Seduta n.133 del 18/10/2005
CXXXIII Seduta
(Pomeridiana)
Martedì 18 Ottobre 2005
Presidenza del Presidente Spissu
indi
del Vicepresidente Fadda
indi
del Presidente Spissu
La seduta è aperta alle ore 16 e 47.
CASSANO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta di mercoledì 5 ottobre 2005 (128), che è approvato.
PRESIDENTE. Colleghi, questa sera sono previsti gli interventi dei Presidenti dei Gruppi.
Il primo iscritto a parlare è il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.
LADU (Fortza Paris). Presidente, io parlo sull'ordine dei lavori perché non è possibile iniziare la seduta mentre è ancora in corso, in un'altra ala del palazzo, una conferenza stampa. Io svolgerò il mio intervento, una volta conclusa la conferenza stampa perché preferisco che anche il Presidente della Regione sia presente ai nostri lavori.
PRESIDENTE. Consigliere Ladu, sarà il Presidente a decidere se partecipare o meno ai lavori.. La seduta era convocata per le ore 16 e 30, la conferenza stampa è stata autorizzata, come altre ne abbiamo autorizzato, in orari non coincidenti con il lavoro dell'Aula, quindi noi proseguiamo. Il fatto che l'Aula lavori può essere un motivo per accelerare la conclusione della conferenza stampa.
LADU (Fortza Paris). Presidente, chiedo comunque una breve sospensione di dieci minuti.
PRESIDENTE. La seduta è sospesa per cinque minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 16 e 50, viene ripresa alle ore 17.)
PRESIDENTE. Colleghi, ricordo che l'ordine del giorno reca la continuazione della discussione sulle dichiarazioni della Giunta sulle riforme statutarie e di organizzazione, ai sensi dell'articolo 120. Stasera sono previsti gli interventi dei Capigruppo che concludono la discussione. E' iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.
LADU (Fortza Paris). Signor Presidente, Assessori, colleghi e colleghe, il cammino delle riforme nella nostra istituzione regionale sta iniziando male, segnato da innumerevoli polemiche, anche nella stessa maggioranza e da una serie di elementi negativi... Ma, Presidente, io continuo a chiedermi se...
PRESIDENTE. Consigliere Ladu, lei continui il suo intervento, ci penso io a richiamare l'attenzione dei colleghi, anche di quelli che disturbano e chiacchierano.
LADU (Fortza Paris). Il fatto è che so essere ancora in corso la conferenza stampa.
PRESIDENTE. Onorevole Ladu, la conferenza stampa non è un problema perchè lei, rispetto ad altri momenti vissuti in quest'Aula, sta sicuramente ottenendo un'attenzione maggiore. I colleghi sono qui, chi c'è perlomeno significa che vuole esserci. Prego onorevole Ladu, continui il suo intervento.
LADU (Fortza Paris). Signor Presidente, effettivamente questa è la dimostrazione che questo Consiglio non conta nulla, a causa di una serie di atteggiamenti negativi assunti dai partiti che sostengono la Giunta regionale; ma in primo luogo vi è la mancata partecipazione delle forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, ai lavori preparatori per la predisposizione del testo.
PRESIDENTE. Onorevole Ladu, se i suoi colleghi girano tra i banchi e parlano, ci penso io a richiamarli, ma lei non si interrompa ogni due minuti. Svolga il suo intervento che viene registrato e sentito da chi lo vuol sentire. Io sto ascoltando e con me tutti gli altri colleghi. Prego,onorevole Ladu, continui.
LADU (Fortza Paris). Presidente, io voglio comunque rimarcare che non è corretto che lei autorizzi conferenze stampa durante i lavori del Consiglio. Anche questo dimostra effettivamente poca attenzione nei confronti del Consiglio medesimo.
Dicevo, il motivo per cui nasce male questa riforma è la mancata partecipazione delle forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, ai lavori preparatori per la predisposizione del testo della legge di riforma, con l'aggravante di una totale assenza di concertazione con le forze economiche e sociali della nostra Isola.
La maggioranza di governo della Regione deve responsabilmente prendere atto di questo se vuole imboccare la strada giusta. Ma ciò che è più grave è che questo progetto di riforma, per la prima volta nella storia autonomistica, non è passato attraverso la Commissione competente; si tratta quindi di una riforma calata dall'alto, imposta e fondamentalmente non condivisa. D'altro canto non si spiegherebbe altrimenti quel fenomeno che ho avuto modo di definire di strabismo politico, con Soru e i suoi portatori d'acqua che guardano da una parte ed ampi strati dalla maggioranza che sostiene la Giunta che guardano dalla parte opposta.
Il primo appunto che si potrebbe muovere a questa legge fondamentale della Regione Autonoma della Sardegna e al modello organizzativo regionale che prospetta riguarda la clamorosa mancanza di riguardo nei confronti del nostro Parlamento regionale, indice di totale insofferenza nei confronti della massima istituzione della Sardegna. Il presidente Soru ha infatti evitato con cura di considerare le proposte giacenti nelle Commissioni competenti sia in materia di riforma elettorale che di forma di governo, proposte che comunque hanno il pregio di riequilibrare evidenti storture che tutti oggi riconoscono, per esempio in materia di legge elettorale; storture che oggi ci hanno consegnato una Assemblea formata da una pletora di 85 consiglieri regionali e un Consiglio ostaggio di un Presidente che ne può decidere le sorti a suo piacimento.
Riconosco su questo errori ed inadempienze che riguardano la passata legislatura e sulla base di questa esperienza l'impegno deve essere forte e convinto.
Entrando nel merito, un primo grido di allarme va lanciato perché, nonostante le persistenti assicurazioni, nella proposta avanzata dalla Giunta regionale il ruolo del Consiglio viene ulteriormente delegittimato fino al punto che sembrerebbe si voglia relegarlo ad una sorta di filiale amministrativa dell'esecutivo regionale; sembrerebbe infatti che l'unica preoccupazione del presidente Soru sia quella di regolare i rapporti di forza fra la maggioranza e l'opposizione all'interno del Consiglio, non di stabilire invece quali siano i ruoli e gli ambiti che ciascuna istituzione deve rappresentare nel rispetto di un'etica democratica e parlamentare stabilita dal nostro ordinamento costituzionale e dallo Statuto regionale.
Questo deve essere un punto centrale, il punto di partenza della riforma la governabilità si identifica non tanto con la durata di un governo quanto nel porre in essere ed espletare tutta una serie di azioni politiche nel pieno rispetto degli ambiti e dei ruoli che a ciascuna istituzione competono; una serie di azioni che consentano di trovare soluzioni per affrontare e risolvere le problematiche legate al governo della nostra Regione.
Se invece si prende in esame l'articolato nella parte dedicata alle funzioni del Presidente della Regione si capisce qual è l'intento di fondo o, per meglio dire,qual è la filosofia politica che sottende la proposta di riforma del presidente Soru; si tratta infatti di una riforma fatta a sua immagine e somiglianza tanto che potremmo definirla "a misura di Soru".
Il Presidente diventa il dominus della politica regionale, nomina e sfiducia gli Assessori, ne determina gli incarichi, attribuisce le funzioni di vicepresidente dando una semplice comunicazione al Consiglio, il quale ha solo la facoltà di esprimere dei pareri motivati sugli Assessori nominati; pareri che evidentemente non sono vincolanti nei confronti del Presidente che si arroga testè anche il diritto di limitarsi alla semplice illustrazione del programma che dovrà caratterizzare la sua azione di governo nel corso della legislatura, senza ottenere un voto di fiducia da parte dell'Aula e quindi senza una reale legittimazione democratica.
Nella bozza di proposta viene inserito quello che io definisco il cuore della riforma, sotto l'egida politica del risparmio tanto cara al presidente Soru, con la riduzione al massimo ad otto degli Assessori componenti l'esecutivo regionale. Per la verità si ha notizia di una prima stesura nella quale il presidente Soru pare volesse portare a quattro il numero dei componenti della Giunta. Qualche estemporaneo intervento esterno ha ridotto Soru a più miti consigli e il numero è lievitato.; Speriamo quindi che questi tagli non facciano la stessa fine di quelli delle auto blu; tutti sappiamo come sta funzionando attualmente questo sistema, cioè che lo spreco per quanto riguarda le auto blu pare sia aumentato rispetto alle passate legislature.
Proseguendo nell'esame vediamo che il Presidente della Regione, per il conseguimento di specifici obiettivi, ha la facoltà di nominare appositi delegati i cui compiti e la cui durata temporanea sono stabiliti nell'atto di nomina.
C'è da chiedersi che ruolo abbiano effettivamente questi cosiddetti appositi delegati; sono per caso degli assessori senza portafoglio? O invece sono delle figure ibride, create magari al solo scopo di premiare delle personalità politicamente vicine al presidente di turno? Come al solito il presidente Soru da una parte taglia per apparire un novello moralizzatore dei costumi e dall'altra di rimpiatto restituisce il maltolto, tanto che alla fine dei conti la Regione continua a spendere le stesse cifre sotto voci diverse, mentre i fondi destinati ai settori produttivi e allo Stato sociale vengono pesantemente ridotti.
Per quanto riguarda le modalità di elezione del Consiglio regionale si prevede il sistema elettorale maggioritario; anche su questo punto voglio conoscere le posizioni della maggioranza, ad esempio qual è la posizione del Partito Comunista in quest'Aula per quanto riguarda questa proposta? A me pare che sia importante garantire la governabilità ma senza affossare il pluralismo democratico; si parla inoltre di incompatibilità fra l'ufficio di assessore e quello di consigliere regionale. Mi chiedo se è ancora opportuna questa norma sulla incompatibilità. Io non credo che abbia dato buoni frutti, credo che invece chi è premiato dal voto degli elettori debba avere la possibilità di coprire anche incarichi assessoriali.
Questa proposta, avanzata dalla Giunta regionale, un risultato comunque lo ha sancito certamente: quello di aver ribadito l'affossamento della via democraticamente scelta nella passata legislatura con l'istituzione di un'Assemblea costituente per la redazione del nuovo modello di Statuto regionale. Una strada che avrebbe portato certamente al massimo coinvolgimento di tutte le componenti politiche, sociali, culturali, economiche nella stesura di una nuova Carta statutaria della Sardegna; un nuovo Statuto che, all'interno della Repubblica italiana federale, avrebbe sancito la sovranità dell'Isola e avrebbe impostato il nuovo modello di sviluppo per il raggiungimento del benessere e della prosperità del nostro popolo.
Nell'ascoltare alcuni interventi, anche questa mattina, ho constatato che alcuni dei più convinti assertori delle scelte operate nella scorsa legislatura oggi si sono spostati su posizioni diverse o forse, per meglio dire, su posizioni di governo. Certo, noi ci aspettavamo una posizione diversa da tutti quelli che nella passata legislatura avevano sostenuto questo progetto di riforma. Per questo motivo noi confermiamo la nostra sfiducia nei confronti della Consulta che tende ad essere più un organismo elitario che non un organismo a più ampia partecipazione popolare. Ed è su questo tema che ci confronteremo e si confronteranno le varie tendenze riformiste che oggi, a parole, tutti sembrano voler abbracciare ma che nei fatti ancora pochi praticano. Non si può procedere ad una seria e incisiva opera di riforme se prima non si scrivono, nella più ampia condivisione, le norme fondamentali della vita di un popolo.
Sullo Statuto noi faremo una battaglia politica, non solo di principio, ma reale e sostanziale, anche se ci rendiamo conto che all'interno di un Consiglio poi bisognerà prendere atto di determinate situazioni, però noi questa posizione la difenderemo fino in fondo, la difenderemo perché, in una realtà dove l'Europa per noi sardi costituisce non più un'entità lontana ma una realtà con la quale dobbiamo confrontarci, forti di uno Statuto regionale che ci riconosce il diritto di rappresentarci come popolo, la Carta statutaria costituirà perciò la norma fondamentale sulla quale basare le antiche aspirazioni del popolo sardo di libertà, di pace, di fratellanza e di sviluppo.
Di tutto questo, signor Presidente, nel suo progetto di riforme non si intravede un solo barlume. Un progetto, quello che lei vorrebbe venisse approvato, tutto basato sostanzialmente sulla volontà di organizzare la Regione sarda secondo una filosofia aziendalistica, verticistica e centralistica. Tutto questo ha attinenza con la storia autonomista della Sardegna - mi chiedo - con quanto i padri dello Statuto sardo volevano ottenere nella loro nobile battaglia politica per l'affermazione del diritto dei sardi all'autogoverno? E' presente nella proposta una forma subdola di neocentralismo regionale che impedisce ai territori di svilupparsi autonomamente, di ricercare modelli di crescita economica rispettosi delle realtà storiche e culturali, di interloquire con la Regione con pari dignità. Insomma, tutto quello che noi sardi da sempre lamentiamo nei confronti del Governo di Roma, appunto centralista e lontano, lei vorrebbe pedissequamente applicarlo in Sardegna, trasformando la Regione in una orribile macchina burocratica accentratrice.
Lei, Presidente, anche se non c'è, mi rivolgo agli Assessori e in questo caso al Presidente del Consiglio, ha anticipato alcuni principi fondamentali della legge statutaria; il Presidente ha parlato di sovranità, servitù militari, di difesa dell'identità e della lingua sarda, di politiche fiscali (so che la conferenza stampa che sta tenendo ancora in questo momento riguarda la materia fiscale, la continuità territoriale e l'isolamento); le sue sono considerazioni giuste, direi giustissime ed ovvie, bisogna però imboccare la via maestra per cambiare davvero il sistema.
La politica dei proclami non serve, la Sardegna è ferma a circa un anno e mezzo fa, alla data di insediamento di questo Consiglio; non c'è un solo settore della nostra economia che abbia dato segni di ripresa. Quale sarà, a questo punto, l'atteggiamento della maggioranza? Manterrà l'impegno di coinvolgere realmente l'opposizione, visto che stiamo parlando di riforme che devono avere la garanzia della durata, se fatte in modo serio? Noi lo speriamo, altrimenti intravediamo un limite di democrazia quando si consideri che non solo l'opposizione ma tutte le forze economiche, produttive, sociali e culturali della Sardegna, sono state escluse dalla concertazione in una materia così delicata e complessa che riguarda il futuro di tutti i sardi.
Non si può gridare allo scandalo e stracciarsi le vesti a Roma e poi in Sardegna assumere atteggiamenti peggiori di quelli che si vorrebbero contrastare! Noi, per fare qualche passo in avanti sul terreno delle riforme, ed anche per rispondere ad alcune sollecitazioni, ad alcuni interventi della maggioranza, invece riteniamo che sia opportuno il ritiro di questa proposta, una proposta che è della Giunta regionale e non del Consiglio. Proponiamo il ritorno del confronto in Commissione perché le riforme riteniamo debbano entrare dalla porta e non dalla finestra proprio perché, vista l'urgenza, vogliamo accelerare i tempi. Chiediamo che vengano indicate le priorità da parte della maggioranza; quale riforma affrontare per prima, perché non credo che si possano esaminare tutte queste proposte assieme, bisogna vedere e capire se deve avere la priorità la legge elettorale, la legge statutaria, la legge di riordino. Ecco, su questi temi noi ci potremmo confrontare anche da questa sera, bisogna capire però se la maggioranza è d'accordo su tutto questo. Vuole solo parlare di riforme questa maggioranza, senza poi metterle in atto? Vedi quanto è successo per il Consiglio delle autonomie, oppure per la stessa Consulta.
Noi, come Fortza Paris, siamo pronti ad affrontare la stagione delle riforme, da subito. Allora, se vogliamo essere operativi, dobbiamo indicare tempi, modalità e percorsi.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.
BALIA (Gruppo Misto). Signor Presidente, mi si consenta subito un'osservazione che discende in maniera abbastanza naturale dalla portata dell'ultimo intervento, quello dell'onorevole Ladu, che mi pare continui ad essere permeato da una notevole confusione. Si continua infatti a parlare di riforma calata dall'alto e l'onorevole Ladu continua, scusami Silvestro, nella sostanza a riferire l'intervento esclusivamente ad una parte, che è una piccola parte, di tutta la riforma alla quale la Giunta regionale ha dedicato la propria attenzione, sulla quale ha lavorato, ma che non ha ancora nemmeno provveduto ad approvare, almeno per quanto noi ne sappiamo. Una proposta, come ha dichiarato la Giunta, con l'intervento chiaro, esplicito in questo senso fatto dal Presidente e più volte rimarcato in questa ma anche in altre occasioni dall'assessore Dadea, aperta, una proposta all'attenzione del Consiglio regionale, una proposta che il Consiglio regionale può modificare in tutte quelle parti che riterrà opportuno modificare.
L'errore maggiore è quello però di limitare la disamina quasi esclusivamente a quegli aspetti quando noi abbiamo invece in campo tutta la materia delle riforme di tipo istituzionale e quindi statutario. In tutti noi c'è una naturale consapevolezza di avere una impalcatura istituzionale ormai invecchiata, desueta, sicuramente superata, e quindi c'è la consapevolezza di dover procedere a chiarirci quali regole, quale filo conduttore deve sottendere riforme istituzionali di questa portata. Per fare questo occorre caparbietà, determinazione, volontà, do per scontata, e a volte scontata non è, naturalmente la conoscenza della materia, ma occorre anche una forte tensione ideale ed etica. Ecco, se la tensione ideale ed etica dovessimo misurarla, l'onorevole Ladu giustamente se ne lamentava, in base all'attenzione che di tanto in tanto viene prestata, potremmo dire che è piuttosto bassa. Se però dovessimo misurarla in relazione alla partecipazione, intesa come numero di interventi, bè, allora il risultato non è certamente deludente ma è importante.
Gli interventi si sono susseguiti numerosi, confermano la volontà da parte del Consiglio regionale di dare avvio a questo nuovo itinerario destinato a segnare, non per oggi e basta, ma per oggi e per molti anni del futuro (sono riforme che dispiegano lunga efficacia nel tempo essendo materia alla quale non si mette mano né ogni anno ma neanche ogni legislatura), la vita istituzionale ma anche i diritti del popolo sardo.
Ecco, noi siamo partiti come maggioranza da una consapevolezza, la consapevolezza che, per quanto possibile, le riforme non le può disegnare, non le può predisporre, non le può definire e votare una sola parte, quella di maggioranza, ma la maggioranza vuole, al riguardo, aprire un dialogo costante, permanente sino alla definizione della materia con tutte le opposizioni. Quindi nessuna forma di arroganza, nulla di definito, nessuna supponenza, nessuna prevaricazione ma un filo dialettico permanente attraverso il quale dovremmo essere capaci di disegnare un sistema di regole il più condiviso possibile e quindi il più unitario possibile. Ma la condivisione non la dobbiamo ricercare solo a livello formale, cioè solo a livello di strumenti da utilizzare; per certi versi il problema degli strumenti da utilizzare ha fatto parte di dibattiti già della passata legislatura ma ripresi anche in questa, soprattutto per quanto riguarda lo Statuto.
Badate, io riconosco che lo strumento dell'Assemblea costituente, ma non intendo poi soffermarmi più di tanto sullo strumento, esercitava sui sardi un discreto fascino, esercitava sicuramente una forte attrattiva. Ma è utile oggi riproporre strumenti che non hanno consentito neanche che venisse avviato a soluzione il problema? Io credo che questo non rientri nel comune interesse e che un "approccio ripropositivo", della strada del passato che, indipendentemente dalla volontà di questo Consiglio, laddove ci siamo divisi, non ha prodotto risultati perché non vi era evidentemente una condivisione da parte del Governo centrale, rappresenti in ogni caso oggi una perdita di tempo. è un passato utile, un passato al quale dobbiamo guardare ma cercando di superarlo; uno dei modi per superarlo è rappresentato proprio dalla Consulta.
Ad onor del vero stiamo ancora parlando di strumenti; dovremmo iniziare a parlare di contenuti. Molti consiglieri, sia di maggioranza che di opposizione lo hanno fatto, si sono espressi nel merito e molti di questi interventi dell'una e dell'altra parte sono assolutamente condivisibili, soprattutto quelli svolti da chi, superando le posizioni di appartenenza, si è speso invece sulla sostanza ed anche nel tentativo di trovare utili punti di convergenza.
Per concludere l'argomento; la scelta effettuata dal Consiglio il primo ottobre del 2004, relativamente all'esigenza di istituzione di una Consulta, credo che oggi rappresenti una scelta irreversibile che attende solo di essere attuata.
La Consulta, peraltro badate, non è un surrogato di altro, non è un surrogato dell'Assemblea costituente, perché prevede anch'essa un momento di forte mobilitazione delle coscienze e fa sì che ogni cittadino di questa terra, uomo o donna, abbia diritto di proposta e possa concorrere in qualche modo alla formazione della legge che è legge guida dei sardi.
Parlando di contenuti del nuovo Statuto, cosa sulla quale peraltro credo che dovremo tornare nel momento in cui la Commissione licenzierà un testo unificato e quel testo arriverà in Aula, io lo ridico in questa sede, non vi è dubbio che va riaffermato il criterio che tutti i principi, perché acquistino un sapore sovrano, perché conservino la caratteristica della irrinunziabilità e della valenza che viene assegnata alle dichiarazioni che sottendono i diritti dei cittadini sardi, tutti i principi, dicevo, perché non risultino affievoliti o addirittura sviliti devono essere parte essenziale del preambolo dello Statuto. E poi il preambolo apre, spalanca le porte agli altri temi di natura statutaria, da quello delle entrate finanziarie certe ai criteri che sorreggono nuove metodiche per la riduzione delle diseconomie derivanti dall'insularità; dalla consapevolezza che l'insularità, se è ben gestita, anziché rappresentare uno svantaggio può tradursi in una ricchezza, all'esigenza di decidere in Sardegna lo sviluppo del proprio territorio; da un rapporto diretto, per quanto possibile, con l'UE alla possibilità di esprimere paritariamente un parere sulle basi militari in Sardegna ed esercitare la reale potestà di nazione sarda nella difesa del proprio territorio da inquinamenti esterni, di qualunque natura essi siano, siano le basi militari, siano le scorie che pure spesso abbiamo visto rappresentare un rischio per la Sardegna.
Nel dire questo, praticamente, io credo che lo Statuto sia lo strumento attraverso il quale declarare quei principi fondamentali che in esso debbano essere contenuti. Se predisponendo provvedimenti di questa importanza lasciamo aperti dei varchi, se ciascuno di questi provvedimenti non è ancorato in maniera logica all'oggetto principale, se non discendono, in termini di logicità giuridica, elementi dall'uno verso l'altro, a partire dalla filosofia di quello più importante, che è lo Statuto, rischiamo di ingenerare una nuova confusione, di smarrire noi stessi il percorso, di affievolirne la solennità. Badate, se li mettiamo tutti sullo stesso piano, se tutti si occupano di tutto il rischio è che nella notte hegeliana tutti i gatti siano di colore bigio.
In tema di legge elettorale io credo che qualche principio debba essere richiamato, a partire da quello della riaffermazione del rispetto delle garanzie di rappresentatività e stabilità, così come definiti nell'articolo 15 dello Statuto, sia l'altro, quello della elezione diretta del Presidente della Regione. Ecco, però, e qua esprimo un'opinione personale, per quanto mi riguarda, onde evitare rischi, noi non stiamo legiferando per ora e per la prossima legislatura, dovremo legiferare e quella legge sarà valida nel tempo, dispiegherà efficacia nel tempo ma non sapremo per quanto tempo, allora dobbiamo evitare i rischi di eventuali degenerazioni. Per cui le elezioni del Presidente e del Consiglio non devono trovare una fase di contestualità e di diretto collegamento. I poteri, quelli riassunti dall'Esecutivo e gli altri, quelli in capo al Consiglio, devono essere esercitati nel pieno rispetto della più totale e reciproca autonomia evitando al riguardo che uno sia subordinato all'altro.
Se noi dovessimo prendere questa strada, decisa, definita, mi rendo conto anche forte come decisione, di garantire la stabilità e la governabilità, di esprimerci per l'elezione diretta del Presidente, e per altro l'onorevole Floris, nella passata tornata di Consiglio, nel suo intervento prevedeva una procedura diversa, procedura peraltro che, a Statuto vigente, oggi non è neanche attuabile, non può neanche essere presa in considerazione, se però diamo per scontato quel fatto, ma diamo per scontato l'altro che è quello della non contestualità e del collegamento dei due organismi, allora le garanzie restano tutte in capo e con certezza a ognuno dei singoli poteri e l'operato dell'un potere deve combinarsi, deve coniugarsi con l'operato dell'altro senza intromissioni, se non quelle previste di legittimo controllo, di legittimo indirizzo. Io credo che questo sia il modo per garantire la maggiore governabilità, la maggiore stabilità e la maggiore esaltazione di entrambi i livelli istituzionali.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.
VARGIU (Riformatori Sardi). Signor Presidente e colleghi del Consiglio, noi Riformatori, concludendo, per quanto ci riguarda, il dibattito sulle riforme iniziato in Consiglio, crediamo di avere un obbligo verso noi stessi, verso il resto del Consiglio regionale, ma che è anche sia verso quella parte di società che noi rappresentiamo in questo Consiglio regionale sia verso tutti i sardi cioè quello della chiarezza, affinché il dibattito di questi giorni non sia soltanto un'esercitazione oratoria che poi lascia, come le pietanze, un retrogusto di inutilità, un sapore sgradevole nella bocca, ma consenta a tutti di esprimersi in maniera chiara e inequivocabile. Noi vogliamo che la chiarezza ci sia, e privilegerò la brevità rispetto all'analisi per la quale ci saranno altri momenti.
Come nasce il dibattito di questi giorni? Nasce su iniziativa della Giunta, che ha presentato al Consiglio regionale e alle forze presenti in Consiglio regionale un articolato all'interno del quale è contenuto tanto. Sono contenuti principi statutari, è contenuta la legge statutaria, sono contenuti principi di legge elettorale, principi di riforma interna della Regione, di riforma della legge 31, addirittura principi di riforma del Regolamento d'Aula. Cosa ne pensiamo noi Riformatori? Ma, insomma, quello che noi ne pensiamo merita due considerazioni iniziali. La prima, se dai dati di un sondaggio effettuato nei giorni scorsi emerge che la grande maggioranza dei sardi, il 70, l'80 per cento, ritiene che il tema del lavoro, dell'occupazione sia un tema sostanziale da discutere in questa terra, in questo Consiglio, e solo il 5 per cento ritiene invece che debbano essere discusse le riforme, noi pensiamo che questo sia un grave fallimento della classe politica che ad oggi, perché evidentemente troppo chiusa, troppo arroccata all'interno delle stanze del suo Palazzo, non riesce a comunicare alla gente che le riforme e il lavoro sono due facce della stessa medaglia. Noi siamo a oggi incapaci di trasmettere quanto discutiamo in quest'Aula ai cittadini sardi.
La seconda considerazione, nei giorni scorsi abbiamo assistito a una grande mobilitazione popolare del centrosinistra, dell'Unione, che ha portato oltre quattro milioni di cittadini italiani ad esprimersi sulla scelta del capo della coalizione. E' la dimostrazione che la gente ha fame di politica e se le occasioni di partecipazione vengono offerte, la gente è ben felice di partecipare, pur tra la disorganizzazione, pur tra le interpretazioni controverse di ciò che è successo, io credo che questo sia un dato sotto gli occhi di tutti e assolutamente incontrovertibile.
Quindi sulla base di queste considerazioni i Riformatori dicono che sono disponibili a discutere di qualsiasi riforma si voglia fare in quest'Aula con legge ordinaria, anzi sollecitiamo che vengano portate queste riforme in quest'Aula. Abbiamo letto sui giornali che il presidente Soru propone l'istituzione per legge delle elezioni primarie. Anche questa è una riforma. Nella scorsa legislatura noi abbiamo presentato una proposta di legge per le elezioni primarie, l'abbiamo ripresentata in questa legislatura, chiediamo al presidente Soru e alla maggioranza di centrosinistra di venire a discutere in quest'Aula di elezioni primarie, che sono il sale di un sistema elettorale maggioritario, di un sistema elettorale che prevede l'elezione diretta del Presidente della Regione.
Però ci sono poi delle materie che, a nostro avviso, non possono essere riformate con leggi ordinarie, perché sono materie disciplinate da norme di rango costituzionale, hanno infatti per la Sardegna e per i sardi un significato diverso rispetto alla legge elettorale, rispetto al Regolamento interno del Consiglio, rispetto alle stesse elezioni primarie. Sono aspetti che bene il Presidente ha riassunto nel suo intervento, ne cito alcuni: spazi di sovranità e di autodecisione, rete di rapporti, trasporti ed energia, difesa dell'identità sarda, della storia e della cultura, integrazione europea, parto per coscienza di popolo e di nazione. Su queste cose noi diciamo, in modo chiarissimo, che non possono essere espropriate ai sardi e su di esse non può decidere il Consiglio regionale né una Consulta-topolino partorita dalla montagna, la quale decida in nome e per conto dei sardi.
Ha ragione il collega Balia, che usa, ovviamente, come è legittimo, il ragionamento dal suo punto di vista; la proposta di legge per l'Assemblea costituente ha acceso in Sardegna tante aspettative, tante aspirazioni, tanti moti di orgoglio nei sardi, ha acceso la sensazione che si potesse essere veramente protagonisti del futuro di questa terra e che ci potessero essere delle cose che non venissero scritte dentro le sacrestie di partito o dentro il chiuso delle stanze del Consiglio regionale, ma che potessero essere davvero decise con una grande partecipazione popolare.
Noi Riformatori non facciamo un passo indietro su questo, siamo ancora oggi convinti che se quelli che nove anni fa ci dissero che l'Assemblea costituente era un buon strumento avessero anche creduto in quello che l'Assemblea costituente allora poteva essere per i sardi, forse oggi noi, in piena devolution, in piena riscrittura dei rapporti con la Comunità Europea, avremmo quello strumento che ci consentirebbe di essere una Regione assolutamente all'avanguardia dal punto di vista delle riforme istituzionali rispetto alle altre regioni italiane e, forse, avremmo anche la soddisfazione di vedere i sardi che marciano insieme con i loro rappresentanti eletti del Consiglio regionale. Una soddisfazione che invece non abbiamo.
Quindi su questo credo che sia necessaria chiarezza. Presidente, la legge statutaria nella quale vogliamo anticipare alcuni principi dello Statuto non ci convince. Riteniamo che i principi dello Statuto stiano dentro lo Statuto e riteniamo che lo Statuto debba essere scritto dall'Assemblea costituente dei sardi. Voi avete tutto il diritto, è legittimo, di fare la vostra Consulta, di farla in Consiglio regionale, di discutere tra di voi come farla, con quale legge farla per approvarla; e noi abbiamo il diritto, mentre voi fate questo, di non stare qui in Consiglio regionale, di andare in mezzo alla gente, di continuare a parlare con la gente dell'Assemblea costituente e di rilanciare una scommessa, che è una scommessa per la Sardegna, nella quale noi crediamo e della quale speriamo di riuscire nuovamente a convincervi affinché anche voi ci crediate e anche voi possiate rendere questo servizio, quello dell'Assemblea costituente, a tutti i sardi.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Licheri. Ne ha facoltà.
LICHERI (R.C.). Signor Presidente, Assessori, onorevoli colleghi, inizio il mio intervento citando un passo dell'allegato alle dichiarazioni rese dal presidente Renato Soru al Consiglio regionale il 27 luglio 2004, nel quale si afferma che con la riforma del Titolo V il nuovo assetto costituzionale riconosce in assoluto un maggiore protagonismo alle Regioni, garantendo la differenziazione degli ordinamenti regionali e nel contempo mantenendo quelle che erano le specificità storiche. In questo contesto occorre progettare un innovativo sistema istituzionale che consenta a tutte le realtà territoriali di inserirsi attraverso la piena compartecipazione di tutti i soggetti alle scelte fondamentali.
Il tema della riforma della Regione è estremamente importante e complesso; se si condivide l'assunto che la riforma della Regione rappresenta un momento alto di democrazia occorre un'azione comune in grado di coinvolgere tutti i soggetti attivi presenti nel nostro territorio: forze politiche, sociali, economiche e culturali. Le riforme devono essere fatte in tempi brevi ma, allo stesso tempo, per essere operative, efficienti, efficaci, devono coinvolgere i cittadini definendone insieme le priorità e le scelte amministrative per rilanciare un governo partecipato della nostra Regione. Le pratiche di democrazia diretta si possono sperimentare partendo anche dai singoli territori, dal coinvolgimento dei comuni e dei sindaci, come ricordava giustamente l'onorevole Cugini, dalle province, sfruttando competenze specifiche e ruoli di coordinamento. La partecipazione quindi come mezzo per determinare scelte sostanziali che trovano la conclusione in un complesso di strumenti che vanno dalle grandi riforme regionali alle azioni concrete sulle politiche del territorio, dell'ambiente e dello sviluppo.
Le riforme, a partire della legge statutaria alla legge elettorale, al trasferimento delle competenze agli enti locali, alla Consulta per la riscrittura dello Statuto debbono seguire tale percorso.
In questi mesi è in atto un processo di revisione degli statuti regionali in tutta Italia, che ci deve preoccupare non poco dal momento che in diverse regioni i nuovi statuti vengono redatti in forma presidenzialistica. Una scelta che porta come conseguenza la verticalizzazione dei poteri, la personalizzazione della politica, la compressione delle rappresentanze. Il presidenzialismo, rafforzando il principio passivo di delega, finisce per attenuare le modalità collettive di partecipazione alla politica. Io da comunista, e richiamandomi a Gramsci, non posso che osteggiare una simile concezione della politica. Sono fermamente convinto che se anche la Sardegna dovesse scegliere un sistema di questo tipo, si indebolirebbero i partiti, si ridurrebbe la partecipazione popolare, si svilirebbe, in ultima analisi, il tessuto democratico della nostra società.
Per noi comunisti è necessario percorrere una strada radicalmente diversa; ciò significa ribadire la natura parlamentare della nostra democrazia, esaltare le forme collettive, popolari, di partecipazione politica, evitare qualsiasi rischio di deriva plebiscitaria che inevitabilmente ogni sistema presidenziale comporta.
Noi comunisti non poniamo da oggi il tema delle riforme di sistema e l'idea che attraverso l'ampliamento in senso orizzontale e non verticale dei sistemi di rappresentanza politica si possano aprire ed allargare via via gli spazi di democrazia politica e sociale nel nostro Paese. Ad alcuni potrà apparire vetusta, eppure io continuo a ritenere attualissima l'idea togliattiana della democrazia progressiva e, con essa, la possibilità di avvicinare per via democratica e partecipata un'ipotesi di società che si sviluppi a partire dai lavoratori e dalle classi subalterne oggi escluse. Lo Statuto non si esaurisce solo nella forma di governo ma è la spina dorsale, l'anima della nostra democrazia. Esso può risolversi in un bolso documento che rimane sulla carta oppure divenire uno strumento innovativo attraverso cui trovano sintesi le istanze di rinnovamento e autogoverno del popolo sardo. Dipende solo da noi. In altre parole, lo Statuto non deve essere un semplice strumento burocratico, deve farsi carne e sangue, divenire tutt'uno col popolo sardo, per andare oltre la semplice specialità della nostra Regione, oltre la semplice autonomia delle sue istituzioni.
La riforma degli statuti delle regioni ordinarie ha reso di colpo obsoleti gli elementi di specialità e autonomia del nostro Statuto del '48. Oggi possiamo, anzi dobbiamo andare oltre per rimetterci in linea con le altre Regioni a statuto speciale. E' la minuta cronaca politica di questi mesi a porci con forza questa esigenza. L'arroganza del governo nazionale e delle autorità militari, che continuano a caricare la Sardegna del 66 per cento delle servitù militari presenti in Italia e del 70 per cento degli ordigni fatti esplodere contro il parere delle sue istituzioni e del suo popolo, svelano senza infingimenti quanto sia fondamentale dotarsi di strumenti che rendano effettivi i principi di autogoverno della nostra terra.
E che dire poi del fatto che il Governo Berlusconi anche in questo caso colto da un flagrante conflitto di interessi è arrivato a impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la legge salvacoste, varata per avviare una nuova stagione di governo razionale del territorio che evitasse la cementificazione selvaggia e la devastazione del nostro territorio. Anche in questo caso il tema è quello dell'autogoverno.
Oggi in Sardegna anche la lotta per la pace e contro la guerra e quella per la tutela ambientale investono una vera e propria questione di sovranità nella quale la Regione e i suoi organismi esecutivi e legislativi esigono di essere soggetti attivi della ridiscussione della trattativa sulla presenza militare e, più in generale, sulle scelte fondamentali che riguardano il proprio territorio. Tutto questo riguarda oppure no il tema della legge statutaria, della riforma dello Statuto?. Io credo proprio di sì. Per tutte queste ragioni è inaccettabile che il centrodestra si sottragga a questa nuova importante stagione di riforme che è auspicata da parte di tutti da diversi decenni e ha oggi la possibilità concreta di divenire realtà.
E' francamente contraddittorio che il centrodestra si sottragga a questa discussione aperta e collegiale sulle riforme, accusandoci di unilateralismo, quando quelle stesse forze a livello nazionale, proprio in questi giorni, stanno devastando la nostra Costituzione a colpi di maggioranza e cambiando la legge elettorale per bassi interessi di bottega, sempre a colpi di maggioranza e per di più a pochi mesi dalle elezioni, non al secondo anno di legislatura come nel nostro caso.
Onorevoli colleghi del centrodestra, la vostra posizione è debole e contraddittoria e non tanto o non solo in quest'Aula ma nella società, tra i cittadini, tra gli elettori che difficilmente capiranno le ragioni di questo vostro strano Aventino.
Proprio gli avvenimenti nazionali che fanno da contorno a questa discussione consiliare devono indurci a un'energica iniziativa riformatrice che sia in grado di rilanciare le istituzioni sarde e metterle al passo con i tempi, ma al contempo sia capace di riaffermare il valore di quei principi generali contenuti nella prima parte della Costituzione, nata dalla resistenza antifascista; principi messi oggi in discussione dalla controriforma costituzionale del Governo Berlusconi. Alcuni colleghi durante gli interventi in Aula hanno posto delle domande sui principi generali che devono presiedere alla strutturazione del nuovo Statuto autonomistico, un aumento della sovranità legata alla consapevolezza, come l'ha definita l'onorevole Maninchedda, perchè il potere è solidarietà e pluralità.
Ma la prima necessità in assoluto è che lo Statuto deve contenere una corposa parte relativa alla questione dei diritti per compensare gli effetti nefasti su questo versante delle riforme costituzionali avanzate in Parlamento. Attraverso il percorso delle riforme dobbiamo difendere il carattere pubblico della gestione ed erogazione dei servizi sociali, dobbiamo cioè introdurre in controtendenza con la concezione di essenzialità delle prestazioni presenti nella riforma del Titolo V della Costituzione un'idea della tutela dei diritti, che intenda e comprenda questi in tutta la loro pienezza. Penso alla necessità di ribadire la centralità del lavoro quale elemento basilare su cui deve strutturarsi la nostra democrazia, dunque il tema dell'occupazione, del diritto al lavoro quale principio forza della riforma in ragione della quale vanno impegnate le istituzioni in un'azione di contrasto alla precarietà e di sostegno a tutte le iniziative che possono concorrere a garantire ai cittadini un lavoro stabile e garantito.
Ribadire il diritto al lavoro nei principi ispiratori di uno Statuto significa anche ribadire il dovere delle istituzioni ad intervenire per una ridistribuzione delle ricchezze prodotte, significa fare una scelta di campo che riguarda il modello di sviluppo e l'idea di società che si intendono realizzare. In tutto questo rientra anche un'altra priorità: la valorizzazione del carattere pubblico delle risorse presenti nel nostro territorio. Se nelle sue linee generali la prospettiva riformatrice deve essere questa, allora si pone il compito di delineare un quadro nuovo nel rapporto Stato Regione in modo da qualificare in senso sempre più avanzato il principio stesso di sovranità; se nei disegni di riordino istituzionale delle forze più conservatrici e liberiste il concetto di sussidiarietà si trasforma nella delega senza limiti all'intervento dei privati in parti significative delle funzioni pubbliche, noi da comunisti, fedeli al dettato costituzionale, continuiamo a intendere il principio di sussidiarietà come delega di parti essenziali delle funzioni dello Stato centrale alle regioni e quindi agli enti locali.
In conclusione dobbiamo avere pertanto il coraggio di costruire uno Statuto ambizioso ed aggressivo attraverso cui riaffermare quei punti irrinunciabili di sovranità che l'operato del Governo Berlusconi ha in più punti svilito, dal progetto dell'eolico, alla legge salvacoste, alle basi militari. Dobbiamo essere coraggiosi e consapevoli che se una simile idea di riforma statutaria non troverà terreno fertile presso gli equilibri attuali del Governo nazionale, servirà in ogni caso per aprire una fase nuova di partecipazione e dunque di riscatto del popolo sardo. Con questa discussione, si apre una pagina importantissima della storia autonomistica della Sardegna. Chi tenterà di "mettersi di traverso" sottraendosi ad un confronto sui contenuti, anche critico, si assumerà una responsabilità grave, anzi gravissima.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.
DIANA (A.N.). Signor Presidente, io spero che l'onorevole Cugini dall'alto della sua sapienza politica abbia ascoltato con attenzione soprattutto l'ultimo intervento, quello dell'onorevole Licheri perché, se si stava cercando un modo per non avere il consenso dell'Aula, l'onorevole Licheri l'ha trovato in pieno. Allora se è questo l'approccio che dobbiamo avere con le forze di maggioranza, ognuno di noi fa la propria parte e la fa come la sa fare; peraltro io non sono uno che si è iscritto al partito degli insoddisfatti permanenti, io sto in quest'Aula per un mandato che ho ricevuto da parte di un elettorato, piccolo o grande che sia, certamente rilevante. Quindi, nel momento in cui si inizia una disquisizione su argomenti così importanti come quelli che il presidente Soru, che ringrazio per essere presente, ha voluto portare all'attenzione dei consiglieri regionali varcando, ho detto la settimana scorsa, lo spartiacque che separa i poteri della Giunta dai poteri del Consiglio, ho ripensato a questo durante la settimana e sono andato a rileggere le dichiarazioni programmatiche del presidente Soru che, sono anche le dichiarazioni programmatiche di questa maggioranza. Per capire perché il presidente Soru si è infilato, almeno così pareva la settimana scorsa, in un ginepraio; leggo per tutti un passo nel quale diceva che sarebbe stato possibile avviare subito, con decisione, il processo costitutivo delle nuove istituzioni regionali senza attendere la riforma, con legge costituzionale, dello Statuto speciale. Il presidente Soru diceva già un anno e mezzo fa che lo Statuto può aspettare. Continuava rimarcando che la legge statutaria, e su questo punto non può esserci certamente condivisione da parte mia, avrebbe riformato quindi le regole precedenti a queste innovazioni e avrebbe dotato il Presidente dei più incisivi poteri di governo. Onorevole Licheri, che non vedo in Aula, lei quindi doterà il Presidente dei più incisivi poteri di governo, di direzione dell'esecutivo, di impulso a tutta l'attività del complesso apparato amministrativo regionale.
Di che cosa lo state accusando? Onorevole Cugini, giù la maschera! Perché è chiaro che lei fa degli ottimi interventi in quest'Aula.
CUGINI (D.S.). Io non sono mica Biancareddu che è di Tempio, io sono di Calangianus.
DIANA (A.N.). No, no, lei sarà anche di Calangianus, però ha una maschera, sarà di sughero! Però, onorevole Cugini, lei la settimana scorsa ha fatto un ottimo intervento, noi diciamo: "Fueddu a sroga po du intendiri nura", ha dato qualche colpo alla minoranza, però di fatto gran parte del suo intervento era riferito alla sua maggioranza o al capo della sua maggioranza. Adesso non è che possiamo invertire le cose. Ci siamo confrontati per più giorni, in più riunioni, sui documenti che il Presidente della Regione, legittimamente, per incapacità vostra, ha portato alla nostra attenzione, perché questa è la realtà. Questi due documenti sono il frutto della vostra incapacità di produrre atti legislativi, proposte di legge che in qualche maniera anticipassero quelle del Presidente; benché il Presidente nelle dichiarazioni programmatiche avesse già invitato a essere celeri, veloci nel proporre le riforme.
Io capisco l'onorevole Maninchedda quando dice che è necessaria meno autonomia e più poteri, meno autonomia e più sovranità, e più sovranità vuol dire più poteri. Più poteri non si raggiungono però con le chiacchiere, si raggiungono con una modifica della Carta statutaria, con un nuovo Statuto, alla luce delle modifiche costituzionali del Titolo V, del Titolo III, del federalismo e di quant'altro. . Invece ci stiamo attardando, probabilmente in attesa di arrivare al termine dell'ultimo intervento, quello dell'onorevole Siro Marrocu, per partorire un documento che dovrebbe essere guarda caso sottoscritto da tutte le forze politiche del Consiglio regionale.
Credo che la conclusione non sarà questa e mi dispiace, perché non c'è stato nessun intervento di apertura da parte della maggioranza, ma sono stati tutti interventi di chiusura, almeno quelli che si sono sentiti fino adesso. E non sono solo interventi di chiusura da parte dei colleghi consiglieri regionali, appaiono di chiusura anche gli interventi del presidente Soru.
Presidente Soru, nel momento in cui un'Aula consiliare parla di riforme, parla di argomenti così importanti, è stato sollevato il problema, gliel'avranno riferito, della inopportunità che lei partecipasse ad una conferenza stampa all'interno del Consiglio regionale. Ma, succede questo e il contrario di questo. Guarda caso in quella conferenza stampa si va a disquisire di un problema che è fortemente sentito da tutti quanti noi, fortemente sostenuto da maggioranza e da opposizione e che ci ha visto tutti quanti coinvolti a Cagliari e a Roma.
Presidente Soru, mi dispiace doverle fare questo appunto, però nel momento in cui lei invita i parlamentari sardi ad un incontro informale e riservato, lei capisce che l'incontro è informale e riservato probabilmente una conferenza stampa è inopportuna, altrimenti che riservatezza e che informalità, sarebbero? Dico questo non per fare polemica o per rivolgere una critica, spero di essere compreso, ma io credo che se dobbiamo affrontare delle materie sulle quali c'è la necessità di un coinvolgimento generale di tutte le forze politiche, beh, questo deve essere fatto alla luce del sole, deve essere fatto senza infingimenti, non può essere affrontato in questo modo, in un momento nel quale fuori da quest'Aula si vivono momenti drammatici per i quali ancora non si è trovata la soluzione.
Continuo a leggere delibere della Giunta regionale, Presidente, dalle quali emerge che lei ha tutti i poteri, anche più di quanti probabilmente gliene potremmo dare con la nuova legge statutaria e col nuovo Statuto; le assicuro che questo Consiglio regionale probabilmente chiuderà perchè con l'elezione diretta al Presidente della Regione sono stati conferiti poteri enormi, di conseguenza oggi si fa una delibera, la si pubblica su Internet, però non ci sono allegati, non ci sono atti e questo consente dopo una settimana, quindici giorni di sostituire quella delibera con un'altra e, probabilmente, anche con altri atti che ancora non conosciamo. Questo si sta verificando sistematicamente, presidente Soru.
Qualcuno si chiederà perché mi stia attardando a parlare di queste cose;ma perché stiamo parlando di riforme, stiamo parlando del ruolo del Consiglio regionale, stiamo parlando delle prerogative dei consiglieri che devono conoscere per filo e per segno tutti gli atti della Giunta, tutti, dal primo fino all'ultimo. In tema di delibere, per esempio, ne è stata assunta una da poco che ha del ridicolo sul riconoscimento dei danni conseguenti alla vaccinazione per la blue tongue, un impegno di spesa notevolissimo; ebbene, per come è formulata la delibera, non c'è un solo allevatore in Sardegna che possa utilizzare quelle risorse perché nessun veterinario ha certificato i danni conseguenti alla vaccinazione. Perché si assumono queste delibere? Per far contente le associazioni? Per far più felici gli agricoltori? Non credo proprio. Gli allevatori? Men che meno!
Sulla peste suina non ci sono risposte , i soldi sono stanziati, non esiste un pagamento. Sono problemi economici che attanagliano il nostro territorio, la nostra Regione e noi siamo qui a discutere di riforme che sono certamente importanti, ma hanno una tempistica probabilmente diversa dall'urgenza che invece noi gli diamo.
A me pare, presidente Soru, che lei stia adottando un sistema contrario e diverso rispetto a quello che il professor Prodi ieri sera ha comunicato agli italiani.
Il Presidente incaricato dal centrosinistra ha detto che i problemi sono due: l'indebitamento dello Stato e il rilancio economico, ma che per un momento dobbiamo dimenticare l'indebitamento dello Stato e occuparci del rilancio economico. Qui, al contrario,ci dimentichiamo del rilancio economico per occuparci del risanamento delle finanze della Regione. Questi sono argomenti che ci interessano, molto, e noi non vorremmo che il tema delle riforme venisse utilizzato per concentrare l'attenzione dei sardi su problemi che non siano quelli del mettere insieme il pranzo con la cena.
Io ho sentito in quest'Aula grandi divagazioni sulle forme di governo, sull'elezione diretta o non diretta del Presidente della Regione. Non ho capito se l'onorevole Licheri vuole ancora il Presidente eletto direttamente oppure no, questo non l'ho colto. L'ho colto dall'onorevole Cugini, l'ho colto anche da altri colleghi, ma dall'onorevole Licheri non ho colto se ancora è convinto dell'elezione diretta del Presidente del Consiglio o se ha cambiato rispetto a quella che è sempre stata la posizione di Rifondazione Comunista.
Certo, è interessante la proposta che ha fatto l'onorevole Maninchedda di non svolgere contestualmente l'elezione del Presidente della Regione e quella del Consiglio regionale. Non so se siamo maturi per queste scelte e non so neanche se sia costituzionalmente valida una proposta di questo genere, ma se lo fosse probabilmente è una strada da seguire. È una strada interessante. Mi viene da pensare che cosa potrebbe succedere nel momento in cui dovesse scadere non il mandato del Presidente, ma quello del Consiglio.
Il Presidente per una serie di circostanze, le più disparate, certamente politiche, potrebbe non essere più il Presidente in carica. Capisco la ragione, ma nel momento in cui un Consiglio intero o la maggioranza assoluta decidesse di abbandonare, che cosa succederebbe? Si andrebbe a casa tutti, rimarrebbe in carica il Presidente e si procederebbe al rinnovo del Consiglio?
Certo, sono meccanismi da studiare, non c'è dubbio, però è una novità e come tale l'ho apprezzata. Ma tutti gli altri interventi, e qui arrivo alle cose che vorrei dire, sono entrati nel merito, di che cosa? Di una difesa strenua del documento presentato dalla Giunta. Ma non eravamo rimasti d'accordo che questi due documenti dovevano essere, come dire, un invito, dovevano essere un qualcosa sulla quale si poteva iniziare o non iniziare una certa discussione; siamo d'accordo che le riforme vanno fatte, ma non vanno fatte solo queste due riforme.
Va fatta la riforma dello Statuto, va fatta la riforma elettorale, va fatta la riforma dell'organizzazione, va fatta la legge statutaria, queste sono riforme. Ma ne state facendo un'altra serie infinita di riforme: sugli enti, su tutto quanto, per carità! Allora, si può affrontare una materia così importante dopo un anno, dopo che avete insistito per l'istituzione della Consulta che doveva riformulare lo Statuto quando ancora questa Consulta non esiste?
Bene ha fatto il presidente Soru a dire che se non si sbrigava il Consiglio ci avrebbe pensato lui. Però questa imposizione, se dovete digerirla, dovete digerirla voi, non anche noi insieme a voi! Noi faremo la nostra battaglia. C'era una Commissione che funzionava (adesso è ferma e spero che riprenda a operare), che mi pareva fosse anche attenta all'insieme dei problemi che dovevano essere portati all'attenzione dell'Aula; invece è stata fermata anche quella! Quindi il presidente Soru, avvalendosi dei poteri che gli sono conferiti predispone un testo sul quale se non avessero scritto "disegno di legge", se avessero scritto "appunti", se avessero scritto "considerazioni", che il Consiglio avrebbe potuto utilizzare come meglio credeva, io li avrei esaminati appunto senza impegno. Invece viene pubblicato in anteprima da "La Nuova Sardegna", anche sbagliato, poi il fuggi fuggi di notizie, oggi ci stiamo attardando in questa discussione e tutti , l'onorevole Balia per primo ci hanno voluto convincere della bontà di questi documenti.
Potranno essere anche ottimi documenti, ciò che non va bene è il ruolo che viene assegnato al Consiglio regionale; ma veramente voi, colleghi, ritenete che non siamo in grado, e se così è ammettiamolo, di partorire dei progetti di legge che possono andare nella direzione, certamente, anche voluta dalla maggioranza, poi ci scontreremo nel merito, ma vogliamo definire un percorso insieme? Un percorso! Decidiamo di andare da qui a lì e decidiamo anche che cosa dobbiamo fare in questo tratto di Aula consiliare. Dobbiamo fare queste quattro riforme? Benissimo, se dobbiamo fare queste quattro riforme scriviamo in un ordine del giorno che facciamo quattro riforme e le fa il Consiglio regionale, quando voi avrete la bontà di dirci questa Consulta quando nasce, quando inizierà ad operare.
Non è sufficiente che l'onorevole Marrocu ci dica che entro dicembre la Consulta sarà operativa. Entro dicembre è ieri! Entro dicembre è ieri e della Consulta ancora non si conoscono i contorni e la fisionomia, non si sa niente della Consulta. Ed allora è chiaro che l'onorevole Vargiu continua a insistere sulla Costituente, è chiaro che l'onorevole Diana continua a insistere sul fatto che ha presentato un disegno di legge insieme ai suoi colleghi per la riforma dello Statuto. Stiamo aspettando che questo Statuto vada in Commissione, noi ci vogliamo misurare, vi abbiamo sfidato un anno fa, dicembre 2004 e non siamo stati solo noi che lo abbiamo fatto, lo hanno fatto altri colleghi con proposte di legge di riforma dello Statuto. Ma perché dobbiamo aspettare tanto? Ma perché il presidente Soru deve pressare la maggioranza ed anche l'opposizione, che viene pressata dalla maggioranza perché si vorrebbero fare accordi bilaterali di non so che genere.
Noi possiamo raggiungere un accordo sul percorso, su tutte le altre cose ci misureremo volta per volta. Però non stiamo andando in questa direzione, da quattro giorni stiamo discutendo qui dentro e fuori ci sono i soliti problemi. Allora, quando qualcuno dice, non è il mio caso ma lo riporto, che da un sondaggio risulta che ai sardi delle riforme "non gliene frega proprio un bel niente", probabilmente dobbiamo iniziare a pensare che è veramente così, perché i sardi hanno delegato noi a fare le riforme, non sono loro che si devono occupare di questo.
I sardi si devono occupare di altro e se ne stanno occupando nel bene e nel male, e invece noi stiamo concentrando tutta la nostra azione, dico noi ma spero di non essere coinvolto in questo noi, certamente chi fa politica, sulle riforme, sulle servitù militari, sulle entrate, sulle coste, sull'ambiente, tutte cose importantissime, ma guarda caso non ce n'è una di queste cose che abbia risolto un problema di tipo economico, non ce n'è una, neanche la legge sul cinema - onorevole Cerina -certamente attesa importantissima, ha risolto i problemi,.
Non c'è una legge, esitata da questo Consiglio regionale, che abbia risolto un solo problema, anzi ci sono leggi che hanno peggiorato la situazione; lo verificheremo nei giorni successivi, quando parleremo dell'articolo che avete voluto inserire in finanziaria con il quale state massacrando 750 persone che lavorano nella formazione professionale; anche su questo avete assunto una delibera qualche giorno fa, mi risulta che venerdì ne assumerete un'altra che annullerà quella e che rinvierà ad un disegno di legge. Dove vogliamo andare?
Anche la minoranza più attenta, anche quella che vorrebbe essere la più disponibile, non a far passare le vostre decisioni, ma a confrontarsi anche in modo forte, anche quella minoranza alla fine si trova davanti un muro e quando ci si ritrova davanti ai muri si possono fare due cose: o retrocedere o avanzare. Io sono per avanzare, però se avanzo è chiaro che quel muro da lì deve sparire. Il muro voi ce l'avete, sapete qual è, rimuovete quel muro e le cose forse si potranno sistemare.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.
PINNA (Progetto Sardegna). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, Assessori, colleghi e colleghe, credo non mancheranno occasioni in questo Consiglio per confrontarci sui temi, definiamoli della nostra quotidianità, cui ha accennato l'onorevole Diana, ma mi sembrerebbe improprio se non dessimo a questa sessione, che si è aperta giovedì, quell'importanza e quel significato che merita. Perché credo che quanto sia accaduto giovedì scorso rappresenti una fase non solamente importante ma anche decisiva per la storia della nostra Regione.
È chiaro, le riforme possono essere considerate un punto di partenza e un punto d'arrivo e per noi sono un punto di arrivo. Un punto di arrivo se teniamo conto del fatto che nel frattempo la società sarda è profondamente mutata; punto d'arrivo perché abbiamo la responsabilità, noi come Consiglio regionale, che senza dubbio rappresenta la più alta espressione della realtà istituzionale di questa isola, ma esistono anche altri livelli di rappresentanza, di definire questo nuovo equilibrio, di definire queste nuove regole, di definire anche il nuovo ordine, se volete, di tipo istituzionale.
Concordo sul fatto che dovremmo riuscire a darci dei tempi, io credo possa essere un tempo congruo lavorare da questo mese di ottobre fino all'inizio dell'autunno prossimo, ed è anche giusto, e lo espliciteremo in un ordine del giorno che io spero venga sottoscritto da tutte le forze di questo Consiglio, individuare quali siano effettivamente i pilastri di questa riforma che non è di carattere ordinario, ma che attiene agli elementi fondamentali che qualificano l'autonomia e la sovranità di questa Regione.
Però dobbiamo avere la capacità, e questo penso sia il senso del lavoro che inizierà con l'istituzione della Consulta, con i meccanismi di ampia partecipazione che questa prevede, di compiere uno sforzo straordinario per monitorare e valorizzare l'intero sistema dell'autogoverno regionale. Autogoverno regionale che non comprende solamente le dimensioni istituzionali, ma si estende al mondo della produzione, al mondo della formazione, al mondo della cultura, al mondo della società civile.
L'onorevole Cugini ha detto nel suo intervento che l'autonomia ha la sua età; mi ricorda uno slogan coniato da un partito che festeggiava i quarant'anni di esistenza "questo partito ha l'età di una bella giovane", ebbene, l'autonomia ha l'età dell'onorevole Cugini.
L'onorevole Cugini ha avuto modo, chiaramente, come ciascuno di noi, di adeguarsi ai cambiamenti che avvenivano nel tempo, è chiaro però che il contesto nel quale venne approvato lo Statuto di autonomia quasi sessant'anni fa è profondamente cambiato. È cambiata la Sardegna, è cambiata l'Italia, ha fatto irruzione l'Europa, siamo collocati in una dimensione euro-mediterranea che ha delle peculiarità dal punto di vista economico, culturale, sociale. Non solo, ma la globalizzazione costituisce l'ambito entro il quale si muove naturalmente la quotidianità di ciascuno di noi, tanto è vero che soprattutto le nuove generazioni vivono, talvolta, una sorta di conflittualità tra la coscienza locale e la coscienza globale. Io, per mestiere, ho lavorato con le realtà giovanili e per esperienza dico che i nostri giovani fanno fatica a pensare che qui possa esserci il loro futuro, i nostri giovani pensano che sia necessario andar via perché questo non è un luogo adeguato, questo non è un luogo possibile. E invece da questo punto di vista tra coscienza globale e coscienza locale va ripristinata una comunicazione naturale.
Quindi, a quale conclusione dovremmo arrivare? Non c'è più spazio per l'autonomia, il presidente Soru ha parlato dell'Europa allargata non più a nove, non più a quindici, ma a venticinque, un'Europa che si allargherà ancora di più, un'Europa che comprenderà i vecchi grandi Stati nazionali e le microrealtà molto aggressive distribuite nel territorio che sono quelle che combattono direttamente con noi. Ebbene, questo nuovo modello ha forse messo in crisi la storia dell'autonomia? Credo proprio di no.
Recita un antico proverbio canadese che per volare bene (qualcuno ha parlato, anche se io non capisco come si possa fare, di volare a spasso) bisogna avere buone radici. L Sardegna oggi è drammaticamente attanagliata da una crisi strutturale propria di una regione che sta vivendo il passaggio dalla prima alla seconda modernizzazione (io penso che l'onorevole Floris l'altro giorno si riferisse alla prima modernizzazione, non dovuta certamente all'impegno e all'impeto del presidente Soru),; ma noi non possiamo pensare di sostenere questa transizione senza la consapevolezza di noi stessi, cioè senza la nostra memoria. Per volare alto bisogna ricordare.
E allora bisogna sgombrare subito il campo dagli equivoci; per poter competere in maniera adeguata con le nuove sfide credo ci sia bisogno di un di più di autonomia e di un di più di sovranità. Credo, infatti, che i due termini autonomia e sovranità siano tra loro direttamente proporzionali, più autonomia significa anche più sovranità, una sovranità pattizia, quella sì riconosciuta dal patto costituzionale, ma una autonomia consolidata che si autoimpone da sola, che nasce dalla forza e dalla autorevolezza di una Regione, quella costruita da noi.
Come dire che l'autonomia è nelle nostre mani, la sovranità sarà frutto di una contrattazione, di una lotta, di un confronto. E non solo, ma sovranità, autonomia e competitività, per agganciarci ai termini del DPEF di quest'anno, vanno di pari passo. Non ci si potrà confrontare con i grandi processi di internazionalizzazione, o se volete di globalizzazione, senza una adeguata strategia che tenda a rafforzare la qualità delle politiche locali, che rappresentano l'unico segmento reale in cui si possono contrastare i processi di omologazione e di marginalizzazione.
In questo senso fare quadrato intorno ai valori autonomistici della specialità, della specificità, valori che sono riassumibili nel concetto di memoria e di identità, significa oggi lavorare per un maturo e responsabile processo di integrazione e di apertura. Non c'è dunque contraddizione tra i due movimenti, quello delle radici e quello delle ali, ma entrambi comprendono in sé forti elementi di ricchezza e di possibilità.
È certo necessario fermarsi per definire, precisare, perfezionare i confini della nuova autonomia, in riferimento ai valori e ai principi, ai modelli organizzativi, alla qualità del tessuto produttivo e formativo. Dobbiamo avere la forza in questo momento di passare in rassegna tutte le espressioni del nostro autogoverno per cogliere di esso tutti gli elementi positivi e negativi.
Certo, è stato ricordato nel dibattito di quest'Aula, pesa su di noi una storia di rassegnazione e di sconfitte, l'integrazione tra l'interno e l'esterno rappresenta il nostro vero elemento di debolezza, questa Regione non è ancora unita, in questo senso credo che il riferimento che è stato fatto all'introduzione della lingua sarda, almeno come lingua che accomuni da un punto di vista giuridico-amministrativo questa nostra Regione rappresenti un passo in avanti. Basterebbe ricordare a tale scopo, ricordo Manzoni, il grande dibattito che si sviluppò in Italia alla fine dell'Ottocento. Ma soprattutto incombe il pericolo di un progressivo anonimato che rende sempre più povera e sempre più vulnerabile la Sardegna. Restituire a questa Regione la forza della propria rappresentazione, una profonda dimensione simbolica, è l'unico modo per rendere questa terra un luogo, ossia uno spazio identitario, relazionale, storico, che esaltando la propria soggettività la apra al confronto economico e culturale.
Dobbiamo darci e farci un nome per non cadere nel rischio dell'anonimato, dove infatti c'è simbolo, c'è comunicazione, c'è relazione, c'è integrazione. In questo senso abbiamo fatto riferimento ai grandi valori che devono essere contenuti nel nostro Statuto; il paesaggio naturale e rurale, il paesaggio storico e culturale, il patrimonio linguistico, identitario, la storia urbanistica ed anche antropologica della nostra Regione. Però, allo stesso modo, una nuova stagione autonomistica non può non tenere in considerazione il valore che deve essere attribuito alle nuove generazioni. L'intelligenza, la volontà, le capacità dei nostri giovani sono per tutti noi un valore fondamentale, insostituibile, la vera grande infrastruttura della nostra Regione, il primo patrimonio naturale da proteggere, da valorizzare, la garanzia che con esse l'autonomia e l'autogoverno regionale continueranno a promuovere processi virtuosi di crescita e di sviluppo. Questa autonomia, per avere un futuro, deve poter parlare della Sardegna ai giovani. Se su questi punti esiste, come credo che esista, una condivisione profonda, un sentire comune, non sarà certo il percorso che tutti assieme ci daremo ad indebolire, a rallentare il cammino che noi dovremo compiere.
Abbiamo parlato della istituzione della Consulta statutaria, benissimo, c'è un testo di legge in Commissione, lo si può integrare, lo si può arricchire, lo si può completare, diamoci dei tempi, ma sarebbe meglio se riuscissimo ad istituirla entro il dicembre del 2005, sarebbe meglio se questa Consulta lavorasse nei primi mesi del 2006, sarebbe ancora meglio se noi riuscissimo, nell'autunno del 2006, ad approvare un testo di proposta statutaria da sottoporre all'esame del Parlamento.
Legge statutaria, contemporaneamente all'avvio della riscrittura ed adeguamento dello Statuto di autonomia, è assolutamente necessario che si lavori, ai sensi dell'articolo 114 della Costituzione e dell'articolo 15 dello Statuto, per approvare una nuova legge statutaria. E' necessario, prima di tutto, che in quest'Aula ci chiariamo meglio le caratteristiche e i confini di una legge statutaria che, in primis, ha come oggetto tutto ciò che era un tempo messo in capo alla Statuto. Ebbene, il fatto che la legge statutaria disegni la dimensione ordinaria dell'autonomia non deve significare che questa legge, che viene appunto definita rinforzata, non abbia essa stessa comunque un significato ed un valore particolari.
Voi sapete certamente che le recenti sentenze della Corte Costituzionale hanno distinto le norme tra necessarie ed eventuali; solamente alle prime viene riconosciuto il carattere prescrittivo, mentre alle seconde, cioè quelle nelle quali si è fatto riferimento a principi, si riconosce una natura culturale e politica ma non certo normativa. Però il problema per noi è ancora più profondo, è necessario cioè comprendere fino in fondo l'importanza e la distinzione tra la natura ordinaria della nostra autonomia, ai sensi dell'articolo 114, e quella speciale,ai sensi dell'articolo 116, di conseguenza il rango regionale rinforzato dell'una e quello costituzionale pattizio dell'altra. Credo che nessuno di noi metta in discussione il valore giuridico, politico della specialità, il suo rango costituzionale, la sua forza contrattuale.
L'articolo 116 della Costituzione, del resto, utilizza il verbo "dispongono". Le Regioni (vengono citate alcune regioni) "dispongono" di speciali forme di autonomia, segno evidente che la condizione di specialità è riconosciuta, è un dato di fatto, da questa nessuno può tornare indietro. Però, il fatto che i temi che sono oggetto dell'articolo 15 dello Statuto siano decostituzionalizzati non rappresenta un indebolimento dell'autonomia, ma è il riconoscimento del valore dell'ordinarietà regionale e del principio e delle norme che meglio definiscono il carattere interno del nostro ordinamento. Proprio perché, come dice la Corte Costituzionale la Regione è l'ente esponenziale della collettività, abbiamo il diritto - dovere, attraverso la legge statutaria, di dire ai sardi, nelle modalità che riteniamo più opportune( si è parlato di introduzione, si è parlato di preambolo), a quali principi vogliamo informare la vita della nostra comunità regionale. Poi articoleremo, con la legge specifica, nella parte normativa, forma di governo, legge elettorale e quant'altro.
Altra cosa, invece, è la riscrittura dello Statuto di autonomia speciale, che è molto più concentrato sul tema della sovranità regionale, attiene al rapporto con la Stato nazionale (temi su cui già tanti sono intervenuti), per quanto non rinunci esso stesso a definire meglio e compiutamente l'idea stessa di autonomia. Sulla forma di governo si è fatto riferimento in quest'Aula, non solamente oggi, tante volte, all'evoluzione dei sistemi democratici, alla crisi del parlamentarismo, alla enfasi di tipo dirigistico che sembra ormai colpire le istituzioni di più antica tradizione liberal democratica. Parlare di presidenzialismo, in contrapposizione alla tradizione parlamentarista, in riferimento alla nuova legge elettorale che ormai, a partire dalla metà degli anni Novanta, ha previsto l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di provincia, dei presidenti di Regione, mi sembra sbagliato ed improprio anche da un punto di vista concettuale. Noi non siamo in presenza di un regime presidenziale; noi siamo in presenza di una evoluzione del sistema parlamentare.
È stato ricordato più volte che l'attuale sistema elettorale rappresenta un'evoluzione che va vista all'interno dell'esperienza della democrazia parlamentare; alcuni hanno detto che è un'evoluzione patologica, che sarebbe meglio che tornassimo indietro; mi sembra una riproposizione del tema che ha caratterizzato il dibattito del Novecento, quando si passò dagli Stati liberali all'esperienza della democrazia dei soviet, per arrivare poi allo Stato democratico. Da sempre ci si è posti il problema di quale sia la funzione delle assemblee parlamentari.
Infatti, si è preso atto della distinzione di ruolo e di funzione dell'esecutivo rispetto al legislativo, si è proceduto alla più netta separazione dei due poteri con il riconoscimento del primato degli organi esecutivi sulle assemblee legislative e finalmente, questa è la cosa più importante, si sta aprendo il dibattito sul ruolo e sulla funzione delle assemblee rappresentative. Il vero problema sta tutto qui. Infatti, al di là del riconoscimento dell'importantissima funzione legislativa, abbiamo parlato anche noi di Consiglio legislatore, le assemblee, storicamente, hanno trovato sempre più la fonte della loro legittimazione nel condividere la funzione esecutiva e di governo in maniera spesso diretta ed impropria. Questo ha creato nel tempo non solo un'oggettiva crisi di identità degli organi, ma anche una perenne instabilità e una diminuzione dell'efficacia dell'azione amministrativa e legislativa e un conseguente indebolimento dell'autonomia.
Si tratta, quindi, di rendere più visibile la funzione delle assemblee rappresentative; non basta la funzione legislativa, a queste va restituita una funzione politica e ci sono molti studiosi che su questi temi sono intervenuti e sanno darci dei consigli molto pertinenti. Di questo credo che dovremmo in qualche modo discutere. Perché la cosa più strana che sta accadendo in questo momento è che c'è un eccesso di democrazia, ma c'è la crisi dei diritti e soprattutto dei diritti sociali. I parlamenti devono in questo momento sostenere, difendere e tutelare i diritti sociali.
In conclusione, credo che ci aspetti un cammino impegnativo. Abbiamo infatti una doppia responsabilità; la prima è quella di rendere la Sardegna una terra ancora significativa e possibile, la seconda, di restituire la politica e le istituzioni alla comunità regionale come autentiche avanguardie della solidarietà e della giustizia.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.
CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente, Presidente della Giunta, Assessori, colleghe e colleghi, io non voglio andare controcorrente, ma spogliandomi del ruolo e ponendomi come ascoltatore dall'esterno mi permetto, senza offesa per nessuno, di giudicare questo dibattito noioso e stanco. Dico noioso e stanco perché io credo che ci stiamo allontanando sempre di più dai veri problemi delle persone per le quali ci siamo candidati a governare e a risolvere i loro problemi. Io non condivido il fatto che oggi e nei giorni scorsi fossimo qui a discutere della potenzialità di questo Consiglio nel modificare lo Statuto, le leggi statutarie e quant'altro. Io fondamentalmente sono rispettoso delle istituzioni, delle regole che le istituzioni si danno. Noi abbiamo regole ben chiare sull'iter che devono seguire i progetti di legge, regole che stabiliscono anche gli organi deputati al loro esame (c'è qualche vacanza al momento, ma credo che a questo rimedierete quanto prima), così come i percorsi di modifica di cui ci stiamo occupando in queste giornate.
Mi chiedo però perché ne stiamo discutendo e, soprattutto, se il nostro obbligo è quello di far capire perché, secondo molti, secondo alcuni, in questo momento sia, come ha detto il Presidente del Consiglio nell'apertura di questo dibattito, prioritario, necessario urgente, non più rinviabile discutere delle modifiche statutarie.
Io non riesco, in questo momento, a riconoscere questa priorità, lo dico con molta onestà, forse manco della dovuta sensibilità, ma questo dibattito mi fa ripensare alla vittoria di Bartali al Tour de France che servì a distogliere l'attenzione degli italiani dall'attentato a Togliatti e da una situazione sociale abbastanza problematica. Mi sembra cioè fumo negli occhi. Mi sembra che i problemi che dovremmo essere chiamati a risolvere, che sono, quelli sì, di interesse generale (i problemi dei giovani che venivano ricordati poc'anzi, per esempio), siano ben altri; e noi abbiamo tutti gli strumenti per risolvere o per cercare di impostare la soluzione di quei problemi, perché io non sono un convinto sostenitore del nostro sistema autonomistico Io faccio tanto di capello ai padri dell'autonomia, hanno costruito e ci hanno trasmesso un sistema autonomistico che riconosce la specialità della Sardegna, che noi, tutti noi, io per quanto mi riguarda nella mia minuscola parte, non siamo stati capaci di gestire. Ma io mi chiedo anche che cosa hanno prodotto cinquanta e passa anni di in autonomia in Sardegna. Due piani di rinascita che credo non abbiano lasciato il segno in positivo; una gestione dell'Obiettivo uno, e qui faccio anche autocritica, che credo non abbia lasciato il segno nella storia di questa Regione. Sfido chiunque a dirmi quali siano stati i benefici visibili e invisibili ottenuti dalla nostra società, dai nostri giovani appunto, in materia di lavoro e quant'altro.
La nostra autonomia prima di tutto la dobbiamo conquistare noi dal punto di vista culturale, dobbiamo saperla gestire, anche nella storia dei partiti, storia recente, c'è carenza di autonomia; parliamo sempre di autonomia decisionale, però al momento di scegliere le candidature, qualunque sia il sistema elettorale, Roma risolve i nostri problemi. I segretari di tutti i partiti fanno la fila a Roma per risolvere la questione delle candidature. Questo è un problema che riguarda non soltanto i partiti nazionali, ma anche quelli regionali che hanno necessità di una casa che li ospiti per poter essere presenti in Parlamento.
Non voglio essere polemico - non è questa la sede e non mi interessa - ma questo esercizio della nostra autonomia è arrivato a imporci anche le scelte sui candidati alla Presidenza. Su questa questione faccio autocritica, ma rivolgo anche una critica, perché tutti abbiamo subito e abbiamo pagato per questo, perchè non abbiamo saputo organizzare ed esercitare quella autonomia che chiediamo agli altri.
Abbiamo detto che questa è una riforma urgente, necessaria, non più rinviabile. Io ho cercato, in vari interventi svolti in quest'Aula, di dire che a mio avviso bisogna distinguere due livelli di gestione e di organizzazione di governo: l'azione ordinaria e l'azione straordinaria. Credo che gli Assessori tutti, e anche il Presidente, chiunque si occupi di governo, si scontri con i problemi e le emergenze del vivere quotidiano che richiedono una soluzione. Bisogna trovare un altro momento, un'altra sede, altro spazio invece per la gestione seria di quello che è lo straordinario, nel cui ambito rientrano le riforme. Noi in questo momento, a mio avviso, stiamo sottraendo tempo alla risoluzione dei problemi impellenti per discutere un argomento, pur alto ma straordinario, che andava gestito diversamente: Indubbiamente non voglio negare il diritto- dovere del Presidente alla presentazione di una proposta; dico del Presidente e non della Giunta perché, mi perdoneranno gli Assessori, questa non è una riforma tecnica ma è una riforma meramente politica e di indirizzo politico. Riconosco quindi - lo ribadisco - al Presidente il diritto di proposta, così come riconosco il mio e il nostro diritto di presentare le nostre proposte di legge e voi le vostre.
Ma fino ad oggi di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando, sì, di una fuga in avanti, indubbiamente, ma non nei nostri confronti, nei confronti della maggioranza che questo Presidente rappresenta, nei vostri confronti. Se noi esaminiamo il Bollettino delle Commissioni,vediamo che le uniche proposte di riforma elettorale, statutaria e quant'altro, giacenti nella Commissione competente, sono quelle della minoranza;, non c'è una vostra proposta di legge, maggioranza, non ce n'è una, da lì il diritto di chiunque, compreso il Presidente, di fare la sua.
In presenza di una carenza da parte vostra state chiedendo alla minoranza di collaborare con voi, di essere aperta al confronto. Capisco il collega Licheri che probabilmente aveva scritto un certo intervento e non ha avuto modo di modificarlo, ma quando mai ci siamo sottratti e ci sottraiamo al dibattito e al confronto? Qual è il Gruppo di minoranza che qui non ha partecipato al dibattito e non ha esposto le sue ragioni? Onorevole Licheri lei ha visto un altro film! Lei non ha seguito il dibattito probabilmente; a torto o a ragione tutti i Gruppi di minoranza hanno espresso la loro opinione.
Non ci sottraiamo al dibattito, sicuramente non accetteremo invece nessun tipo di accordo su un ordine del giorno precostituito, perché non riteniamo che sia questo il momento opportuno di sottoscrivere accordi. Noi parteciperemo sempre al dibattito e al confronto, faremo le nostre proposte e ci confronteremo con le vostre. Perché dovremmo sottoscrivere un ordine del giorno che ci impegna a fare quello per cui siamo qui, cioè discutere, confrontarci e dare il nostro contributo?. Non ci siamo mai sottratti, non ci sottraiamo per cultura politica, non si sottraiamo per storia, non ci sottraiamo perché questo è il nostro pensiero, e questo Consiglio dovrebbe approvare un ordine del giorno che impegna tutti alla elaborazione delle riforme? Ma noi siamo coinvolti anche senza quell'ordine del giorno!.
Io mi chiedo però il perché oggi cerchiate questa collaborazione Non abbiamo forse fatto riforme quando abbiamo parlato di finanziaria? Non abbiamo forse fatto riforme quando abbiamo parlato di pianificazione urbanistica, di commercio, di comunità montane, di formazione? Quelle erano riforme. Dove eravate per ascoltare quello che dicevamo, per accettare il confronto che proponevamo, per discutere gli emendamenti che abbiamo proposto e che pregiudizialmente avete sempre rigettato? Vi rispondo come ha risposto il vostro designato presidente Prodi alla domanda sul perché le sinistre si siano sottratte a migliorare la pessima legge elettorale esitata dal Parlamento. Sottolineo e confermo il giudizio di pessima legge elettorale, una legge che non doveva essere fatta senza la collaborazione delle minoranze, e che anche nel merito è discutibile. Prodi ha risposto che era troppo tardi. per chiedere la collaborazione del centrosinistra, che bisognava farlo prima della presentazione delle proposte. Questo l'ha detto il vostro Presidente, ma non condivido neanche questo, perché si può anche essere flessibili sui tempi, l'importante è non sottrarsi al confronto nelle sedi a questo designate.
Io, pur riconoscendo il diritto-dovere del Presidente di fare una proposta, di aprire un confronto, non amando la demagogia e il populismo, non essendo un lecchino d'oro né un becchino di idee (ho molti amici e sono contento di non essere uomo solo), non credo, Presidente, nel suo progetto politico. Onestamente, senza voler fare polemica, come ho già avuto modo di dire in un'altra sede e in un altro momento, io non ho fiducia e vorrei averla, non sono convinto e lei fa ben poco per convincermi (cosa poco importante per lei che io sia o non sia convinto), per cui non credo nel suo progetto; credo che vada respinto chi viene in quest'Aula a dire che il progetto in discussione era già nel programma. Piuttosto che dire queste cose è meglio il silenzio, perché quando si invita al confronto e si richiama un programma elettorale di una delle parti credete, colleghi, e collega che ha usato queste parole, è molto meglio il silenzio.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PAOLO FADDA
(Segue CAPELLI.) Le riforme sulle quali non ci avete chiamato a discutere, le riforme in corso che non ci chiamate a discutere, o meglio le annunciate ma non le fate, parlo del piano sanitario, dell'industria a pezzi dal Sud, al Centro, al Nord della Sardegna, dei trasporti, spero siano un danno riparabile, per non parlare della cultura che richiamate in quest'Aula. La cultura non è solo lingua, è anche lingua ma non è solo quella. Qualcuno, alla guida di quell'Assessorato, la sta distruggendo. E queste non sono riforme? Non ci invitate al tavolo del confronto per queste riforme, volete continuare a proporle e ad approvarle per alzata di mano, così come avete modificato le Comunità montane, con un semplice emendamento del Presidente di cui ha chiesto l'approvazione contro il parere del Presidente della Commissione di allora, e da lì il caso Maninchedda.
Oggi voi venite a parlarci di confronto! Non siete credibili, perché voi oggi con questo invito state cercando un pubblico ministero, e volete che la minoranza sia pubblico ministero per voi, perché non avete il coraggio di affrontare direttamente il vostro Presidente. E noi non lo affrontiamo perché è controparte, o quanto meno non lo affronto perché è controparte, ma perché non condivido il progetto. Badate bene, in merito alla mozione di sfiducia che abbiamo presentato va detto che se la sfiducia passa non andate a casa solo voi, andiamo tutti, anch'io, ma siccome credo in qualcosa sono disponibile a sottoscrivere la sfiducia. E voi, che vi rivolgete a noi chiedendo collaborazione, apertura, discussione, confronto, non state parlando con noi. Questo vostro atteggiamento mi ricorda un detto "lo dico a suocera perché lo intenda nuora"; questo voi volete ma noi non saremo il vostro pubblico ministero. Se avete qualcosa da dire ditela direttamente, all'indirizzo giusto, nelle modalità giuste, democraticamente, liberamente. Però siamo anche disponibili a fare un patto di buona amministrazione perchè, come abbiamo detto dall'inizio di questa legislatura non siamo pregiudizialmente contro; infatti ve ne proponiamo un altro per ricostituire lo Stato di diritto.
Signor Presidente della Regione, noi da diverso tempo non riceviamo risposta alle oltre 140 interrogazioni rivolte sia ai suoi Assessori che a lei. Noi abbiamo segnalato la presenza di irregolarità nelle nomine dei presidenti, dei direttori generali, del direttore generale della sua Presidenza, abbiamo segnalato irregolarità e illegittimità compiute da alcuni direttori sanitari e amministrativi, di alcuni direttori generali e quant'altro. Se abbiamo torto nel dire queste cose chiediamo scusa, ma accerti se è il caso di ricostituire uno Stato di diritto, si applichino le leggi esistenti o si modifichino per rendere possibile quello che lei vuole.
In secondo luogo propongo un patto elettorale a voi e ai nostri partiti. Con questo patto elettorale, che io sono disponibile a sottoscrivere immediatamente, chiediamo alle future coalizioni di impegnarsi affinchè entro il primo anno dalle elezioni si attivi un confronto con lo Stato per l'assegnazione di tutte le risorse finanziarie che vantiamo come credito nei confronti dello Stato medesimo, per cancellare immediatamente il decreto Ronchi istitutivo del Parco del Gennargentu, per ricostituire equità nei trasporti, continuità territoriale per le merci e le persone, per un recupero dell'industria e di un piano energetico decente, per il varo della Costituente, pur rispettando quest'Aula che ha votato per la Consulta, per rivedere la sovranità della Sardegna, per rigettare la devolution presentata dalla Lega e per stilare con noi un patto di solidarietà e sussidiarietà.
Se il vostro leader, la vostra coalizione sottoscriverà questo impegno con la Sardegna, io ed altri, non tanti ma alcuni, voteremo con voi. Se la nostra o altre coalizioni sottoscriveranno questi impegni fissando delle scadenze precise perché questi impegni vengano rispettati, bene, quella sarà la mia coalizione, quello sarà il mio premier, quello sarà il premier che porterò per le piazze della Sardegna. E' il momento, come si suol dire, per renderla in termini sintetici, di mettere alla prova realmente la nostra politica, la politica dei nostri partiti, la politica governativa, qualunque essa sia. Sono disponibile a proporvi la sottoscrizione di questo patto subito, fin da oggi, senza remore, senza pregiudizi di parte, ma nell'esclusivo interesse della Sardegna e dei sardi. E chi deve gestire poi queste entrate, chi deve gestire questi benefici li gestisca pure, l'importante è che sappia farne beneficiare tutti i sardi che noi, molto spesso, utilizziamo e ci vantiamo di poter rappresentare.
Chiudo, ribadendo che siamo pronti ad ascoltare, ma sicuramente non abbiamo necessità di ulteriori inviti perchè abbiamo sempre fatto il nostro dovere e siamo pronti al confronto.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Biancu. Ne ha facoltà.
BIANCU (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono ormai molti anni che la politica sarda parla di riforme, qualcuno aveva anche voluto battezzare la passata legislatura come la legislatura delle riforme, ma sappiamo che questo titolo impegnativo è rimasto totalmente disatteso. Anche la coalizione Sardegna Insieme, nel presentarsi agli elettori prima delle elezioni, ha inserito nel proprio programma un riferimento forte ed impegnativo al capitolo delle riforme.
Condividiamo dunque tutti una convinzione di fondo: l'attuale assetto istituzionale e organizzativo della Regione non è più capace di svolgere i suoi compiti e dare risposte adeguate ai problemi della società sarda. Di fronte a questi problemi anche nel recente passato sono state ricercate facili e magari suggestive vie di fuga: un nuovo rivendicazionismo o il richiamo salvifico a modelli esterni. E' francamente troppo poco per una comunità, come quella sarda, che sta cercando le ragioni e i valori che diano un nuovo senso e una nuova prospettiva al tema dell'identità e della cultura del suo popolo.
Sappiamo che l'insufficienza del legislatore regionale nel recepire le normative nazionali ha talvolta prodotto il paradosso di trasformare la specialità sarda in un handicap, caricando sulla Sardegna un deficit di autonomia e di autogoverno persino rispetto alle Regioni a statuto ordinario. Contemporaneamente la società sarda si è evoluta, differenziandosi e articolandosi, confrontandosi quotidianamente con la vita e la cultura di altre società locali, europee o extra europee, evolvendosi a un ritmo incomparabilmente superiore rispetto a quello tenuto dalle istituzioni che dovrebbero governarla. In questo quadro le istituzioni regionali sono rimaste in qualche modo spiazzate rispetto ai propri referenti sociali e solo aprendosi a quei referenti e facendosi permeare dalla loro esperienza, dalla loro cultura, dalle loro esigenze, le istituzioni potranno riposizionarsi e riconquistare un ruolo e una funzione che non siano meramente autoreferenziali.
Per tutte queste considerazioni abbiamo ritenuto che la riforma della nostra Regione rappresenti la condizione preliminare a ogni discorso di progetto per il futuro. Qualcuno ci fa osservare, ogni tanto, che i nostri concittadini non avvertono l'importanza delle riforme e la concreta incidenza che questo tema ha nella vita quotidiana delle famiglie, delle imprese, dell'intera società sarda. Ma noi sappiamo che il ridisegno dell'assetto istituzionale e organizzativo della Regione non è un esercizio astratto tutto interno alle sfere politico-istituzionali; al contrario, rappresenta la base indispensabile per affrontare problemi concreti che si chiamano lavoro, sviluppo, qualità della vita delle persone. Sulla base di questa premessa credo che possiamo avviare definitivamente e senza più interruzioni il lavoro di ridefinizione dei testi legislativi sui quali si fonda l'assetto della nostra Regione.
Le linee di indirizzo di questo percorso sono state già delineate nell'ordine del giorno che questo Consiglio regionale ha approvato il 7 ottobre dello scorso anno, con il quale si dichiarava aperta una sessione straordinaria e permanente di riforme incentrata sui temi dello Statuto, del rilancio della specialità, del nuovo rapporto con le autonomie locali e delle riforme da realizzare con la partecipazione attiva dei cittadini, delle formazioni sociali e dei diversi mondi della cultura e dell'economia della Sardegna. Avviare questa sessione sulle riforme significa, per la coalizione Sardegna Insieme, innanzitutto rispettare un impegno programmatico preciso.
La portata di questo impegno non ci consente però di considerarlo come materia di competenza di una sola parte politica, per quanto maggioranza investita dai cittadini della responsabilità di governo. Quando si affronta la definizione del quadro istituzionale in cui tutti devono riconoscersi, quando si scrivono le regole fondamentali del gioco democratico occorre ricercare infatti il massimo della condivisione e del coinvolgimento. Crediamo che in queste materie le soluzioni di parte siano difettose per definizione e destinate a risultare inefficaci. Noi riteniamo un obbligo della maggioranza coinvolgere anche l'opposizione per la definizione delle riforme, così come riteniamo un dovere e una responsabilità di tutti partecipare a questo processo. Per questo siamo pronti a confrontarci non soltanto con il Consiglio nella sua interezza, ma anche con le rappresentanze dei diversi mondi della società sarda, come del resto chiaramente indicato nell'ordine del giorno del 7 ottobre 2004, in cui si richiama l'esigenza di dar vita a un vero e proprio nuovo patto politico-sociale tra istituzioni e società per aprire una nuova fase nella storia autonomistica della nostra Regione.
I punti cardinali di questo nuovo patto sono quattro. Innanzitutto il nuovo Statuto di autonomia, la legge che disciplinerà le materie connesse alla forma di governo della Regione, la legge che ridefinirà l'organizzazione interna della Regione e infine una legge elettorale disegnata sulle specifiche esigenze e peculiarità della Sardegna. Relativamente al nuovo Statuto di autonomia nella passata legislatura un lungo e faticoso dibattito aveva limitato la discussione allo strumento da adottare. Ma, nonostante l'omogeneità politica della maggioranza regionale e di quella presente nel Parlamento e al Governo nazionale, il progetto dell'Assemblea costituente è fallito senza produrre risultati.
Il Consiglio regionale ha, dunque, di nuovo la piena responsabilità di sviluppare un processo di elaborazione del nuovo Statuto, capace di coinvolgere anche le energie, le creatività esterne al mondo della politica, intesa in senso stretto, e che oggi sono diffuse in tutti i settori della nostra società. La strada la possiamo considerare già tracciata dall'ordine del giorno sulle riforme citato e, se riteniamo, anche dalla proposta di legge numero 78 sulle iniziative per la predisposizione del nuovo Statuto regionale.
Si tratta di avviare immediatamente l'iter di approvazione di questa legge e istituire la Consulta regionale per il nuovo Statuto con il più ampio coinvolgimento delle rappresentanze di tutti i mondi che compongono la realtà della società sarda: le autonomie locali, il mondo del lavoro, delle imprese, della cultura, della formazione, del terzo settore e tutti i movimenti e soggetti collettivi desiderosi di partecipare e contribuire a un passaggio così determinante per il futuro della nostra Regione.
Della proposta di legge numero 78 condividiamo anche l'impostazione relativa all'indicazione dei contenuti dello Statuto, laddove, all'articolo 2, vengono elencati alcuni principi e i principali argomenti che la Consulta dovrà contemplare nella stesura del testo statutario. Principi e argomenti sicuramente modificabili e ampliabili che potranno costituire un'indicazione, non un vincolo, per la Consulta che il Consiglio regionale nominerà. Si tratta, evidentemente, di un'indicazione generale e non esaustiva dei possibili contenuti dello Statuto, poiché proprio dalla attività di elaborazione della Consulta si attendono proposte e apporti originali e sostanziali.
C'è dunque lo strumento, la Consulta, e ci dovrà essere un'indicazione sui principi generali. Ora dobbiamo stabilire tempi certi entro i quali realizzare il percorso. Pensiamo che la Consulta debba essere istituita entro il mese di dicembre dell'anno corrente e prevedere che i suoi lavori si concludano non oltre l'estate del 2006. L'urgenza nasce sia dal ritardo accumulato, sia dall'opportunità, così come indicato dal presidente Soru nel suo intervento, di agganciarci alle nuove proposte di statuto presentate in Parlamento dalle altre Regioni a statuto speciale, quali la Sicilia e il Friuli Venezia Giulia, Regioni i cui poteri di autonomia già risultano più ampi di quelli della nostra Regione. Se contemporaneamente procederà il lavoro del Consiglio regionale sulle altre leggi di riforma potremo, a buon diritto, attribuire al 2006 il titolo di "anno delle riforme" e aggiungere un tassello importantissimo al mosaico dei compiti svolti dal Consiglio regionale nella corrente legislatura nella sua interezza.
Sulla così detta legge statutaria, che tratterà le materie connesse alla forma di governo della Regione decostituzionalizzate dalla riforma del Titolo V, il Consiglio dovrà sviluppare una approfondita riflessione a partire dall'oggetto dell'attuale articolo 15 dello Statuto regionale per arrivare a una definizione, sistematica e armonica, di alcuni punti nodali tra i quali la forma di governo e i rapporti tra le diverse sfere istituzionali, in particolare il Presidente, la Giunta e il Consiglio regionale. L'obiettivo dovrà essere non soltanto quello di costruire un nuovo e migliore equilibrio tra esecutivo e assemblea legislativa, ma soprattutto quello di incrementare la rappresentatività e la stabilità delle istituzioni regionali e di accentuare maggiormente la trasparenza delle attività istituzionali e la partecipazione dei cittadini. La stessa autonomia degli enti locali e l'imponente trasferimento di funzioni dello Stato e delle Regioni ai comuni trovano la loro ragione d'essere nell'esigenza di avvicinare il più possibile i cittadini ai centri di potere decisionale politici e amministrativi nell'ottica del superamento del vecchio concetto di antagonismo e, peggio, di passività nei confronti della pubblica amministrazione.
Con le medesime finalità, l'elezione diretta del Presidente della Regione ha dato all'esecutivo regionale tutti i poteri per far fronte con strumenti adeguati, ed in tempi certi, alle proprie responsabilità, modificando in senso decisionista e verticista la tradizionale conduzione della macchina amministrativa regionale. Se è dunque vero che il cittadino è indicato come il fulcro dell'ordinamento e il destinatario primario dell'attività della pubblica amministrazione, dobbiamo riconoscere che nel perseguimento di queste finalità si sono scelte forme di governo nelle quali è concreto il rischio di spinte verticistiche e decisioniste al di là della stessa volontà di chi è concretamente chiamato a ricoprire gli incarichi di governo nelle diverse realtà istituzionali.
Per questi motivi crediamo che all'interno della stagione di riforme istituzionali che la Regione Sardegna intende avviare, il tema della partecipazione dei cittadini alle grandi scelte del governo regionale debba trovare uno spazio significativo e risposte adeguate e concrete. La Giunta regionale ha elaborato un suo contributo al dibattito attraverso un'ipotesi di testo di legge statutaria, su cui si è già aperto il confronto tra forze politiche di maggioranza ed opposizione. Questo dibattito entra ora a pieno titolo nell'agenda del Consiglio regionale a cui spetta la titolarità delle scritture e dell'approvazione definitiva della legge stessa.
Anche in relazione alla legge sull'organizzazione interna della Regione, che tratterà le materie attualmente disciplinate dalle leggi regionali numero 1 e 31, lo sguardo del legislatore dovrà costantemente contemplare non soltanto la dimensione interna dell'istituzione, ma anche e soprattutto i riflessi del quadro organizzativo regionale sulla vita esterna all'istituzione. Questo significa che certamente occorrerà perseguire l'efficienza e l'efficacia dell'attività dell'Amministrazione regionale, ma senza mai trascurare la trasparenza e l'accessibilità dei processi per i cittadini, per le istituzioni locali e per i diversi attori coinvolti nelle attività di competenza delle istituzioni regionali.
Come abbiamo avuto modo di sostenere anche in altre occasioni nel momento presente chi ha la responsabilità di un ruolo istituzionale di governo deve dare risposte a due domande fondamentali. In primo luogo trovare soluzioni adeguate ai problemi della società e dei cittadini e, contemporaneamente, condividere con la società e con i cittadini le ragioni delle grandi scelte collettive che le istituzioni sono chiamate a compiere. Responsabilità di governo, efficienza, efficacia da una parte, partecipazione, apertura, condivisione dall'altra. La sfida delle istituzioni regionali, ma il discorso non è diverso per quelle nazionali o per le autonomie locali, consiste proprio nel saper tenere costantemente intrecciati questi due fili, sapendone coniugare le opportunità e i vantaggi. In questo modo si evita al sistema di cadere nel decisionismo autoreferenziale, oppure all'opposto di ritornare alla pura rappresentanza incapace di prendere decisioni e quindi di governare.
Questi temi certamente connoteranno le riflessioni sulla legge statutaria e su quella relativa alla organizzazione interna della Regione, ma non c'è dubbio sul fatto che la matrice di queste dinamiche sia prima di tutto la legge elettorale regionale. Come abbiamo già detto l'esigenza di stabilità del governo regionale, ineludibile di fronte ai gravissimi ritardi e alle esigenze della Sardegna, ha cominciato a trovare risposte nella legge elettorale che ha generato la presente legislatura. Con questa legge i cittadini sardi hanno potuto scegliere direttamente il Presidente della Regione, avendo sufficienti garanzie sulla stabilità del suo governo.
Questo è positivo, ma pensiamo che l'attuale legge elettorale risulti inadeguata per altri aspetti. Non definisce con certezza in anticipo il numero dei componenti del Consiglio regionale, come dimostra la formazione di questa stessa assemblea, ma soprattutto non garantisce il Consiglio regionale come assemblea legislativa investita di piena autonomia nell'esercizio della sua funzione. La legge in vigore attribuisce infatti all'esecutivo delle prerogative che possono di fatto condizionare l'attività dell'organo legislativo, impedendo la realizzazione di un sistema basato sulla separazione e sull'equilibrio tra poteri. Se condividiamo, e la condividiamo, la medesima responsabilità rispetto alla realizzazione del programma di coalizione, dobbiamo anche consentire a ciascuno di concorrervi con pari dignità, al Presidente, alla Giunta e alla maggioranza consiliare. Il lavoro costante di confronto e dialogo nella maggioranza esprime la comune volontà di armonizzare l'attività dell'esecutivo con il ruolo del Consiglio, e almeno sui grandi temi ci auguriamo di poter realizzare una proficua e inedita prassi di dialogo anche tra maggioranza ed opposizione.
Tutto ciò però non può farci ignorare una consapevolezza ormai diffusa e condivisa, una riflessione sulla legge elettorale e una sua correzione sono opportune e necessarie per dare compiutezza ed organicità all'impegno riformatore che stiamo assumendo per realizzare un profondo rinnovamento del sistema istituzionale regionale. Pensiamo, dunque, che il Consiglio possa e debba assumere anche su questo tema un'iniziativa forte che conduca all'approvazione di una nuova legge elettorale entro il 2006, una legge da approvare a Statuto vigente, ferma restando la possibilità che il nuovo Statuto di autonomia, che verrà elaborato durante il prossimo anno, pervenga a definire nuovi elementi anche in materia di legge elettorale regionale.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SPISSU
(Segue BIANCU.) In conclusione, crediamo che con questa discussione si debba aprire, definitivamente e senza più interruzioni, quella sessione permanente straordinaria di riforme che dovranno caratterizzare in modo profondo la legislatura corrente. Oggi il presidente Soru e la maggioranza di centrosinistra in totale condivisione stanno lanciando una proposta, un metodo di lavoro per coinvolgere ed impegnare l'intero Consiglio nella definizione delle riforme istituzionali. Non stiamo scrivendo in questo momento le riforme, ma stiamo definendo la cornice di principi e il metodo che ci condurranno a modellare il complesso coordinato e coerente delle riforme fondamentali della Regione. Un sistema in cui la forma di governo, la legge elettorale e la matrice organizzativa della Regione risultano strettamente correlate ed integrate e tutte insieme incardinate nei principi e nelle linee di indirizzo che il nuovo Statuto avrà definito. Un sistema di leggi fondamentali che sappia basarsi sulle radici e sui valori della nostra comunità, ma che a quelle radici e a quei valori sappia aprire prospettive di crescita e di sviluppo. Il percorso dovrà essere approfondito e coinvolgente e dovrà saper cogliere ciò che di vitale scaturisce dalla nostra società e che ci sfida certamente a misurarci con i grandi problemi, ma anche con la vita quotidiana e con la concreta esperienza umana delle persone.
Un percorso che dovrà caratterizzarsi attraverso i contributi di tutti, senza separazione tra istituzioni e società, senza pregiudiziali che derivino da logiche di schieramento all'interno delle istituzioni. Abbiamo ascoltato una polemica strumentale di una parte dell'opposizione, ma soprattutto abbiamo registrato con molta attenzione la disponibilità - penso, tra gli altri, agli interventi del collega Oppi e a del quello del collega Diana svolto nella giornata di giovedì - a partecipare in modo costruttivo alla definizione delle leggi di riforma. E' necessario, colleghi, che tra maggioranza ed opposizione si compiano passi in avanti sul piano del reciproco riconoscimento; da parte nostra, lo garantiamo, non vi saranno atti di prepotenza e possiamo assicurare l'assenza di qualunque tentazione di utilizzare il tema delle riforme per operazioni strumentali o di propaganda.
Credo che in particolare ciascuno di noi, colleghi, debba avvertire la grande responsabilità che deriva dall'essere investiti di questo compito impegnativo. Se vorremo, saremo capaci di sviluppare un confronto aperto e autentico sul merito delle questioni per costruire insieme, maggioranza ed opposizione, un sistema di riforme condiviso ed adeguato alle necessità della Sardegna. E, se ci riusciremo, avremo reso davvero un grande servizio alla nostra terra e onorato degnamente il mandato ricevuto dai nostri concittadini.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.
ATZERI (Gruppo Misto). Signor Presidente, signori consiglieri, il mito rivoluzionario sapeva solo distruggere, però non aveva l'idea concreta di ciò che doveva fare né come e né quando farlo, per nostra fortuna la rivoluzione è stata sepolta dalla storia e per questo motivo oggi tutti si dichiarano riformisti. Quindi anche battaglie storiche e slogan che prima appartenevano a partiti moderati e conservatori improvvisamente sono stati allontanati e si sono ammantati di questa patina di riformisti, cosa diversa dai riformatori.
Dopo le esperienze fallimentari di diverse Giunte e dopo la prepotente avanzata dalla globalizzazione, ci si accorti che la Sardegna è ultima, le forze politiche hanno preso atto di questo fallimento e si richiamano ad uno Statuto che era speciale solo sulla carta e che adesso hanno definito vecchio, precario, superato. Io risparmio di ripercorrere i percorsi storici, ma sarebbe opportuno, visto che parliamo di riforme, rileggere gli atti della Consulta che rappresentano un preziosissimo contributo politico-culturale per sapere come non si fanno o non si devono fare le riforme.
In un periodo storico particolare lo Statuto si basava su principi economicistici, più tardi un nostro prozio, Antonio Simon Mossa, parliamo degli anni Sessanta portò all'attenzione politica il valore etnico-linguistico e parlò di minoranze identitarie. . Ma in quel periodo nasceva lo Statuto definito dal povero Emilio Lussu che, tra l'altro, era stato tirato ripetutamente per la giacchetta da figli illegittimi che volevano essere riconosciuti come i suoi figlioli, ma era impossibile perché l'avversavano in tutti i modi, ma questo Statuto oggi ha bisogno di una rivisitazione.
Come ci rapportiamo a questo bisogno, perché vi è l'esigenza di riformare e come si vuole riformare? Sono costretto inevitabilmente a parlare dello strumento. Noi abbiamo presentato una proposta di legge per l'istituzione dell'Assemblea costituente consultiva, che non esautorava e non esautora il Consiglio regionale, invece è stata fatta un'altra opzione: quella della Consulta. L'articolo 1, al comma 3, recita che i consigli comunali e provinciali possono stabilire di integrare la propria composizione e prosegue, sempre al medesimo articolo che possono altresì assumere iniziative. Il popolo, quello che dovrebbe riscrivere il patto tra i sardi, è una variabile, una protesi grigia, insignificante, si dice "possono"! L'onorevole Cugini, per l'esperienza politica che possiede, ha cercato nel suo appassionato intervento di rafforzare questa anemica Consulta richiamandosi ad uno stuolo di "consiglieri di amministrazione" provenienti dai 370 consigli comunali sparsi nella Regione e un po' si è redento, ha capito cioè che la Consulta non è un momento costituente, non mobilita le coscienze dei sardi. Ma, chi ha paura di far parlare i sardi? Non dovremmo invece essere terrorizzati, noi, del loro silenzio? Anche perchè non è vero che sono indifferenti, sono molto attenti e seguono i nostri passi nella loro solitudine; vorrei a questo punto spezzare una lancia a favore dei sardi che vengono dipinti ignobilmente come rancorosi, oscuri, monocigliuti e tutte queste amenità; il sardo è pacato, garbato, pudico nei gesti e nel linguaggio, la sua solitudine deriva dalle delusioni che ha avuto. Anche noi, deludiamo il popolo sardo da cinquant'anni e più .
Io non voglio fare il processo alle intenzioni, però il presidente Soru ha parlato di una bozza, di un contributo aperto alle capacità culturali, alle intelligenze di questo Consiglio che oggi non ha alibi, deve fare delle scelte, deve dare delle indicazioni, ma non in questa fase. Non è vero, tra l'altro, che questo Consiglio non rischia l'esautoramento e l'emarginazione, bisogna usare i termini più congeniali: questa legge truffa che dà eccessivi poteri al presidente Soru va rivisitata. Parlare di legge elettorale o di legge statutaria o di modello organizzativo della Regione è un errore tragico; io prevedo un percorso sincronico per queste tre leggi e vorrei ricordare che sarebbe opportuno considerarle come dei vasi comunicanti. Quando noi pensiamo di rivedere la legge elettorale dobbiamo pensare agli effetti sistemici che possono prodursi sulle altre due, non è possibile affrontare un tema ignorando le conseguenze sull'altro. Come si può pensare, appunto, alla legge elettorale e non pensare alla forma del governo? Oppure come non possiamo pensare ai poteri del Presidente della Giunta e alle conseguenze determinate da questi poteri su un modello organizzativo? Non è normale, non è serio.
Allora, se le riforme devono essere fatte per durare e servire ai sardi viventi, soprattutto ai nascituri, occorre che siano riforme profonde, concertate, la democrazia decidente deve coniugarsi con la democrazia concertata, altrimenti non stiamo parlando di riforme; stiamo parlando di un Presidente che scende da Monte Urpinu con le tavole mosaiche e se qualcuno osa dissentire rischia di ricevere anche un colpo in testa, ma queste sono altre cose. Le riforme a cui i sardisti sono abituati sono quelle che vengono scritte veramente dai sardi.
Noi prendiamo atto che l'ipotesi dell'Assemblea costituente è stata bocciata e, democraticamente, questa imposizione della Consulta non ci trasformerà in aventiniani, ma lo strumento più idoneo era ed è per noi quello dell'Assemblea costituente consultiva. Ma la fretta, che è la sindrome grave del sistema, il correre, non hanno nulla a che fare con le riforme che vogliamo fare noi, perché la riforma è qualità, è concertazione, è prospettiva, è durata decennale. La fretta può essere uno slogan, può essere un valore aziendalistico, ma non sempre è sinonimo di qualità, ecco perché ci sono ombre e qualche luce.
Cosa deve fare il riformista buono? Dialogare con le parti sociali, con i sindacati, con le opposizioni, mai deve andare in solitudine imponendo dogmaticamente le scelte perché la stagione di questo potere presidenzialista consente, purtroppo, questo atteggiamento muscolare. I tagli indiscriminati, la scure che si abbatte sulla società civile, se non alimentano speranze e non leniscono le sofferenze sono provvedimenti sbagliatissimi. Ecco perché le riforme, i provvedimenti, devono essere concertati e vissuti nel rispetto dei ruoli; quindi il Consiglio regionale è chiamato anche a pensare ad un'altra legge elettorale che bilanci i poteri. A distanza di tempo abbiamo visto infatti i guasti che nascono da questa scelta scellerata che è un corpo estraneo alla nostra specialità, l'abbiamo detto diverse volte, non è vero che è un'ottima legge perché la stabilità, la governabilità non devono essere perpetrate in un modo coatto, violento, col ricatto meschino di questo scioglimento del Consiglio regionale. Questa non è democrazia, è una scelta immorale, così come è ingiusto ed immorale che un Presidente si invaghisca di una bellezza caraibica e abbandoni il Consiglio perché, statisticamente, in Florida si trasferiscono tantissime persone distratte da problemi finanziari o innamoramenti incontrollati. E' giusto istituire la figura del Vicepresidente che democraticamente garantisca la continuità di questa esperienza politica. E' impensabile che noi si stia vivendo stagioni così antidemocratiche.
Che cosa dobbiamo fare? Le riforme. Quale finalità devono avere? Dobbiamo rimuovere le norme intruse che non appartengono alla nostra specialità, norme che spesso sono state imposte da potentati e partiti italiani per imporci un modello di sviluppo che non è autogeno, non ci appartiene e ne paghiamo le conseguenze.
Che cosa dobbiamo riscrivere nel nuovo Statuto? Dobbiamo fare in modo che la cultura statalista truffaldina (c'è un esempio anche oggi sulla stampa), che ci dà apparentemente in modo gratuito dei poteri e delle competenze poi ci assicuri le necessarie risorse finanziarie; occorrerebbe scrivere nello Statuto, quindi norma costituzionale, che i sardi hanno il diritto a spostarsi in regime di continuità territoriale, che l'attuazione di questo principio non può essere legata ai capricci di questa cultura dello Stato truffaldino che nasconde le carte, perché questa è un'offesa per tutto il Consiglio regionale.
Così noi dobbiamo liberare, attraverso queste riforme, risorse che sono state sciaguratamente sotto il controllo di politiche di colonizzazione, vedasi gli ambiti territoriali sottratti alla nostra sovranità, per destinarle a queste inspiegabili politiche e strategie militari. Queste cose dobbiamo fare assieme al presidente Soru, sempre che il presidente Soru rientri nella tipologia del riformatore buono.
Io non voglio fare il processo alle intenzioni, voglio attenermi alle frasi che sono state dette, ai concetti espressi in quest'Aula, è una sfida per tutto il Consiglio riscrivere le riforme, le nuove regole; e il problema più drammatico è proprio quello di rivedere la tipologia istituzionale, dargli la modernità di cui necessita una regione che deve riaffacciarsi verso l'Europa in un modo moderno ma con la sua identità.
E allora la Sardegna, se assieme al Consiglio regionale, assieme alla Giunta riuscirà a riscrivere queste riforme potrà ricreare un nuovo modello di sviluppo che sia organico a queste riforme, non avulso e potremo vivere stagioni veramente esaltanti per questa legislatura, per questi consiglieri e, spero, per questa Giunta se sinceramente è convinta che le riforme si fanno solo in questo senso, in un modo concertato perché le riforme sono un fatto psicologico, identitario e sociale e non sono una prerogativa di un semplice Presidente, ma appartengono a tutti.
Io sono convinto che quando affronteremo ciascun singolo tema potremo dare un contributo ed arricchire questa Regione che da 57 anni ha uno Statuto orientato da prassi e norme che non ci appartengono; norme intruse, corpi estranei che hanno distrutto una stagione autonomistica meravigliosa e che abbiamo accettato grazie anche ad una classe politica imbelle e telecomandata da Roma. Questo lo dobbiamo dire. Oggi spetta a noi invertire la marcia e dare alla Sardegna quello sviluppo e quella speranza di rinascita che da troppi anni sta inseguendo vanamente.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Marrocu. Ne ha facoltà.
MARROCU (D.S.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, signori Assessori, cari colleghi, forse le prime cose che dirò magari non troveranno molto consenso da parte dei colleghi, forse incide un po' il mio stato d'animo odierno che non è quello delle migliori occasioni, nell'affermare che non avverto di vivere questo dibattito da protagonista di un momento importante, anzi, avverto un divario sempre più evidente tra ciò che noi diciamo di voler essere, tra ciò che noi reclamiamo di voler essere e ciò che poi viviamo nel dibattito in Aula.
Quanto sto dicendo non vale per tutti, ma certo che un dibattito come questo, che ha l'obiettivo di voler incidere, determinare e ridisegnare la nuova autonomia per i prossimi decenni, non è vissuto con quella passione, con quella partecipazione che un momento come questo richiederebbe. È evidente lo scarto esistente tra il richiamare continuamente la centralità del Consiglio, il ruolo del Consiglio e poi vedere partecipare alla discussione su questi temi un terzo dei colleghi componenti l'Assemblea.
Forse il Consiglio non è rappresentativo del meglio che la società sarda esprime, o forse in questo momento c'è una crisi di classe dirigente in Sardegna e, quindi, il Consiglio la riflette. Ma ho sentito qualcuno dire che parlare di riforme è gettare fumo negli occhi per cui è il caso di abbandonare questo argomento e parlare dei veri problemi dei sardi. Addirittura qualcuno si è chiesto che cosa ha prodotto l'autonomia, e la risposta è stata che ha prodotto "solo" due piani di rinascita.
Vedete, io milito in un partito che per molti dei decenni del dopoguerra è stato all'opposizione, ma inviterei il collega che ha parlato dei due piani di rinascita a visionare i filmati, che gentilmente ci ha regalato il Presidente del Consiglio, dell'istituto Luce sulla Sardegna degli anni del dopoguerra per confrontarla con la Sardegna odierna. Credo che sia ingeneroso parlare di questi anni passati nel modo in cui si è parlato.
Può darsi che certi discorsi siano dovuti al fatto che è molto difficile affrancarsi dai condizionamenti del momento politico e quindi dalla polemica politica di queste ore e di questi giorni; può darsi che sia molto difficile superare il momento che si vive, che è un momento pre-elettorale, e quindi essere convinti che parlare di questi temi, che parlare di riforme significhi consentire ad una parte politica di raggiungere obiettivi che possono strumentalmente essere utilizzati nel prossimo appuntamento elettorale.
È difficile, c'è diffidenza, c'è sfiducia, un collega parlava di fatica, ci vuole molta fatica, ma io dico che ci vuole molta fatica, molta pazienza, ma non c'è strada alternativa.
Le dichiarazioni del Presidente hanno introdotto questo dibattito e nel contempo io speravo, non l'hanno fatto, che spazzassero via le polemiche che l'hanno preceduto. Molti colleghi, però, nei loro interventi non hanno fatto riferimento a quanto affermato dal Presidente, ma alle polemiche dei giorni precedenti, polemiche superate.
Il presidente Soru ha aperto i lavori di questo Consiglio a nome e per conto di questa maggioranza, in totale sintonia con la maggioranza. Ha indicato un percorso politico e avviato una stagione politica di riforme che impegna tutto il Consiglio, la maggioranza e la minoranza.
La domanda che dovremmo porci è se ancora oggi, a distanza di sessant'anni dalla approvazione dello Statuto speciale di autonomia, , c'è motivo per rivendicare autonomia e specialità. Dovremmo chiederci cioè se ancora oggi perdurano le motivazioni economico-sociali, culturali, linguistiche, elementi come l'insularità, che portarono i padri dell'autonomia sarda a rivendicare e ottenere la nostra specialità. Quelle ragioni ci sono ancora, oggi, dopo le modificazioni statutarie apportate, dopo le modificazioni costituzionali che hanno di fatto decostituzionalizzato alcune parti del nostro Statuto e hanno consentito alle regioni a Statuto ordinario di avere un proprio Statuto, di poter definire una propria forma di governo, una propria legge elettorale?
Se la risposta a questa domanda è positiva, se siamo convinti che quelle ragioni ci sono ancora tutte, se siamo convinti che questo è un obiettivo a cui non ci possiamo sottrarre, se è chiaro che la strada è così semplice, io dico perché complicarla?
Nei dieci anni precedenti, almeno per chi li ha vissuti da consigliere, questo problema della revisione dello Statuto è stato affrontato sulla base delle due ipotesi che ancora oggi vengono avanzate. Nella legislatura 1994 - 1998 fu seguita la strada del Consiglio sovrano, del Consiglio a cui nessuno vuole togliere la sua sovranità, per cui fu individuata la strada che prevedeva di istituire una Commissione speciale, la Commissione Statuto. Dopo cinque anni di lavoro di quella Commissione il Consiglio non partorì nulla, nessuna proposta concreta di revisione dello Statuto fu avanzata da questo Consiglio.
Nella legislatura successiva si individuò una strada diversa poiché si disse che la revisione dello Statuto non poteva essere pertinenza solo di questo Consiglio né della Commissione statutaria consiliare, la nona Commissione, istituita nella precedente legislatura, ma poiché la questione era quella di riuscire a portare il dibattito tra la gente occorreva istituire una Assemblea costituente.
Debbo dire che quella, pur non essendo io tra i sostenitori dell'Assemblea costituente, fu comunque una fase importante del dibattito regionale che portò ad una discussione tra le forze sociali, in mezzo alla gente sarda. Ma anche quella strada non ha prodotto nulla. Ad oggi non c'è nulla, la Sardegna è ancora ferma mentre in Parlamento sono depositate le proposte di riforma di Statuti come quello della Sicilia e del Friuli. Nell'ordine del giorno di un anno fa si indicò una strada diversa, forse un tentativo di mettere insieme le due esigenze, quella di mantenere la sovranità del Consiglio, come assemblea che è espressione comunque della società sarda, e allo stesso tempo quella di allargarre la base di partecipazione alla discussione per la ridefinizione e la riscrittura dello Statuto, prevedendo una Consulta che affiancasse il Consiglio e unisse le forze consiliari, le forze sociali, i rappresentanti delle forze vive di questo Paese, i rappresentanti degli enti locali, cioè oggi il Consiglio delle autonomie, che magari potesse coinvolgere anche le università e quindi il mondo della cultura, la classe dirigente sarda allargata anche ai parlamentari, visto che poi comunque la proposta statutaria verrà discussa in Parlamento, quindi coinvolgiamoli subito in questa ipotesi di lavoro.
Vi era e vi è un tentativo di coniugare, rispetto alle due precedenti esperienze, quella che manteneva tutto in capo al Consiglio attraverso una Commissione statutaria, la famosa nona Commissione presieduta da un collega capace ed intelligente come Bonesu, e la strada alternativa della legislatura appena passata, quella dell'Assemblea Costituente, che hanno comunque fallito, al di là della bontà dell'iniziativa promossa,la sovranità del Consiglio con un allargamento della base di partecipazione alla discussione e alla costruzione della proposta attraverso la Consulta. Nulla vieta, lo dico al collega Vargiu, che questo lavoro della Consulta, come proposto da Cugini, come proposto da Sabatini, sia supportato realmente da un grande dibattito tra la gente, tra i sardi della nostra comunità, con il coinvolgimento dei consigli comunali, di tutte le forze vive della società di questa Regione. Questa è la strada.
Noi indichiamo questa strada per la riforma dello Statuto, proponiamo e proporremo, io spero unitariamente, che si dia corso velocemente a quell'ordine del giorno approvato un anno fa, rispetto al quale siamo colpevolmente in ritardo, e che magari entro il 2005 si possa istituire la Consulta, concordando le rappresentanze di maggioranza e di minoranza, allargandone la composizione il più possibile alle forze vive della nostra comunità. Sarebbe un fatto positivo se dessimo tempi veloci alla Consulta e al Consiglio per consentire, lo hanno sottolineato il Presidente e anche Antonio Biancu, che la riforma del nostro Statuto arrivi in Parlamento insieme a quella dello Statuto di altre regioni speciali, che cinquant'anni fa o sessant'anni fa, ottennero più autonomia e più poteri rispetto alla Regione Sardegna.
Si dice che le riforme non sono una priorità; come si può dire che questa non sia una delle priorità della Sardegna? In termini propagandistici si può dire che questo sia limitativo di un'azione di Governo che affronti i problemi del sociale e del lavoro, ma tutti noi onestamente sappiamo che c'è una fortissima correlazione tra l'esigenza di riformare questa Regione, di dotarci di poteri, di autonomia, di sovranità e l'esigenza di affrontare i problemi della comunità sarda.
Perché abbiamo parlato di Statuto? Perché per noi è la legge fondamentale dell'autonomia, ma parlare di Statuto e avviare un processo di riforma dello Statuto non impedisce che il Consiglio regionale, anche in attesa che sia definito e concluso il percorso di riscrittura dello Statuto, possa dotarsi di una legge statutaria, in attuazione dell'articolo 15 dello Statuto che definisca la forma di Governo, che possa meglio definire i rapporti tra il potere esecutivo e quello legislativo. I due percorsi a nostro avviso non sono slegati, anzi riteniamo opportuno, e l'ha detto bene il Presidente, che ci sia un filo conduttore a legare questi grandi processi di riforma e che siano strettamente collegati, tra la gente sarda, il momento della discussione della riforma dello Statuto e quindi dell'avvio della Consulta, col momento della discussione della legge statutaria, con il momento della discussione della legge elettorale che può essere disciplinata, come proporremo anche in un ordine del giorno, con un provvedimento separato rispetto alla legge statutaria, con il momento della discussione della legge riorganizzativa, cioè la legge di riforma della "31" e della "1".
Si avverte o non si avverte l'esigenza di varare queste riforme? Se si avverte non si utilizzi in modo strumentale il fatto che la Giunta, nel pieno delle sue funzioni, abbia ritenuto opportuno elaborare una proposta che non è stata ancora esitata, che è ancora in costruzione, che è stata presentata alla discussione come una ipotesi di lavoro della quale discutere; ebbene, questa proposta è stata considerata addirittura come un'offesa, ma non offende il Consiglio, la cui centralità non è in discussione per nessuno di noi e la cui funzione noi dobbiamo rivendicare non solo a parole ma nell'azione concreta.
È un'ipotesi di lavoro che la Giunta ha elaborato, che ha illustrato, che è stata profondamente modificata tra l'altro in questo periodo, che anticipa l'elaborazione della legge statutaria rispetto alla riscrittura dello Statuto. Sono quindi ipotizzabili due percorsi; si può scrivere una legge statutaria che contenga anche alcune norme che andrebbero nello Statuto oppure si può elaborare una legge statutaria asciutta che si limita esclusivamente a quanto disposto dall'articolo 15 dello Statuto. La scelta del percorso è in capo al Consiglio, in capo al lavoro che verrà fatto in Commissione, che verrà fatto dall'Aula, è in capo a tutti noi.
Quindi noi oggi proponiamo ai colleghi della minoranza un percorso comune di discussione e di dibattito per affrontare quattro temi fondamentali: la riforma dello Statuto attraverso l'istituzione, entro dicembre 2005, della Consulta, la legge statutaria che è una legge fondamentale, è una legge che va approvata a maggioranza qualificata, e che può essere sottoposta a referendum confermativo. E' una legge importante deve vedere partecipe, oltre alla maggioranza, anche l'opposizione, il Consiglio regionale nella sua interezza.
Il terzo tema riguarda la legge di riorganizzazione che, ugualmente, mi pare non possa essere rinviata; da tutti, in tutti i momenti, viene avvertito infatti il bisogno di darci una moderna ed efficiente organizzazione dal punto di vista amministrativo. Infine l'ultimo tema riguarda la legge elettorale che è strettamente legata alla legge statutaria, ma io comunque non anticipo nulla. Vi vorremmo invece sottoporre un ordine del giorno che non entra nel merito delle questioni, perché tutto è lasciato al percorso che insieme vorremmo compiere.
Mi avvio a concludere invitando i colleghi a sfuggire la tentazione di pensare che questi argomenti possono essere da una parte o dall'altra strumento di propaganda in questa fase fortemente condizionata dal momento politico.
Concludo dicendo che noi abbiamo cercato e cerchiamo con ostinazione di definire con voi, minoranza, un percorso unitario, ma non vi vogliamo attribuire un potere di veto; però, con la stessa ostinazione con la quale cerchiamo un percorso unitario e vogliamo confrontarci con voi sul merito, proseguiremo il cammino verso le riforme. E se questo Consiglio non avrà la maggioranza necessaria per evitare un referendum confermativo, vuol dire che il referendum confermativo sarà un momento di confronto tra la gente su quello che questo Consiglio avrà prodotto. Quindi ostinati a cercare l'accordo nel percorso e anche nel merito con l'opposizione, ma con la stessa ostinazione decisi ad andare avanti nel realizzare nel 2006 queste grandi riforme.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere La Spisa. Ne ha facoltà.
LA SPISA (F.I.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta e colleghi, io vorrei dire innanzitutto che questo dibattito non è assolutamente inutile, così come non è stato inutile il confronto che si è svolto un anno fa sul percorso della riforma istituzionale della Regione e che, come è già stato sottolineato, si compone di atti normativi che si collocano diversamente nella gerarchia delle fonti. Non è assolutamente tempo sprecato, come non sarà tempo sprecato, lo anticipo, che ci possa essere un ordine del giorno condiviso o meno da tutta l'Aula. Questa è una materia su cui è utile e importante un confronto, a prescindere dal fatto che il confronto medesimo poi venga formalizzato in atti che, in fondo, lasciano il tempo che trovano se non si chiarisce quale percorso intraprendere per raggiungere un obiettivo da tutti voluto.
Io vorrei proprio sottolineare che l'opposizione vuole le riforme come le vuole la maggioranza, l'opposizione vuole che questa legislatura non vada comunque sprecata rispetto a un obiettivo grande che ci interessa come cittadini, prima ancora che come uomini politici. Ricordiamoci che la questione della revisione dello Statuto, la questione quindi dell'attualità o meno della specialità per la Sardegna, è stata affrontata da tempo dalle forze politiche, ed è tutt'ora affrontata. Vorrei richiamare il fatto che, quanto meno da quattro legislature a questa parte, il Consiglio regionale ha prodotto atti che andavano nella direzione della riforma dello Statuto. Nel 1987, legge regionale numero 32, istituzione di una Commissione speciale di indagine per la riforma istituzionale della Regione, presieduta dall'onorevole Francesco Cocco; 1993, legge regionale numero 19, istituzione di una Commissione speciale per la revisione dello Statuto; ancora in un'altra legislatura, 1995, istituzione di una Commissione speciale per la revisione dello Statuto presieduta dal sardista Bonesu; 2001 (una legislatura che si è occupata di riforme in maniera importante, anche se non fruttuosa, ma neanche le altre legislature sono state fruttuose da questo punto di vista), approvazione di un progetto di legge di iniziativa del Consiglio regionale per l'istituzione di una Costituente sarda.
Io vorrei ricordare, è un dato di fatto al quale guardare con obiettività, che nessuna di queste Commissioni (per non parlare della proposta consiliare sulla istituzione della Costituente fermata in Parlamento), presiedute da illustri colleghi consiglieri regionali, che hanno lasciato sicuramente traccia di argomentazioni politiche, di programmi e di idee, ha prodotto un testo. Al massimo si è arrivati alla proposizione di un ordine del giorno da parte della Commissione Bonesu che indicava alcuni temi, ma non si è mai arrivati all'elaborazione di un articolato di legge, questo è importante sottolinearlo.
Ci dobbiamo rendere conto che a parte la riforma dello Statuto, anche una legge statutaria non è effettivamente un provvedimento facile da elaborare ed approvare, neanche come proposta da parte del Consiglio regionale, nonostante che la questione della specialità ormai si sia imposta in maniera forte all'attenzione della classe politica della classe dirigente sarda fin dai primi anni 70. Anni in cui, precisamente nel 1971,vennero istituite le regioni a statuto ordinario, e poi si proseguì il percorso di completamento dell'ordinamento regionale varando nel '77 il D.P.R. numero 616, importantissimo decreto legislativo che ha previsto ili trasferimento di poteri e di funzioni amministrative alle regioni ordinarie, trasferimento di funzioni e poteri proseguito con la modifica del Titolo V dello Statuto che, di fatto, ha dato alle regioni ordinarie una mole di poteri, in particolare una capacità legislativa e quindi, conseguentemente, una capacità amministrativa di gran lunga superiore a quella esercitata nei decenni precedenti dalle regioni speciali.
Noi ci siamo trovati quindi ad inseguire le regioni ordinarie che, facendo fronte comune nei confronti dello Stato, hanno progressivamente conquistato un potere sempre maggiore e, soprattutto, abbiamo inseguito noi stessi chiedendoci se ancora sussistevano le motivazioni forti per chiedere ancora il riconoscimento di un'autonomia speciale per la Sardegna. Quest'ultima questione è la più grave; agganciarci infatti al treno regionalista in fondo è stato semplice perché, quanto meno con le norme transitorie, noi abbiamo in qualche modo, di fatto, le stesse potestà delle altre regioni ordinarie, mentre è molto più difficile lavorare tra noi e nei confronti del Parlamento per riaffermare le ragioni della specialità, non in termini generici ma in termini concreti, per tacitare finalmente tutti coloro che dicono che le riforme non servono a dare il pane ai sardi. Ma smettiamola, per favore, con questa inutile polemica!
È vero, il problema dei sardi è quello del lavoro, è quello dello sviluppo, è quello di una sanità che non funziona bene, è quello di una scuola inadeguata, e possiamo continuare così, ma è demagogico continuare a dire che noi dobbiamo occuparci di lavoro, di pane e di trasporti e di quant'altro importante, sicuramente importante, lo riconosce chiunque, non occupandoci di riforme istituzionali, questo discorso è falso e fuorviante. Noi le riforme le vogliamo fare, mentre chi deve governare governa e chi deve fare leggi e programmi buoni deve continuare a fare leggi e programmi buoni.
Se noi, quindi, a conclusione di questo dibattito, concordiamo tutti su questa linea, e cioè che le riforme vanno fatte, che le riforme le dobbiamo volere concretamente, allora arriviamo al nodo politico della questione. La maggioranza chiede ripetutamente, oggi, all'opposizione di condividere un documento finale di questa discussione, un ordine del giorno che veda l'opposizione coinvolta in un percorso di approvazione di queste norme. Ma il problema non è come concludere questo dibattito, il problema è chiarire che cosa vogliamo fare. Io vorrei ricordare, che le motivazioni di chi ha proposto la Costituente, a destra, al centro e a sinistra di questo schieramento assembleare, si rivelano giuste, come si evince anche dall'andamento di questo dibattito, dalle nostre polemiche o dai nostri tentativi di incontro su questioni importanti per la Sardegna, come per esempio la politica delle entrate e dei trasferimenti dallo Stato alla Regione sarda.
Il problema vero è che la riforma dello Statuto, dettare le regole del gioco che determinano quindi i rapporti di forza tra i poteri all'interno della Regione, è difficile che venga fatto dalla stessa Assemblea che è vincolata almeno in una sua parte, visto il premio di maggioranza di cui gode la maggioranza di turno, nei confronti di chi governa. Evidentemente è inevitabile da parte di chi governa, la tendenza,a cercare nell'Aula un continuo supporto alle proprie azioni di governo; azioni che sono volte ad affrontare questioni contingenti ma anche a determinare modifiche della normativa vigente che vengono pensate e proposte secondo la prospettiva di chi governa.
Chi governa, io lo capisco, vive continuamente momenti difficili, ha l'ansia di decidere, spero sempre bene, ma oggi diamo il beneficio della buona fede sempre e comunque, , di avere sempre più poteri rispetto al potere legislativo, questo è inevitabile. L'Assemblea legislativa, però, se vuole portare a casa una riforma statutaria vera, importante, deve proporre al Parlamento italiano una riforma dello Statuto che ribadisca le ragioni vere e utili per i sardi della nostra specialità. Una riforma disciplinata da una normativa di rango costituzionale, che cerchi di centrare i nodi veri del sottosviluppo della Sardegna.
A noi non serve una nuova specialità di facciata, ci serve una specialità che ci consenta di risolvere, con strumenti nuovi, la questione dei trasporti e della continuità territoriale, di sostenere le nostre imprese che, obiettivamente, operano sul mercato internazionale come una categoria protetta. I nostri imprenditori sono purtroppo dei "diversamente abili" rispetto ad altre imprese, e lo dico ovviamente senza alcun sentimento di disprezzo;la specialità dovrebbe darci la possibilità di incidere sul nostro sistema economico, ottenendo anche delle deroghe a certe norme sulla concorrenza, stabilite a livello europeo, che l'Italia si è impegnata a rispettare non difendendo i veri interessi di tutti. Le differenze di partenza, gli handicap devono essere riconosciuti e colmati, a questo ci deve servire la specialità.
Quindi riaffermiamo che la specialità è necessaria e importante, la vogliamo, vogliamo un nuovo Statuto, ma per fare questo occorre che chi lavora al nuovo testo normativo, sia del nuovo Statuto che della legge statutaria, sia in qualche modo svincolato dalla necessità di sostenere il Governo. Questo è il vero nocciolo della questione. Voi non potete ignorare, colleghi della maggioranza, che discutiamo oggi, a un anno di distanza, un ordine del giorno che aveva previsto l'istituzione della Consulta, che voi avete voluto e che non avete avviato, non per colpa nostra.
Di fatto state subendo l'iniziativa della Giunta regionale che vuole fare anche le riforme perché gli servono per governare in un certo modo, ovviamente. Voi che la Giunta è disponibile a tutto, che il Presidente ha già detto che lo Statuto lo deve fare il Consiglio, che la legge elettorale la deve fare il Consiglio, che la Giunta si riserva soltanto la possibilità e il giusto diritto di fare una proposta sulla legge statutaria e sulla legge di organizzazione, lasciando qualunque altra decisione al Consiglio.
Sembra quasi una grande concessione. Ma vi rendete conto che la Giunta ha scelto per sè il meglio? E' molto facile dire che la riforma dello Statuto la fa il Consiglio. Certo, sappiamo quanta percentuale di successo nella storia hanno avuto le iniziative per una riscrittura dello Statuto; lo stesso discorso vale per la legge elettorale. Figuriamoci se il Presidente della Regione ha l'interesse ad infilarsi in un ginepraio come quello della legge elettorale! Queste due riforme le lascia volentieri a noi, ma sulle due cose più importanti, la legge statutaria che disegna la forma di governo e la legge di organizzazione dell'amministrazione che completa il sistema di governo, scelta ovviamente legittima da parte della Giunta, chiede che ci sia un vincolo di maggioranza. Questo è il nocciolo della questione. Che intese preliminari potete chiedere a noi se non sciogliete tra voi questo nodo di fondo?
Siete cioè disponibili ad affrontare la questione della legge statutaria e la questione della legge sull'organizzazione della Regione senza vincolo di lealtà nei confronti della Giunta? Siete disponibili a dimostrare politicamente, con atti concreti, che questa è la strada da percorrere? Se così è, raccogliete la proposta provocatoria del collega Floris di approvazione di una legge statutaria stralcio che consideri la possibilità del superamento del principio del simul stabunt simul cadent, cioè di quello che è, lo dico adesso provocatoriamente, entreremo prima o poi nel merito di questo argomento, il cuore del problema della legge statutaria: la definizione, nel concreto, dei meccanismi della forma di governo presidenziale.
Nessuno di noi vuole oggi contestare il metodo dell'elezione diretta del Presidente della Regione, intendiamoci, non vogliamo tornare all'instabilità dei governi delle passate legislature, non ci interessa. Abbiamo già vissuto sulla nostra pelle il danno di un sistema instabile, ma il sistema presidenziale può essere diversificato nelle forme e nei modi; su questo occorre ragionare. Ma come si può ragionare su questo in un'Assemblea in cui una maggioranza è tale perché ha avuto un premio consistente, quindi ha il 60 per cento dei seggi, mentre l'opposizione evidentemente su questo gioca, anche nei vostri confronti, come un "diversamente abile". Se voi ci chiedete un coinvolgimento e un rapporto leali, siate altrettanto leali sciogliendo al vostro interno questo nodo.
Io chiedo a coloro che oggi fanno parte di questa maggioranza e sostengono questa Giunta e che ieri hanno condiviso il progetto della Costituente di dimostrare, pur avendo ormai rifiutato quell'idea di averne almeno ancora a cuore le ragioni che portarono alla sua proposizione, e cioè che le leggi di riforma possono e devono essere fatte innanzitutto col massimo di coinvolgimento della società civile, di tutti coloro che possono dare un contributo, ma attraverso un meccanismo di formazione della norma staccato dalle logiche, dalle tattiche, dai vincoli dell'azione di governo quotidiana. Questo è il vero problema per cui io personalmente ho condiviso, coscientemente e convintamente, il percorso che ci ha portato nella passata legislatura ad approvare una proposta di legge per l'istituzione di un'Assemblea costituente.
Dicevamo allora che è molto difficile che il malato usi il bisturi per affondarlo nella propria carne. E' molto più facile, invece, che un organismo svincolato dalle esigenze della gestione ordinaria possa effettivamente fare norme migliori, più coraggiose e possa anche ottenere dallo Stato qualcosa di più. E' cronaca di questi giorni. E' difficile trattare con lo Stato su tante questioni importanti per la propria Regione quando si vivono quotidianamente battaglie, contrapposizioni, scontri che hanno sia motivazioni reali, sia anche, oggettivamente, motivazioni propagandistiche.
Siamo tutti alla vigilia di una consultazione elettorale che è fondamentale per il futuro di tutti noi, intendo dire della Regione e del resto del Paese. E' molto facile che tutte queste vertenze sul tappeto vengano affrontate sia con l'intento di rispondere ad interessi reali dei sardi, sia anche in modo strumentale tra partiti, tra maggioranze e minoranze di colore diverso.
Io credo che, quindi, occorra semplicemente chiudere questo dibattito con la disponibilità leale a un'apertura per un confronto vero; un confronto effettivamente svincolato da strumentalizzazioni reali o possibili. Voi che avete tutti i numeri per farlo portate le vostre proposte, si esaminino, ma non chiedeteci un assenso preventivo su un qualcosa che già nella sua impostazione noi non possiamo condividere. Trovate voi le forme e i modi per riattivare un percorso, un contatto, un rapporto leale, non strumentale ma virtuoso tra forze politiche anche di segno opposto, che voglia raggiungere risultati, ma nella chiarezza dei presupposti di fondo.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Marrocu. Ne ha facoltà.
MARROCU (D.S.). Signor Presidente, chiedo una sospensione di venti minuti.
PRESIDENTE. Prima della sospensione, che non ho difficoltà a concedere se l'Aula è d'accordo, consentitemi di rispondere a un'obiezione sollevata dall'onorevole Floris,sulla possibilità che la Giunta regionale possa replicare a seguito di dichiarazioni rese ai sensi dell'articolo 120 del nostro Regolamento.
Comunico all'Aula che la Giunta può replicare al termine della discussione che rinvia all'articolo 78 per quanto riguarda le modalità di discussione in applicazione dell'articolo 120 del Regolamento, anche in conformità alla prassi costantemente seguita. Ci sono stati dei precedenti nella passata legislatura. Cito per tutti una discussione su dichiarazioni della Giunta, ex articolo 120 del Regolamento, svolta nella seduta del 20 novembre del 2003, conclusa dall'assessore Contu per la Giunta regionale. Ha domandato di parlare il consigliere Mario Floris. Ne ha facoltà.
FLORIS MARIO (Gruppo Misto). Io non ho niente da dire su quello che lei ha testé annunciato, anche se ho sempre detto che la scorsa legislatura, per quanto riguarda la prassi in questo Consiglio regionale, era da cancellare, se non da scancellare addirittura. Io in altra circostanza le chiesi di chiarire una volta per tutte se il Presidente della Giunta rendeva dichiarazioni o comunicazioni. Tant'è vero che l'altra volta il Presidente fece comunicazioni, si alzò, disse due parole, si sedette e poi replicò. Se adesso parliamo di dichiarazioni non mi sembra che il Regolamento venga rispettato perché l'articolo 120 non prevede replica a differenza dell'articolo 121 che, quando parla di comunicazioni del Presidente, dice testualmente: "Sulle comunicazioni del Presidente ciascun Gruppo può intervenire per non più di dieci minuti. La discussione si chiude con l'eventuale replica della Giunta".
Questo rimando a discussioni di carattere generale è un'invenzione che non so da dove venga, perché basterebbe consultare gli atti parlamentari per verificare questa precisa distinzione tra dichiarazioni e comunicazioni. Presidente, per me se la Giunta vuol parlare parli, stiamo parlando di riforme, però ribadisco che in altra occasione lei mi rispose in modo diverso.
PRESIDENTE. Onorevole Floris, io non credo di averle risposto in un modo diverso. Noi stiamo utilizzando l'articolo 120 del Regolamento; ai sensi del comma 2 dell'articolo 120, la durata degli interventi nei dibattiti è quella stabilita dal comma 1 dell'articolo 78, che dice che devono essere utilizzate le procedure previste dall'articolo 83. Così abbiamo fatto. Il Presidente della Regione ha reso dichiarazioni per venti minuti, ogni consigliere è intervenuto per venti minuti nella discussione generale, secondo le modalità stabilite dalla Conferenza dei Capigruppo. In merito alla richiesta dell'onorevole Marrocu, se non ci sono opposizioni sospendo la seduta per venti minuti. La seduta riprenderà alle ore 20 e 40.
(La seduta, sospesa alle ore 20 e 19, viene ripresa alle ore 21 e 18.)
PRESIDENTE. Colleghi, poiché sono ancora in corso interlocuzioni fra i Gruppi politici per valutare se ci siano le condizioni per la formulazione di un ordine del giorno condiviso, propongo di chiudere la seduta e di aggiornare i lavori a domani mattina alle ore 10 e 30 con la replica del Presidente della Regione.
(La seduta è tolta alle ore 21 e 19 e viene riaperta alle ore 21 e 22)
Allegati seduta
PRESIDENTE. Colleghi, vi chiedo di riaprire la seduta per discutere una questione relativa ai lavoratori di Portovesme, poiché mi sembra un problema di interesse generale..
PRESIDENTE. Si dia annunzio della mozione pervenuta alla Presidenza.
CASSANO, Segretario:
"Mozione SANNA Francesco - CALLEDDA - OPPI - LOMBARDO - URAS - GIAGU - ATZERI - BALIA - CALIGARIS - CAPPAI - CHERCHI Silvio - DIANA - FLORIS Vincenzo - SECCI - SABATINI - FLORIS Mario - GESSA - LIORI - LADU - MARRACINI - MURGIONI - GALLUS - ORRU' - ARTIZZU - PISANO - PINNA - SERRA - SCARPA - SANNA Matteo - MATTANA - MANINCHEDDA - BRUNO - RANDAZZO - PACIFICO - PITTALIS sulla situazione dei lavoratori delle imprese appaltatrici ENEL di Portovesme con riferimento particolare alla definizione delle procedure di proroga in deroga degli ammortizzatori sociali. (45)
PRESIDENTE. E' in discussione la mozione numero 45. Se ne dia lettura.
(si riporta di seguito il testo della mozione:
MOZIONE SANNA Francesco - CALLEDDA - OPPI - LOMBARDO - URAS - GIAGU - ATZERI - BALIA - CALIGARIS - CAPPAI - CHERCHI Silvio - DIANA - FLORIS Vincenzo - SECCI - SABATINI - FLORIS Mario - GESSA - LIORI - LADU - MARRACINI - MURGIONI - GALLUS - ORRU' - ARTIZZU - PISANO - PINNA - SERRA - SCARPA - SANNA Matteo - MATTANA - MANINCHEDDA - BRUNO - RANDAZZO - PACIFICO - PITTALIS sulla situazione dei lavoratori delle imprese appaltatrici Enel di Portovesme con riferimento particolare alla definizione delle procedure di proroga in deroga degli ammortizzatori sociali.
IL CONSIGLIO REGIONALE
CONSIDERATO che:
- si sta concludendo a Portovesme la costruzione della centrale Enel a letto fluido circolante, già oggetto di accordi tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell'industria e la Regione Sardegna, che ripristinerà parzialmente la capacità di generazione elettrica del polo industriale;
- la fine dei lavori comporta l'espulsione dai cantieri di diverse centinaia di lavoratori delle imprese appaltatrici dell'opera;
- l'articolo 11 della Legge 14 maggio 2005, n. 80 prevede che la Regione attui il progetto integrato di estrazione del carbone Sulcis e di realizzazione di un nuovo impianto di energia elettrica con tecnologia ambientalmente compatibili;
- la Legge n. 311 del 2004 (Legge finanziaria 2005) stabilisce la concessione, per l'anno 2005, del trattamento di mobilità, già previsto da disposizioni di legge, anche in deroga alla normativa vigente in materia, nel caso di programmi finalizzati alla gestione di crisi occupazionali, anche con riferimento a settori produttivi e ad aree territoriali, ovvero miranti al reimpiego di lavoratori coinvolti in detti programmi;
- il 7 luglio 2005, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è stato sottoscritto un accordo dal Governo, dalla Regione, dalle organizzazioni sindacali e datoriali, che ha valutato la situazione delle aziende appaltatrici del cantiere Enel Power come rientrante nella previsione normativa della Legge finanziaria 2005;
CONSIDERATO, altresì
- che gli atti relativi alla concessione in deroga ai lavoratori delle imprese appaltatrici Enel di Portovesme è in fase istruttoria avanzata presso il Ministero del lavoro;
- che la convocazione dell'incontro previsto per la giornata di domani con lo stesso Ministero ha determinato una motivata aspettativa per una positiva conclusione della vertenza in atto;
RITENUTO:
- di dover manifestare attiva solidarietà nei confronti dei lavoratori interessati e delle loro famiglie, in questa delicata fase di incertezza sul loro futuro lavorativo;
- altresì, che questo Consiglio unitamente alla Giunta regionale debba sentirsi impegnato ad individuare prospettive occupazionali certe per i predetti lavoratori e per quelli che nella Provincia Carbonia-Iglesias e nell'intera Sardegna patiscono la mancanza di lavoro,
esprime
attiva solidarietà nei confronti dei lavoratori interessati e delle loro famiglie, in questa delicata fase di incertezza sul loro futuro lavorativo,
impegna
il Consiglio unitamente alla Giunta regionale, nelle forme di legge e regolamentari vigente, ad operare per individuare soluzioni adeguate per assicurare prospettive occupazionali certe per i predetti lavoratori e per quelli che nella Provincia Carbonia-Iglesias e nell'intera Sardegna patiscono la mancanza di lavoro,
impegna
gli Assessori del lavoro e dell'industria a riferire alla Commissione consiliare competente sull'esito delle procedure di attivazione in deroga degli ammortizzatori sociali in fase istruttoria presso il Ministero. (45)
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione. Per illustrare la mozione ha facoltà di parlare il consigliere Francesco Sanna.
SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, colleghi,. la conclusione dei lavori di costruzione di una centrale elettrica ENEL a Portovesme, a letto fluido circolante, , comporta l'espulsione da quei cantieri di diverse centinaia di lavoratori che oltretutto rimangono fuori da qualsiasi meccanismo di ammortizzatore sociale.
La legge finanziaria del 2005, nazionale, prevede che in casi come questi si possano, in deroga alla normativa vigente, applicare sistemi di ammortizzatori sociali .
Sono noti i problemi sorti in fase di applicazione di questo provvedimento, il Governo ha concesso domani mattina un incontro che noi speriamo essere risolutivo. Serve, ad avviso di chi ha sottoscritto il documento, rafforzare l'indicazione alla Regione e alla Giunta per sostenere la soluzione transitoria di cui la mozione parla e che vi ho rapidamente esposto.
PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 114 del Regolamento la mozione può essere discussa previo parere favorevole della Giunta. Per esprimere il parere della Giunta in merito ha facoltà di parlare l'Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione.
DADEA, Assessore tecnico degli affari generali, personale e riforma della Regione. La Giunta esprime parere favorevole.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pili. Ne ha facoltà.
PILI (F.I.). Presidente, la seduta era stata tolta e purtroppo molti colleghi sono andati via, ma un tema di questa natura avrebbe meritato sicuramente, una discussione della mozione nei tempi necessari e almeno la formulazione di un ordine del giorno. L'incontro con il Governo è convocato per domani alle 10, non c'è materialmente nessuna possibilità di pervenire a una novità su questo tema, semmai dispiace che la Giunta regionale non sia stata all'altezza di risolvere questa questione per una propria inadempienza. Ho letto una dichiarazione dell'Assessore del lavoro, credo si chiami Salerno, un Assessore poco presente sulle questioni del lavoro in Sardegna, che ha parlato di spot su questa vicenda relativamente alla convocazione del vertice di domani; un vertice che ha dovuto sollecitare questa parte politica, perché la Giunta regionale ha assunto un atteggiamento dilatorio su questo tema, pur sapendo che le risorse finanziarie per estendere gli ammortizzatori sociali ai lavoratori a tempo determinato erano state già previste e che soltanto per una inadempienza, certificata, della Giunta regionale non si è arrivati al riconoscimento di quel cantiere come un'area di crisi aggiuntiva. Il problema più grosso riguarda il futuro per la realizzazione della nuova centrale ENEL a letto fluido.
Io voterò a favore della mozione, il cui contenuto ovviamente condivido, anche se è totalmente in contrasto con un atto, precedentemente approvato da questo Consiglio regionale, su imposizione del presidente Soru e dello stesso Assessore, nel quale si dichiarava che la Sardegna non poteva essere una piattaforma di esportazione energetica. Questa mozione sconfessa totalmente l' impostazione, assolutamente inaccettabile, di quel precedente ordine del giorno, che cancellava l'ipotesi di utilizzare il collegamento del SAPEI, il collegamento Sardegna con la Penisola, per arrivare ai mille megawatt che ci avrebbero consentito di esportare energia.
Prendiamo atto che anche colleghi della maggioranza si sono ricreduti su quella scelta strategica e credo che fosse assolutamente necessario solo in quell'ottica, perché la partita relativa al dato politico dell'incontro di domani è un fatto assolutamente tecnico che non meriterebbe una mozione del Consiglio regionale. Bene ha fatto il collega Francesco Sanna a chiedere un pronunciamento di questo Consiglio che, arrivando a poche ore dall'incontro, quindi dall'approvazione della risoluzione sui lavoratori delle imprese dei cantieri ENEL Power di Portovesme, è sintomatico della responsabilità che la Giunta regionale ha su questa materia.
Suggerirei all'Assessore, che è assente in Aula così come è assente sulle politiche del lavoro, di stare più attenta a interpretare il suo ruolo in maniera non politica, perché non le competono forse valutazioni di quella natura, ma di occuparsi di seguire queste vertenze con maggiore attenzione rispetto a quanto abbia fatto sino ad oggi.
PRESIDENTE. Onorevole Pili, le sue sono naturalmente delle valutazioni di ordine politico. La mozione in discussione è un documento largamente unitario, firmato da quasi tutta la maggioranza e da tutta l'opposizione. Evidentemente il problema è condiviso, le valutazioni successive naturalmente sono affidate alla politica, ai modi e ai luoghi nei quali si vorrà farle.
(E' approvata)
La seduta è tolta alle ore 21 e 30.
Testo della mozione annunziata nel corso della seduta
MOZIONE SANNA Francesco - CALLEDDA - OPPI - LOMBARDO - URAS - GIAGU - ATZERI - BALIA - CALIGARIS - CAPPAI - CHERCHI Silvio - DIANA - FLORIS Vincenzo - SECCI - SABATINI - FLORIS Mario - GESSA - LIORI - LADU - MARRACINI - MURGIONI - GALLUS - ORRU' - ARTIZZU - PISANO - PINNA - SERRA - SCARPA - SANNA Matteo - MATTANA - MANINCHEDDA - BRUNO - RANDAZZO - PACIFICO - PITTALIS sulla situazione dei lavoratori delle imprese appaltatrici Enel di Portovesme con riferimento particolare alla definizione delle procedure di proroga in deroga degli ammortizzatori sociali.
IL CONSIGLIO REGIONALE
CONSIDERATO che:
- si sta concludendo a Portovesme la costruzione della centrale Enel a letto fluido circolante, già oggetto di accordi tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell'industria e la Regione Sardegna, che ripristinerà parzialmente la capacità di generazione elettrica del polo industriale;
- la fine dei lavori comporta l'espulsione dai cantieri di diverse centinaia di lavoratori delle imprese appaltatrici dell'opera;
- l'articolo 11 della Legge 14 maggio 2005, n. 80 prevede che la Regione attui il progetto integrato di estrazione del carbone Sulcis e di realizzazione di un nuovo impianto di energia elettrica con tecnologia ambientalmente compatibili;
- la Legge n. 311 del 2004 (Legge finanziaria 2005) stabilisce la concessione, per l'anno 2005, del trattamento di mobilità, già previsto da disposizioni di legge, anche in deroga alla normativa vigente in materia, nel caso di programmi finalizzati alla gestione di crisi occupazionali, anche con riferimento a settori produttivi e ad aree territoriali, ovvero miranti al reimpiego di lavoratori coinvolti in detti programmi;
- il 7 luglio 2005, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è stato sottoscritto un accordo dal Governo, dalla Regione, dalle organizzazioni sindacali e datoriali, che ha valutato la situazione delle aziende appaltatrici del cantiere Enel Power come rientrante nella previsione normativa della Legge finanziaria 2005;
CONSIDERATO, altresì
- che gli atti relativi alla concessione in deroga ai lavoratori delle imprese appaltatrici Enel di Portovesme è in fase istruttoria avanzata presso il Ministero del lavoro;
- che la convocazione dell'incontro previsto per la giornata di domani con lo stesso Ministero ha determinato una motivata aspettativa per una positiva conclusione della vertenza in atto;
RITENUTO:
- di dover manifestare attiva solidarietà nei confronti dei lavoratori interessati e delle loro famiglie, in questa delicata fase di incertezza sul loro futuro lavorativo;
- altresì, che questo Consiglio unitamente alla Giunta regionale debba sentirsi impegnato ad individuare prospettive occupazionali certe per i predetti lavoratori e per quelli che nella Provincia Carbonia-Iglesias e nell'intera Sardegna patiscono la mancanza di lavoro,
esprime
attiva solidarietà nei confronti dei lavoratori interessati e delle loro famiglie, in questa delicata fase di incertezza sul loro futuro lavorativo,
impegna
il Consiglio unitamente alla Giunta regionale, nelle forme di legge e regolamentari vigente, ad operare per individuare soluzioni adeguate per assicurare prospettive occupazionali certe per i predetti lavoratori e per quelli che nella Provincia Carbonia-Iglesias e nell'intera Sardegna patiscono la mancanza di lavoro,
impegna
gli Assessori del lavoro e dell'industria a riferire alla Commissione consiliare competente sull'esito delle procedure di attivazione in deroga degli ammortizzatori sociali in fase istruttoria presso il Ministero. (45)
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