Seduta n.227 del 15/04/1993
CCXXVII SEDUTA
(POMERIDIANA)
GIOVEDI' 15 APRILE 1993
Presidenza del Presidente FLORIS
indi
della Vicepresidente SERRI
INDICE
Disegno di legge: "Trasferimento di risorse finanziarie al sistema delle autonomie locali per il funzionamento e la riqualificazione dei servizi e lo sviluppo degli investimenti (351). (Continuazione della discussione):
SELIS ......................................
MANCA, relatore ...................
LORETTU...............................
SANNA ADALBERTO, relatore
FADDA FAUSTO .................
ATZENI ..................................
FADDA PAOLO....................
ORTU .....................................
Sull'ordine dei lavori:
OPPI .......................................
La seduta è aperta alle ore 17 e 07.
MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria, dà lettura del processo verbale della seduta del 12 marzo 1993, che è approvato.
Sull'ordine dei lavori
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Oppi. Ne ha facoltà.
OPPI (D.C.). Per chiedere alla Giunta quando intende discutere la mozione numero 121 del Gruppo della Democrazia Cristiana circa le dichiarazioni a suo tempo rilasciate dal Ministro De Lorenzo. Questo alla luce anche di alcune gratuite informazioni apparse oggi sulla stampa che possono suscitare dubbi su atti compiuti dalla Giunta precedente. Poiché abbiamo tutti gli elementi, ritengo che detto argomento possa essere discusso in tempi ravvicinati. Sempre sull'ordine dei lavori chiedo quando possa essere discussa una interpellanza che porta la firma di un numero di consiglieri superiore a quello previsto dal comma 5 dell'articolo 108 del Regolamento che non è stato ancora applicato dalla Giunta in carica. Mi riferisco all'interpellanza numero 314 presentata recentemente circa la situazione del comparto minerario. Oggi vi è un incontro a Roma e l'interpellanza riveste carattere di urgenza perché propone delle eventuali soluzioni che prevedono anche investimenti anche da parte dell'Assessore dell'industria. Senza alcune valutazioni precise e impegni da parte della Giunta, probabilmente al di là della chiusura o meno, questo creerebbe una serie di problemi di difficile soluzione. Chiedo quindi alla Giunta la discussione della mozione sulle dichiarazioni rilasciate a suo tempo da parte del Ministro De Lorenzo e dell'interpellanza sul settore minerario.
PRESIDENTE. Prendiamo atto della richiesta formulata dall'onorevole Oppi. Il Presidente la porterà alla prossima Conferenza dei Capigruppo al fine di stabilire la data di discussione della mozione e quella di svolgimento dell'interpellanza.
Continuazione della discussione generale del disegno di legge: "Trasferimento di risorse finanziarie al sistema delle autonomie locali per il funzionamento e la riqualificazione dei servizi e lo sviluppo degli investimenti". (351)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione del disegno di legge numero 351.
E' iscritto a parlare l'onorevole Selis. Ne ha facoltà.
SELIS (D.C.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, io credo che non sfugga a nessuno l'importanza del dibattito di oggi e della legge che stiamo discutendo, una legge che apre un periodo, come noi ci auguriamo, la cui importanza non è dovuta solamente agli aspetti finanziari del trasferimento di risorse. Noi vorremmo che questo fosse l'inizio di un rapporto nuovo col sistema degli enti locali e, più in generale, di una politica del Governo regionale e del Consiglio regionale nei confronti degli enti locali, una politica che fino ad oggi è mancata. Dico subito che non si può colmare la lacuna di una politica organica di rapporti fra Regione ed enti locali, solamente prevedendo il trasferimento di fondi più o meno ingenti e magari rinviando ad un secondo momento, non identificato, una vera politica, una vera strategia di dialogo e di integrazione. Il Consiglio regionale, la Giunta, le Commissioni hanno su questo progetto di legge discusso in maniera costruttiva, credo che tutti quanti abbiamo condiviso l'esigenza di trasferire risorse al sistema degli enti locali, abbiamo condiviso i principi di trasferimento, cioè l'esigenza di evitare l'arbitrio degli Assessori, della Giunta e della burocrazia. Abbiamo condiviso l'esigenza di prendere in considerazione e di affrontare la debolezza strutturale, finanziaria e non solo finanziaria degli enti locali e su questi principi abbiamo costruito un confronto costruttivo. Ribadisco, e voglio ribadirlo con forza, che sui principi c'è stato - e credo che questo sia un fatto fondamentale - una unanimità, una concordia di consensi, di pareri, di valutazioni che non giova a nessuno sottovalutare. Io credo che, partendo dal consenso sulle linee generali, sia opportuno affrontare il confronto sui margini di non consenso perché questo non consenso su alcuni aspetti forse secondari della legge possa aiutarci a migliorarla. Il confronto libero e sereno è un fatto costruttivo, è un'essenziale elemento di civiltà politica. Debbo dire con una certa amarezza che a tratti si ha la sensazione, anche in quest'Aula, di agire non sempre per convincimento personale, non sempre per opinioni e orientamenti maturati, ma si ha certe volte la sensazione palpabile - e in questi anni l'abbiamo avuta spesso - di decidere non per convincimento profondo, ma perché eravamo sull'onda di pressioni alle quali non abbiamo saputo resistere. Le pressioni fanno parte della dialettica politica, a patto che non turbino il clima politico e la libertà di coscienza di tutti noi e di ciascuno di noi. Non ho difficoltà a dire in quest'Aula ciò che penso, e l'ho detto anche fuori di qui, in convegni pubblici, sottolineando che le riflessioni erano, se volete, anche marginali rispetto all'impianto del provvedimento legislativo, ma ritenevo che riflessioni anche su aspetti secondari potessero e possano contribuire a migliorare il progetto stesso.
Si è parlato di dissenso. Io dico che non è esatto; non c'è dissenso fra di noi sul principio, sulla strategia, sull'esigenza di farci carico dei problemi degli enti locali trasferendo risorse e competenze e attivando un confronto più diretto, più concreto tra Regione ed enti locali. Su questo siamo stati e siamo tutti d'accordo. Alcuni aspetti procedurali vanno discussi, e non credo che questo sia un violare l'autonomia degli enti locali, né un rinunciare alle nostre competenze. Detto questo, credo che qualche aspetto della legge che pure è fondamentale possa essere migliorato. La Commissione ha espresso in proposito un parare che si può condividere o meno, ma fa parte della facoltà del diritto-dovere di ciascuno di noi di affrontare i provvedimenti e di riflettere, di discutere. Il parere è uno sforzo di contribuzione che la Commissione programmazione ha voluto dare, è un contributo meditato; forse non tutto può essere condiviso, ed è stato dato all'unanimità. Sottolineo questo per affrontare sia pure brevemente alcuni aspetti del dibattito in questi giorni. Io mi stupisco, l'ho già detto personalmente all'Assessore e lo dico qua, che la Giunta non abbia sentito l'esigenza di prendere in considerazione queste riflessioni e di attivare una mediazione - spero che lo faccia magari tra la fine del dibattito generale e il passaggio agli articoli - per cercare di migliorare anche qualche aspetto forse secondario nell'impianto complessivo ma non per questo da trascurare.
La Commissione ha lavorato con concretezza e con coerenza, ha lavorato con spirito costruttivo, condividendo all'unanimità sia il parere espresso, sia i principi ispiratori di questa legge, sia l'obiettivo fondamentale di questa legge. E' stato detto che la Commissione ha ritardato l'iter della legge; dico qua con chiarezza che questa è una falsità, noi abbiamo avuto in carico il provvedimento di legge, appena l'abbiamo avuto in carico abbiamo chiesto alla Giunta delle informazioni fondamentali per capire cosa significava dal punto di vista finanziario questo disegno di legge, qual era la scenografia finanziaria che c'era prima e quella che si sarebbe realizzata. Abbiamo chiesto questi elementi che potevano essere forniti in quarantotto ore o in un paio di giorni perché ci sembrava che avere questi elementi fosse una condizione per valutare, per sapere che cosa stavamo approvando. La Giunta ha tardato più del previsto, forse i calcoli erano complessi, ha tardato una decina di giorni. Avuti quei dati, noi abbiamo il giorno stesso messo all'ordine del giorno il documento. Avremmo potuto chiedere i termini. I termini decorrevano dal momento in cui la Giunta ha fornito le informazioni. Ci siamo espressi immediatamente, abbiamo lavorato un paio di giorni continuativamente e abbiamo rinunciato ai termini, ma ancora oggi, a distanza di giorni, vediamo che viene alimentata la polemica sulla Commissione che ritarda, sulla Commissione che entra nel merito, su funzioni che la Commissione ha adempiuto col massimo di coscienza, col massimo di libertà, col massimo senso di responsabilità. Avvelenare il clima politico dei lavori consiliari è una responsabilità che nessuno si può prendere né in quest'aula, né fuori da quest'aula. Noi non abbiamo perso un giorno e vedere che, una volta adempiuto al nostro dovere col massimo di responsabilità e col contributo di tutti i Gruppi politici, continuano ad essere pronunciate e rimbalzate, non solo nei corridoi ma nella stampa, accuse ingiuste, mi sembra una turbativa delle funzioni legislative di questo Consiglio che noi dobbiamo rifiutare, che io rifiuto a nome della Commissione perché non è un modo civile di impostare il dibattito politico. Non giova a nessuno strumentalizzare e portare avanti accuse e osservazioni non giuste. Abbiamo avuto momenti anche aspri di confronto, il confronto aspro giova, il confronto schietto giova, il confronto delle idee e delle posizioni anche diverse giova, il confronto che gioca invece sulle allusioni o sulle indicazioni sbagliate non giova, non è costruttivo, avvelena il clima politico.
Per quanto riguarda le proposte della Commissione, sottolineato, ancora una volta, che la Commissione ha ribadito - e tutti i Gruppi lo hanno fatto - che condivideva lo spirito, gli obiettivi , le strategie della legge, la Commissione ha posto alcune indicazioni che potevano essere discusse, condivise, accantonate e che possono essere discusse, condivise, accantonate, ma rientra nella funzione che c'è stata data dal popolo sardo di esprimerci in questo modo.
Per quanto riguarda i fondi programmati, noi abbiamo chiesto e chiediamo alla Giunta di sapere, perché forse la lettura non è chiarissima, che i fondi già programmati - e mi sembra che sia la Giunta stessa che si debba far carico di questo - non vanno rimessi in circolo perché sono già programmati. Forse una lettura distratta non mi consente di capire se questo è vero, l'Assessore ci ha dato assicurazione che i fondi già programmati sono esclusi, mi sembra che sia una cosa ovvia, vorrei sentirlo dire in quest'Aula pubblicamente.
Il secondo elemento di osservazione è che a me sembra che in questo momento distribuire anche i fondi per gli investimenti, oltre che i fondi per le funzioni istituzionali, per il 50 per cento sulla base dell'entità, fra tutti i comuni, mi sembra un fattore di squilibrio. Mi sembra che non si tenga conto delle esigenze che i comuni maggiori hanno rispetto ai comuni minori. Questo non significa dimenticare o ignorare o danneggiare i comuni minori; significa portare in quest'Aula un elemento di proporzionalità. Se ci sono esigenze dei comuni minori la Giunta ce le proponga e noi le affronteremo. Anche questo argomento non ha trovato un consenso generale, può essere lasciato cadere se non viene ripreso dal dibattito ma è un elemento che non viola nessuna autonomia, non ritarda alcun processo, non viola nessun diritto acquisito di nessuno.
La terza osservazione riguarda gli investimenti. Personalmente - e la Commissione in qualche momento su questo ha riflettuto - penso che sarebbe stato meglio esaltare la funzione della legge 45 amplificandone le competenze - cioè non solo opere pubbliche ma anche investimenti - ma esaltarne la metodologia di operatività che, come sapete, consente dei vantaggi sia per gli enti locali che per la Regione. Per gli enti locali il vantaggio consiste nella possibilità di avere una programmazione triennale che stimola gli enti più attivi a operare avendo le anticipazioni. Molti amministratori locali hanno segnalato anche a me la positività di questa legge, sia in questi giorni sia negli anni scorsi. La possibilità di avere una programmazione triennale e che gli enti locali più attivi possano ottenere delle anticipazioni è uno stimolo non solo per chi opera efficacemente, ma anche per chi è più lento e viene stimolato ad operare rapidamente. Dire queste cose non significa mortificare l'autonomia locale. Significa optare per una metodica di trasferimento di fondi piuttosto che per altri. Per la Regione il vantaggio consiste nel fatto che avere un unico fondo finanziario indiviso ci consente di avere un polmone finanziario che ci evita di ricorrere ai mutui. Siccome siamo in una situazione di dissesto finanziario, e quest'anno il bilancio è stato coperto con mille miliardi di mutuo, questa scelta consentirebbe non solo di rispettare le esigenze degli enti locali, di stimolarli, di avere una programmazione triennale, ma anche di coniugare le aspettative giuste degli enti locali, amplificando le funzioni, non solo opere pubbliche ma investimenti, con alcune esigenze della Regione perché anche la Regione ha esigenze quotidiane di finanza da questo punto di vista. Anche questo non viene accolto, lo accantoniamo ma non si può dire che porre dei problemi di questo genere sia un tentativo per perdere tempo, per dilazionare, li abbiamo posti in una giornata in cui abbiamo scritto il parere. Se non si condivide si lascia perdere, il Consiglio nella sua libertà vota il testo che ritiene di votare, ma non mi si può dire che queste considerazioni non hanno un fondamento o che violano e ledono gli interessi degli enti locali.
L'ultimo problema che abbiamo posto è quello del fondo sociale. Io ritengo che vada detto con chiarezza che la rappresentatività dei bisogni e degli interessi dei cittadini, delle comunità locali, attiene all'ordinamento nel suo complesso, cioè agli enti locali, alla Regione, allo Stato. Siamo tutti espressione e interpreti di quei bisogni e di quegli interessi, quello che cambia sono le funzioni. La funzione dell'ente locale è quella di amministrare e di partecipare alla programmazione regionale, la funzione della Regione è quella di fare leggi, programmi, indirizzi e controllo, ma non si può dire che la rappresentatività dei bisogni e degli interessi dei cittadini è solo dell'ente locale. Se dunque è anche della Regione e dello Stato, la Regione e lo Stato - ma io parlo della Regione perché in questo momento sono la Regione - devono in qualche modo farsi carico di interpretare i bisogni e gli interessi dei cittadini. A noi sembrava che da questo punto di vista, almeno in una fase di prima attuazione della legge, poi in futuro si vedrà, tenere distinti i fondi che vanno per lo sport dai fondi che vanno per l'assistenza, per il diritto allo studio, per la cultura, fosse un tentativo di capire meglio come funzionava la legge. Questo in una prima ipotesi, poi si sarebbe visto. Significava cioè evitare che un'amministrazione più portata a un settore utilizzi per questo settore i fondi degli altri settori. Si può anche questo condividere e si può non condividere, ma non si può dire che anche questo è un fatto pretestuoso per rallentare. Queste leggi, che poi sono le leggi di programmazione sociale che il Consiglio - io non c'ero, ma gran parte di voi c'era - ha con fatica, con grande elaborazione approvato e di cui ha menato vanto, queste leggi - il diritto allo studio, la cultura, l'assistenza e lo sport - queste leggi secondo me non vanno cancellate, vanno ragionate, si deve trovare un rapporto, un'integrazione nell'attuazione degli interventi di questi settori tra Regione ed enti locali. Nella ricerca di questo rapporto si trovano le formule più costruttive. Qualche collega che è intervenuto ha detto che alcuni elementi di programmazione di queste leggi sono andati a rilento. Benissimo, la Giunta venga e ci dica perché vanno a rilento, quali sono gli ostacoli, quali sono i fatti procedurali, chi è che rallenta? E' la legge o l'applicazione della legge? Spesso è l'applicazione della legge, è l'amministrazione, ma allora se si tratta di limiti dell'amministrazione non si può venire in quest'Aula e parlare genericamente di programmazione lenta, perché programmazione significa tutto e non significa nulla, significa la legge, significa le procedure, significa la burocrazia, significa la Giunta. Dove stanno le strozzature e i limiti? Rimuoviamoli con forza. Se la Giunta ha la sensazione che queste leggi stiano funzionando male, chi ci impedisce di proporre delle modifiche procedurali? Anzi noi stiamo chiedendo che la Giunta ci faccia un resoconto delle procedure di programmazione per capire cosa funziona e cosa non funziona; ci faccia una revisione del bilancio per vedere dove sono le sacche di improduttività degli investimenti e su queste sacche di improduttività discutiamo cosa fare. Io credo che gran parte di questi possano ancora andare agli enti locali, e quindi c'è da parte mia anche la tendenza a sottolineare che agli enti locali si possano dare altre risorse. Noi attendiamo la Giunta ad una revisione della legislazione - l'abbiamo detto anche in sede di bilancio - dei capitoli, delle procedure e su questa materia vogliamo attivare da subito un confronto col Governo regionale.
Un'ultima considerazione: secondo noi scrivere nel primo comma dell'articolo 6: "Tutte le leggi della Regione che non concordano con questa legge sono soppresse" significa inserire nella legge un elemento di genericità e di arbitrio che mina la stessa efficacia della legge. Chi è che deve dire quali sono le leggi che contrastano con questa norma? Chi lo deve dire se non lo dice il Consiglio, che è l'organo di legislazione che quindi deve avere il quadro complessivo? A noi sembra che questo articolo vada specificato scrivendo: queste leggi contrastano con questa legge e vanno rimosse. Altrimenti questo comma va eliminato, perché è pleonastico.
Nel parere abbiamo scritto un'ulteriore considerazione. A noi sembra che con questa legge si potesse affrontare un intervento di promozione di forme associative tra enti locali: associazioni, consorzi etc. La 142 ne parla, noi abbiamo piccoli comuni vicinissimi…
FADDA ANTONIO (P.S.I.). Il programma di questa Giunta lo dice.
SELIS (D.C.). Sì, il programma lo dice. A noi sembrava opportuno inserire in questa legge un elemento che dicesse: i comuni che si associano per queste funzioni per i servizi sociali, sportivi, culturali, di qualunque cosa questi soggetti dovessero essere premiati. Anche questa proposta è stata lasciata cadere. A noi sembra che questi fossero elementi di distorsione, di turbativa, di ostruzionismo, erano invece elementi costruttivi che, con un civile dibattito quale quello che noi vogliamo fare in quest'Aula, possono essere presi in considerazione o lasciati cadere. Sono stati lasciati cadere; qualche emendamento è stato riportato. Però non deve essere consentito a nessuno, né in quest'Aula né fuori da quest'Aula, dire che questi contributi seri e costruttivi sono un pretesto di ostruzionismo che tende a violare le autonomie locali e a ritardare la legge, soprattutto io dico alla Giunta, a noi stessi e al Consiglio che anche nel caso in cui, come noi pensiamo e ci auguriamo, questa legge vanga approvata non abbiamo risolto il problema delle autonomie locali, il problema delle nostre carenze dei rapporti costruttivi col sistema degli enti locali. Io credo che non sia scandalo per nessuno se noi diciamo che ancora oggi la Regione non ha una politica a favore degli enti locali, che non è solamente un trasferimento di fondi, perché se faccio solamente il trasferimento di fondi sembra quasi che stia facendo uno scambio con gli enti locali: "Vi do un po' di soldi però voi non mi evidenziate il vuoto di politica". La politica a favore degli enti locali certamente passa attraverso trasferimenti più massicci, più rapidi, più obiettivi di risorse, ma passa attraverso un sistema di iniziative più vaste, passa attraverso un sistema di deleghe, di funzioni, di competenze. Il problema delle deleghe, delle funzioni, delle competenze è oggetto solo dei nostri dibattiti oppure ci sarà un momento in cui la Giunta ci porterà in quest'Aula o nelle Commissioni un progetto di trasferimento di deleghe? Qualcuno ci dirà a che punto siamo nell'attuazione della legge 142 che è legge dello Stato da anni? La Giunta ci farà un quadro degli adempimenti che la "142" prevede, quelli che sono stati già adempiuti, quelli che devono essere adempiuti, dai controlli all'organizzazione della programmazione? A proposito della programmazione va detto che se ci sono leggi, procedure che non funzionano, dobbiamo rivederle, ma non si può in nessun modo pensare che dietro il pretesto di inefficienze di governo e burocratiche si smantelli la programmazione come metodo di governo perché smantellare la programmazione come metodo di governo significa esaltare l'arbitrio del governo, l'arbitrio delle burocrazie, l'arbitrio dei poteri e delle corporazioni che trattano col Governo. La programmazione va posta al centro e deve diventare davvero metodo di governo. Se non funziona la riforma, se non funzionano gli istituti li riformate, se non funziona la burocrazia la riformate, se non funzionano le procedure le riformate, se non funzionano i rapporti con gli enti locali li miglioriamo perché la programmazione è programmazione se associa gli utenti della programmazione, le parti sociali da un lato e il sistema degli enti locali.
Io insisto che trasferendo solo un po' di fondi agli enti locali non abbiamo risolto i nostri problemi, gli enti locali vanno associati, non c'è una distinzione fra Regione ed enti locali, gli enti locali vanno associati al governo della Regione. L'idea, il concetto, la filosofia dell'ordinamento è una filosofia integrata, l'ordinamento statuale è un'integrazione di poteri statali, regionali e locali. Noi dobbiamo attivare un rapporto più intenso, più costruttivo, continuo col sistema degli enti locali e delle rappresentanze e questo rapporto va proprio centrato sulla programmazione. Se la programmazione è un fatto solamente burocratico del Governo regionale è evidente che gli enti locali e le parti sociali si sentono estranee, ma se la programmazione sarà, come deve essere, una costruzione concordata, contrattata tra Regione, enti locali, parti sociali, quello è il tavolo in cui la società da un lato e gli enti locali e le istituzioni dall'altro, concordano per indicare obiettivi, per indicare procedure, per indicare l'uso delle risorse, legislazione, strumenti. E' questo che bisogna fare. Io propongo da tempo che si faccia una consulta, che si trovi un tavolo e invece ancora oggi non vedo nessuna proposta di questo genere. Proporre cose di questo genere significa violare, mortificare, allontanare le autonomie locali o non significa invece esaltarle nella loro funzione fondamentale di momento integrante dell'ordinamento, di partecipazione fondamentale alle politiche regionali, alle politiche di programmazione e alle politiche di bilancio? Se non facciamo queste cose tutti i nostri discorsi rimangono vuoti. Una Regione che tratta con le parti sociali, con gli enti locali, con le organizzazioni produttive trasferimenti di risorse solamente per non avere conflitti, senza costruire sotto delle strategie di sviluppo, di programmazione, di riforma, è una Regione che abdica ai propri compiti di legislazione, di programmazione, di indirizzo e di controllo. Una Regione che abdica ai propri compiti non sta danneggiando se stessa e migliorando o avvantaggiando gli enti locali o le parti sociali, ma sta danneggiando se stessa, le parti sociali, gli enti locali e la comunità sarda. Io ho la sensazione che a questo punto di vista c'è una carenza profonda, è una carenza che dobbiamo che dobbiamo colmare in fretta, non abdicando e scambiando risorse, ma costruendo davvero una filosofia, una strategia, una riforma.
L'autonomia è sicuramente il valore fondamentale della Regione, ma noi la esaltiamo non solamente nel momento in cui andiamo a Roma a chiedere la revisione dello Statuto - tra l'altro non ci andiamo, siamo in ritardo e su questo stendiamo un velo pietoso -, la esaltiamo nel momento in cui riformiamo leggi, strutture, enti, organizzazione interna, nel momento in cui associamo alla gestione dell'autonomia, all'esaltazione dell'autonomia, il sistema delle comunità locali e degli enti locali. Questo non è stato fatto e da questo punto di vista io dico che questo provvedimento è un fatto importante se è un principio, se rappresenta l'apertura di un dibattito sereno, serio, rigoroso e rispettoso delle idee comuni ed anche dei dissensi comuni. E' un momento fondamentale, è un inizio di un itinerario costruttivo che si inserisce nella riforma della Regione, nel potenziamento dell'autonomia, nell'esaltazione dello Statuto e dell'autonomia stessa. Se sapremo prendere questo punto di partenza e non dimenticarci del problema, solo perché abbiamo acquietato gli enti locali con un po' di fondi, se ci sentiremo noi in mora e in colpa e soprattutto se il Governo regionale, accogliendo questa provocazione, ci porterà in tempi brevissimi, dei progetti di riforma su queste tematiche, io credo che questo diventerà un momento fondamentale e fondante dell'autonomia regionale.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Manca. Ne ha facoltà.
MANCA (P.D.S.), relatore. Onorevole Presidente, non sarebbe politicamente corretto rimuovere dalla memoria i meriti del compagno Pubusa, che da questi banchi consiliari ha pungolato per anni l'onorevole Franco Mulas, lamentando, a volte anche platealmente, la pochezza dei risultati della sua azione di Governo, nella fase di diretta responsabilità assessoriale, e la larga forbice rappresentata dal confronto fra le sue numerose esternazioni progressiste e la difesa sistematica dei contorti e consolidati percorsi della politica più tradizionale. Sono personalmente portato a credere però che la proposta a suo tempo avanzata dall'onorevole Mulas, relativamente alla costituzione di un fondo unico per il trasferimento di risorse dalla Regione al sistema delle autonomie locali, per quanto ripetutamente sollecitata dall'opposizione, non possa essere considerata semplicisticamente alla stregua di un cimelio da allineare in bella mostra tra i pochi trofei della stagione contestativa del Partito Democratico della Sinistra nell'arco di questa legislatura regionale. Va dato atto con senso politico che la proposta ha rappresentato, non a parole ma nei fatti, una consapevole e matura scelta di campo in una fase politica caratterizzata da un'accesa contrapposizione fra le consolidate ragioni di un rinvigorito centralismo e quelle fortemente articolate di un decentramento sostanziale che poggia sulla valorizzazione della cultura democratica della partecipazione e della responsabilità diffusa, anche in termini territoriali. Certo, è emblematico che la provocazione sia maturata solo alla fine dell'ultima e più recente esperienza assessoriale dello stesso onorevole Mulas e nella delicata fase di passaggio dal modello istituzionale della Giunta dei politici a quella dell'Esecutivo dei tecnici, ma non pare tuttavia pensabile che non sia nata anche come atto di ribellione per l'incapacità della precedente Giunta regionale di uscire dai vecchi schemi, di rompere i tradizionali assetti di potere, di rinunciare ad essere la classica cappella dei dodici santi protettori dei più diversi e disomogenei interessi settoriali e territoriali.
Peraltro questa è anche una buona occasione per interrogarci e per riconsiderare serenamente quella che è stata l'esperienza della sinistra nel Governo regionale sardo, con riferimento allo specifico oggetto in discussione oggi, al rapporto cioè fra la Regione e i suoi enti locali. E' un discorso spinoso e difficile, ma opportuno, per portare allo scoperto e ragionare su riserve e contraddizioni che sul tema non sono solo fra noi e gli altri, ma anche dentro la sinistra e le sue componenti, P.D.S. compreso. E' un caso che le uniche due leggi che trasferiscono direttamente risorse dal bilancio regionale al sistema delle autonomie locali - mi riferisco alla legge regionale numero 45 del 1976 ed alla legge regionale numero 19 del 1991 - è un caso, dicevo, che portino la firma di due Presidenti democristiani e siano frutto di Giunte senza la partecipazione del P.C.I.-P.D.S.? E' un caso che le leggi di diretta filiazione della sinistra, rivolte a sostenere le attività e le funzioni degli enti locali, pur caratterizzate da una puntuale individuazione di parametri oggettivi di ripartizione, tutelino però sostanzialmente la funzione fortemente centralistica della Regione, avvertibile fra le altre nella legge regionale numero 33/1986, della numero 4/1988, della numero 36/1989? In realtà al forte rapporto della sinistra col sistema produttivo, industriale e agricolo ha sempre corrisposto una sostanziale debolezza di legami col sistema delle autonomie locali e di dialogo con gli amministratori comunali e provinciali, visti più come terminali periferici che come soggetti attivi del cambiamento. Abbiamo a lungo vissuto anche noi del vecchio P.C.I. la convinzione che i mali della Regione non fossero di natura strutturale ma congiunturale, che dipendessero cioè dal modo con cui la Democrazia Cristiana gestiva il sistema e dall'approccio clientelare che l'elettorato e i politici di quel partito rinvigorivano con fertile fantasia ed aggressiva capacità di controllo. Abbiamo salutato i non frequenti insediamenti di esecutivi regionali riconducibili alla sinistra, come naturali trionfi della correttezza e della capacità amministrativa, ogni volta come occasioni storiche per riequilibrare situazioni scompensate e finalmente per alimentare anche in periferia i digiuni del potere clientelare. Siamo sempre stati molto lontani da un processo finalizzato e da un progetto ragionato e costruito per creare per tutti i diversi soggetti, a seconda dei vari livelli di competenza, le condizioni di piena e riconosciuta autonomia nella gestione di risorse regolarmente e puntualmente garantite. La nostra diversità poi, non solo politica, è stata vissuta come un valore assoluto in un rapporto speculare tra il bene e il male, a prescindere dagli strumenti di espressione e di Governo. Questo ha limitato gravemente la nostra capacità di modificare in profondità la macchina regionale e il rapporto tra base e vertici dell'assetto istituzionale e peraltro ha resistito fino ad oggi nei palazzi del potere un forte asse culturale centrale, comune a tutti e sostanzialmente condiviso, lungo il quale tutta la classe politica regionale si è mossa a diversi ritmi collocandosi su base ideologica e neppure sempre con attendibile linearità ora a destra e ora sinistra, senza mettere però mai in discussione tale asse con l'obiettivo di rifiutarlo e sostituirlo. La natura e i meccanismi della struttura regionale in fondo hanno garantito tutti, i conservatori e i progressisti, la destra, il centro e la sinistra, un universo composito ma fortemente centralista, poco propenso a condividere lo spirito dell'articolo 3 della legge 142 che considera la Regione, la Provincia e il Comune come parti di un unico sistema da governare con il metodo e la pratica della collaborazione, della cooperazione e della programmazione per perseguire obiettivi generali di sviluppo economico, di riscatto sociale e di crescita civile. Anche la sinistra, quando è stata spinta dagli elettori a fare la sua parte dai banchi del Governo regionale, l'ha fatto con lo spirito e la mentalità dell'autista e non come sarebbe stato necessario con la volontà e il metodo del demolitore razionale. Anche noi abbiamo avuto meriti, coraggio, fantasia produttiva in molti settori e in molti uomini, abbiamo cambiato ruote, colori, accessori, carrozzeria ma senza puntare a modificare sostanzialmente la struttura portante della macchina regionale. Per questo l'onorevole Selis, che è un politico di grande sensibilità culturale e che tale sensibilità riesce a far trasparire anche quando si acconcia a fare le cose peggiori della politica tradizionale del suo partito, per questo può permettersi, come ha fatto qualche giorno fa nell'intervento di presentazione del bilancio, di denunciare con giuste ragioni una paralisi divenuta ormai insopportabile per tutti per la consunzione delle vecchie liturgie e la stanchezza dei riti rimasti ormai, non solo senza fedeli, ma anche senza celebranti. Bene, possiamo dunque cominciare tutti ad ammettere che la vecchia macchina non regge più il passo della società, che è necessario di dismetterla e rimuoverla pezzo a pezzo subito. L'insistito ma torpido richiamo all'idea dell'autonomia e del decentramento che avvince molti di noi in questa Assemblea e che sa esaltarsi periodicamente nella protesta e nella ribellione, senza assumere quasi mai la forza e la lucidità del progetto, ha la possibilità di imporre oggi l'avvio della liquidazione della Regione conosciuta, del disossamento di una struttura ormai anchilosata, nel tentativo e con la volontà di far prevalere un novo modello finalizzato alla rivitalizzazione progressiva del rapporto fra il centro e la periferia, tra la gente e le istituzioni. Mi rendo conto della difficoltà di un approccio omogeneo e uniforme con il provvedimento che propone il trasferimento di risorse finanziarie al sistema delle autonomie locali e mi è politicamente chiaro che da questi banchi una parte dei consiglieri dissente perché ritiene prioritario a tutti i livelli il rafforzamento del potere di indirizzo della Regione, che altri invece consentono più per la disperazione indotta dallo sfacelo causato dall'attuale sistema che per motivata convinzione e che altri ancora infine - e io mi colloco tra questi - riaffermano la lucida consapevolezza della necessità e dell'urgenza di far prevalere un nuovo e diverso equilibrio tra il potere-dovere di indirizzo proprio della Regione e il potere e le competenze di ambito locale da riservare agli enti locali nel rispetto assoluto di una piena e garantita autonomia. Le due posizioni estreme sono certamente frutto di storie personali e di culture profondamente difformi, oltre che risultato di percorsi e di esperienze politiche e amministrative vissute su terreni diversi, la prima più nei santuari del potere che ha sempre contato e deciso e a ridosso degli apparati regionali, la seconda più dentro o a stretto contatto con la democrazia minuta e conflittuale che alimenta la vita grama delle mille periferie senza risorse. Le due posizioni non sono conciliabili. La prima teorizza e difende l'invasione di campo come regola di un gioco che favorisce una sola parte, quella regionale, la seconda è maturata e cresciuta a tal punto, lungo il percorso della legge 142, da non tollerare intrusioni di sorta, comunque mascherate. Poiché dunque le due posizioni estreme non sono tra loro conciliabili, mi limiterò a proporre solo le motivazioni del sostegno a quella che condivido. Senza perdermi nei richiami canonici della Costituzione e dello Statuto mi pare sufficiente citare un passo delle dichiarazioni programmatiche rese dal presidente Cabras nello scorso ottobre, diceva: "l'esigenza sentita di un recupero di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni passa anche attraverso la ridefinizione del rapporto Regioni-enti locali secondo il circuito virtuoso maggiore autonomia-maggiore partecipazione. Il sistema delle autonomie locali dovrà trovare nel quadro di un nuovo modello istituzionale, organizzativo e funzionale il punto di saldatura con una Regione che, libertà dai compiti di gestione, dovrà cercare nel suo rinnovato ruolo di governo, programmazione e coordinamento le forme collaborative con gli enti locali nel rispetto dei nuovi ruoli e dei nuovi compiti". Fin qui il presidente Cabras. La direzione di marcia è dunque chiaramente tracciata e non seguirla significherebbe non onorare un impegno politico formalmente dichiarato in questa sede a nome e per conto dell'attuale maggioranza. E può anche efficacemente richiamarsi la dichiarazione finale della Conferenza sulla Carta europea dell'autonomia locale tenuta a Barcellona dal Consiglio d'Europa nel gennaio 1992, che puntualizza: a) che l'insufficienza delle risorse finanziarie delle collettività locali compromette l'autonomia locale stessa; b) che deve essere garantita la protezione legale dell'autonomia locale attraverso la possibilità del ricorso giuridico in caso di danno recato ai principi dell'autonomia locale, sia che questo danno risulti da una disposizione legislativa, sia che provenga da norme regolamentari; c) che un vero e proprio sistema di democrazie locali implica che un massimo di competenza sia accordato alle collettività locali in quanto sono le più vicine ai cittadini e i loro organi sono basati sul suffragio universale. Anche su tali indicazioni di base, lo schema della nuova Regione, una volta superata quella attuale, fortemente ancorata ad un quadro di rapporti verticali, dovrà modellarsi e crescere per linee orizzontali in grado di favorire e sviluppare un positivo intreccio di programmazione concorrente nel rispetto assoluto dell'autonomia e competenza di ogni singolo livello comunale, provinciale e regionale.
L'ipotesi non è dunque quella tradizionale di garantire l'associazione degli enti locali alla programmazione regionale, ma quella fortemente innovativa di riconoscere loro, attraverso l'attribuzione di risorse certe e garantite, il pieno diritto-dovere di un autonomo livello di programmazione che è parte, base e riferimento orizzontale della programmazione regionale. Stiamo spegnendo l'idea di una Regione intesa come soggetto unico di programmazione e puntiamo a costruire un primo gradino di maggiore accessibilità dei cittadini al quadro complessivo della nuova programmazione regionale articolata per livelli di competenza. E' anche questo un modo corretto per liberare la politica regionale dalle resistenti incrostazioni clientelari e dagli intrecci politico-affaristici delle avide consorterie territoriali, arricchendola contestualmente della specificità dei compiti di legislazione, di coordinamento e di controllo. Un sistema così organizzato che fa perno sulla difesa delle realtà comunali, naturalmente fondate sulla solidarietà degli interessi e sulla convergenza degli obiettivi è certamente ancora insufficiente ma indispensabile a garantire un controllo sociale continuo e territorialmente diffuso, un confronto democratico basato su una larga partecipazione, una estensione effettiva della base decisionale e un costante processo di autoformazione e di verifica delle classi dirigenti. Verrà poi a breve il secondo passaggio che dovrà garantire agli enti locali, attraverso l'attribuzione delle funzioni amministrative proprie e di quelle delegate, la competenza sulle materie di interesse locale da gestire con ampia autonomia organizzativa e regolamentare. Confesso di non riuscire a liberarmi, neppure rispetto alla proposta in argomento, del mio essere uomo di parte abituato a collocarsi dentro processi per leggerli compiutamente e quindi condividerli o rifiutarli. Rimango uomo di parte che non crede positivo l'annullamento delle differenze, ma positiva invece la loro esatta definizione per confrontarle in modo sistematico e utilizzarle positivamente nella costruzione di un modello composito ma omogeneo, costruito con tessere reciprocamente compatibili e, per quanto appena detto, credo sia importante l'approvazione del disegno di legge per costringere l'apparato regionale a vario titolo coinvolto nell'applicazione delle sue disposizioni a pensionare finalmente la matita rossa e blu da sempre utilizzata per spegnere la voce degli enti locali, ad accettare di inoltrarsi sul terreno incerto della sperimentazione da intendere come valori positivi anche in presenza di eventuali risultati negativi. Può cominciare davvero la produttiva stagione delle responsabilità condivise, delle domande e del dubbio, cui assieme, Regione ed enti locali, dovranno cominciare a dare risposte razionali nel territorio perché c'è una situazione di gravità eccezionale non solo nelle aree che vedono fallire le attività produttive e registrano il tradimento delle partecipazioni statali, ma anche e ancora di più delle zone che non hanno mai conosciuto sviluppo, industria, interventi nazionali o regionali di promozione occupativa. Non ci sono ciminiere da scalare o miniere da occupare, e la loro voce è così debole da non riuscire a superare i limiti dei rispettivi territori e ad arrivare a questo Consiglio, ma migliaia di giovani bussano invano alla porta della società degli adulti e in assenza di risposte questo non potrà non provocare effetti dirompenti nel rapporto tra le città e la campagna.
Per quanto in particolare riguarda la discussione del disegno di legge il quadro di riferimento è stato sempre chiarissimo agli occhi dei consiglieri della prima Commissione, un quadro caratterizzato da un alto numero di comuni, molti piccolissimi e dispersi su area vasta da una popolazione regionale quasi interamente concentrata sull'asse Cagliari-Iglesias e nell'area Sassarese, dall'esigenza di conservare il controllo del territorio e contemporaneamente di migliorare le condizioni di vita delle periferiche delle maggiori concentrazioni urbane, dalla necessità di valutare le condizioni di inferiorità delle popolazioni dei centri minori con meno servizi, meno occasioni di lavoro, minori prospettive di sviluppo, dalla debolezza dell'ipotesi di un generale riequilibrio territoriale politicamente non praticabile per l'attuale e profonda crisi dei partiti ormai privi di reale capacità di progetto, lontani dagli interessi di carattere generale e risucchiati dalle richieste più forti, dalle urgenze più pressanti e dalle situazioni più dirompenti.
Il disegno di legge della Giunta poteva essere forzato in direzione dell'articolo 11 secondo comma della legge numero 142, dove è detto che la Regione predispone un programma di modifica delle circoscrizioni comunali e di fusione dei piccoli comuni. Il dibattito ha invece volutamente trascurato il richiamo storico rappresentato dall'orientamento di epoca risorgimentale verso la fusione di piccoli centri per la costituzione di comuni di soglia pari a 10 mila abitanti, dalla iniziativa coattiva del Governo che nel 1927 soppresse 2184 comuni portando il loro numero da 9144 a 7130, dalla riconquista dell'autonomia da parte dei piccoli centri precedentemente soppressi, che attorno alla fine degli anni '40 e ai primi anni '50 fecero risalire il numero dei comuni da 7130 a 8035, dalla presentazione di un disegno di legge governativo che nei primi anni '80 ipotizzò un apposito intervento finalizzato alla riduzione coattiva dell'alto numero dei comuni in Italia. La collocazione strategica del nuovo provvedimento legislativo regionale viene posta a cavallo degli articoli 24, 25, 27 della legge 142 puntando a garantire un minimo di supporto finanziario aggiuntivo a tutti gli enti locali dell'Isola che per autonoma scelta possono da ciò trarre un forte incentivo per avviare forme associative di cooperazione che andranno sostenute con apposito provvedimento chiamato a valutare anche l'opportunità di un forte intervento perequativo. Per l'assegnazione delle risorse sono stati individuati parametri di larga mediazione, almeno per la fase di avvio della legge che si voleva e si ritiene più corretta e funzionale articolata in due soli canali di spesa per il funzionamento degli enti e per l'impianto, il mantenimento e lo sviluppo dei servizi e per gli investimenti e le politiche attive del lavoro. Il particolare momento di crisi occupativa e la debolezza della rete dei servizi sociali, culturali e sportivi ha però suggerito l'indicazione separata, almeno in termini provvisori, delle due relative voci di spesa.
L'impalcatura delle procedure e degli adempimenti adottata ed imposta dalle vecchie norme, finalizzata ad un mero controllo burocratico della spesa, è stata totalmente smantellata per responsabilizzare pienamente i soggetti individuati a diverso titolo dalla legge 142. Da ultimo è concessa agli enti la possibilità di utilizzare le risorse annualmente attribuite per la voce investimenti per l'attivazione di mutui con integrazione automatica della capacità di indebitamento calcolata con i meccanismi di legge. Può rimanere il dubbio in alcuni sulla capacità degli amministratori locali di avviare adeguati processi di programmazione nelle aree di competenza e di definire le priorità più opportune, ma una cosa è comunque certa e basta guardarsi attorno per verificarla, che la Regione ha accentuato la debolezza di interi territori, ha inventato di volta in volta priorità artificiose, non ha saputo dare risposta né in termini di dotazione di servizi locali, né in termini di dotazione di servizi di area vasta e generale e mentre continuano a mancare scuole, strade, case comunali, cimiteri, reti idriche, depuratori, reti fognarie, discariche, impianti di smaltimento e si potrebbe continuare per intere pagine di elenchi. Una certezza viene invece confermata, che chi vive direttamente dall'interno i problemi della propria comunità ha più strumenti e può mettere in campo maggiore determinazione e più sensibilità per imporre le necessarie soluzioni.
La legge che è all'esame del Consiglio è una buona legge, potrà essere ancora migliorata e semplificata dopo una prima fase di sperimentazione, ma ha bisogno soprattutto di più consistenti risorse perché l'entità delle somme a disposizione per il 1993 appare assolutamente inadeguata. Il problema appare oggi secondario davanti al carattere fortemente innovativo della proposta ma si porrà certamente con grande forza già a partire dal prossimo anno. Spetterà al Consiglio e alle forze politiche che fanno della democrazia diffusa la ragione sociale della loro esistenza, di prepararsi con saggezza a questo prossimo impegno.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Lorettu. Ne ha facoltà.
LORETTU (D.C.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, io mi permetterò di svolgere in maniera penso disorganica alcune brevi considerazioni sull'argomento così importante che l'Assemblea regionale va discutendo, anche perché gli interventi di alcuni colleghi - in particolare mi riferisco a quello del collega Selis - rendono inutile la ripartizione di concetti già espressi. Mi limito quindi a riprendere e a sottolineare alcune considerazioni. La prima che vorrei fare è questa: noi viviamo oggi una crisi istituzionale e politica di carattere generale che travolge tutte le istituzioni del nostro Paese, le istituzioni pubbliche e le istituzioni della politica. C'è una crisi di fiducia e di rappresentatività che investe le istituzioni a livello nazionale, regionale e locale. E' in discussione l'intero sistema di governo del nostro stato democratico e la riflessione che dobbiamo fare è una riflessione complessiva, generale che non può essere limitata e affrontata per segmenti o per parti. E' in questo contesto, che è sotto gli occhi di tutti, che è il tema del giorno, che impegna le forze politiche a tutti i livelli, che impegna le istituzioni pubbliche a tutti i livelli, dal Parlamento fino alle istituzioni locali, è in questo contesto che va inserita la valutazione del provvedimento che abbiamo in esame. Avvertiamo perfettamente e pienamente che questa crisi di fiducia e di rappresentatività investe in maniera forte la stessa istituzione regionale e autonomistica; investe la Regione speciale che è stata costruita nel corso degli anni, investe le istituzioni attraverso cui la Regione si articola e vive, investe la Giunta regionale, investe l'esercizio del potere esecutivo, come investe l'esercizio del potere legislativo e di controllo che si esercita appunto attraverso questa Assemblea. Dobbiamo anche sapere che di questa crisi di sfiducia che avvertiamo viva, certamente portiamo anche noi una parte di responsabilità, e una parte di responsabilità la regione sarda ce l'ha sicuramente anche nel deterioramento realizzatosi e ampliatosi nel corso degli anni del rapporto fra essa istituzione regionale e le istituzioni locali della Sardegna. Dobbiamo dircelo con chiarezza: c'è una grande, precisa responsabilità della Regione, del Consiglio regionale e della Giunta regionale.
La norma statutaria che prevede il trasferimento di poteri di deleghe dalla Regione alle amministrazioni locali, risale a tanti decenni fa, e la legge 142 comincia anch'essa ad essere anziana, ad accumulare anni sulle sue spalle senza trovare adempimento da parte di questa Regione, di questo Consiglio regionale. Di fronte a questa inadempienza è evidente che il clima si inasprisce, che i rapporti diventano difficili, che la crisi di sfiducia si fa più acuta. La responsabilità è nostra, onorevoli colleghi. La prima Commissione consiliare di questo Consiglio aveva in carico anche provvedimenti che riguardavano il trasferimento delle deleghe e dei poteri e non li ha mai esitati. Di fronte ad una situazione esasperata, non sempre le risposte che si trovano sono quelle giuste, adeguate realmente alle esigenze: possono anche suscitare illusioni, ma non per questo essere necessariamente adeguate. Non si è fatto il trasferimento di poteri, non si è fatta la trasmissione di deleghe, si è nel tempo progressivamente ampliata, attraverso tutta una legislazione frammentaria, la gamma degli interventi regionali in diversissimi campi della vita economica e sociale della Sardegna, e si sono quindi progressivamente invasi campi che sicuramente non si sarebbero dovuti invadere, campi che sicuramente avrebbero dovuto essere affidati a valutazioni e ad assunzioni di responsabilità locali. Che ci fosse questo pericolo nel rapporto Regione-enti locali della Sardegna è stato avvertito, come i colleghi sano, in tempi lontani. Quel grande protagonista dell'autonomia regionale che fu Paolo Dettori, circa venticinque anni fa, colse questo problema e assunse l'iniziativa per dare a questo problema una risposta adeguata, che ancora oggi rimane valida, attraverso una legge - mi pare che recasse il numero 9 - che ha preceduto nel tempo l'attuale legge numero 45 e che partiva dal concetto che, per quanto riguarda le opere pubbliche di interesse locale, non soltanto la gestione, ma anche l'individuazione degli interventi dovesse essere affidata alla responsabilità degli organi locali. Ebbene, non avendo dato attuazione alla norma statutaria, alla legge 142 sul trasferimento di deleghe e di poteri, oggi noi ci troviamo di fatto in una situazione in cui gli interventi della Regione hanno assunto una dimensione inaccettabile ed ingiusta. Invece di dare risposte al problema di fondo, si dà risposta a questo problema pratico, emergente, e si rischia di darla enfatizzandone il significato in maniera sbagliata. Perché? Perché il giusto rapporto tra istituzioni regionali e istituzioni locali va costruito e va definito in maniera ben più attenta di quanto non si faccia con questo provvedimento in maniera implicita, e nessuno ipotizza evidentemente che questo rapporto sia un rapporto di sovraordinazione e di subordinazione dell'uno rispetto all'altro. E' un rapporto che si attesta con riferimento a interessi di livello diverso e che deve comportate una convergenza e una compartecipazione dei due livelli alle scelte di carattere generale e particolare. Il ruolo della Regione deve essere un ruolo di programmazione di ambito regionale e di indirizzo, oltre che naturalmente di legislazione. Il ruolo delle amministrazioni locali deve riguardare la programmazione locale, la gestione e l'attuazione degli interventi. Ebbene, proprio da questo punto di vista il provvedimento di legge che arriva in discussione nell'Aula appare persino pericoloso, perché crea una inaccettabile confusione di ruoli, perché sovverte ogni criterio di giusto rapporto tra Regione ed enti locali, e questo avviene soprattutto per ciò che riguarda alcuni settori particolarmente importanti e delicati della vita sociale della nostra comunità regionale nella quale il Consiglio regionale, attraverso un lungo, difficile, serrato dibattito, protrattosi negli anni, ha negli anni passati elaborato ed approvato alcune leggi che certamente non sono perfette, ma che rappresentano una tappa importante nella costruzione di una società civile fondata sul riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini e su una loro adeguata tutela, attraverso una disciplina dell'azione regionale e delle scelte locali, che riduca al massimo la discrezionalità regionale prima di tutto, e conseguentemente di quella locale. Perché la discrezionalità quando tocca sfere delicate, come sono quelle che attengono ai diritti dei cittadini, che sia affidata ad organi regionali o che sia affidata ad organi locali, è pericolosa, e quindi io credo che bene abbia fatto il Consiglio regionale, attraverso le tre leggi che ho citato, nel campo fondamentale del diritto allo studio, nel campo fondamentale dell'assistenza sociale per garantire condizioni di vita decenti e accettabili ai più deboli dei nostri concittadini, attraverso la legge sul diritto allo sport che riconosce e valorizza la funzione sociale che allo sport va sempre più ampiamente riconosciuta, a disciplinare anzitutto l'attività della Regione, riducendo ed eliminando la discrezionalità e approntando strumenti di programmazione a livello regionale e a livello locale che dessero garanzie e certezze ai diritti dei cittadini in questi campi così importanti.
Se la Regione non potesse fare programmazione e non potesse individuare le esigenze fondamentali della comunità sarda e gli obiettivi da perseguire in campi così importanti e delicati, che cosa mai potrebbe fare? Questo è il problema: vogliamo continuare a riconoscere questo ruolo, oppure diciamo che la Regione deve essere semplicemente una specie di grande cassa, come dice qualche collega con espressione efficace, da spartire fra gli enti locali? Non si tratta di avere sfiducia negli enti locali, si tratta di sapere se sia interesse non della Regione ma della società sarda che l'organo regionale individui alcune esigenze di carattere fondamentale e al perseguimento di quelle esigenze finalizzi e subordini la distribuzione delle risorse e l'approntamento dei mezzi strumentali necessari, perché dire che la Regione continuerebbe a fare programmazione ma che la ripartizione delle risorse avverrebbe in maniera non collegata con la programmazione, significa dire che non si fa programmazione, perché la programmazione non è chiacchiera da salotto, la programmazione è valutazione delle esigenze, è valutazione degli interessi e quindi delle scelte conseguenti in termini appunto di disponibilità di risorse.
Non è dunque in discussione, come dicevo, il trasferimento dei fondi agli enti locali, neppure in queste tra fondamentali materie, perché in queste tre materie, ripeto, la Regione già oggi non spende direttamente, non gestisce direttamente, ma fa una programmazione la cui gestione poi è affidata agli enti locali. Se ci sono difetti, e ce ne sono certamente, anche nei meccanismi di programmazione regionale di questi settori, i difetti vanno individuati e corretti, le difficoltà vanno superate, le lentezze vanno superate, perché le lentezze dipendono da noi, dall'amministrazione regionale, non da ciascuno di noi singolarmente, ma dalle istituzioni regionali, non da una potenza straniera. E in questi stessi campi così delicati, mentre garantiamo la programmazione regionale e la conseguente finalizzazione delle risorse a questa programmazione, lasciamo agli enti locali il giusto spazio per scegliere nel loro ambito le cose che si hanno da fare e le cose procrastinabili a tempi futuri.
Se la programmazione non può neppure individuare e fissare degli obiettivi e ripartire le risorse fra questi settori così importanti, a cosa si riduce, colleghi del Consiglio, la programmazione regionale? Se poi con i fondi dell'assistenza sociale, chiunque fosse libero - non succederà perché nessuno mette in discussione il senso di responsabilità che tutti gli operatori pubblici hanno - ma per assurdo che senso avrebbe la programmazione, se fosse una indicazione così generica, così libera che un amministratore potesse con i fondi dell'assistenza sociale, destinati cioè a sopperire ai bisogni elementari di vita dei cittadini in maggiore difficoltà, costruire un palazzetto dello sport o attivare altre iniziative estemporanee? Sarebbe questa programmazione? Sarebbe questa una attività orientata verso gli interessi della comunità sarda, verso la tutela degli interessi dei cittadini sardi, verso la tutela dei diritti che pure la legge a ciascun cittadino della Sardegna riconosce? Io credo di no.
PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE SERRI
(Segue LORETTU.) Allora è questo il discorso. In questi tre settori fondamentali, sul piano del principio nessuno nega che la programmazione regionale debba continuare, che la ripartizione dei fondi debba essere assoggettata alla programmazione regionale, non solo per le spese per investimento per le quali la stessa 142 prevede la programmazione regionale, ma anche per le spese di parte corrente. Nessuno lo contesta a parole…
(Interruzioni)
Benissimo il testo elaborato non dice questo, signor Presidente, dice ben altro. Allora se le dichiarazioni che facciamo sono sincere, sono corrette, sono animate da buona fede correggiamo il testo, riportiamo nei giusti limiti, definiamo nei giusti modi il ruolo della Regione e il ruolo degli enti locali. Correggiamo queste leggi, se sono da correggere, ma non mandiamo all'aria le leggi più qualificanti che nel campo della politica sociale la Regione ha fatto in questi quaranta anni e che sono state del resto prese ad esempio anche fuori dalla Sardegna da altre Regioni. Sono leggi, come ho detto prima, che vanno sicuramente perfezionate per rispondere meglio alle esigenze, ma che sicuramente conservano intera la loro validità.
C'è un'altra considerazione che voglio fare. Al di fuori di questi tre settori, che rappresentano il punto politicamente più delicato all'interno del provvedimento, ve ne sono altri certamente più opinabili. Uno è quello che riguarda il criterio con cui, nella miriade di interventi che prima ho ricordato, che la Regione nel corso degli anni ha deliberato di fare attraverso apposite leggi; il provvedimento che abbiamo in esame si limita a prendere in considerazione soltanto quelli che consistono nell'erogazione di finanziamenti ai comuni, alle comunità montane, alle province. Non prende invece in esame tutta una miriade di altri interventi che la Regione gestisce in termini non soltanto di programmazione ma persino in termini di gestione effettiva. La motivazione che si porta è francamente solo formale e debole. Non si capisce perché con questo provvedimento mettiamo in discussione i settori dove l'attività della Regione è rigorosamente disciplinata e invece non tocchiamo tutti quegli altri interventi nei quali invece massima è la sua discrezionalità e meno giustificabile è la gestione da parte della Regione dei finanziamenti. Il risultato complessivo del provvedimento è che con questo disegno di legge, non si accrescono le somme che andranno complessivamente al sistema delle autonomie locali, se ne modifica la ripartizione ma non si accresce la massa finanziaria che già oggi va dalla Regione alle autonomie locali. L'entità dei finanziamenti rimane assolutamente inalterata e soprattutto, ripeto, rimane inalterata e immutata l'attività regionale assolutamente discrezionale invece in tanti altri campi. Di più, vorrei considerare che dire che d'ora in poi questi interventi la Regione non li farà più e a tutte queste esigenze provvederanno gli enti locali, significa adottare un criterio secondo me sbrigativo e certamente molto poco riguardoso del ruolo degli enti locali perché col fare questa operazione, noi stiamo dicendo ai comuni della Sardegna, alle amministrazioni provinciali della Sardegna e alle comunità montane: "D'ora in avanti, cari amministratori locali, arrangiatevi, non venite a chiederci più niente perché in tutte queste materie vi dovrete arrangiare con questa ripartizione di fondi che stiamo operando". E' una politica, secondo me sbrigativa e pericolosa che rischia di mettere nei guai gli amministratori locali, che rischia di metterli di fronte ad esigenze spesso drammatiche. Viene abolito persino il capitolo di bilancio in cui si prevedono interventi per eventi calamitosi straordinari, cioè se succede un nubifragio, il finimondo in Sardegna, la Regione sarda non avrà più un capitolo dove ci siano due lire da erogare al comune interessato per sopperire ad un'esigenza drammatica e straordinaria, perché anche questo capitolo sarà stato soppresso, fatto confluire nel fondo globale per dire ai comuni: "Arrangiatevi e non venite più a scocciarci, perché noi abbiamo affidato a voi la scelta e la decisione di cosa fare con i quattrini che vi spettano e siccome i quattrini della Regione sono pochi, i quattrini a vostra disposizione sono questi e non di più, per cui chi si è visto, si è visto e chi si deve arrangiare si arrangi".
Un'ultima considerazione e ho finito, signor Presidente. Si istituiscono una serie di fondi globali che si incrementano sopprimendo tutta una serie di interventi corrispondenti sinora esercitati dall'Amministrazione regionale, e questo può essere giusto, salvo casi assurdi come quello che ho richiamato poc'anzi. Ma c'è il criterio della ripartizione dei fondi. I fondi servono per attivare servizi diretti ai cittadini ed è difficile capire come si possa non tenere in conto o tenere in scarso conto la dislocazione dell'utenza, dei cittadini, per cui una ripartizione secondo parametri che appiattiscono di molto il rapporto con la popolazione significa che grandi concentrazioni di cittadini rimarranno privi di servizi o rimarranno in larga misura scoperti di servizi. I mezzi naturalmente, e lo abbiamo detto, sono insufficienti per tutti, sono insufficienti per il raggiungimento di qualunque obiettivo ci vogliamo proporre, sono insufficienti anche per l'organizzazione dei servizi nei vari campi della vita sociale e civile. Ma è giusto o è una prevaricazione tenere conto della distribuzione degli utenti? Dobbiamo dividere la torta, se così la possiamo chiamare con un brutto termine ma efficace, dobbiamo dividere una torta tra i comuni o tra i cittadini, tenendo conto delle istituzioni o dei cittadini? E i sindaci dei comuni che non riusciranno a dare risposte ai loro concittadini saranno assolti solo perché diranno che la Regione non passa più di tanto? E se appunto, invece, in una distribuzione puramente parametrica, altri comuni si trovano in condizioni migliori e con abbondanza di servizi e con mezzi superflui questo non potrà che essere un termine di paragone per valutare una ingiustizia sostanziale nella distribuzione dei fondi. Dunque io credo che anche su questo aspetto sia necessario fare una riflessione e che l'aver consultato da parte della Commissione competente le associazioni degli enti locali sia una verifica inadeguata, insufficiente, sia perché la rappresentatività di queste associazioni è abbastanza variegata e in qualche misura è quindi anche discutibile la loro effettiva capacità di fotografare la realtà delle istituzioni locali sarde, sia perché la stessa prima Commissione queste stesse associazioni non le ha neppure ritenute meritevoli di potere utilizzare i contributi che pure la legge regionale mette a disposizione per il loro funzionamento. Non è che queste associazioni un giorno funzionino bene e l'altro male, ma il problema non è appunto di cercare avalli o di cercare coperture, il problema è di entrare nel merito del problema e il merito del problema ci dice che dobbiamo guardare alle esigenze dei cittadini e che la ripartizione dei fondi deve tenere conto appunto delle esigenze dei cittadini. Io credo che ci sia spazio per apportare correzioni che vadano nella direzione che io e tanti colleghi che siamo intervenuti in questo dibattito abbiamo cercato, forse in maniera inadeguata, di suggerire e credo che se ci riusciremo la legge potrà migliorare notevolmente il suo significato e il suo valore. Diversamente, noi faremmo una legge che rappresenterà certo una risposta a un'esigenza giusta, ma una risposta purtroppo sbagliata e non adeguata ai problemi che l'hanno suscitata.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Adalberto Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA ADALBERTO (D.C.), relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che la terminologia usata dai diversi colleghi intervenuti sia quasi apocalittica. Io che sono relatore insieme a Baroschi e a Manca del disegno di legge sul trasferimento delle risorse alle autonomie locali, penso che dovremo forse ritirarlo perché mi pare che mentre si dice di ricercare spazi di mediazione, assistiamo a uno smantellamento continuo del disegno di legge. Questo non è certamente né nello spirito né nella cultura della Democrazia Cristiana che da De Gasperi in poi ha sempre teso all'esaltazione del ruolo delle autonomie locali, e non lo dico per portare bandiere, ma perché credo che all'interno della Commissione nella sua interezza si sia lavorato con grande determinazione, con grande rigore, con grande serenità in un confronto costante anche con i rappresentanti dell'ANCI, dell'UNCEM, dell'UPS per arricchire questo progetto di legge. Nessuno ha la pretesa che esso sia perfetto ed è certamente perfettibile tanto è vero che con la mediazione della Giunta, dell'assessore Collu, alcuni emendamenti sono stati già presentati, ma l'Aula è sovrana nel poter contribuire a migliorare ancora questa legge. Ma il disegno di legge mira soprattutto a operare una svolta profonda nei rapporti tra la Regione ed il sistema delle autonomie locali della Sardegna. Il compito della Regione è quello di un atteggiamento positivo nei confronti delle istituzioni locali, in un rapporto fra soggetti politici di pari dignità, perché di questo ci dobbiamo ricordare. Non è un rapporto fra istituzioni sovra e sotto ordinate. Io concordo con l'invito del collega Cogodi (e mi dispiace che non sia in Aula) di non indulgere ad una nomenclatura eroica, però questo disegno di legge registra comunque una conquista, è un disegno di legge innovativo e coerente con i principi di revisione dei rapporti fra Regione e sistema delle autonomie locali, ed è soprattutto in linea con quella cultura a cui noi, anche in tempi così confusi, facciamo ancora capo e nella quale crediamo.
Io non mi dilungherò nel ripetere cose che già altri colleghi hanno detto, vorrei semplicemente fissare alcuni principi che mi stanno a cuore, ad esempio il principio del ritorno ai municipi; a noi democratici cristiani, lo diceva anche da poco Martinazzoli al Palazzetto dello Sport. Da lì si deve tornare a fare politica, a stare in mezzo alla gente, a operare per i problemi della gente. Io credo che questo disegno di legge segni la fine dell'era dei bivacchi dei sindaci presso i diversi Assessorati, code e ore di attesa spesso per non approdare a niente, registrando anche delle disparità, delle forbici enormi fra comuni fortunati, potenti, magari protetti, che registrano e hanno registrato delle iniziative e delle opere grandi, altri che non sono riusciti ad averle. Potremmo fare anche degli esempi, ma forse non è neanche il caso. Quando troviamo nei piccoli paesi opere mastodontiche che non hanno senso, perché non hanno avvenire e non hanno prospettive, certamente questo è uno sperpero di risorse pubbliche e concordo con il collega Gian Mario quando parla di una situazione di dissesto finanziario e sono d'accordo perché al dissesto finanziario si contribuisce in diversi modi, per esempio, con delibere con cui si distribuiscono tre miliardi e mezzo di contributi a pioggia, e capita anche per caso che venga finanziata qualche associazione tipo Partecipazione e solidarietà. Noi non dobbiamo predicare in un modo e agire in un altro. Ciò vuol dire che certamente noi dobbiamo avere il senso del governo della cosa pubblica, ma credo che siamo ingenerosi quando nell'imminenza di elezioni in cui andiamo per la prima volta all'elezione diretta dei sindaci, che quindi ricevono direttamente dal popolo l'investitura e sono responsabili nei confronti del popolo di quello che faranno perché sono responsabili civilmente e anche penalmente, siamo ingenerosi se pensiamo che questi non siano a conoscenza delle reali esigenze della propria collettività, che non siano in grado come un buon padre di famiglia di stabilire le priorità, che non siano in grado di soddisfare i bisogni primari del popolo che gli ha eletti proteggendo soprattutto le categorie più deboli e non stravolgendo le linee programmatiche della Regione, perché la legge non solo non lo prevede, ma c'è addirittura un emendamento che corrobora queste linee e quindi certamente non toglie i poteri. Io credo che i sindaci sono in grado di amministrare perché poi al popolo dovranno tornare per poter richiedere nuovamente l'investitura. Occorre quindi, io credo, un confronto fra due filosofie - è inutile girarci intorno e nasconderlo - tra una filosofia che è quasi neocentralistica e una filosofia che tende invece ad una pari dignità tra istituzioni, tra Regione ed enti locali. E io credo che non dobbiamo pensare che i comuni e gli enti locali non siano in grado di programmare per le risorse che vengono loro date, che certamente sono risorse ridotte e scarne. Questo è un provvedimento che certamente col tempo potrà registrare della manchevolezza, ma nulla vieterà di aggiornarlo e di migliorarlo. Io penso che il ruolo che dobbiamo dare alle autonomie locali è quello che la legge stessa ha stabilito, con una pienezza di poteri reali. Siamo qui perché, se ci sono delle proposte migliorative del disegno di legge, ne possiamo discutere, ma credo che lo spirito nuovo con il quale si deve marciare per dare un indirizzo non sia quello dello stravolgimento di leggi regionali che hanno dimostrato un loro vigore, una loro indubbia efficacia, e che nessuno vuole certamente cancellare. Io credo che si tratti semplicemente di ordinarle in maniera che il responsabile amministrativo debba tener conto di quelli che sono gli indirizzi programmatici regionali, ma qualora esigenze di carattere straordinario dovessero prevedere un utilizzo diverso, credo che il buon senso dell'amministratore locale lo porterà a farne un uso corretto.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Fausto Fadda. Ne ha facoltà.
FADDA FAUSTO (P.S.I.). Signor Presidente, mi consenta innanzitutto di rivolgerle i miei più affettuosi auguri, l'avevo fatto privatamente, ma mi sembra doveroso riformulare gli auguri formalmente in questa occasione. Finalmente ritorna alla Presidenza del Consiglio regionale una collega consigliere regionale e vedo stasera che insieme alla Presidente abbiamo anche rappresentante dell'Ufficio di Presidenza un'altra donna. Non possiamo che compiacerci di tutto questo.
Presidente, onorevoli colleghi, io sto concludendo la mia attività politica in Consiglio regionale. L'anno venturo si concluderà la legislatura, non sarò ricandidato, e come ho sempre fatto ritengo necessario esporre con molta chiarezza, con limpidità le cose che senso, le critiche che sono necessarie all'iter procedurale che riguarda questa legge e le critiche che riguardano i contenuti stessi della legge. Voglio dire, per non essere frainteso, che lavoriamo tutti - i colleghi che hanno espresso un giudizio positivo sulla legge e i colleghi che hanno espresso riserve - lavoriamo tutti per il perseguimento del medesimo obiettivo, cioè il decentramento politico e amministrativo, il trasferimento delle risorse agli enti locali, il decentramento amministrativo e una nuova partecipazione da parte degli enti locali alla programmazione degli interventi. Siamo tutti tesi a valorizzare senza eccessive enfatizzazioni il ruolo degli enti locali, e sotto questo aspetto credo che non sia necessario rappresentare in questo dibattito in termini isterici o con fughe in avanti, posizioni che a mio giudizio possono essere riportate ad una posizione comune, posizioni che a mio giudizio devono essere giustamente valutate e considerate.
Per quanto riguarda le procedure, la Commissione programmazione della quale faccio parte è stata invitata ad esprimere un parere sul provvedimento in esame. Infatti, seppure affidato istituzionalmente alla Commissione enti locali, esso deve ricevere un parere da parte della Commissione programmazione. Da parte di quest'ultima è stata rappresentata l'esigenza di esaminare in maniera più approfondita il provvedimento, perché in particolare con l'articolo 6 si propone la cancellazione di una decina, forse anche quindici leggi importanti, che probabilmente prima dell'abolizione vanno valutate con maggiore attenzione per non trovarci tra qualche giorno nella situazione di dover ridiscutere in Aula per recuperare alcuni provvedimenti legislativi stasera annullati. Mi trovo in una situazione di estremo disagio, signor Presidente, per avere concluso il dibattito in Commissione ieri intorno alle ore 13 e 15, per avere espresso un parere assieme ad altri colleghi, votato all'unanimità, e ritrovarmi qui stasera, senza la possibilità di discutere delle osservazioni fatte dalla Commissione bilancio perché la fretta, l'incalzare degli eventi, la presenza di alcuni sindaci e dei rappresentanti dell'ANCI che premono giustamente perché il provvedimento venga approvato nei tempi più rapidi, ci portano a discutere con grande fretta di un provvedimento la cui portata farà riflettere probabilmente gli utenti ultimi e quelli che maggiormente vengono investiti dal provvedimento, cioè i cittadini sardi. Se è vero, infatti, che ci sono problemi di programmazione che riguardano la Regione e che riguardano gli enti locali è altrettanto vero che tutti stiamo discutendo e stiamo lavorando per dare certezza di diritto ai cittadini e soprattutto per garantire con il trasferimento di poteri agli enti locali una maggiore vicinanza dell'amministrazione locale al cittadino stesso e una maggiore coerenza ai dettati costituzionali. Io credo che su questo aspetto i colleghi debbano fare una riflessione. Non è possibile che venga vanificato il lavoro di una Commissione consiliare competente e si lasci appeso ad un filo un parere espresso dalla Commissione all'unanimità. Io credo che questo parere, che tra l'altro investe la Giunta regionale perché vengono richiesti alla Giunta regionale degli interventi motivati, debba esser tenuto nella massima considerazione e si debba, nei tempi che decideremo di darci, consentire un'ulteriore interlocuzione tra le Commissioni e la Giunta regionale se vogliamo veramente approvare...
(Interruzioni)
Non accetto interruzioni perché questo ancora non mi riguarda. Io ho partecipato al lavoro della Commissione e vi assicuro che ho espresso il mio parere in tre ore, per cui io questo provvedimento l'ho esaminato probabilmente per quattro o cinque ore complessivamente. Non ho fretta perché la fretta spesso ha portato all'approvazione di provvedimenti che il Consiglio ha dovuto rivedere, ha portato ad errori macroscopici nell'elaborazione e nella attuazione di provvedimenti legislativi, perciò non credo che mezza giornata in più crei turbativa; non credo che questa mezza giornata recuperata possa risolvere i problemi degli enti locali. E' necessario approvare una buona legge, perciò non avveleniamo - come diceva poc'anzi Selis - il clima politico, perché non è necessario. Io sono un ex sindaco, quindi non accetto lezioni da nessun sindaco presente in aula stasera fra il pubblico. Ho presenti i problemi degli enti locali perché me ne sono sempre occupato, perché li ho vissuti per anni, quindi mi muovo nella stessa logica dei sindaci che stasera partecipano al dibattito e che sono tra il pubblico.
Alcune considerazioni, dunque, cari colleghi vanno fatte sul disegno di legge e sono considerazioni che riguardano soprattutto alcuni articoli. Condividiamo, dicevo, lo spirito del provvedimento, ne condividiamo gli obiettivi e la filosofia complessiva, però alcune modifiche probabilmente sono necessarie. Nel passato - lo dicevo a qualche collega stamane e lo dicevo al presidente dell'ANCI l'altro giorno - il Consiglio regionale, ma anche il Parlamento erano orientati a concedere nuove autonomie a realtà territoriali di cinquecento abitanti, trecento abitanti, duecentocinquanta abitanti. Il Consiglio regionale è stato impegnato nel passato a concedere autonomia a tutti i richiedenti ed era cosa grave per un consigliere regionale opporsi ad ogni e qualunque richiesta di autonomia. Io ho rappresentato in Consiglio più volte nel passato l'esigenza di stabilire un tetto, ma questa mia richiesta non è stata mai accolta. Poi è intervenuto un provvedimento legislativo a livello nazionale che ha imposto il tetto per la concessione di nuove autonomie e ha invitato i comuni con pochissimi abitanti ad aggregarsi, a consorziarsi per la gestione almeno dei servizi più rilevanti e più importanti. Il procedimento che nel passato aveva portato alla concessione di nuove autonomie era un procedimento affermatosi in un certo periodo storico, come in un certo periodo storico si sono affermate le esigenze di polverizzazione, di più equa distribuzione delle risorse a livello regionale, di un maggiore coinvolgimento degli enti locali. Oggi abbiamo un problema opposto, che è quello di trasferire le risorse dalla Regione agli enti locali, affrontando il problema delle economie di scala che riguarda la gestione di alcuni servizi in realtà comunali non eccessivamente grandi.
Cari colleghi, il disegno di legge così come è impostato, se non apportiamo i necessari correttivi, a mio giudizio, comprime le capacità progettuali degli enti locali, è uno stimolo a gestire le risorse che vengono affidate da parte della Regione senza affrontare i temi che riguardano una gestione consortile di alcuni servizi. E' necessario esaminare nel provvedimento quali capitoli di bilancio si sopprimono, quali leggi si sopprimono e quali problemi si creano con la soppressione di alcuni capitoli di bilancio. Quindi, a mio giudizio, è solo necessario fare per alcuni aspetti una pulizia relativa all'impianto della legge, soprattutto all'inventario dei capitoli di bilancio che sono stati proposti all'attenzione del Consiglio.
Sono state fatte alcune considerazioni da parte del collega Lorettu e io le riprendo. Come si fa a promettere agli enti locali, a tutti i comuni, la realizzazione di grandi opere, o comunque come si fa a creare aspettative nei confronti dei comuni per la realizzazione di ogni e qualunque opera? Non è possibile che tutti i comuni pensino alla realizzazione di una zona industriale, non è pensabile che tutti i comuni pensino alla realizzazione di strutture sportive di rilievo, non è possibile che tutti i comuni pensino alla realizzazione di un museo, non è possibile che tutti i comuni pensino alla realizzazione di altre grandi infrastrutture per le quali è sempre più richiesta la specializzazione di altri interventi. Un comune che ha un museo archeologico non può avere a fianco un altro comune con un museo archeologico, è necessario che il comune a fianco pensi ad una iniziativa museale di tipo diverso. Non è possibile che tutti i comuni pensino a infrastrutture sportive onnicomprensive, a infrastrutture sportive di grande rilievo e si pensi di poter realizzare in ogni comune impianti sportivi di base ma contemporaneamente un velodromo, un pattinodromo, un bocciodromo eccetera eccetera. Un comune avrà il bocciodromo, il comune a fianco avrà il pattinodromo. Queste strutture devono essere realizzate e programmate su base intercomunale e può essere coinvolta nella programmazione degli interventi l'amministrazione provinciale, lo prevede la stessa 142. Certamente è compito della Regione stabilire quali sono le vocazioni dei comuni perché non è possibile pensare alla distribuzione delle risorse turistiche anche a quei comuni che non hanno una economia turistica, non è possibile destinare le risorse che fanno riferimento allo sviluppo dell'agricoltura e della pastorizia a quei comuni che non hanno vocazione agro-pastorale. Il problema delle vocazioni dei comuni e di una programmazione che tenga conto di questo, è un problema serio che noi dobbiamo riaffrontare.
L'altra questione riguarda la gestione dei servizi che deve essere ricondotta, a mio giudizio, a una dimensione quanto meno intercomunale. Parlavo poc'anzi di economie di scala. Un comune non può pensare alla gestione degli impianti di fognatura e di depurazione. Ogni comune gestisce da solo impianti di fognatura e impianti di depurazione? Ogni comune gestisce da solo l'impianto di smaltimento dei rifiuti urbani? Ogni comune gestisce da solo servizi di questo tipo? Non è meglio che i comuni vengano invitati a consorziarsi per la gestione di questi servizi, per garantire maggiore efficienza con una contestuale riduzione delle spese? Io credo che sia opportuno. E' necessario inoltre esaminare i capitoli di bilancio per evitare ai comuni eccessive aspettative. Io mi riferisco a un capitolo di bilancio che è emblematico, che quello che riguarda l'Assessorato del commercio: "contributo per studi relativi ai piani di sviluppo della rete di vendita". Sono 600 milioni a livello regionale. E' chiaro che l'Amministrazione regionale nell'affrontare i problemi dello sviluppo della rete di vendita ha necessità di verificare quali sono le esigenze complessive a livello regionale. Noi polverizziamo i 600 milioni destinati alle reti di vendita, affidiamo ad ogni comune 2 milioni, 3 milioni per la realizzazione del piano commerciale? Io credo che i comuni con cifre così ridotte non siano in grado di risolvere nessun problema, si creano enormi aspettative e probabilmente non si risolvono i problemi.
L'altra questione alla quale mi riferisco è quella riguardante i fondi programmati; da parte della Regione - ha ragione il collega Cogodi che poneva il problema per le questioni urbanistiche - c'è spesso un atteggiamento schizofrenico ed è quello che noi rileviamo nella gestione delle risorse destinate a programmi già approvati dalla Giunta regionale. Per anni abbiamo discusso della programmazione triennale, l'abbiamo enfatizzata, durante questi ultimi anni, abbiamo convinto i comuni della giustezza della programmazione triennale, abbiamo chiesto ai comuni la presentazione di progetti divisi per progetti stralcio e quindi per stralci funzionali. I comuni li hanno presentati. La Regione ha deliberato e oggi noi, in questa fase di attuazione della legge, sottraiamo, ai comuni che avevano avviato delle opere, risorse che servono per il loro completamento.
Cari amici, io ho visto il programma. Se noi adottiamo il provvedimento di legge così come è previsto, se non prevediamo in questa fase un regime transitorio che consenta l'utilizzazione delle somme riferite ai programmi già approvati rimangono almeno centocinquanta incompiute. Non succede niente se la legge entra in funzione a partire dall'anno prossimo per alcuni settori, però si consente ai comuni, e io vorrei conoscere quanti sindaci sono a conoscenza della legge...
(Interruzioni)
E' un intervento provocatorio!
PRESIDENTE. Onorevole Fadda, i colleghi consiglieri sono pregati di stare seduti e di non colloquiare con il pubblico. E il pubblico è pregato di tacere e di seguire attentamente e in silenzio il dibattito.
FADDA FAUSTO (P.S.I.). E' giusto prevedere la realizzazione di programmi e poi intervenire tout court con la cancellazione degli impegni da parte della Giunta regionale, cioè dei programmi approvati in questi ultimi anni? Io non ho fatto altro, durante i nove mesi in cui ho ricoperto la carica di Assessore in questa legislatura, che confermare i programmi del mio predecessore perché ritenevo giusto rispettare le attese dei comuni che si erano create con l'approvazione del programma. Anche in questa fase io credo che, per quanto riguarda i fondi già programmati, pur mantenendo in piedi il riferimento al capitolo del bilancio, si debba dire che i fondi programmati vanno utilizzati tenendo conto degli atti approvati regolarmente dalla Giunta regionale. Concludo, Presidente, anche perché credo di aver utilizzato il tempo a disposizione. Non sono molte le modifiche che vengono richieste e io credo che un momento di riflessione sia utile per rivedere l'articolato e per impostarlo in maniera diversa tenendo conto soprattutto dell'esigenza di incentivare l'aggregazione delle realtà comunali. Credo che si possa elaborare un emendamento relativo a questo aspetto e credo che insieme possano essere elaborati e proposti altri due o tre emendamenti, senza modificare l'impalcatura complessiva del disegno di legge per dare risposta alle esigenze degli enti locali, che io ho rappresentato modestamente qui stasera, tenendo conto prima di tutto che le risorse disponibili difficilmente sono rinnovabili.
Il collega Selis faceva riferimento all'indebitamento da parte della Regione, sottolineando che quindi dobbiamo utilizzare nel migliore dei modi le risorse disponibili evitando la polverizzazione, cercando di realizzare le economie di scala alle quali facevo riferimento poc'anzi e tentando quindi di costruire le prospettive per un comune moderno che si muove in una situazione dinamica, un comune che sia all'altezza della nuova realtà comunitaria.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Atzeni. Ne ha facoltà.
ATZENI (D.C.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, molto brevemente tenterò anch'io di dare il mio modesto contributo a questo dibattito, contributo che è anche frutto di una lunga esperienza vissuta in trincea come amministratore comunale. Il legislatore nazionale, nella stesura della legge 142 del 1990, all'articolo 2 ha affermato che il comune è l'ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo; un capolavoro, questa definizione, di bravura letteraria, sia per la sinteticità che per la capacità di fotografare con incisività e fedeltà l'istituzione Comune o Provincia in tutti i suoi aspetti. Quali sono questi aspetti? Eccoli: il Comune ha la cura degli interessi della comunità, il Comune ha il dovere di promuovere lo sviluppo della comunità, il Comune rappresenta la comunità. Per fare queste cose, colleghi consiglieri, per assolvere questi doveri, per dare risposte a queste esigenze occorrono strumenti, necessitano strutture operative efficienti, valide, sono indispensabili risorse economiche congrue. A queste esigenze, a queste necessità dovrebbe, anzi deve dare risposta il Consiglio regionale con l'approvazione del disegno di legge in esame, decisione che io considero un atto dovuto, una risposta seria alle aspettative degli enti locali e degli amministratori che di loro si occupano. Dicendo queste cose devo premettere che non intendo mettere minimamente in discussione o rinnegare la validità della programmazione come metodo di governo, ne hanno parlato in particolare i miei colleghi di Gruppo. Per il grande rispetto, per l'incondizionata solidarietà che ho però per i colleghi sindaci, per gli amministratori comunali, per gli amministratori provinciali, per gli amministratori delle comunità montante che quotidianamente vivono in trincea, costretti, anche quando non possono, a dare risposte, per questo rispetto e per la solidarietà, dico che però è indispensabile dare corso a questo nuovo metodo di distribuzione di risorse previsto dal disegno di legge 351, risorse che peraltro va detto, secondo gli operatori di statistica, rappresentano appena il 10 per cento dell'intero bilancio della Regione, a questa nuova procedura che potrà, penso, consolidarsi nel tempo o potrà, se l'esperimento non dovesse dare i risultati positivi sperati, essere accantonata. Altri colleghi hanno elencato le motivazioni per le quali si è giunti a questa scelta. Ne voglio accennare anche io: sappiamo tutti che da alcuni anni a questa parte numerose leggi, decreti, regolamenti statali, regionali, comunitari, si sono abbattuti e si stanno abbattendo sulle amministrazioni locali, mettendo a dura prova la capacità di risposte delle strutture burocratiche ed operative. Stanno creando grosse difficoltà agli amministratori, stanno mettendo nei guai, va detto con molta chiarezza, colleghi tutti, stanno mettendo nei guai molti sindaci impossibilitati, nonostante la loro capacità, nonostante la serietà, nonostante il senso di responsabilità e la diligenza che hanno sempre posto nel governo del proprio ente, a fronteggiare le esigenze e le emergenze, annose o improvvise di qualunque natura o dimensione. Gli enti locali, e più precisamente i sindaci devono dare sempre risposte sollecite, anzi, devono dare normalmente risposte immediate, anche in presenza di eventi imprevisti e imprevedibili. Questo devono fare indipendentemente dalla potenzialità operativa dell'ente amministrato, indipendentemente dalle procedure spesso lunghe, complicate, quando anche non contraddittorie.
Colleghi consiglieri, signor Presidente, perché vogliamo e dobbiamo mettere a disposizione delle amministrazioni questo nuovo strumento legislativo? C'è l'esigenza di procedere annualmente all'erogazione delle risorse destinate agli enti locali nei tempi dovuti, all'inizio dell'anno finanziario, non a dicembre o peggio ancora all'inizio dell'anno successivo. Queste sono esperienze che abbiamo vissuto e stiamo vivendo da lungo tempo, tutti gli amministratori locali, e vogliamo che queste esperienze vadano accantonate nel dimenticatoio per sempre. Occorre, come ho detto, distribuire le risorse ai comuni, con la dovuta tempestività. I comuni, non il Consiglio regionale, sono chiamati, come ho già detto, a dare risposte immediate; i comuni devono provvedere alla riparazione di qualunque genere di guasto, i comuni devono dare risposte a tutto, e nei comuni e per i comuni gli amministratori. Noi non abbiamo avuto, non abbiamo e non ci possiamo conservare il diritto di perpetuare questa situazione. Nel disegno di legge, così come è previsto, in questo senso è stato compiuto o è stato previsto l'atto riparatorio auspicato: entro quindici giorni dall'approvazione della legge di bilancio l'Assessore agli enti locali, competente in materia, emette il decreto di ripartizione dei fondi. Questo verosimilmente avverrà all'inizio dell'anno, dando per scontato che anche il Consiglio regionale approvi il bilancio della Regione nei tempi previsti dalla legge.
Un altro problema, colleghi consiglieri - se ne è fatto cenno e a me piace dire queste cose con estrema crudezza - è che gli amministratori locali si sono stancati e ci siamo stancati di andare a chiedere la grazia all'onorevole Assessore di turno, a perorare ciò che è dovuto, a chiedere per le comunità rappresentate quello che spetta. Siamo stati da Assessori molti cortesi e anche sinceri, da altri cortesi e mentitori, da altri addirittura scorretti che non ci hanno consentito di parlarne neanche con i loro uscieri. Questo metodo di governo, cari colleghi, deve essere eliminato definitivamente perché mortifica chi rappresenta le comunità e non è certamente il miglior biglietto da visita dell'amministrazione regionale. Noi vogliamo che si creino condizioni di equità, condizioni di giustizia per tutte le comunità; noi vogliamo che i nostri amministratori comunali abbiano la possibilità di confrontarsi con i nostri amministratori regionali, da pari a pari, perché tutti siamo portatori di una delega, a livelli diversi, tutti abbiamo il senso della responsabilità e del dovere; sentiamo di dover assolvere nel migliore dei modi al nostro compito e pertanto ci sentiamo tutti impegnati allo stesso modo e riteniamo di avere pari dignità. Noi siamo convinti che non ci pentiremo dell'approvazione di questo disegno di legge che vuole essere anche una testimonianza di fiducia verso i nostri amministratori perché conosciamo il senso di responsabilità morale e politica che ha sempre animato i nostri amministratori, per lo meno nella stragrande maggioranza, e proprio per questo pensiamo che assumere la decisione di modificare il sistema della ripartizione dei fondi destinati alle esigenze dei comuni, come ho detto all'inizio, sia un atto dovuto.
Concordo con il collega Lorettu, che ha fatto riferimento ad un problema che certamente si presenterà e che dobbiamo prevedere prima di passare alla votazione della legge. Io ritengo che sia indispensabile prevedere nel bilancio dell'Assessorato dei lavori pubblici o dell'Assessorato degli enti locali, o nella parte di bilancio che la Giunta riterrà più idonea, uno stanziamento per eventuali particolari emergenze che dovessero verificarsi nella nostra Isola e alle quali non possano far fronte i comuni, le province, le comunità montane. E' un problema serio, e per questa ragione invito gli amici Assessori a vedere, prima di passare all'approvazione dell'articolato, se sia possibile stendere un emendamento ed inserirlo nel testo della legge. Con queste mie brevi considerazioni rivolgo un appello al senso di responsabilità dei colleghi del Consiglio perché questa sera ci sentiamo tutti partecipi della festa degli amministratori comunali, provinciali e delle comunità montane della nostra Sardegna per l'approvazione di questo disegno di legge.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Paolo Fadda. Ne ha facoltà.
FADDA PAOLO (D.C.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, io avevo deciso di non intervenire perché ritenevo molto più importante l'approvazione di questo provvedimento di quelli che possono essere gli interventi di ciascuno di noi, almeno per quanto mi riguarda, perché non dirò niente di nuovo rispetto a quanto detto da qualche collega. Però nella mia doppia veste di consigliere regionale e di sindaco, per cercare di ragionare su questo provvedimento, io vorrei sdrammatizzare subito dicendo che gli amministratori locali non solo utilizzano i fondi dell'assistenza che vengono dati dalla Regione, non solo utilizzano quelli per il diritto allo studio, non solo utilizzano quelli per lo sport, ma sono costretti in tantissimi casi, e io credo in tutti i comuni della Sardegna, a utilizzare altri fondi per rispondere a quella che sono le esigenze delle nostre popolazioni. Credo che nessuno possa disconoscere che il rapporto diretto fra sindaco e amministrati sia un rapporto privilegiato e sia quello che sta facendo sì che le istituzioni continuino a tenere. Molti colleghi sanno che io ero per un provvedimento molto più drastico di questo, ero perché ai comuni venissero trasferiti i fondi e i comuni si programmassero gli interventi, senza destinazioni predeterminate, perché se dovessimo fare una indagine tra tutti gli amministratori locali sono convinto che non vi è amministratore locale che, a causa della incapacità programmatoria della Regione, non abbia un avviso di garanzia.
Per dire qual è stata la nostra grande capacità programmatoria faccio l'esempio dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Bene, la Regione ha programmato tutta una serie di interventi nel territorio regionale, ma nessuna discarica regionale è stata realizzata. Gli amministratori locali sono costretti o a continuare a fare l'impossibile - rischiando di ricevere informazioni di garanzia - e a utilizzare le proprie discariche o a utilizzare una discarica privata lontana del territorio comunale. Questo è un esempio della capacità programmatoria del Consiglio e della Giunta regionale in questi anni nei confronti degli amministratori locali. Perciò io non mi preoccupo di come i sindaci spenderanno questi soldi perché sono convinto che avranno una capacità programmatoria comunque migliore della nostra. Faccio un altro esempio: sulla base della legge "31", i comuni sono obbligati a intervenire col proprio bilancio per permettere il trasporto degli studenti delle scuole medie superiori. Ora la normativa regionale prevede finanziamenti per l'acquisto di pulmini per il trasporto dei bambini delle scuole elementari. Se il comune per sua scelta non ha provveduto all'acquisto dei pulmini, dopo aver pagato il rimborso spese, è costretto a restituire alla Regione sarda queste somme e non può utilizzarle per il trasporto degli studenti delle scuole superiori. Questa è la nostra capacità programmatoria. Tutti i sindaci desiderano che il diritto allo studio sia vero diritto allo studio e mi chiedo perché devono essere costretti, per esempio, a mettere in palio delle borse di studio e non possono invece utilizzare i fondi per altre finalità che ritengono più importanti per la loro comunità perché la Regione ha programmato determinati interventi secondo la "31".
Possiamo per esempio parlare dello sport. Quale comune non è intervenuto per cercare di dare il minimo di servizi indispensabile, con casse depositi e prestiti indebitandosi con tutti gli enti sportivi? Ma allora io mi chiedo qual è la preoccupazione di questo Consiglio regionale. Se andiamo a girare per i nostri comuni, tantissimi amministratori hanno avuto una capacità programmatoria più valida di quella della Regione, e allora io credo che per l'assistenza si continuerà a utilizzare i fondi normali del comune, non quelli che vengono trasferiti dalla Regione, ad anticiparli perché la Regione non trasferisce mai in tempo i fondi. Se queste cose sono vere non vedo quali possano essere le preoccupazioni. Io credo addirittura che si dovrebbero presentare degli emendamenti per dire agli enti locali: "Voi siete più capaci di noi a programmare le spese e quindi potete utilizzare i fondi come volete". Credo che senza dubbio il bilancio sarebbe comunque un bilancio migliore di quello che facciamo oggi per la nostra Regione.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Ortu. Ne ha facoltà.
ORTU (P.S.d'Az.). Grazie, onorevole Presidente. Vorrei esporre alcune riflessioni che ho fatto nell'ascoltare attentamente gli interventi, tutti interessantissimi, dei colleghi che nell'arco della giornata hanno parlato in quest'Aula. E' stato detto che si va discutendo di una legge non perfetta, carente in molte sue parti e pur tuttavia, come quasi sempre, perfettibile, di una legge che prevede l'attribuzione agli enti locali di strumenti e risorse che consentano e favoriscano la libera partecipazione alla vita, al governo e alla crescita civile delle nostre comunità, una legge pertanto che tocca le radici più profonde ed essenziali della vita democratica perché la partecipazione di base, quella necessaria alla vita della democrazia, non può che alimentarsi anche con strumenti e risorse che consentano di risolvere anzitutto i problemi della vita locale.
La soluzione della profonda e diffusa crisi di efficienza, di funzionalità, di credibilità del vecchio impianto istituzionale italiano si va oggi orientando verso un superamento, con una più diffusa e equilibrata attribuzione di poteri legislativi, di regolamento e di gestione delle tante diversità e specificità di cui questa Repubblica è così ricca. Il disegno, infatti, di uno Stato federale che va in questa direzione sembra quasi l'unica novità che possa dare nuova linfa e vigore a questa Repubblica che lentamente va spegnendosi. Chiunque ha fatto esperienza, breve o lunga che sia, di amministrazione locale accoglie e saluta certamente con soddisfazione l'essersi avviati verso questi traguardi, verso questo rinnovamento, verso queste riforme. Per chi ha percorso in tempi recenti e meno recenti con sofferenza la via crucis, salendo il Golgota ai vari livelli del palazzo per tornare poi alla propria comunità, alla propria gente senza una risposta soddisfacente o nessuna risposta, amareggiato e sconfortato, oggi certamente questa legge va nella direzione di soddisfare queste ansie del passato. Perché? Perché c'erano le spinte, perché c'erano i padronati, perché c'erano i califfati nella assegnazione dei fondi a questo o a quell'altro comune, comuni che ricevevano risorse finanziarie per opere non richieste ma assegnate di imperio e forse scarsamente utili alla comunità locale. C'era una Regione spesso sorda, indifferente e insensibile alla domanda, alle necessità che invece venivano dalle comunità, dai sindaci, dagli amministratori locali. Da tutto questo è emersa la necessità di un maggiore ordine, di una maggiore giustizia, di una maggiore equità nell'attribuzione delle risorse finanziarie ai comuni e alle province. Certamente questo è un elemento necessario per tagliare appunto con questa corsa sfrenata all'accaparramento, quasi una nuova legge delle chiudende, non con le tanche in questo caso, ma con risorse che ognuno cercava di farsi attribuire a s'afferra afferra. Certo ci possono essere vari modi di andare incontro con raziocinio a quelle che sono le esigenze delle comunità locali. Ma la Regione oggi ha un quadro, ha una conoscenza perfetta, per esempio, in materia di opere pubbliche e di servizi e, una volta individuate le priorità, ha un quadro esatto di quelle che sono le necessità, le carenze, di quelli che sono i servizi e le opere pubbliche necessarie ad un paese civile? E' stato fatto un rilevamento nel tempo di tutto questo per poter meglio attribuire i fondi, per poter meglio programmare gli interventi? Questo non mi risulta che sia stato fatto. Nella realtà abbiamo comuni che hanno realizzato, grazie alle capacità e alla dedizione dei propri amministratori, il soddisfacimento degli interessi primari, acqua, fogne, depuratori, biblioteche, centri sociali e via dicendo, e comuni, invece, penalizzati da amministratori poco attenti ed avveduti oppure perché nella stanza dei bottoni non c'era nessuno che prestasse ascolto. Abbiamo comuni che certamente hanno realizzato tutto quanto prima dicevo, cioè tutti i servizi e le opere necessarie per una comunità civile, ed altri invece che si sono attardati nel tempo e che oggi sono carenti di quelle opere e di quei servizi che invece altri hanno potuto realizzare. A tutto questo come si risponde? Con una pioggia indiscriminata di risorse sul comune che ha già realizzato e sul comune che non ha realizzato o non dobbiamo invece tener conto di quelle che sono le esigenze e le necessità dell'oggi? Purtroppo a tutto questo la risposta non può venire con una programmazione scientificamente studiata e realizzata perché non ci sono le condizioni di base, cioè la conoscenza che dovrebbe guidare una programmazione di questo tipo. Si ha quasi la sensazione che la Regione abbia rinunciato a programmare per distribuire le risorse indiscriminatamente come prima accennavo, senza spesso precisi e ragionati indirizzi. Questo avviene a livello di Regione, ma è avvenuto e forse avviene ancora oggi a livello di tanti comuni. Prendiamo le risorse che derivano ai comuni dalla legge per il diritto allo studio. Molti comuni non trovano altra idea, per scarsa fantasia e pigrizia mentale, che quella di affidare le risorse finanziarie, o almeno una buona parte di queste, al preside della scuola media o al direttore didattico e dirgli: "Adesso programma". Così una risorsa che dovrebbe essere utilizzata dal comune, coinvolgendo quelle che sono le strutture scolastiche, gli organismi di democrazia della scuola e lo stesso corpo insegnante, invece viene affidato ad altri, delegando quella programmazione culturale di cui un comune si dovrebbe far carico. Io non vorrei che altrettanto facesse anche la Regione. Trasferire senza un piano di insieme può significare una polverizzazione e una dispersione inutile delle risorse, io però non voglio neanche suonare le trombe per l'approvazione di questo provvedimento legislativo che pure dovremo approvare perché qualcosa bisognerà pur fare. Credo che dobbiamo pensare anche a correggerlo profondamente perché anche in termini di trasferimenti di risorse non c'è grande novità, non c'è qualcosa di più o di meglio, c'è anzi un arretramento perché le risorse assegnate ai comuni, male assegnate nel passato ma assegnate ai comuni, anche l'anno scorso erano di gran lunga superiori alle risorse che quest'anno si vogliono assegnare. E, pur tuttavia, si tratta di un disegno di legge che va nella direzione di un'acquisizione di maggiore certezza di diritto da parte del cittadino, di maggiore libertà, di autonomia e conseguentemente di autonomia gestionale dei comuni. L'autonomia comincia e si realizza nell'esercizio democratico del governo dell'ente locale.
Di recente un ramo del Parlamento italiano ha approvato una legge proposta dall'onorevole Acciaro ed altri, una legge costituzionale che attribuisce alla Regione sarda la competenza in materia di ordinamento degli enti locali. Se noi avessimo già avuto una legge di questo tipo, avremmo certamente dato ordinamenti alle nostre istituzioni locali, ai nostri enti locali corrispondenti a quelle che sono le esigenze, a quella che è la cultura, a quella che è la distribuzione demografica della popolazione in Sardegna. Tutto questo finora ci manca e non possiamo intervenire; penso alla competenza in materia, per esempio, del maggiore burocrate del governo del comune, il segretario comunale, che ancora oggi è emanazione della Prefettura, e cioè del Ministero degli interni, e questa è una grave limitazione all'autonomia ed al potere locale. Comuni che restano senza segretario comunale per mesi, comuni di una certa importanza con segretari comunali a scavalco per anni. Tutto questo è assurdo, tutto questo oggi la Regione non può governare, non può ordinare perché non ne ha la competenza, ed allora ecco la necessità che si superi questo quadro istituzionale per andare verso un quadro che veda l'autonomia, il potere locale in un contesto generale di una Repubblica federale, di questa voglia di autonomia che deve pervadere e informare tutta la vita democratica della nostra società. Se non riusciamo a superare questo modo di vivere la democrazia e di darci nuovi elementi, nuovi ordinamenti, anche il problema delle autonomie locali verrà superato. Ma non dovremmo neanche attendere che l'altro ramo del Parlamento approvi questa legge che dà poteri, che è una riforma dello Statuto e pertanto della Costituzione. C'è una legge dello Stato, la "142", dove ci sono elementi positivi, di progresso che vanno attuati e per questo io inviterei la Giunta ad essere coerente anche con le sue dichiarazioni programmatiche.
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
I lavori del Consiglio proseguiranno domani mattina alle ore 10 e 30.
La seduta è tolta alle ore 19 e 44.
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