomici, e questo mi dispiace.

L'onorevole Cugini certamente sa che Calangianus farà parte della comunità montana, ma i comuni vicini, come Sant'Antonio di Gallura, ne rimarranno fuori. Allora, onorevole Cugini, se lei conosce bene il suo territorio, se conosce bene Calangianus, Sant'Antonio di Gallura, per non citare Oschiri, Telti e altri comuni, sa benissimo che vi sono delle differenze notevoli tra Calangianus e i comuni vicini sotto l'aspetto socioeconomico. Credo quindi che questa riforma debba tener conto di questi aspetti, che la qualificherebbero, rendendola più equa e senz'altro più vicina alla gente, agli enti locali, alle esigenze delle popolazioni che da essa si vedono escluse. Dico anche che sul fatto che le comunità montane in qualche caso...

CUGINI (D.S.). Lei sa che la comunità montana di Tempio ha inglobato il porto di Olbia?

SANNA MATTEO (A.N.). Sì, lo so, stavo arrivando a questo.

PRESIDENTE. Onorevole Sanna, si rivolga alla Presidenza.

SANNA MATTEO (A.N.). Stavo arrivando proprio a questo. Sul fatto che vi siano delle cose da rivedere tutti siamo d'accordo, onorevole Cugini. Del fatto che la comunità di Tempio gestisce anche il porto dell'Isola Rossa credo che tutti ne siamo a conoscenza, a prescindere dal colore politico, ed è un'anomalia. Che Olbia e La Maddalena facciano parte della comunità montana Riviera di Gallura è una grossa anomalia, anche su questo concordo con lei. Non dimentichiamoci, però, che vi sono tante piccole realtà che devono comunque essere tutelate e, secondo me, devono essere in qualche modo previste, in questa riforma, all'interno delle nuove comunità montana che voi volete istituire o meglio riformare.

Dico anche che le comunità montane possono offrire un contributo non solo allo sviluppo delle montagne, quelle poche montagne che abbiamo in Sardegna, ma soprattutto all'efficace realizzazione del nuovo ordinamento costituzionale, secondo i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza posti all'articolo 118 della Costituzione, che sono il fondamento di tutto il sistema amministrativo del Paese. Dico che se questi piccoli comuni venissero reinseriti, la vostra riforma ne uscirebbe in qualche modo rafforzata, soprattutto in quella solidarietà istituzionale, a cui lei, onorevole Cugini, si riferiva nel suo intervento, che deve emergere anche nei confronti di quei comuni che per una logica esclusivamente altimetrica oggi sono fuori da questa riforma.

Quindi, per quanto ci riguarda, il buon senso prevarrà, però questa solidarietà istituzionale deve essere accompagnata da altrettanto buon senso e non dalla demagogia e da un riformismo cerchiobbotista da farsi a ogni costo. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Maninchedda. Ne ha facoltà.

MANINCHEDDA (Progetto Sardegna). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la legge che oggi è all'attenzione dell'Aula è di iniziativa consiliare, e questa è la sua prima e più importante caratteristica. La seconda è che si tratta di una legge innovativa. Io inviterei i colleghi, qualche collega dell'opposizione a leggerla fino al ventisettesimo articolo. E' una legge innovativa, dicevo, e non lobbistica, cioè non volta a tutelare ceti o gruppi, anche di amministratori, ma a produrre un nuovo ordinamento. E noi dobbiamo entrare nell'ordine di idee che se non abbiamo la capacità di interpretare l'interesse generale perdiamo quel poco di prestigio che ci è rimasto.

Io credo che in questo modo il Consiglio stia dimostrando di essere capace di produrre innovazione e giustizia, e lo sottolineo perché il nostro ordinamento regionale, a mio avviso, sta rischiando di subire una mutazione di cui il Consiglio deve farsi carico, sta rischiando di subire una mutazione che forse gode del sostegno della gente, ma che personalmente ritengo ingiusta e pericolosa. Tale trasformazione ha radici lontane e se il Consiglio ha un po' di pazienza vorrei fare qualche cenno storico. La cultura che sta dietro la trasformazione implicita - che io temo - che sta subendo l'ordinamento regionale, nasce, a detta di tutti gli storici, con la riorganizzazione del sistema economico del Cile di Pinochet; prosegue nell'esperienza thatcheriana e reaganiana e, dopo essere partita con chiarissime matrici di destra, ottiene il sigillo della giustizia sociale da sinistra con Tony Blair, oggi icona e modello di molti leader dell'Ulivo, ma certamente non il mio.

Quali sono i contenuti di questa cultura? Spero si veda che mi sta costando molto dire quello che sto per dire, ma penso che sia giusto dirlo. I contenuti di questa cultura sono questi: affermare l'insostenibilità finanziaria del welfare concepito dopo il secondo conflitto mondiale; restituire al mercato e alla concorrenza il ruolo unico di regolatore della competizione economica; semplificare la catena di comando, riducendo, in nome dell'efficienza, le competenze delle assemblee legislative e delle forme della partecipazione, aumentando di converso le competenze e la stabilità degli esecutivi. Il modello teorico è l'impresa e molti Stati sono stati rimodellati sulla facies dell'impresa.

In Italia tutto questo è avvenuto con molta lentezza, ma anche qui da noi il potere è stato dato in forma netta ai sindaci più che ai consigli comunali, ai presidenti delle province più che ai consigli provinciali, ai governatori più che ai consigli regionali, e adesso lo si vuole affidare più al Presidente del Consiglio dei ministri che al Parlamento. Allora io mi domando se anche qui e anche in questa legislatura si voglia applicare questo modello. Mi auguro proprio di no, eppure registro una centralizzazione delle decisioni, un'impropria pressione su tutto il processo legislativo, un restringersi costante del luogo delle decisioni.

Anche rispetto a questa legge, a valle del percorso istruttorio, si sono registratee non soltanto proposte legittimamente e positivamente correttive, ma anche qualche ambizione di rimodellamento e di nuova impostazione, che io ritengo assolutamente ingiusta e ingrata per il lavoro che si è svolto. Mi si dice però che tutto questo è il prezzo da pagare all'efficienza e quindi al vantaggio di tutti. Se così fosse, ci si potrebbe anche ragionare su. Dopo tempi in cui tutto è stato interdetto dalla democrazia, dall'assemblearismo, e ogni decisione bloccata, adesso si dice: "E' importante concentrare la decisione". Secondo me non è vero, praticamente non è vero che la concentrazione del potere e della decisione è più efficiente del sistema democratico e a rete. Non è vero.

Anche qui, diamo uno sguardo al mondo: ha funzionato questa concentrazione? Io penso che siano da ricordare, in primo luogo, i propri punti di partenza ideali. Io sono un cattolico di sinistra, cioè sono un uomo di sinistra, non ateo, non materialista e non laicista, ma di sinistra, cioè interessato alla socialità, come mi risulta essere anche la coalizione che ha vinto le elezioni, per cui giudico da sinistra i risultati del neoliberismo attuato da uomini di destra e di sinistra. Valutiamo insieme i bilanci degli Stati: sono in ordine? Non sono in ordine! Sono più in ordine di quelli dello Stato italiano, ma non sono in ordine. Il risultato del contenimento del debito pubblico spesso si è risolto in una bonifica dei bilanci nazionali, a fronte di un aumento esponenziale dell'indebitamento delle articolazioni periferiche dello Stato e delle famiglie. Sta risultando sempre più evidente l'ipocrisia dell'affermazione della funzione regolatrice e imparziale dello Stato rispetto al mercato. Lo Stato è costantemente schierato a difendere gli interessi forti. Quando in Italia si sono fatte le privatizzazioni, la Telecom è stata acquistata con i soldi della Telecom, a me nessuno consente di comprare un'azienda con i soldi dell'azienda che acquisto. E se non siamo convinti che lo Stato difende gli interessi forti, vorrei sapere perché in quest'Aula non parliamo, una volta tanto, del problema del latte ovino, che è un problema perché non c'è un potere politico che lo difenda, mentre il latte vaccino in Europa è difeso da un grandissimo potere politico, e questo non fa lezione. Quando dissi che la questione latte doveva essere introdotta nello Statuto qualcuno rise, però seconde me è così. Abbiamo assistito ai servizi pubblici trasformati in beni e alla trasformazione del lavoro che doveva diventare flessibile, con un unico grande risultato: un mare di precari indebitati negli USA, in Italia e in Sardegna. La macchina che produce più precari è la Regione e quando questo Consiglio decide di proteggere per esempio i precari dell'ESAF, il commissario dell'ESAF fa il liberista e, con grande rispetto verso questa Assemblea, non assume proprio un atteggiamento di riguardo verso i precari dell'ESAF. Ed è il paradosso: a monte si è attenti alla socialità, a valle si è su altri lidi. Chiedo alla Giunta magari di verificare che vi sia un po' di coerenza tra la politica della Giunta e l'attività del Commissario dell'ESAF.

Da più parti si dice che l'efficienza non è legata alla concentrazione del potere, ma è legata alla legalità, alla trasparenza e all'imparzialità dell'amministrazione. Quando accade questo il sistema funziona. Se dunque il modello della concentrazione del potere non è efficiente, mi domando perché qui da noi, in modo strisciante, si continui a costruire una strettoia univoca della decisione e si ambisca a subordinare a questa ogni processo attivo. Io sono contrario al consolidamento di un metodo, cioè dinanzi a un problema in Sardegna si crea una fase di congelamento e dopo si delega la soluzione alla Giunta. L'ha già detto l'onorevole Cugini, e io sono d'accordo con lui: questo non può essere il metodo ordinario. Tra l'altro c'è anche una difficoltà: che la concentrazione sta producendo un risultato pessimo per la Sardegna in termini di efficienza. I dati della spesa da me richiesti agli uffici competenti: al 31 giugno 2006 l'Assessorato dell'agricoltura ha speso lo 0,37 per cento del bilancio di competenza, neanche l'1 per cento; l'Assessorato del turismo il 4,4 per cento; l'Assessorato dell'industria il 10 per cento; l'Assessorato del lavoro l'11 per cento, gli Assessorati della pubblica istruzione e sanità il 14 per cento. Sono cifre che parlano da sole.

In più si assiste a qualche innovazione amministrativa che lascia perplessi, perché la delibera dell'Esecutivo sullo spettacolo assegna risorse secondo criteri diversi da quelli pubblicati e in base ai quali le domande erano state presentate. Il professor Guido Melis ci dice che il primo rapporto tra il cittadino e l'amministrazione sta proprio nella pratica amministrativa, non perché ce lo dica lui. E se l'Amministrazione prima mi dice che distribuirà le risorse in un modo e poi le distribuisce in un altro modo, domani, quando non avrò potere - come non ce l'ho oggi d'altra parte, è ben chiaro - mi troverò di fronte a un'Amministrazione che risponde alle domande che posso inoltrarle non secondo quanto si è impegnata a fare ma diversamente. Non funziona così!

Queste mie parole probabilmente verranno strumentalizzate dal centrodestra, chiedo ai colleghi di coglierne il senso. Non è uno strumento per la lotta politica, è per ragionare di cose serie. Questa legge che oggi è in discussione parte da una concezione diversa; parte dalla convinzione che si cambia la Sardegna rispettando ed esaltando le libertà e le competenze, in questo caso quelle degli enti locali. La legge è fondata sulla volontarietà dell'adesione dei comuni alle forme di gestione associata; è una legge federalista, in forma un po' inibita, ma è una legge federalista, perché si è anche convinti che essere per la socialità vuol dire spalmare il potere. Non è la legge sulle comunità montane, è la lobby delle comunità montane che sta dicendo che questa è la legge sulle comunità montane! E' la legge che per la prima volta tenta di aggregare i comuni e di indurli a svolgere funzioni associate. E' la legge che dice: "Se ti serve un'istituzione prima domandati quali sono le funzioni utili che puoi gestire insieme per lo sviluppo, poi hai lo strumento istituzionale". E' la legge che dice: "Prima la società, prima la comunità e dopo l'istituzione che la governa". Non parte dagli amministratori e anche noi dobbiamo sottrarci a quest'idea.

I parametri economici: se utilizziamo il parametro economico per creare istituzioni, facciamo una grande istituzione della povertà al netto del periplo della Sardegna. Facciamo una grande istituzione della povertà in Sardegna se usiamo i parametri economici. Non è la comunità montana che produce lo sviluppo della montagna, è la volontà dei comuni di realizzare insieme alcune cose. E lo strumento che è nato, che si adegua a questa cosa, è adeguato, è assolutamente adeguato. Se si parte dalla conservazione delle comunità montane esistenti si fa il percorso inverso; non si parte dalle comunità, si parte da chi le amministra e finalmente si potrebbe dire: "Chi se ne importa di chi le amministra se le cose non funzionano". Non beviamoci le ideologie delle lobby amministrative, ragioniamo a valle e vediamo se funzionano. Funzioneranno in quei territori dove le comunità montane hanno gestito biblioteche, servizi di raccolta di rifiuti e così via; lì funzioneranno benissimo, perché immediatamente faranno un'altra unione dei comuni e questa legge finanzierà non la gestione, ma gli investimenti, l'attività.

In Commissione questo è emerso ed è emerso in una dimensione bipartisan, che non lasciava immaginare il fiume di emendamenti che sono pervenuti. Perché non proviamo a ragionare ancora sulla filosofia generale? Perché non proviamo a fare di questa, che è la prima vera grande legge di riforma, una legge di cui discutiamo parlando dei sardi e non dei sindaci? Parliamo di questo. Perché non ci liberiamo dalla pressione dei comuni costieri che dicono: "Abbassate da 15 a 8 chilometri"? Perché non ce ne liberiamo? Mi riferisco a un emendamento presentato dall'onorevole Cugini, che proviene da un territorio ricco, e che ha detto: "Scusate, se vogliamo valorizzare i piccoli comuni, ma i piccoli comuni entrano in un sistema economico, che è quello delle coste, dove ci saranno i piani dello sviluppo turistico, a Tadasuni chi ci pensa?" Non è uguale a Padru (adesso l'onorevole Corda mi dirà che Padru non va bene!) o a un altro comune. Dobbiamo sottrarci perché se no ogni legge viene smembrata, sfilacciata, si spalmano le risorse e non si ottengono risultati.

Questo è lo schema della legge, ed è uno schema democratico, pensato da persone che ritengono che questo Consiglio faccia le riforme; inizia a farle oggi, ascolta la ragionevolezza delle posizioni, onorevole Moro, e non le costruisce sulla base della posizione ideologica di partenza. Io ascolto sempre quello che si dice se è ragionevole, e mi si deve dare atto che anche in Commissione ho sempre difeso la ragionevolezza. Qui dobbiamo decidere se su cose sostanziali siamo ancora al ping-pong ideologico. Io ci ho rinunciato.

Noi crediamo che i nomi della democrazia siano legalità, trasparenza, imparzialità e partecipazione. Questa è una legge che viene da chi pensa che il thatcherismo sia un errore, per capirci. Questa è una legge che spalma potere, che dà responsabilità, che lega la responsabilità alla solidarietà e alla sussidiarietà. E' una legge pensata da chi crede in questi valori, e sono tanti. Qui dentro, in questo Consiglio, credo che abbiamo tutti a che fare con molte persone più affezionate alla cultura democratica di quanto non si pensi e sicuramente più affezionate a questa cultura che alla nascita e alla morte dei partiti, dei movimenti, o alle nomine. Persone che esigono soltanto di confrontarsi liberamente, serenamente, sulla base della ragionevolezza delle posizioni, che esigono di essere rispettate, non gestite, non inibite, non temute.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cherchi Oscar. Ne ha facoltà.

CHERCHI OSCAR (Gruppo Misto). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori della Giunta, dopo l'intervento dell'onorevole Maninchedda, mi piace ricordare l'immagine dei nani sulle spalle dei giganti. La ricorda, onorevole Maninchedda? Quella immagine di origine medievale, tanto cara agli scienziati di diverse epoche, mi viene in mente non foss'altro perché qui dentro pochi sinceramente riescono a mantenere quello spirito umile, quello spirito critico che ci dovrebbe guidare soprattutto nelle nostre scelte. Noi siamo effettivamente dei nani, questo lo dobbiamo riconoscere, che non possono certamente fare tutto da soli; abbiamo bisogno del sostegno dei giganti, quei giganti che - giusto per parafrasare la scuola dei filosofi di Chartres - non sono certo i nostri predecessori, ma sono la realtà che ci sta intorno, sono il nostro futuro, sono quello che noi dobbiamo attendere come nostro futuro. Invece, ancora una volta, abbiamo la presunzione di essere noi i giganti che da soli hanno la forza e la possibilità di dettare legge, sempre e comunque a discapito di tutti. Questo non è giusto e non è corretto.

Mi fa piacere intervenire dopo il Presidente della prima Commissione, l'onorevole Maninchedda, che ha fatto un'affermazione importantissima, quella di essere un cattolico di sinistra. E al cattolico di sinistra oggi voglio dire quello che, domenica scorsa, dalle pagine de L'Unione Sarda, il grande letterato sardo Francesco Masala ha sostenuto nei confronti del Presidente della Regione: "Renato Soru è un uomo di destra che usa la sinistra". E' un'affermazione che dovrebbe veramente far riflettere.

Ci accingiamo a discutere e a confrontarci su una proposta di legge che è di fondamentale importanza e a cui è legato il futuro delle zone interne della nostra Isola. Parliamo infatti del futuro di piccoli comuni e anche delle comunità montane; comunque il principale argomento della proposta di legge sono le comunità montane, piaccia o non piaccia, anche se poi la parte conclusiva del testo di legge è giustamente articolato in una serie di proposte che mi trovano anche d'accordo. La sensazione, però, è che per l'ennesima volta si sia proceduto con occhi bendati. Ancora una volta siete orientati in una sola direzione, cioè verso il contenimento delle spese. Questa è l'unica politica che fino a oggi si sta realmente portando avanti, e pur di raggiungere questo vostro obiettivo non vi guardate intorno, non vi curate dei sacrifici che là fuori si stanno consumando.

Il principio del riordino, della razionalizzazione a tutti i costi sembra essere ormai il vostro motto, la molla che spinge e accompagna molte delle vostre scelte. Abbiamo già avuto modo di sperimentarlo e nemmeno questa volta ci sono delle differenze. Anche in questa proposta di legge si evince chiaramente qual è il vostro scopo. Per risanare uno status che indubbiamente va rivisto, voi siete pronti a tutto, ma continuate a restare sordi alle voci della gente, che spesso fa appello al buon senso, all'equità e magari vi invita a guardarvi intorno.

Non si può governare con la pretesa di amministrare stando dietro una scrivania, nel chiuso di un palazzo. Mi verrebbe da dire, oggi, che in realtà non è proprio così: ogni tanto si usa anche l'elicottero per fare qualche ricognizione dall'alto! Ma questo credo che non sia un argomento del giorno e comunque sarà l'opinione pubblica a considerare la situazione e a giudicare l'errore, il gravissimo errore politico che è stato commesso, soprattutto da chi ha esperienza, Assessore, giusto? Certo, in questa maniera verrebbe fuori un disegno quasi perfetto, una realtà ideale destinato a restare tale soltanto sulla carta e che già di per sé suona come una contraddizione in termini.

Ora, questa legge di riordino delle comunità montane è proprio così: somiglia tanto a un'idea, quell'idea con la I maiuscola di platonica memoria. Il leit motiv di questo vostro primo anno di amministrazione sembra proprio il voler governare da soli; sembra proprio che voi abbiate scelto di voler governare da soli, ma noi non siamo un'azienda privata che si gestisce in proprio; noi siamo chiamati a governare l'Isola, a cercare di farla crescere, di incrementare lo sviluppo, e non si può andare avanti su questa strada. Allora mi viene spontanea la classica domanda: siete così certi di poter fare a meno del confronto e, perché no, dello scontro con l'altra parte politica, ma soprattutto con le parti sociali? E non solo: avete mai osservato la realtà che vi circonda, ovviamente non con le lenti di chi deve puntualmente e radicalmente rovesciare lo status quo, ma con l'occhio di chi intende effettivamente e concretamente far crescere il territorio e fare gli interessi dei sardi? Non so se poi dall'alto l'avete visto meglio sinceramente! Senza avere la pretesa di salire in cattedra per dare suggerimenti, a me sembra che si stia perdendo una grande occasione. Abbiamo sotto mano una legge che cela una contraddizione di fondo: spesso avete sbandierato - e anche nella vostra proposta di legge è abbastanza chiaro, anzi l'avete addirittura sottolineato - l'importanza delle zone interne, delle realtà minori che rappresentano una vera risorsa per la regione, esprimendo peculiarità, fermenti di iniziative, capacità che devono essere valorizzate e sostenute. Addirittura nella relazione precisate, e leggo testualmente: "Senza di esse non è possibile raggiungere l'obiettivo di uno sviluppo equilibrato e diffuso anche alle zone interne e marginali". Bene, sono parole che non fanno certamente una grinza e che mettono d'accordo sicuramente tutti all'interno di quest'Aula, peccato però che si rivelino solo belle parole, a cui fa da contraltare uno scenario completamente diverso, che di fatto segna la condanna a morte di enti come le comunità montane e di conseguenza una penalizzazione ingiusta e grave per i territori dell'interno, già sacrificati per la loro natura.

A prima vista può senza dubbio, diciamo così, apparire corretta e condivisibile la volontà di mettere ordine e sistemare quegli enti che spesso hanno il sapore di veri e propri carrozzoni politici - questo è vero, bisogna anche riconoscerlo - che di fatto portano poco alla comunità. Però un'analisi più attenta e accurata mostra un quadro sostanzialmente diverso, perché nell'universo delle comunità montane isolane non si possono fare pericolose generalizzazioni e soprattutto non si può pensare a un'ineluttabile tabula rasa. Non tutto va eliminato o modificato, anzi, esistono moltissime realtà che andrebbero assolutamente salvaguardate e potrebbero addirittura servire come esempio. Sembrerò campanilista, forse anche eccessivamente sciovinista, ma mi piace portare alla vostra attenzione le comunità montane dell'oristanese, penso a quella del Montiferru e a quella della Marmilla, giusto per citarne alcune. I servizi promossi da questi enti hanno avuto ripercussioni positive sulla popolazione dei singoli comuni, che probabilmente da soli non avrebbero mai ottenuto gli stessi risultati. Effetti positivi sotto il profilo economico, e faccio due esempi: il Casizolu del Montiferru e il Bue Rosso non hanno certo bisogno di presentazione. Ecco, la promozione, la valorizzazione e la tutela dei prodotti tipici è stata possibile in queste zone grazie anche all'attività della comunità montana, che qui gestisce anche il fondamentale servizio della raccolta differenziata dei rifiuti.

Un altro esempio è la Marmilla, di questa vorrei ricordare il sistema scolastico, rimasto in piedi anche grazie alla costituzione dei consorzi tra i singoli centri. In queste zone, certe scuole hanno potuto continuare a esistere in virtù delle deroghe per il numero degli alunni nelle varie classi previste per i comuni di montagna. Tutto questo rischia però di essere spazzato via, proprio così. I risultati ottenuti con anni di lavoro e di programmazione rischiano di essere mandati in fumo per una legge sottoscritta e che sarà approvata da voi, da questa amministrazione che oggi governa la nostra Isola. E dovrete assumervi pienamente la responsabilità di essere fautori di un arretramento socioculturale. Proprio voi che tanto parlate di valorizzazione delle risorse e delle peculiarità del territorio state cancellando i grandi passi avanti compiuti in queste zone sotto tale profilo. Dico questo perché effettivamente - e lei, assessore Sanna, lo sa benissimo - con i parametri proposti all'interno di questa legge queste comunità montane spariranno, non saranno più possibili e non potranno rimanere in piedi. In aree marginali, isolate, difficili da raggiungere e mal collegate ai centri più moderni e avanzati, le comunità montane sono state capaci di far nascere e accrescere, nel corso del tempo, il senso di appartenenza al proprio territorio. Qui si è sviluppata un'identità fieramente legata alle tradizioni tipiche locali. E adesso vogliamo davvero chiudere gli occhi e far finta che tutto questo non esista, che non sia successo, che le comunità montane non abbiano veramente fatto niente? Non è concepibile che si ignorino queste iniziative e le attività, i servizi offerti e resi da tali enti.

Facciamo attenzione, il riordino delle comunità montane rischia di trasformarsi in un'operazione politica ai danni dei piccoli comuni delle zone marginali. Non solo dell'Oristanese, che ovviamente mi sta particolarmente a cuore, questo è un discorso che abbraccia tutti i confini dell'Isola: dal Nuorese alla zona di Sassari, dalla Gallura fino al Basso Sulcis. Nonostante non si rientri completamente nei parametri previsti dalla Regione, la zona del Basso Sulcis, faccio un esempio, ha un territorio in larga parte montuoso: più del 24 per cento è oltre i 400 metri di altezza, diverse vette superano addirittura i 1.000 metri d'altezza e la superficie forestale ad alto fusto è la più estesa della Sardegna. Ma questo non basta, non permette che vi sia una concezione diversa di montanità da parte vostra.

Se le comunità montane verranno totalmente cancellate si perderà un'opportunità di crescita economica, sociale e culturale per l'intera Sardegna. Basti pensare agli interventi eseguiti nei diversi territori: dalla tutela dell'immenso patrimonio naturalistico montano al recupero ambientale e produttivo di aree depauperate dagli incendi. Ancora, ricordiamo i progetti per armonizzare l'economia turistica dei comuni costieri con quella agrozootecnica e agroalimentare delle zone interne. L'elenco è lungo e si potrebbe continuare con gli esempi, ma credo che non sia necessario, e per voi tanto sarebbe comunque insufficiente.

Non si può essere insensibili e sordi al grido d'allarme che da mesi arriva da quelle terre e che ultimamente si è fatto ancora più acuto. Come è possibile non fermarsi a riflettere? Si rischia di annullare, in un colpo solo, un patrimonio che potenzialmente può svilupparsi ancora di più. La vostra legge rischia di ritorcersi contro le popolazioni di aree già depresse, ma che non le comunità montane possono prendere una boccata d'ossigeno e, addirittura, anche se a piccoli passi, crescere. Invece si rischia di perdere importanti risorse finanziarie, ministeriali, in territori che non possono certo permettersi di dire "no, grazie" a nessun contributo.

Non si può certo, con un metro o con un livel[s1] lo, sindacare sistematicamente e decidere della sopravvivenza o meno delle comunità montane. Avete ragionato in termini di altimetria, senza considerare che nella nostra Sardegna non possono certamente valere i discorsi e le valutazioni di altre regioni. Qui non abbiamo grosse montagne ma, come la gente di quei territori ci ha insegnato, un comune può essere considerato montano anche quando è vicino al livello del mare. E questa è la storia della Sardegna, questa è la nostra storia. Ora non stiamo cadendo in contraddizione; qui i parametri sono diversi e dobbiamo tenere conto dello sviluppo o forse, dovrei dire, del sottosviluppo di certe zone, di problemi quali lo spopolamento, la dispersione scolastica, il disagio sociale, le difficoltà nella viabilità e nei trasporti. Oltre a questo criterio altimetrico, più consono forse a uno studio tecnico che a un'aula di amministratori, non convince nemmeno il principio di volontarietà, per cui i comuni individuano autonomamente gli ambiti territoriali e le forme per l'esercizio associato delle funzioni e dei servizi. In altri termini, avete previsto che anche per le comunità montane la nuova dimensione organizzativa sovraccomunale sarà determinata dall'autonoma volontà dei comuni e dalla loro capacità di aggregazione e cooperazione. E francamente qui i dubbi non mancano. Non mi sembra che con questi presupposti si possano superare campanilismi che finora si era riusciti a mettere da parte.

Alla luce di quanto ho appena esposto e degli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto, ma soprattutto in base alla conoscenza diretta che ho della realtà a me più vicina, ripeto, senza campanilismo, quella oristanese, propongo ai colleghi che hanno presentato la proposta di legge, che hanno partecipato ai lavori della prima Commissione e alla Giunta di fare alcuni passi indietro e di riflettere su quello che stiamo per approvare. Non possiamo, chiaramente, azzerare l'intero sistema, allora costruiamo, creiamo una legge più aperta e vicina alle richieste della popolazione. Come? Io ho proposto una serie di emendamenti, onorevole Maninchedda, non perché volessi differenziarmi dal bipartisan, ma perché noi consiglieri regionali non partecipiamo a tutte le Commissioni, quindi ognuno di noi ha le sue proposte, le sue idee e soprattutto le istanze che vengono direttamente dai cittadini da portare avanti, e gli emendamenti generalmente vengono suggeriti dagli stessi cittadini. Dicevo che ho proposto una serie di emendamenti per la costituzione di comunità montane composte da comuni montani e parzialmente montani, con popolazione non inferiore ai 10.000 abitanti. Mi rendo conto che si sta riducendo un limite previsto da voi, ma è l'unico modo per non condannare a morte istituzioni che si sono rivelate preziosissime per la nostra realtà. Non è una questione di soldi, di sprechi o altre elucubrazioni demagogiche. Qui sono in gioco interessi veri, le esigenze più intrinseche di zone che non possono essere dimenticate o tenute come oasi protette. Si tratta di aree vive che meritano assolutamente di continuare a rappresentare le loro tradizioni e peculiarità, crescendo e sviluppandosi insieme a noi, questo bisogna anche dirlo. E' nostro compito favorire questa tendenza con politiche lungimiranti e oculate, non scrivere la parola fine su quegli enti e condannare queste particolari realtà, espressione di una genuina identità sarda.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Giuseppe Cuccu. Ne ha facoltà.

CUCCU GIUSEPPE (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, signori Assessori, onorevoli colleghi, in premessa voglio fare una precisazione: questa è una proposta di legge che scaturisce da un lungo lavoro della prima Commissione. E' frutto del confronto tra chi ha cercato e voluto quel confronto. E' difficile confrontarsi con chi il confronto non lo vuole e non lo cerca. Oggi ho avvertito in alcuni interventi il lamento per un confronto mancato, ma io mi domando: perché in Commissione non si cerca il confronto? Non vorrei che questo lamento fosse un alibi per tirarsi fuori dal percorso delle riforme che stiamo seguendo in questa legislatura. Lascio questa considerazione come invito a continuare a cercare anche ostinatamente il confronto.

Passando, invece, al merito dell'argomento all'ordine del giorno, la presente proposta di legge, che per brevità o comodità spesso è stata definita di riordino delle comunità montane, in realtà si pone obiettivi molto più ambiziosi. Nella sua prima parte si propone, in sintesi, di mettere a sistema una serie di misure, che tenendo conto del mutato assetto istituzionale, riconducano a un quadro organico le forme associative che i comuni devono avere a disposizione per poter gestire congiuntamente una pluralità di funzioni e anche per organizzare la promozione e lo sviluppo economico dei propri territori. Pertanto la proposta di legge non tratta solo delle comunità montane, ma definisce, in un quadro organico di riferimento, il ruolo e gli incentivi per le unioni di comuni e per le altre forme associative di cui gli enti locali si sono dotati in questi anni.

Per quanto attiene alle comunità montane, a mio avviso esse devono continuare a esercitare il ruolo per le quali sono nate, e cioè farsi promotrici e organizzatrici delle politiche della montagna necessarie per far fronte agli ostacoli che l'ambiente montano pone allo sviluppo economico del territorio di riferimento, mantenendo quindi le loro funzioni. Le comunità montane sono definite, in questa proposta di legge, in sintonia con quanto disposto dal testo unico degli enti locali, unioni di comuni, costituite da comuni montani che vi aderiscono su base volontaria. Questa è l'altra grande innovazione che va incontro anche alla riforma del Titolo V della Costituzione, che mette sullo stesso piano Regioni ed enti locali. Enti locali che in questi anni hanno dimostrato di essere in grado di ottenere risultati spesso eccellenti. Mi riferisco, in particolar modo, alle esperienze esaltanti di alcuni consorzi, grazie ai quali i comuni associandosi sono stati in grado di gestire dei servizi in modo efficace e senza costi aggiuntivi - questo è un altro elemento qualificante -, anzi realizzando economie ed evitando di creare sovrastrutture inutili. Sono stati in grado, quindi, di gestire servizi e funzioni che diversamente non avrebbero potuto garantire ai propri cittadini, e nel caso del Consorzio turistico Sa Corona Arrubia sono stati in grado di far uscire dall'anonimato un territorio povero, creando una speranza di riscatto e di sviluppo per le popolazioni della Marmilla. Queste esperienze positive non devono andare disperse, pertanto nel quadro amministrativo di riferimento che dobbiamo creare con questa legge, devono trovare collocazione, con la stessa dignità delle comunità montane e delle unioni dei comuni, anche queste forme associative che già esistono e che spesso operano bene.

La seconda parte della proposta di legge è, a mio avviso, la più qualificante perché contiene norme dirette a migliorare le condizioni di vita nelle aree a disagio insediativo. E' un tentativo importante, è un segnale di attenzione nei confronti delle zone interne della Sardegna; zone interne con disagio insediativo che sono presenti in tutto il territorio regionale, non solo in alcune parti. Questo tentativo nasce dalla consapevolezza e dalla convinzione che queste aree dispongano di grandi potenzialità turistiche: dalle produzioni tipiche dell'agroalimentare e dell'artigianato alle notevoli e inestimabili risorse culturali e ambientali. Nasce anche dalla convinzione che sia necessario e indispensabile mantenere un'armonica distribuzione delle popolazioni su tutto il territorio regionale e che la stessa costituisca una ricchezza, per quello che rappresenta in termini di garanzie per il mantenimento del nostro sistema sociale e culturale e per la conservazione del territorio, e sia condizione indispensabile per garantire lo sviluppo economico di quei territori.

La politica deve porsi l'obiettivo di trovare gli strumenti per frenare il progressivo spopolamento e impoverimento di vaste aree della nostra Isola. Registriamo nelle zone interne numerosi comuni che sono a rischio progressivo di estinzione. Tale spopolamento fa sì che la Sardegna sia diventata una regione ad alto rischio geologico, nella quale si ripetono, ormai con cadenza quasi annuale, fenomeni che hanno la natura del disastro ambientale, dovuti in buona misura anche all'incuria e all'abbandono delle campagne. E' una situazione che scaturisce dalla mancanza di manutenzione, attività che storicamente veniva svolta dagli agricoltori, che oggi non trovano più conveniente lavorare la terra e pertanto non presidiano la campagna.

Il disagio dei nostri piccoli centri rischia di diventare sempre più profondo, con la progressiva riduzione dei servizi rivolti ai cittadini (stanno venendo meno i presidi, gli uffici postali, le scuole, le banche, i servizi sanitari), a cui si accompagna ovviamente, di conseguenza, lo scarso interesse all'insediamento di attività commerciali e artigianali. Venendo meno questi servizi vengono meno anche le condizioni minime di vivibilità dei nostri comuni. Prima di mettere su famiglia i nostri giovani devono badare ai servizi che avranno a disposizione per i loro figli. Ecco perché questa proposta di legge, nella seconda parte, ha l'ambizione di mettere in rete una serie di iniziative, ancora insufficienti, a onor del vero, ma è comunque un buon inizio, un segnale per cercare di imprimere un'inversione di tendenza allo spopolamento.

Dicevo che questo è il primo tentativo di mettere in rete una serie di iniziative in grado di fare sistema nelle zone interne a maggiore disagio insediativo, per far sì che pian piano diventi, se non conveniente almeno agevole abitare in un piccolo comune per esempio della Marmilla, dell'Ogliastra o del Barigadu. Noi dobbiamo dare la possibilità a questi territori di sopravvivere creando le condizioni perché possano competere con i territori più ricchi della nostra Isola.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Biancareddu. Ne ha facoltà.

BIANCAREDDU (U.D.C.). Signor Presidente, colleghi, questa proposta di legge rientra tra le varie proposte di riforma, o meglio di pseudoriforma, che questa maggioranza e questa Giunta vogliono dare l'impressione di fare. Siamo partiti con alcuni commissariamenti, come quelli degli enti turistici, e la riforma è consistita nel sostituire un commissario nominato dal centrodestra con un commissario nominato dal centrosinistra, con la differenza che ora negli enti turistici non si fa neanche quel minimo di attività che si faceva prima. Questa è già una riforma!

L'altra riforma è stata quella di decapitare i consigli d'amministrazione e la gestione autonoma dei bilanci di alcuni enti strumentali, cosicché da tre consigli di amministrazione se ne è costituito uno e invece di pagare nuovi stipendi se ne pagano tre, però non si è riformato nulla, perché la riforma delle funzioni, delle competenze e della gestione dell'ente è ancora rimandata. Quindi queste riforme sono più che altro dei sistemi eufemistici per tagliare la testa ad amministratori nominati da altri, il che può essere condivisibile, basta dirlo in termini chiari.

Poi si è arrivati alle comunità montane, e a questo proposito approfitto della parola che il Presidente mi ha dato per chiarire qual era lo spirito della proposta di legge che presentai quando ebbi la fortuna e l'onore di ricoprire il ruolo di Assessore degli enti locali. L'Assessore degli enti locali generalmente ha il dovere di applicare le leggi, non di disattenderle e tanto meno di approvarle, le può solo proporre.

La legge numero 4 del 1997, approvata dal Consiglio regionale quando noi eravamo in minoranza, all'articolo 2 stabiliva che l'unico ente intermedio tra la Regione e il Comune era la Provincia, quindi abrogava in maniera chiara ogni possibilità di istituire o lasciare in piedi enti intermedi diversi dalle province. Questo perché? Perché si era fatta una scelta precisa, almeno in Sardegna, quella di costituire otto province. E il legislatore di allora aveva ritenuto più che sufficienti otto province per gestire anche le funzioni oggi svolte dalle comunità montane. Quindi non vi era un intento persecutorio nei confronti delle comunità montane, vi era una scelta del legislatore che individuava nella provincia - e noi abbiamo costituito province con 50.000 abitanti - proprio quell'ente intermedio che doveva assolvere tutte le funzioni, comprese, ripeto, quelle che oggi svolgono le comunità montane.

Quando ero Assessore dovetti controllare i bilanci delle comunità montane e risultò che tredici su venticinque come enti privati sarebbero stati in dissesto finanziario. Telefonai al Direttore generale del Ministero dell'interno per sapere, qualora avessimo soppresso le comunità montane, a chi sarebbero andati i fondi per la montagna, e lui mi disse: "Basta che mettiate in legge che quei soldi vanno alle province e andranno alle province, c'è già il precedente della Sicilia". Così è stato. Ma noi andammo oltre, perché nella mia proposta di legge c'era scritto che, una volta soppresse le comunità montane, le province avrebbero individuato, ciascuna nel proprio ambito, i comuni montani che potevano associarsi in unioni di comuni senza consigli di amministrazione, assessori e presidenti, cioè unioni tra sindaci e quindi a costo zero, verso le quali canalizzare le risorse, eliminando così le discrasie di Porto Cervo e Arzachena, che asfalta la strada per andare al molo vecchio coi soldi della comunità montana, o Bortigiadas che invece non ha illuminazione in certe zone, perché la quota della comunità montana che gli spetta non è sufficiente neanche per avere la luce.

Difficilmente si poteva non essere d'accordo su questi principi, invece il tutto fu strumentalizzato dicendo che io ero contro i comuni montani, che bisognava aiutare i comuni poveri e così via.

CUGINI (D.S.). Ti hanno tolto l'Assessorato e ti hanno mandato a casa!

BIANCAREDDU (U.D.C.). Non solo per quel motivo, altrimenti sarebbe stato nobilitante.

L'altro aspetto è la valutazione del compito delle comunità montane al momento della loro istituzione. Il compito primario era quello di evitare lo spopolamento delle zone interne, invece dal 1971 ad oggi è avvenuto proprio ciò che le comunità montane avrebbero dovuto evitare, cioè l'avvantaggiarsi dei comuni costieri e un impoverimento costante dei comuni dell'interno. Credo che nemmeno questo possa essere negato da chi vuole criticare la mia proposta. Allora, le antinomie e le discrasie non ci sono solo in Gallura, collega Cugini, perché anche Quartu, Bosa e Villasimius sono in comunità montana, e invece Laerru ne è fuori, chissà per quale gioco di altimetrie o per quali acrobazie parametriche! Così come sono acrobazie quelle che si vogliono introdurre in questa legge. Cosa vuol dire che se un comune è marittimo ma ha un picco di 600 metri diventa montano? Meno male che Tavolara credo non superi i 520 metri, altrimenti verrebbe ripescato anche il comune di Olbia! Cosa vuol dire che se un comune è ad altitudine zero ma è situato tra comuni montani diventa montano anch'esso? Quindi viene sopraelevato!

Poi ce n'è un'altra: se un comune confina per il 60 per cento con un comune montano diventa anch'esso montano. Secondo me arriveremo a includere ancora tanti comuni tra le comunità montane, le quali passeranno da venticinque a trenta! Abbiate almeno il coraggio di dire cosa volete fare. Se volete fare una legge che individui i comuni montani dove veramente c'è bisogno di canalizzare questi fondi e li distingua da quelli che montani non sono, allora sì che potrà esserci tra noi un accordo o una convergenza di vedute. Se invece volete scrivere barzellette come questa, e introdurre deroghe perché ciascuno ha un comune da salvare o perché un assessore di un comune che montano non è non sarà più in giunta, allora la riforma ve la fate voi e pazienza, sotto a chi tocca prendersi le responsabilità ovvero evidenziare le magagne, le antinomie e le barzellette.

Questo, collega Cugini, è un messaggio di apertura, perché se vogliamo fare una riforma che veramente distingua Bortigiadas da Arzachena la facciamo insieme; se invece vogliamo fare una riforma secondo cui Bortigiadas è comunità montana in prima battuta e Arzachena entra dopo perché ha comprato un pezzo del territorio di Sant'Antonio con un picco di 600 metri, allora non ne parliamo più. A questo punto sarebbe meglio approvare la mia proposta di legge, che mi riservo di reintrodurre con un emendamento nel pomeriggio, così almeno potremo dire di aver applicato la legge numero 4 del 1997, che stabilisce che l'unico ente intermedio tra la Regione e il Comune è la Provincia. E se volessimo disapplicare quella legge sarebbe opportuno prevederne l'abrogazione, perché non si può lasciare in piedi una legge che dice che l'unico ente intermedio è la provincia e poi farne un'altra che magari sopprime due o tre enti, ma lascia in piedi tutti gli altri. La ringrazio, Presidente.

PRESIDENTE. Con l'intervento del collega Biancareddu terminano i lavori della mattinata. Il Consiglio è convocato per questo pomeriggio, alle ore 17. La prima iscritta a parlare è la consigliera Corrias.

La seduta è tolta alle ore 13 e 15.


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