Seduta n.140 del 22/11/2005 

CXL SEDUTA

(Pomeridiana)

Martedì 22 Novembre 2005

Presidenza del Presidente SPISSU

La seduta è aperta alle ore 16 e 41.

CASSANO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 19 ottobre 2005 (135), che è approvato.

Congedo

PRESIDENTE. Comunico che il consigliere regionale Paolo Maninchedda ha chiesto congedo per la seduta pomeridiana del 22 novembre 2005.

Poiché non vi sono opposizioni il congedo si intende accordato.

Colleghi, data l'assenza di numerosi consiglieri, sospendo la seduta per dieci minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 16 e 42, viene ripresa alle ore 17 e 08.)

Sull'ordine del giorno

PRESIDENTE. Colleghi, avevamo sospeso nella precedente seduta la votazione sulla mozione dell'onorevole Floris, relativa alle entrate, per ricercare un'intesa tra i Gruppi che sfociasse nella presentazione di un ordine del giorno unitario. I Gruppi stanno ancora cercando un accordo.

L'ordine del giorno prevederebbe a questo punto la discussione della mozione numero 48 ma, non avendo potuto avvisare per tempo l'assessore Dirindin, propongo di passare all'esame del testo unificato sui servizi e le politiche per il lavoro. Metto in votazione la proposta di inversione degli argomenti all'ordine del giorno. Chi l'approva alzi la mano.

(E' approvata)

Discussione generale del testo unificato delle proposte di legge Dedoni - Vargiu - Cassano - Pisano: "Norme in materia di politiche del lavoro e organizzazione dei servizi per l'impiego" (21/A), Lai - Marrocu - Barracciu - Calledda - Cherchi Silvio - Corrias - Cugini - Floris Vincenzo - Mattana - Orru' - Pacifico - Pirisi - Sanna Alberto - Sanna Franco: "Norme in materia di servizi e politiche per il lavoro" (33/A), Sabatini - Giagu - Biancu - Cucca - Cuccu Giuseppe - Addis - Fadda -Sanna Simonetta - Sanna Francesco - Secci - Manca: "Norme in materia di politiche del lavoro e organizzazione dei servizi per l'impiego" (81/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del testo unificato delle proposte di legge numero 21/A, 33/A e 81/A. Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere Cherchi, relatore.

CHERCHI SILVIO (D.S.), relatore. Il testo di legge in discussione nasce dalla unificazione di diverse proposte di legge presentate da alcuni Gruppi consiliari e dal contributo della Giunta che ha consentito di arricchire ulteriormente il testo. La Commissione ha sentito le forze sociali, i rappresentanti dei comuni e delle province; soprattutto questi ultimi hanno espresso delle forti preoccupazioni per gli adempimenti derivanti dal trasferimento alla provincia di funzioni in materia di lavoro, dopo che con l'ultima finanziaria si è deciso anche il trasferimento dei dipendenti provenienti dal Ministero del lavoro alle province. Infine la Commissione ha deciso, con un lavoro unitario, di inserire in un unico testo di legge sia il recepimento del decentramento, sia nuove norme riguardanti il mercato del lavoro e le politiche per il lavoro. Consentitemi quindi di ringraziare tutti i colleghi, in particolare i colleghi della minoranza che, al di là del legittimo giudizio che daranno in Aula, hanno efficacemente partecipato alla definizione di questa legge.

Dicevo del lavoro unitario portato avanti dalla Commissione e dalla Giunta, lavoro che mette il Consiglio nelle condizioni di recepire il decentramento e le importanti riforme intervenute nel mercato del lavoro dandogli un'impronta autonoma e originale. Questo recepimento avviene con forte e colpevole ritardo, visto che sono passati otto anni dall'approvazione del decreto legislativo numero 469 che risale al 1997, e quattro dal decreto legislativo 180 del 2001. Altre Regioni a Statuto speciale, dando prova di una diversa sensibilità (un esempio è il Friuli Venezia Giulia), hanno contrattato le risorse da trasferire in condizioni finanziarie complessive più favorevoli, e attuato la riforma prima addirittura che lo Stato emanasse il decreto legislativo numero 469 del 1997.

In questi ultimi sette, otto anni abbiamo registrato profonde modifiche nella strumentazione legislativa che governa il mercato del lavoro: dall'ingresso dei privati nella gestione alle normative sulla flessibilità culminate nella legge numero 30 del 2003 e, infine, la riforma del Titolo V della Costituzione che attribuisce alle Regioni la potestà legislativa concorrente anche nelle materie riguardanti il lavoro, la sua tutela e la sicurezza. Una copiosa produzione legislativa e nuovi poteri che hanno accompagnato altrettanto significativi processi di riorganizzazione produttiva. Ci troviamo, quindi, di fronte a una materia molto vasta da disciplinare, con aspetti organizzativi complessi resi più difficili, come è facilmente comprensibile, dalla istituzione delle nuove quattro province.

Le linee guida fondamentali del lavoro svolto dalla Commissione sono state due. La prima ha portato al superamento del ruolo passivo del servizio pubblico, svolto attraverso il tradizionale compito del collocamento, e la sua sostituzione con un ruolo attivo. Si è creata cioè una rete di servizi in cui il ruolo attivo del cittadino nei processi di inserimento e reinserimento lavorativo e la personalizzazione delle politiche dei servizi divengono gli assi portanti delle politiche per il lavoro. Si assume il principio che la Regione riconosce il diritto al lavoro come diritto delle persone.

(Brusio in Aula)

Presidente, gradirei un po' di silenzio!

PRESIDENTE. Ha ragione, onorevole Cherchi. Prego i colleghi, se devono parlare, di accomodarsi fuori perché disturbano il relatore.

CHERCHI SILVIO (D.S.), relatore. Dicevo che la Regione assume il principio secondo cui si riconosce il diritto al lavoro come diritto delle persone e promuove tutte le azioni formative di orientamento all'istruzione, al lavoro e di accompagnamento all'impresa. Un servizio pubblico che non si limita a fare rispettare le regole - a dire il vero, dopo quello che è successo in questi anni, ne abbiamo bisogno - ma interviene direttamente con una strategia rivolta a favorire la crescita dell'occupazione, la regolarità, la sicurezza e la qualità del lavoro, servizi per il lavoro integrati con le politiche attive, dall'istruzione e formazione, con le politiche sociali e con le attività produttive.

La seconda linea guida riguarda il decentramento; l'articolo 6, che definisce le funzioni e i compiti delle province, e l'articolo 7 che precisa le funzioni e i compiti della Regione, mi auguro chiariscano in modo adeguato i compiti delle due istituzioni. Alle Province si attribuisce delega piena in materia di collocamento e di gestione delle politiche attive del lavoro, in particolare funzioni amministrative di gestione, di controllo e di programmazione di livello provinciale in materia di lavoro e servizi per l'impiego,. I centri dei servizi per il lavoro sono, nella previsione legislativa i motori propulsori di quel ruolo attivo di erogazione dei servizi che deve caratterizzare il nuovo patto tra ente pubblico e cittadino. Alla Regione spettano invece i compiti di indirizzo, coordinamento e programmazione.

Mi preme sottolineare che nella fase di realizzazione della riforma, sia per eventuali ritardi, sia per problematiche legate alle nuove province e sia per la complessità della materia, sarà necessario supportare le province per evitare nei fatti la negazione di quella autonomia che in legge riconosciamo, e le difficoltà incontrate nell'assegnazione dei dipendenti ex Ministero del lavoro, in particolare, ripeto, alle nuove province, ma non solo, sono un segnale di disagio che va colto e al quale vanno date risposte. Prevediamo perciò l'istituzione presso l'Assessorato competente del servizio per le politiche del lavoro cui faccia capo il coordinamento della presente legge.

L'emergenza non si affronta con articoli di legge, ma con l'impegno quotidiano delle strutture, e va riconosciuto all'Assessore di avere dato un forte impulso in questa direzione. In questa logica si colloca l'istituzione dell'Agenzia regionale per il lavoro, totalmente sgravata dai compiti di gestione e ricondotta, e non è certo una diminutio, a organismo tecnico con compiti di assistenza e di monitoraggio delle politiche del lavoro e supporto dell'esercizio delle funzioni della Regione e della Provincia. In particolare, le si attribuisce la funzione di Osservatorio regionale del mercato del lavoro e la cura e la gestione del Sistema informativo al lavoro regionale; supporto informatico fondamentale per la gestione del servizio di incontro tra domanda e offerta del lavoro, anche attraverso l'interconnessione con gli altri Sistemi informativi lavoro regionali e con la Borsa nazionale del lavoro.

La concertazione, infine, costituisce, se così si può dire, una sorta di terza linea guida. Non è un appesantimento delle procedure, ma parte vitale nella individuazione delle scelte ed elaborazione delle proposte. La partecipazione delle forze sociali e degli enti locali, del parternariato sociale, come si dice, è previsto infatti ai diversi livelli sia regionale che provinciale nelle previste Commissioni. Ma credo che una riflessione su questa legge non possa esimerci dall'affrontare alcuni tra i nodi più importanti della nostra società.

La mancanza di lavoro continua a essere la vera emergenza della Sardegna sia da un punto di vista quantitativo che, ormai, anche qualitativo, questo rappresenta in parte una novità. Mi riferisco per esempio ai tempi di permanenza nelle liste di disoccupazione, agli espulsi dal processo produttivo oltre i 50 anni ed ad altri fenomeni analoghi. I dati che abbiamo a disposizione confermano che le politiche di questi anni, al di là dei giudizi, non hanno sostanzialmente modificato la quantità della disoccupazione e neanche la struttura dell'occupazione, anzi; col tempo le importanti e condivisibili idee che sottendevano i Piani straordinari per il lavoro si sono in parte offuscate, si è attenuata la loro efficacia e da volano quale voleva essere (nel primo Piano ricordo l'affermarsi pienamente di segmenti marginali dell'economia, la cultura, le azioni-bosco, nel secondo lo sviluppo locale), l'intervento straordinario è diventato, almeno parzialmente, marginale e avulso dalle politiche di crescita e di sviluppo.

Va ripresa l'ispirazione originale e il lavoro deve ridiventare la bussola principale per le politiche della Regione Sardegna, non solo per contrastare l'esclusione sociale, le nuove povertà alle quali bisogna dare risposte immediate e straordinarie (per ciò prevediamo una serie di misure tra le quali è compresa, forse la più significativa, una sperimentale anticipazione del reddito di cittadinanza), ma perchè convinti che la crescita e la qualità dell'occupazione rappresentano uno dei presupposti fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi posti nei Documenti di programmazione economica, con particolare riferimento a quelli della competitività e della innovazione. Occorre quindi invertire la tendenza e fare del lavoro e per il lavoro la politica ordinaria della Regione, con la definizione sostanzialmente annuale, anche se con riferimenti triennali, di un Piano regionale per l'occupazione, quale parte integrante del Documento di politica economica e finanziaria, capace anche grazie al nuovo sistema di conoscenze di cui ci doteremo di individuare e anticipare le esigenze e i cambiamenti e di essi tenere conto nelle scelte complessive di politica economica.

La presente proposta pone inoltre in capo alla Regione una serie di misure di politica attiva del lavoro finalizzate all'allargamento, qualificazione e difesa dell'occupazione. Le più significative riguardano le politiche delle pari opportunità, il sostegno all'occupazione nelle aree di crisi, incentivi per il reimpiego dei lavoratori in mobilità e disoccupati di lunga durata. Particolare attenzione viene data inoltre alle iniziative per favorire l'occupazione delle categorie svantaggiate e favorire l'inserimento dei disabili nel mercato del lavoro, dall'attivazione del fondo alla promozione dello strumento della convenzione sino all'istituzione in ogni provincia della Commissione provinciale per il collocamento mirato.

A partire dal cosiddetto pacchetto Treu di diversi anni fa fino alla legge numero 30, e in particolare il decreto attuativo della stessa, le regole del mercato del lavoro, le tipologie contrattuali sono state radicalmente cambiate; l'esigenza iniziale del ricorso a forme di flessibilità per rendere più dinamico lo stesso mercato e per agevolare l'accesso dei giovani al mondo del lavoro (queste erano e sono le tesi di fondo a favore di queste iniziative e sono anche dei fatti oggettivi per certi aspetti), si è rapidamente trasformata in un fenomeno patologico. Una micidiale gabbia di sfruttamento e dequalificazione del lavoro a vantaggio per di più delle imprese più arretrate e meno innovative. I dati che abbiamo in Sardegna, sui quali forse faremmo bene a riflettere, sono preoccupanti.

In Sardegna i dati I.N.P.S. parlano di circa 85 mila posizioni CO.CO.CO, i cosiddetti collaboratori coordinati e continuativi, con percentuali decisamente più alte rispetto al resto d'Italia. Un dato aggravato dal fatto che, mentre nel centro nord si è spesso passati dal CO.CO.CO. all'occupazione piena, prevalentemente con contratto a tempo indeterminato, in Sardegna e nel mezzogiorno si è passati spesso dal CO.CO.CO. alla disoccupazione piena e niente ci induce a pensare che possano avere destino diverso le tipologie contrattuali che in qualche modo hanno sostituito il CO.CO.CO; questo fenomeno patologico va frenato e modificato, introducendo correttivi che privilegino le imprese che stabilizzano i posti di lavoro e misure per la creazione di tutele sociali a partire dalla previdenza in particolare per i giovani, pena la condanna di intere generazioni ad un presente precario e un futuro incerto. Non sono esagerazioni se i numeri sono quelli che citavo prima: 85 mila posizioni CO.CO.CO..

In questa proposta di legge si affrontano inoltre le questioni riguardanti la regolarità e la sicurezza del lavoro, non solo in relazione alle competenze trasferite alla Regione, ma per le dimensioni assunte ormai dal fenomeno. Certo noi non abbiamo odiose piaghe che affliggono altre Regioni come il caporalato, ma il fenomeno del lavoro illegale ha comunque anche nella nostra isola dimensioni di tutto rispetto visto che si parla di un 16 o 18 per cento di lavoratori in nero o in grigio, con il picco dell'edilizia dove la percentuale raggiunge, secondo le stime delle organizzazioni sindacali, il 25 o 30 per cento, settore che non casualmente ha anche l'altro triste primato degli incidenti sul lavoro.

E' necessario certo rafforzare l'azione di repressione del fenomeno, ma la realtà ci dimostra che non è sufficiente, si pone come indilazionabile l'esigenza di coordinare le diverse funzioni comprese quelle delle A.S.L. spesso, è giusto ricordarlo, assenti in questo campo tanto da non avere neanche individuato le strutture che devono collaborare con gli ispettorati e con altri organismi per intervenire contro il lavoro nero o irregolare. Occorre affrontare il problema alla radice, da un punto di vista anche culturale, realizzando una vasta campagna di informazione, formazione e sensibilizzazione.

E' evidente, in particolare a chi parla, che un'ipotesi di crescita non può prescindere dal ruolo dell'impresa; dall'intelligenza e dalle attitudini al rischio degli imprenditori dipende in buona misura la possibilità di costruire un sistema produttivo solido e capace di misurarsi con le realtà più avanzate dell'Italia e dell'Europa. Ma il successo e la modernità di un'intrapresa sono sempre più legati alla sua capacità di migliorare la qualità del lavoro (non siamo più nell'Ottocento), di consolidare e potenziare le competenze professionali, di diffondere le conoscenze; le possibilità di successo sono legate al contributo che l'intrapresa è in grado di dare per migliorare la competitività del sistema produttivo, lo sviluppo economico sostenibile e la coesione sociale.

Per questo proponiamo la promozione della responsabilità sociale delle imprese, non un ulteriore laccio ma un fattore di modernizzazione o una nuova moderna forma di certificazione che aiuti le nostre imprese a integrarsi col territorio e le sue vocazioni, a non essere cioè considerate un corpo estraneo come spesso avviene nella nostra Regione, ostile certo per tanti motivi, ma sicuramente per carenza di cultura imprenditoriale.

In questo provvedimento, visto l'arretrato legislativo e il lungo periodo di transizione in cui allo Stato, non più competente non era ancora subentrata la competenza della Regione, si sono dovuti affrontare naturalmente una serie di problemi legati alla indispensabile introduzione dei cantieri e di altre cose ancora che vedremo. Un altro punto sul quale vorrei spendere ancora del tempo riguarda il sistema dei servizi per l'impiego, un sistema ormai misto che prevede la presenza sia dell'ente pubblico che dei privati. Noi prevediamo la partecipazione di soggetti privati all'interno del sistema complessivo, al di là di quelli che vengono decisi naturalmente dal Ministero del lavoro e che devono avere determinate caratteristiche, per esempio essere presenti in almeno quattro Regioni e così via, partendo dal decreto attuativo della legge 30 che per quanto ci riguarda naturalmente è anche obbligatorio perchè non possiamo diminuire i diritti, li possiamo migliorare, li possiamo modificare, ma non li possiamo diminuire. Sia chiara una cosa, quando parliamo dei privati che partecipano al sistema sardo, stiamo parlando esclusivamente di quelli previsti, citati anche in un articolo, stiamo parlando delle scuole, stiamo parlando delle università, stiamo parlando degli enti bilaterali, stiamo parlando delle associazioni di categoria, cioè di pubblici o privati ma portatori di interesse collettivo e che naturalmente stanno all'interno di un prevalente, quasi esclusivo ruolo, perchè questo è il parere di tutta la Commissione, del servizio pubblico che deve essere capace naturalmente di risolvere soprattutto i problemi.

PRESIDENTE.. Il primo iscritto a parlare è il consigliere Giagu. Ricordo ai colleghi che, , chi intende intervenire nel corso della discussione generale deve iscriversi a parlare durante l'intervento dell'onorevole Giagu. Invito anche i Capigruppo che volessero iscriversi a parlare a farlo attraverso il sistema di prenotazione elettronica.

E` iscritto a parlare il consigliere Giagu. Ne ha facoltà.

GIAGU (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, colleghe e colleghi, un breve intervento per dire che la proposta di legge che oggi inizieremo ad esaminare, come già rilevato dal collega Cherchi relatore della legge stessa, arriva alla attenzione di quest'Aula purtroppo con un forte ritardo. Ritardo non imputabile a qualcuno in particolare, e non è mia personale intenzione indicare responsabilità, certamente, però i tempi della politica anche in questo caso hanno subito una dilazione eccessiva, considerate la delicatezza e la portata degli argomenti in esame.

Infatti questo è il tempo delle emergenze, dei cambiamenti e , di una svolta marcata, decisa che potrebbero rinsaldare e rinvigorire il rapporto tra questa classe dirigente e la propria base sociale. Una situazione però che non consente obiettivamente una puntuale programmazione e una certezza dei tempi.

Cari colleghi, la Sardegna, come detto, è l'ultima Regione che, con questo provvedimento, recepirà la gestione delle politiche di decentramento sul lavoro e di conseguenza le riforme del mercato del lavoro. La Commissione ha lavorato consapevole che un passaggio così importante non avrebbe sopportato ulteriori ritardi e che ci si dovesse allineare al più presto ai processi in corso nelle altre Regioni, forti anche delle altrui esperienze maturate in questi anni: un riferimento non soltanto nazionale, ma la previsione di un sistema di servizi utile per riportare le politiche del lavoro sui modelli dei paesi europei più avanzati. Forse riusciremo a trasformare il nostro ritardo in opportunità positiva, sfruttando le esperienze delle altre Regioni sia italiane che europee.

Non illudiamoci, e lo precisiamo immediatamente, che questo provvedimento possa da solo risolvere i problemi del mondo del lavoro anche se trattiamo contestualmente servizi e politiche attive del lavoro. Potrebbe diventare parte integrante di una riflessione più ampia, già in atto, che riguarda più in generale sia la politica di sviluppo che la formazione.

Focalizzare e sviluppare questi tre punti, aiuterebbe questa politica e noi ad affrontare con determinazione i problemi connessi al lavoro e alla piaga della disoccupazione.

Ritornando agli ambiti più angusti del provvedimento, la Commissione ha valutato e costruito l'ipotesi di un cammino comune che riguardasse sia i servizi per l'impiego che le politiche attive, unitamente alla sicurezza e qualità del lavoro. Abbiamo ritenuto di procedere contestualmente considerando prioritariamente il ritardo accumulato, ma anche la necessità di attivare una discussione puntuale sugli strumenti più adeguati delle politiche attive. Una discussione distinta, a mio parere, rimanderebbe l'approfondimento e ridurrebbe il nostro lavoro a una mera, benchè importante, elencazione di strumenti ed organismi.

Difendo questa scelta, sicuramente sarebbe stato più semplice impostare la discussione unicamente sui servizi e la loro trasformazione alla luce della vigente normativa nazionale giacchè sulle politiche attive sappiamo che si corre il rischio di ripetersi, equivocare, lacerarsi. Ma è doveroso discuterne, adesso. Abbiamo ritenuto di farlo, lo abbiamo fatto, affidando all'Aula un testo che possiamo considerare parziale, perfettibile, suscettibile di correzioni ed arricchimenti da parte dei colleghi consiglieri. Lungi da noi l'idea di fornire una proposta risolutiva sia per la continua evoluzione delle politiche del settore sia per le ristrettezze finanziarie che viviamo e sopportiamo in questo scorcio di legislatura.

Il percorso della Commissione parte dall'esame di un contributo della Giunta e di tre proposte di legge consiliari che abbiamo unificato trovando sostanzialmente, a parte alcune differenziazioni, una condivisione di massima. Proposta unificata che recepisce in particolare la delega di funzioni amministrative alle Regioni in materia di lavoro e servizi all'impiego in attuazione del decreto legislativo 10 aprile 2001 numero 180 che cerca di favorire la valorizzazione delle funzioni regionali attuando la riforma del mercato del lavoro. Si richiamano i decreti legislativi 469/97 - 181/2000 - 297/2002 - 276/2003, quest'ultimo in particolare sulla competenza regionale sul sistema dei servizi per il lavoro.

La proposta dà risalto alla potestà legislativa concorrente in materia di tutela e sicurezza del lavoro, conseguente alla riforma del Titolo V della Costituzione. Comunque, cari colleghi, non credo sia utile ripetersi, la relazione del collega Cherchi, ampia ed esauriente, traccia e spiega chiaramente le intenzioni, la filosofia e le norme conseguenti. Un percorso che tende a semplificare ed accorciare il rapporto e la distanza tra domanda e offerta di lavoro, costruendo un sistema integrato di servizi per il lavoro che va dai Centri dei servizi per l'impiego alla Agenzia regionale del lavoro e ad altri soggetti pubblici o privati che assistano le persone nei momenti delicati di ricerca ed approccio al mondo del lavoro.

Altro passaggio è la ricerca della concertazione tra amministrazioni e parti sociali delle quali è stata prevista un'ampia rappresentanza negli organismi di consultazione quali le Commissioni provinciali e regionali per i servizi e le politiche del lavoro. La proposta unificata evidenzia e riporta rigorosamente, in coerenza col dettato del decreto legislativo numero 180/2001 la ripartizione delle funzioni tra Regione e Provincia; un argomento spinoso che, gestito con equilibrio e buon senso, può facilitare l'attuazione della legge che approveremo.

Un breve cenno sulla parte delle politiche attive, parte che sicuramente sarà trattata ampiamente da altri colleghi, che si sofferma sulle problematiche dei lavoratori in cassa integrazione, sulle politiche di pari opportunità, sulla stabilizzazione dei rapporti di lavoro, sulle misure a favore dei giovani, sul sostegno all'occupazione nelle aree di crisi, sulle iniziative per favorire l'occupazione delle categorie svantaggiate con particolare riferimento all'inserimento dei disabili nel mercato del lavoro. Sempre nell'ambito delle politiche attive del lavoro occorre fare un riferimento anche al Sistema informativo lavoro regionale (SILR), un supporto informatico per una lettura immediata della situazione che apre una finestra sulle opportunità nazionali connettendosi ad altri siti regionali e alla borsa nazionale del lavoro, un sistema basilare da rendere immediatamente operativo per agganciarsi alle realtà più evolute sul fronte esterno e garantire crescita omogenea e conoscenza diffusa nei nostri territori. Obiettivi impegnativi che, con una rete di servizi organizzata, possono essere raggiunti.

L'intento è quello di creare un sistema che realizzi le giuste sinergie sul territorio regionale e oltre, che dia la possibilità di operare in sintonia con enti locali ed enti di formazione ed università. La responsabilità di tutto ciò ricade non solo su questo Consiglio, che approverà una legge, ci auguriamo, la più utile possibile, ma anche sull'Esecutivo, in particolare sull'Assessorato del lavoro, e sulle Province che nella prima fase, quella più delicata dovranno lavorare di concerto affinchè la legge possa avere piena attuazione.

Colleghi, la Commissione ha lavorato tenendo conto della normativa regionale vigente, valorizzando le esperienze maturate; devo dire che i lavori benchè impegnativi sono stati facilitati da una diffusa condivisione nell'impostazione e nel merito del provvedimento, confortati dalla conoscenza specifica dei commissari e dall'impegno profuso da tutti indistintamente.

Credo in definitiva che in Aula arrivi un buon lavoro, con la speranza che possa produrre in seguito risultati concreti ed apprezzabili.

PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Vincenzo Floris. Ne ha facoltà.

FLORIS VINCENZO (D.S.). Signor Presidente del Consiglio, Assessora, onorevoli colleghi, l'articolo 4 della Costituzione sancisce che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Il diritto al lavoro sancito dalla Costituzione non deve rimanere quindi un principio statico ma deve necessariamente tradursi in un i impegno e in un'azione concreta da parte dell'Amministrazione pubblica.

L'Italia in questi ultimi anni, con un forte ritardo rispetto alla media comunitaria, ha provveduto alla riforma del sistema dei servizi per l'impiego e al decentramento del mercato del lavoro attraverso una serie di interventi, sollecitati in modo particolare dall'Unione europea che ha stabilito i principi su cui devono muoversi le politiche del lavoro negli Stati membri, prevedendo un ruolo dinamico dei servizi per l'impiego nella realizzazione di una efficace e decentrata rete di politiche attive per il lavoro, delimitando con chiarezza le competenze dello Stato, della Regione, delle province e dei soggetti privati riguardo alla promozione dell'occupazione e alla qualità e alla sicurezza nel lavoro.

Con la legge delega numero 59 del 1997 e col decreto legislativo di attuazione numero 469/97 il processo di decentramento di funzioni dello Stato alle regioni e agli enti locali, iniziato con la legge 142 del 1990, ha registrato un notevole balzo in avanti, fino a culminare nella legge costituzionale numero 3 del 2001 recante modifiche al Titolo V della Costituzione e nella legge numero 131 del 2003 di adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale di riforma del Titolo V della Costituzione.

In conformità di questo decentramento di competenze Stato - enti locali ha preso avvio un processo di radicale riforma in materia di accesso al mercato del lavoro. In tutta Italia, esclusa la Sardegna, lo rilevava il relatore, gli uffici di collocamento sono stati sostituiti dai Centri per l'impiego a cui sono state affidate nuove competenze, servizi per l'incontro tra domanda ed offerta, proposte per l'inserimento lavorativo e formativo, colloqui di orientamento e programmi di riqualificazione professionale.

I servizi per l'impiego in questo modo hanno perso la loro funzione solamente amministrativa, assumendo un ruolo attivo come nuovi punti di incontro per lavoratori ed aziende col fine di contrastare il problema della disoccupazione e rispondere alla necessità di reperimento di personale richiesto dalle imprese. C'è da affermare che di fronte all'evoluzione del nostro ordinamento in senso sempre più autonomista e di forte decentramento delle funzioni anche l'insieme delle competenze connesse alla realizzazione del diritto al lavoro ha visto, come ho detto prima, l'accrescimento del ruolo delle regioni e degli enti locali.

Restano in capo allo Stato la vigilanza in materia di lavoro e dei flussi di entrata dei lavoratori non appartenenti all'Unione europea, nonchè procedimenti di autorizzazione per attività lavorativa all'estero, risoluzione di controversie di carattere pluriregionale, progettazione coordinata e integrata del sistema informativo, raccordo con gli organismi internazionali e coordinamento dei rapporti con l'Unione europea.

Alla Regione invece sono state conferite le funzioni e i compiti concernenti il collocamento ordinario, quello agricolo, quello obbligatorio, quello dei lavoratori non appartenenti all'Unione europea e quello dei lavoratori a domicilio. Questo processo di riforma non era più rinviabile perchè ormai il sistema pubblico era quasi arrivato al collasso.

Basti pensare che la percentuale di avviamenti gestita dal vecchio sistema di collocamento era bassissima, arrivava solo al 4 per cento nei casi migliori e con medie quindi ancora più basse. Si può affermare che la prima attivazione, il trasferimento di personale sia stato attivato con questo decreto legislativo dove sono stati definiti come ho detto prima i criteri e le modalità per il passaggio delle risorse umane dal Ministero del lavoro e della Previdenza sociale alle regioni e poi successivamente alle province.

Possiamo sostenere quindi che in Sardegna sussistano oggi tutti i presupposti per poter decidere su un dettato legislativo che raccolga le esperienze migliori maturate in questi anni nel Paese. Questo progetto di legge sintetizza, come ha detto il relatore, le varie proposte di legge pervenute in Commissione e il disegno di legge della Giunta, si è cercato infatti di lavorare alla stesura di un testo finale ampiamente condiviso all'interno della Commissione.

Devo dare atto anch'io, come ha fatto il relatore, della responsabilità della minoranza che ha avuto, fin dall'inizio dell'esame del testo, un atteggiamento di leale partecipazione ai lavori della Commissione. Il testo all'esame dell'Aula si muove nell'ambito della competenza legislativa prevista dagli articoli 5 e 6 del nostro Statuto, per cui la Regione può emanare norme di integrazione ed attuazione in materia, tra le altre, di lavoro, previdenza ed assistenza sociale.

Col decreto legislativo del 10 aprile 2001 numero 180 è stata emanata la normativa di attuazione concernente il conferimento alla Regione delle funzioni in materia di lavoro e di servizi per l'impiego. C'è da dire fra l'altro che l'insieme delle questioni da affrontare, partendo dalle funzioni volte alla creazione delle condizioni favorevoli per garantire il diritto al lavoro, erano molto vaste, a iniziare dalla scelta principale sul conferimento alle province delle competenze in materia di collocamento. E' stata riconfermata la scelta della Provincia come ambito territoriale rispondente a una logica di uniformità regionale.

Nella proposta non ci siamo limitati a prefigurare un modello istituzionale del riparto delle competenze, ma ci siamo spinti fino all'individuazione di un modello vincolante per la Regione e per le province in vari aspetti fondamentali, a partire dall'organizzazione amministrativa e dalle modalità di esercizio delle funzioni alla prefigurazione di determinate strutture fino a favorire con chiarezza la concertazione con le parti sociali e l'esigenza di integrazione a favore degli enti locali della azione della Regione.

Si è anche tentato di precisare un modello di ampio respiro basato sulla sussidiarietà verticale ed orizzontale all'interno di quel quadro solidale che rimane un punto basilare delle politiche di questa maggioranza e della Giunta regionale. Con questa legge la nostra isola compie un balzo in avanti che le permette di recuperare una visione moderna nella disciplina dei servizi e delle politiche per il lavoro, e realizza un vero processo di decentramento attribuendo alle province un ruolo basilare di propulsione all'interno di questo quadro evolutivo.

Inoltre apre alla concertazione con le parti sociali, come dicevo prima, e restituisce alla Regione quel giusto ruolo di programmazione, controllo e coordinamento. Gli obiettivi sostanziali definiti dall'articolo 1 e dall'articolo 3 partono dal riconoscimento del diritto al lavoro come diritto fondamentale della persona, che va reso esigibile attraverso un preciso impegno della Regione che deve favorire la domanda e l'offerta di lavoro, puntando a trovare un raccordo col sistema dei soggetti istituzionali e privati che hanno competenza ed operano per sostenere questo diritto, a iniziare dalla scuola, agli enti locali, agli enti di formazione, agli enti bilaterali, agli organismi privati, a quelli del terzo settore, agli organismi istituzionali diversi dalle province e dai comuni.

In questo quadro si è sviluppata la consapevolezza, all'interno della Commissione, che la realizzazione di efficaci servizi per il lavoro deve collocarsi a pieno titolo tra tutte quelle azioni di politiche del lavoro che sappiano operare su scala regionale e siano in grado di adeguare gli interventi alla specificità dei mercati locali e del lavoro. In questo senso i servizi per il lavoro si configurano come lo strumento attraverso il quale sostenere le scelte professionali, ridurre i tempi d'attesa nella ricerca di un lavoro o di manodopera, favorire l'accesso a percorsi di formazione, valorizzando le risorse umane anche di soggetti in difficoltà, sostenendo con convinzione il processo di integrazione tra il sistema formativo regionale e il mondo delle imprese. Il ruolo e le funzioni delle province sono definiti dentro una cornice con lo scopo di trovare un raccordo con i comuni e gli altri enti locali, al fine di garantire la più ampia partecipazione nell'organizzazione e nel buon funzionamento dei servizi.

Un preciso ruolo è affidato alle Commissioni provinciali, definite gli organi di concertazione, composte da tutti quei soggetti, Presidente della Provincia, organizzazioni sindacali, terzo settore, scuola e università che avranno il compito di precisare le linee guida ed elaborare un piano provinciale per le politiche del lavoro.

Alla Commissione regionale, con il concorso delle parti sociali, è affidato il compito di determinare politiche attive per il lavoro e scelte programmatiche a carattere regionale. Il progetto di legge, composto, da 50 articoli affronta aspetti che riguardano varie materie abbastanza complesse e definisce tutta la strumentazione necessaria ad attuare il progetto di riforma, a iniziare dall'Agenzia regionale per il lavoro, quale organismo tecnico di monitoraggio e di programmazione, qualificazione, promozione delle attività di documentazione, di informazione ed orientamento professionale e di osservatorio sul mercato del lavoro dotata di personalità giuridica.

Un'altra novità è rappresentata dall'istituzione del Sistema informativo lavoro regionale, che dovrà perseguire una finalità di unificazione tecnico - informatica e di integrazione tra le politiche dei vari soggetti. Data l'importanza e la delicatezza che riveste la gestione di questo sistema le redini rimangano saldamente nelle mani della Regione attraverso l'Agenzia per il lavoro. Nell'articolo 27 sono definite le modalità e le condizioni d'accesso anche dei privati al sistema.

Innovativa è anche la parte che definisce le misure di politica attiva del lavoro quali le politiche di pari opportunità, il fondo per i diversamente abili, le misure di sostegno agli emigrati, puntando a garantire il rientro e il reinserimento lavorativo e forme di sostegno nei paesi di accoglienza. Viene altresì definito il percorso su cui dovrà incanalarsi la regolamentazione delle assunzioni nei cantieri idraulico-forestali, evitando in questo modo l'insorgere di pericolose controversie nelle procedure di reclutamento.

Altri punti chiave del progetto di legge riguardano gli incentivi per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, le misure a favore dei giovani, dei lavoratori non comunitari, la sperimentazione per la prima volta a livello nazionale dell'indennità di inserimento. Questa indennità inserita all'interno del piano regionale per i servizi e le politiche per il lavoro e l'occupazione dovrà servire ad avviare un programma mirato di formazione, ricerca e inserimento lavorativo attribuendo ai partecipanti una indennità mensile.

La legge finanziaria dovrà prevedere la dotazione delle risorse necessarie ad attuare dentro le scelte del piano regionale questo importante strumento di politica attiva del lavoro. Una parte significativa di questa legge viene riservata alla sicurezza nel lavoro e alla tutela della dignità dei lavoratori attraverso la promozione della regolarità del lavoro e il miglioramento della qualità del lavoro anche attraverso l'istituzione dell'albo regionale sulla responsabilità sociale delle imprese. Io sono convinto, partendo dal lavoro fatto dalla Commissione, che questo sia un buon progetto di legge che deve permetterci di sanare un grave ritardo, dando alla Sardegna uno strumento moderno di governo del mercato del lavoro. Sono anche sicuro che il Consiglio per l'interesse generale che questa materia riveste saprà valorizzare il prodotto finale realizzato dalla Commissione.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Bruno. Ne ha facoltà.

BRUNO (Progetto Sardegna). Signor Presidente del Consiglio, signor Assessore e colleghi consiglieri, il tema del lavoro, l'ha detto il presidente Soru già durante la discussione delle dichiarazioni programmatiche, è il problema centrale che la politica regionale, questo Consiglio regionale devono impegnarsi a risolvere, perché è anche la richiesta più pressante che i cittadini ci rivolgono. Oggi nell'affrontare un progetto di legge che detta norme per la riorganizzazione dei servizi per l'impiego non possiamo non affrontare la questione nella sua globalità e nella sua complessità per fare in modo non tanto e non solo di recepire doverosamente una normativa nazionale, quanto per trovare insieme soluzioni pratiche che almeno facilitino la ricerca di una occupazione.

Parlare oggi di lavoro significa parlare del lavoro che non c'è! Lavoro che può nascere dall'adozione di politiche virtuose di sviluppo, attraverso la creazione di impresa; siamo tenuti a fare scelte fondamentali che si devono basare sull'economia della conoscenza e su un sistema di istruzione e di formazione professionale fortemente collegato con i comparti produttivi. Oggi parlando di politiche del lavoro non vogliamo e non dobbiamo parlare solo di tecnicismi, ma di organi che servano davvero ai cittadini, che semplifichino la vita e non la complichino.

A distanza di otto anni dal trasferimento alle Regioni da parte dello Stato di tutte le competenze in materia di mercato del lavoro e di politiche attive e passive per il lavoro, compreso il personale e i mezzi materiali, ci accingiamo oggi a legiferare sulla riorganizzazione dei servizi per l'impiego; lo facciamo, è stato detto, con colpevole ritardo, ma lo vogliamo fare bene, facendo tesoro anche dei primi risultati posti in essere dalle altre regioni che ci hanno preceduto nell'affrontare questa riforma. Prendiamo almeno i lati positivi del nostro arrivare ultimi.

Abbiamo di fronte, è stato già detto, le linee guida indicate dall'Unione europea, che assegnano alle regioni un ruolo fondamentale in materia di impiego, di servizi per l'impiego, di riordino della formazione professionale, di riforma delle politiche complessive per il lavoro, di controllo e di valutazione delle politiche per il lavoro.

È il tema della competitività e della coesione sociale che ha caratterizzato anche l'ultimo Dpef e che investe sul capitale umano, sulle persone, per combattere l'esclusione sociale. È il grande tema della strategia di Lisbona nel corso della quale il Consiglio europeo ha invitato tutti rilanciare le politiche per la crescita e per l'impiego incentrando l'attenzione sull'economia della conoscenza, sull'innovazione, sulla valorizzazione del capitale umano.

Avendo ben chiare queste strategie, consapevoli di avere un tasso di disoccupazione tra i più elevati in Italia, che appare allarmante per alcune categorie quali i giovani e le donne, ci poniamo l'obiettivo primario della crescita della Regione collegandolo strettamente alla crescita dell'occupazione in termini di quantità e di qualità. Oggi siamo chiamati ad adottare una nuova organizzazione che accompagni il processo di crescita e di mantenimento dei posti di lavoro, ma siamo anche chiamati a individuare delle misure selettive per esempio a favore delle categorie più deboli, svantaggiate, di quelle espulse dal mondo del lavoro.

Il mercato del lavoro, questo è un presupposto, lo sappiamo, deve innanzitutto essere sanato da tante irregolarità sempre più presenti. Il lavoro nero, il sommerso, raggiunge livelli tali da rendere meno efficaci le politiche del lavoro e richiedere l'adozione di misure di controllo e di esclusione dai benefici degli incentivi regionali, di imprese, datori di lavoro responsabili di tali gravi violazioni. Dunque lotta al sommerso che la legge in discussione contrasta attraverso un articolo, l'articolo 45, che enuncia come obiettivo la promozione della regolarità del lavoro. Però l'obiettivo principale di questa legge è comunque la costruzione ex novo di un sistema di servizi all'impiego distribuito sull'intero territorio regionale, in linea con quanto hanno già fatto altre regioni italiane favorendo il decentramento delle funzioni e della gestione verso gli enti locali, in particolare verso le province.

La riforma del Titolo V della Costituzione, le profonde innovazioni intervenute a livello statale con la soppressione del vecchio sistema del collocamento e con l'apertura ai privati in materia di intermediazione del lavoro, hanno offerto la base per disciplinare anche in Sardegna, attraverso questo testo di legge unificato ed esitato dalla sesta Commissione, la materia relativa all'organizzazione dei servizi per l'impiego. Noi siamo chiamati innanzitutto a rendere più agevole, più semplice l'individuazione dei luoghi, degli strumenti idonei, dei servizi, dell'assistenza e del supporto a favore di coloro, e sono tanti, alla ricerca di una occupazione. Lo facciamo attraverso l'applicazione del principio di sussidiarietà, mantenendo in capo alla Regione solo le funzioni di coordinamento, di controllo e di erogazione di quei servizi che, per la loro complessità possono essere esercitati solo a livello regionale, mentre le province sono chiamate a creare i centri dei servizi per il lavoro col compito di accogliere, fornire informazioni, consulenza, supporto nonché favorire l'incontro tra la domanda ed offerta di lavoro. Un ruolo importante rivestono poi le parti sociali, chiamate alla partecipazione nella fase di programmazione e valutazione degli interventi.

Questa legge, che è una legge in gran parte di principi, dovrà trovare in sede di applicazione una decisa, improcrastinabile riduzione degli appesantimenti burocratici mediante l'adozione di procedure snelle e facilmente accessibili. Viene individuata non una generica politica per il lavoro, ma un sistema articolato di politiche del lavoro. Politiche per l'occupazione volte a favorire il primo ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, politiche contro la disoccupazione, pensiamo agli incentivi e al reimpiego dei lavoratori in cassa integrazione straordinaria o agli incentivi ai datori di lavoro per la stabilizzazione dei rapporti. Politiche di pari opportunità, di sostegno alle fasce disagiate, di sostegno all'occupazione nelle aree di crisi o di deindustrializzazione. Viene istituita, sulla base delle competenze della legge numero 68 del 1999, la Commissione provinciale per il collocamento mirato delle persone disabili, una misura fortemente attesa per agevolare l'occupazione dei diversamente abili e, in generale delle categorie svantaggiate.

Un sistema articolato dunque di politiche per il lavoro da attuare il modo condiviso, co-progettato, con le istituzioni locali, così come prevedeva, tra l'altro, nei suoi principi ispiratori, ma anche nell'attuazione pratica, il Piano straordinario per il lavoro, così come prevede il piano per lo sviluppo del lavoro e la progettazione integrata, inaugurata dell'assessore Pigliaru con la creazione dei laboratori territoriali e la partecipazione di tutti gli attori locali ai processi di sviluppo economico. Va in questa direzione anche la decisione, opportunamente assunta dalla Giunta regionale, di cancellare la norma che impone ai comuni di versare una quota di co-finanziamento, pari al 10 per cento, nelle operazioni finanziate con i fondi POR;in tal modo la Regione, per il 2006, si farà carico di un una somma di circa 60 milioni di euro liberando i comuni dal vincolo finanziario.

Un ruolo moderno, nuovo, snello, avrà infine l'Agenzia regionale per il lavoro, la cui funzione si inquadra nell'ambito del coordinamento delle politiche per il lavoro in raccordo con lo Stato, con gli enti locali ma anche con le organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Troppi soggetti pubblici e privati, statali e regionali operano nel campo delle politiche per l'orientamento al lavoro e per lo sviluppo locale, in maniera non coordinata e spesso senza dialogare tra di loro. L'Agenzia regionale del lavoro dovrà avere tra i suoi compiti l'unità degli interventi, l'assistenza tecnica, la capacità di fungere da osservatorio statistico e dovrà essere in grado di garantire il necessario supporto agli enti locali, ma soprattutto ai destinatari ultimi di queste politiche che sono i giovani, che sono i disoccupati.

Una legge, dunque, che riteniamo garantisca di dar vita ad un sistema efficace, in grado di assicurare informazione, formazione tecnica, normativa, supporto, e di fare incontrare la domanda e l'offerta. Dobbiamo fare in modo, e questa io credo sia l'urgenza, che la precarizzazione non diventi il nome nuovo, moderno del lavoro. Al superamento della cultura del posto fisso deve corrispondere una capillare assistenza soprattutto verso i lavoratori autonomi, verso la creazione di impresa, occorre affiancare i nuovi imprenditori nella fase di start up aziendale. Un sistema di servizi quindi col quale ci dovremo confrontare con decisione prevedendo fin d'ora le opportune verifiche in corso d'opera. Questa è una riforma da tanto tempo attesa, senz'altro dovuta, che richiederà un monitoraggio continuo e un'attenzione costante nella sua applicazione da parte di questo Consiglio.

PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Pisano. Ne ha facoltà.

PISANO (Riformatori Sardi). Signor Presidente, anch'io condivido l'impostazione data agli interventi che mi hanno preceduto, soprattutto l'intervento del relatore e quello del Presidente della Commissione; entrambi ritengono infatti che questo testo all'attenzione dell'Aula rappresenti lo sforzo massimo che poteva essere fatto all'interno della Commissione i cui lavori sono stati caratterizzati da un rapporto improntato alla lealtà e alla collaborazione. Certo, è una proposta di legge che non ha visto il voto favorevole in Commissione di tutti i commissari ma non ha visto nemmeno un voto contrario dei commissari di opposizione, e questo perchè riteniamo, in maniera unanime, che vi sia l'urgenza di arrivare a disporre di uno strumento normativo indispensabile, oggi, per la nostra Regione Sardegna. L'hanno detto bene anche il relatore e il Presidente della Commissione e tutti quelli che sono intervenuti finora nel dibattito. Per renderci conto come davvero siamo prossimi al collasso del sistema lavoro in Sardegna basta entrare negli uffici delle attuali sezioni circoscrizionali per l'impiego, che tra pochi giorni prenderanno un nome nuovo, diventeranno i Centri per l'impiego o, meglio, Centri dei servizi per il lavoro..

Pensate che oggi se un datore di lavoro, per poter beneficiare delle provvidenze previste dall'articolo 8 della legge numero 407 del 1990 (provvidenze di cui usufruiscono agevolmente tutte le regioni del meridione), quelle riferibili ai disoccupati di lunga durata, richiede questa figura, difficilmente la sua richiesta sarà soddisfatta perchè in gran parte delle sezioni circoscrizionali per l'impiego non è possibile certificare la disoccupazione di lunga durata. Il lavoratore può fare una autocertificazione, ma è difficile sapere con certezza la data di iscrizione nelle liste della disoccupazione. L'I.N.P.S., che è l'organo al quale questa certificazione dovrebbe essere resa, per potere fruire di questi sgravi, non accetta l'autocertificazione dei lavoratori, quindi siamo in una situazione di impasse, di paralisi, di quasi impossibilità a procedere.

Se oggi andate nelle otto nuove province, che sono diventate destinatarie di gran parte delle attività dei servizi per l'impiego, scoprirete che alcune di loro non hanno nemmeno ancora la banca dati relativa ai lavoratori iscritti nelle liste previste dalla legge numero 68 del 1998, cioè i cosiddetti lavoratori disabili; quindi non solo non possono predisporre attività relative alla legge 68 ma non posseggono nemmeno lo strumento primario. E' assolutamente necessario quindi avere, in tempi rapidi, lo strumento normativo che il Presidente ha definito perfettibile.

Io credo, entrando nel merito, che l'insufficienza di questo progetto di legge sia non già nel contenuto e nemmeno nei principi, che bene ha richiamato il collega Floris, l'insufficienza è data dalla carenza di risorse. Non si può fare una riforma così importante stanziando soltanto 3 milioni e 150 mila euro a carico del bilancio regionale; tutte le altre somme sono infatti esclusivamente trasferimenti che l'Assessore è riuscito, tra l'altro bisogna dargli atto di questo, ad avere aggiornati ed adeguati rispetto alla annualità attuale nell'aprile di quest'anno. Quindi stiamo destinando al lavoro risorse pari a quelle previste per la legge sul cinema. Nel testo sono contenute alcune azioni importanti, davvero efficaci per rispondere alle emergenze del mercato del lavoro in Sardegna; però, se davvero vogliamo realizzare politiche attive del lavoro, occorre un sforzo economico superiore perchè non si possono fare con somme così esigue. Se dibattito ci sarà, a mio giudizio dovrebbe ruotare intorno a questo punto. Possiamo pensare di prevedere meno di cento milioni di euro per una legge di questo genere, ricordando quanto costavano i piani del lavoro e dell'occupazione in Sardegna? Io credo che la risposta sia implicita, come diciamo noi in sardo: "Cunformi a su stampu su babballotti.

Noi stiamo discutendo oggi su un "sistema lavoro", che dovrebbe davvero rispondere in maniera coordinata a tutte le reali esigenze del settore in Sardegna. Ribadiamo perciò, ancora una volta, ma forse non è più pertinente a questo dibattito, che è stato un errore aver cassato dalla finanziaria la norma che prevedeva una sorta di transitorietà nel trasferimento del personale, una transitorietà che poteva naturalmente garantire l'organizzazione successiva. Ma oggi che i dipendenti sono tutti allocati dentro le province diventa davvero difficile pensare che le velocità con le quali si muovono le province siano tutte uguali. Pensate che ci sono due province, ma lo dirà forse l'Assessore se ha notizie più aggiornate delle mie, che ancora non hanno nemmeno giuridicamente inquadrato il personale, sono due province importanti, mi pare siano Sassari e Iglesias, che non hanno voluto accettare la convenzione perchè il personale potesse transitare come personale dipendente delle province. Io credo che questo non sia assolutamente pensabile ed accettabile, perchè crea delle sperequazioni e delle situazioni di difficile governo. Se noi avessimo lasciato in norma lo strumento di transitorietà probabilmente, anzi sicuramente, tutto questo non sarebbe accaduto.

Quando noi pensiamo a delle novità di carattere normativo e di governo delle politiche del lavoro, è chiaro che abbiamo di fronte la nostra realtà locale. Noi diciamo, per esempio, che il decreto legislativo numero 276, in attuazione delle deleghe di cui alla legge Biagi, mal si concilia con la situazione anomala presente nell'Isola La Sardegna, infatti, sta uscendo dall'Obiettivo uno, ma viene accreditata di una percentuale di disoccupazione elevatissima, rispetto all'insieme delle regioni che escono da questo Obiettivo; e questa è una anomalia da ogni punto di vista. Laddove c'è molta offerta di lavoro, nel senso che c'è molta disoccupazione, è evidente che diventa difficile adottare strumenti di differenziazione contrattuale rispondenti a tipologie diverse, così come previste dalla riforma Biagi, che in maniera immediata si può trasformare anche in strumentalizzazione da parte del datore di lavoro.

Abbiamo visto che cosa sono diventati i nostri CO.CO.CO., sono diventati una tipologia di lavoro ordinario, cioè la precarietà si è amplificata. Allora noi dobbiamo pensare che occorre porre un argine all'interno di questo provvedimento, ma saranno forse le norme attuative a dovere regolare in maniera più diretta questa situazione,. Non è assolutamente pensabile che le regole, soprattutto oggi che è stata approvata la devolution, possano essere le stesse a Milano e a Cagliari. Non possono essere le stesse perchè vi sono delle differenziazioni talmente evidenti che usare lo stesso strumento naturalmente sarebbe un errore. Sì, è vero, è stato fatto uno sforzo, come è stato scritto anche nei principi introduttivi al progetto di legge, per rafforzare il posto di lavoro inteso in senso generale e quindi per combattere la precarietà, ma occorrono strumenti incisivi perchè questo possa avvenire; e gli strumenti incisivi richiedono l'utilizzo di risorse adeguate.

Io vorrei parlare anche di un altro tema importante: l'Agenzia regionale del lavoro. So che non è facile parlarne perchè la nostra esperienza, lo dico anche a titolo personale, è veramente emblematica; l'Agenzia regionale del lavoro in Sardegna, negli ultimi anni, ha dimostrato che si può fare politica attiva del lavoro in maniera intelligente ponendo in essere azioni dagli esiti veramente innovativi. Io so di parlare di fronte ad un consigliere che è stato direttore dell'Agenzia del lavoro ma, a prescindere da questo, io dico che nel momento in cui abbiamo pensato a una Agenzia regionale del lavoro che avesse una autonomia, anche intellettiva, che consentisse di programmare nuovi esperimenti occupazionali, questo è puntualmente avvenuto.

Questo significa che linea ben precisa è già tracciata, perciò l'Agenzia regionale del lavoro deve essere esclusivamente un importante organo tecnico a supporto di tutte le politiche del lavoro che poi avranno programmazione e scelte nell'ambito delle Commissioni previste in legge. La nuova Commissione regionale del lavoro avrà la funzione di elaborare queste politiche triennali o annuali, perchè sono due i piani previsti, e il piano triennale sarà addirittura approvato da questo Consiglio. Quindi mi pare uno strumento che ben si articola e ben consente di fare le cose in maniera intelligente.

Attenzione, però, qual è il pericolo? Il pericolo che io avverto è che l'Agenzia regionale del lavoro, nella sua giusta autonomia tecnica, possa diventare anche depositaria , in maniera eccessiva, di pesi governativi, io li voglio definire in questo modo. Mi spiego. Il Sistema informativo lavoro (SIL) è un strumento, è vero, molto tecnico, ma non è solo questo, perché contiene l'anima di tutto ciò che le politiche del lavoro devono tradurre in azione, sarà la banca dati di 120 mila curricula, un domani, dei lavoratori disoccupati in Sardegna, di quelli che cercano un posto di lavoro. Un patrimonio tecnico finché rimane tale, ma che se venisse utilizzato con un "peso di governo", potrebbe nascere una situazione anomala. Ecco perché credo che su questo punto noi dobbiamo fare molta chiarezza.

Non so se saranno presentati degli emendamenti, in ogni caso è importante operare una riflessione che ci consenta di vedere il SIL come strumento tecnico di programmazione delle politiche del lavoro in mano all'Agenzia del lavoro, introducendo però un elemento di pariteticità, a mio giudizio, nel governo del SIL. L'intento è quello di avere garanzie, che penso siano contenute anche nelle norme generali, per evitare che uno strumento così sensibile, enormemente sensibile, forse non ne esiste un altro così sensibile, corra il rischio di cadere in mani probabilmente appena appena meno attente. Io ho apprezzato molto, all'interno delle politiche attive del lavoro, il tentativo, portato avanti in maniera unanime, di restituire funzionalità al collocamento presso la pubblica amministrazione, in base alle graduatorie previste dall'articolo 16. Oggi in Sardegna, pensate, le graduatorie noi sono ferme al 31 dicembre 2000; sono quindi graduatorie obsolete che fotografano una situazione ormai irreale. Se il Comune di Selegas deve assumere un operaio, deve attingere da queste graduatorie,. Ecco perché c'è stato da parte nostra lo sforzo per far sì che si attualizzasse il diritto soprattutto dei lavoratori a essere coinvolti in una chiamata eventuale, però sappiamo che ciò non è sufficiente. A mio giudizio, se la Giunta regionale volesse potrebbe, senza aspettare una norma di attuazione, con un semplice articoletto in legge, Assessore, dare immediata funzionalità all'articolo 16, in modo che da domani i Centri per l'impiego possano finalmente aggiornare le graduatorie, attualizzandole a beneficio della pubblica amministrazione. Un altro punto molto importante è l'aver dato risposta al famoso articolo 17 della legge numero 16 del 1997, la legge sulla cooperazione sociale. E' quel famoso articolo, mai notificato all'Unione europea, che non ha mai potuto dispiegare effetti. Bene, noi abbiamo tentato di porre in essere delle azioni dirette, come una sorta di cantiere sociale, a favore dei comuni perché rispondessero a queste esigenze. Ci pare una cosa intelligente e ci pare soprattutto di essere vicini a quegli "ultimi" ai quali il presidente Soru diceva di voler dare la sua massima attenzione nella elaborazione delle politiche del Governo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Sabatini. Ne ha facoltà.

SABATINI (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, il collega Pisano poneva giustamente l'accento su alcuni elementi di criticità, ad iniziare dal ritardo con cui la Regione Autonoma della Sardegna arriva finalmente ad esaminare il progetto di legge sui servizi per l'impiego. Ma è grave il fatto che anche l'Italia sia all'ultimo posto tra i paesi dell'Unione Europea ad aver affrontato la riforma del mercato del lavoro. Di questo si rende conto chi ha avuto modo di visitare gli altri Stati e di conoscerne i servizi per il lavoro. La Sardegna dicevamo che è fanalino di coda nel recepimento, con questo testo unificato, delle funzioni e dei compiti delegati dallo Stato alle Regioni in materia di lavoro e servizi per l'impiego; consentitemi di ricordare la situazione, disastrosa, degli ex SCICA che io conosco bene per aver ricoperto l'incarico di Assessore del lavoro nella provincia di Nuoro. Ma è importante riprendere quanto affermato dal Presidente della Commissione, e cioè che i servizi all'impiego saranno inutili se non inquadrati in una serie di iniziative e interventi che la Regione dovrà mettere in essere, che in parte ha già messo in essere, ma che dovrà rafforzare partendo innanzitutto da serie politiche di sviluppo.

Non ha senso costruire servizi all'impiego se noi non saremo capaci di creare possibilità di lavoro attraverso serie politiche di sviluppo. Non ha senso costruire servizi per l'impiego se non avremo strumenti operativi validi, cioè le politiche attive del lavoro, quindi incentivi all'impresa, incentivi diretti a creare occupazione.

Il terzo elemento su cui è necessario contare per la riuscita di questi servizi per l'impiego è la formazione, una formazione che va rivista e a questo si sta lavorando. L'Unione Europea, attraverso due appuntamenti importanti, il Consiglio europeo di Lussemburgo del 1997, dove era stata approvata la Strrategia europea per l'occupazione (SEO), le cui linee sono state confermate dalle conclusioni del Consiglio europeo di Lisbona del 2000, individuava nel sistema di politiche integrate per il lavoro la strategia per favorire l'occupazione. Da quelle linee di intervento sono poi nati i Piani integrati d'area, i Piani integrati territoriali, i Patti territoriali per l'occupazione, i Programmi integrati mediterranei. I servizi per l'impiego, in quanto tali, quindi, hanno un senso se sono inseriti all'interno di un sistema integrato; hanno un senso se sono di supporto allo sviluppo del sistema economico, alle imprese, ai lavoratori, , alle politiche regionali relative all'occupazione e allo sviluppo. Sono servizi e come tali dobbiamo interpretarli, da soli non risolveranno i problemi dell'occupazione.

Personalmente sono convinto che il progetto di legge che oggi stiamo esaminando vada in questa direzione. . Come lo fa? Innanzitutto istituendo i servizi per l'impiego e pensandoli come sistema dei servizi; è detto nei principi introduttivi della legge, in modo chiaro ed evidente, che sono necessari l'integrazione, la correlazione, il coordinamento non solo tra le istituzioni, cioè la Regione e le Province, che sono delegate a svolgere una funzione all'interno di questo progetto di riforma, ma anche con l'università, i sindacati e in modo particolare il mondo della formazione. Tutti insieme, coordinati dalla Regione, per mettere in piedi quello che abbiamo chiamato in legge "sistema integrato dei servizi per il lavoro".

Seguendo le linee e il metodo tracciati dall'Unione Europea, abbiamo voluto inserire in questo testo di legge, nella seconda parte, gli interventi di politiche attive del lavoro. E' vero, ha ragione il collega Pisano, quando dice che le risorse stanziate sono poche; ma io credo che definendo le politiche attive del lavoro, individuando le linee di intervento, si stia inaugurando un metodo nuovo. Certamente non è sufficiente, non vuole essere un quadro esaustivo, vuole essere un punto di partenza, quindi la Commissione dovrà ulteriormente lavorare e questo Consiglio sarà chiamato ulteriormente a decidere. Io ho fatto un'indagine su Internet per verificare come le altre Regioni, gli altri Consigli regionali intervengono sulle politiche attive del lavoro. Bene, la maggior parte delle Regioni, a partire dal Lazio, dalla Campania, dal Veneto, dalla Lombardia, dalla Emilia Romagna, dalla Toscana interviene con più progetti di legge durante l'anno che trattano appunto questo argomento..

Il mercato del lavoro non può essere inteso come un mercato statico, come un qualcosa che è fermo, in cui è possibile mantenere delle regole ferme per anni. E' un mercato in continua evoluzione, qualcuno faceva riferimento allo sviluppo dei CO.CO.CO. anche in Sardegna. E' un mercato, quindi, in evoluzione e questo mercato in evoluzione richiede un continuo aggiornamento delle relative politiche, se vogliamo essere al passo con i tempi e mettere a disposizione dei lavoratori, delle imprese, dell'impianto produttivo della nostra regione degli strumenti efficaci nel momento in cui vivono.

Certamente vi sono delle urgenze, innanzitutto, lo accennavo prima, occorre ripensare la formazione e so che si sta lavorando a un testo di legge sulla materia; è un punto focale, fondamentale. Io condivido anche l'ipotesi di trasferire parte di queste competenze alle Province. Attraverso l'Assessorato della programmazione stiamo infatti impiantando una politica di sviluppo locale, siccome abbiamo detto che le politiche del lavoro per l'occupazione sono strettamente correlate alle politiche di sviluppo, è necessario dare alle Province la possibilità, la più ampia possibile, non solo di decidere le politiche di sviluppo, ma di intervenire anche sulle politiche di formazione.

Troppo spesso i bandi emanati dalla Regione in materia di formazione professionale non hanno corrisposto alle esigenze effettive del mercato del lavoro e delle imprese, quindi abbiamo formato giovani con specializzazioni che non servivano a quei territori, proprio perché le Province, nell'attivare le politiche attive, le politiche di sviluppo, non avevano partecipato a quel processo decisionale di fondamentale importanza.

L'altra urgenza è rappresentata dalla necessità di costruire un quadro certo di riferimento sugli incentivi alle imprese, collegato a un sistema serio di monitoraggio. E qui mi corre l'obbligo di suggerire ai tre Assessorati titolari di questi incentivi: l'Assessorato dell'industria, l'Assessorato del lavoro, l'Assessorato del turismo commercio e artigianato, di fare un lavoro di concertazione per costruire insieme un quadro, che oggi non esiste, di riferimento certo su tutti gli incentivi che dobbiamo mettere a disposizione per le imprese. Le leggi di incentivazione alle imprese spesso sono tali solo sulla carta, perché sono talmente tante le difficoltà di ordine burocratico che ogni impresa incontra, che è veramente difficile rendere operative leggi giuste che avrebbero un senso se trovassero piena applicazione.

Le leggi regionali sono spesso, come è stato segnalato da molti studi fatti in questi ultimi anni, troppo generiche, per cui demandano poi alla Giunta l'emanazione di direttive, direttive che hanno un tempo di approvazione troppo spesso lunghissimo, direttive che non sono esaurienti a cui seguono ulteriori delibere, ulteriori circolari, a volte anche articoli che riprendono l'argomento inseriti nelle varie finanziarie, rendendo spesso difficilissimo il percorso applicativo di queste leggi di incentivazione. Sarà importante, se veramente vogliamo mettere a frutto anche questo disegno di legge sui servizi per l'impiego, costruire un quadro certo da mettere a disposizione delle imprese.

L'elenco delle difficoltà su questo versante potrebbe essere lungo, ne cito alcune: le lungaggini, per esempio, della legge numero 51; la ancora inapplicata legge numero 9, che è ferma perché occorre individuare gli istituti bancari di riferimento e quindi sono fermi i bandi; le difficoltà applicative della stessa legge numero 37 a causa del sovrapporsi, come dicevo prima, di circolari, direttive, disposizioni. Ma penso anche alla legge sulla imprenditoria femminile che sconta forti ritardi, penso agli stessi voucher formativi per cui abbiamo impegnato ingenti risorse, ma che ancora non trovano applicazione. L'efficacia di tutti questi incentivi è strettamente legata ai tempi di attuazione, alle certezze di utilizzazione che noi come Regione siamo capaci di offrire.

Non mi soffermo sui vari articoli in quanto sia il relatore che il Presidente della Commissione ne hanno già parlato;. Credo di poter concludere dicendo che questo testo unificato rappresenta un contributo importante a favore delle imprese e dei disoccupati; delle imprese perché saranno guidate nella ricerca delle figure professionali necessarie alla propria crescita, dei disoccupati perchè verranno appunto accompagnati in un sistema moderno da figure specializzate che li aiuteranno nella ricerca di un posto di lavoro, ma anche a formarsi professionalmente perché più facilmente possano trovare un posto di lavoro.

Voglio anche ricordare che negli anni passati le Province sono state titolari di importanti fondi POR che hanno consentito di avviare una sperimentazione che agevolerà l'applicazione di questa legge.

Infatti le province hanno avuto possibilità di ristrutturare i locali, di acquistare strumentazione, anche quella informatica, e di assumere, seppur con contratti a tempo determinato, delle figure professionali nuove, figure che mancavano nei quadri dei vecchi SCICA. Non partiamo da zero, quindi, , ma è già stata avviata negli scorsi anni una fase sperimentale che aiuterà l'applicazione di questo progetto di legge. Sarà necessaria, veniva detto prima e io lo ribadisco, un'azione forte di accompagnamento e di regia da parte dell'Assessorato del lavoro che dovrà guidare il processo di riforma, che dovrà aiutare la collaborazione e l'integrazione, cioè la creazione del sistema così come è concepito dalla legge, tra le Province, l'Agenzia regionale del lavoro, come strumento di supporto alle province e allo stesso Assessorato, il mondo del lavoro, del sindacato e dell'impresa. Credo che questo progetto di legge darà alcuni risultati importanti se saremo capaci di avviarlo correttamente.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Uras. Ne ha facoltà.

URAS (R.C.). Ho riletto in questi giorni un libriccino scritto da Luciano Gallino intitolato "Il costo umano della flessibilità", perchè tutti questi termini accentati: flessibilità, competitività, io li identifico come portatori di un alto rischio sociale soprattutto quando sono utilizzati in atti di governo, nel Documento di programmazione economica e finanziaria, nelle leggi in materia di lavoro. Mi rendo conto comunque della difficoltà che abbiamo, anche in quest'Aula, ad esplicitare i problemi che toccano profondamente le persone, la loro vita. Noi oggi parliamo di uno dei progetti di legge di riforma tra i più importanti e che, tra l'altro, avremmo dovuto avviare almeno cinque anni fa; ci sono state molte difficoltà, diverse elaborazioni, tanti momenti di concertazione tra Amministrazione regionale, parti sociali, coinvolgimento del Consiglio regionale. Oggi parliamo in un'Aula pressoché deserta, anche disattenta, con rari interventi da parte dell'opposizione o meglio delle minoranze; io ringrazio quindi il rappresentante dei Riformatori che ci ha accompagnato nella stesura di questo testo, anche per il ruolo istituzionale che riveste in questo Consiglio.

Dicevo che c'è disattenzione, eppure questo è uno dei progetti di legge che più direttamente tocca l'esistenza di molte, di tantissime persone di questa Regione. Il tema del lavoro non significa gestione del mercato del lavoro anche se noi purtroppo l'abbiamo inteso, spesso e disgraziatamente così; il mercato del lavoro è il mercato delle braccia, è il mercato degli uomini e delle donne, di quelli che sono sulla piazza e dei quali qualcuno compra non solo ore della loro vita, ore lavorative, ma compra la loro vita e tanto la condiziona e tanto la rende difficile e tanto la mortifica, anzichè dare senso, ruolo, funzione sociale rilevante.

Gallino dice, a proposito della flessibilità, quali siano gli obiettivi da perseguire per non cadere nei gravi processi degenerativi della condizione umana, che sono frutto dell'applicazione di questo concetto. Secondo Gallino occorre fare in modo che perdere il posto di lavoro, anzi perderlo ripetutamente, non sia vissuto come un trauma, ovvero come un passo verso l'esclusione; evitare che la precarietà dell'occupazione rechi con sé la precarizzazione della vita privata; dare continuità e progressione a profili di carriera discontinui, ridare consistenza su nuove basi all'idea di luogo di lavoro come luogo di identità personale e integrazione sociale. Chi, come l'onorevole Cugini, ha vissuto la stagione delle lotte operaie nelle fabbriche, ben si ricorda quanto la fabbrica avesse rilevanza come luogo di lavoro, ma anche come luogo di identità personale e di integrazione sociale, per molti, per molti. Dice ancora Gallino che è necessario attenuare le disuguaglianze di genere, di età, di zona geografica di fronte alla flessibilità.

Questi concetti pongono problemi e li pongono in parte alla nostra attenzione anche in questo progetto di legge; cioè questo è un progetto di legge che dovrebbe servire in una situazione nella quale la flessibilità è così presente, dove il lavoro è considerato più come un costo rispetto alla produzione che come un valore di espressione dell'umanità; beh, noi siamo di fronte ad un progetto di legge che non richiama l'attenzione neppure dell'Aula consiliare.

Io dico che è già un passo in avanti che un progetto di legge di questa natura abbia superato il lavoro in Commissione e sia finalmente all'attenzione dell'Aula per la sua approvazione; è importante perchè almeno vengono posti in essere alcuni strumenti di intervento in un panorama che è stato modificato notevolmente anche per l'avvento di normative specifiche prodotte su questa materia a livello nazionale.

Arriviamo a questo risultato in ritardo di una legislatura, quindi vi è una responsabilità che insieme è politica e di governo, di amministrazione da parte della precedente maggioranza; ma con questo non voglio dire che non ci sia stato da parte di chi ricopriva l'incarico di Assessore del lavoro nella precedente legislatura un impegno per arrivare a presentare un progetto di legge e perchè quel progetto di legge venisse discusso già nella precedente legislatura. Dico soltanto che, complessivamente, le condizioni che si sono create nei cinque anni passati e in una prima parte di questa legislatura non hanno favorito la conclusione positiva di questo iter legislativo.

Oggi però arriviamo, con qualche limite, non vi è dubbio, però arriviamo alla discussione in Aula e per questo va rivolto ai commissari competenti un ringraziamento per il lavoro svolto, per l'impegno profuso e anche per la capacità di raccogliere molti degli elementi che sono necessari per il governo di questa materia. Però questa è una legge che regola principalmente il rapporto tra domanda e offerta, quindi la relazione tra l'impresa (datore di lavoro) e il lavoratore disponibile; lo fa attraverso la costituzione di servizi per l'impiego che hanno questa funzione, lo fa attraverso la costituzione dei centri per l'impiego, che sono le sedi dove questa funzione viene esercitata, lo fa attraverso il trattamento di tutta la materia relativa al collocamento che non trova più nella legislazione nazionale una compiuta regolamentazione, anzi è trasferita nell'ambito delle competenze regionali.

Ci sono alcuni aspetti sui quali va però esercitata una riflessione più approfondita. In primo luogo va detto che anche gestire al meglio il tema dell'incontro domanda-offerta non è di per sé una soluzione alla mancanza di lavoro, intanto perchè la domanda è ridotta e poi perchè l'offerta è anche scarsamente qualificata; quindi questo problema va affrontato prevedendo un'integrazione, non di questo provvedimento, di politiche che siano politiche vere, politiche per il lavoro e le politiche per il lavoro, le politiche vere per il lavoro, non coincidono necessariamente con le politiche per l'impresa. Chi ha l'illusione in questa Regione di risolvere il problema della disoccupazione ponendosi in un'ottica esclusiva verso l'impresa è un vaneggiatore, un illuso, oppure anche peggio. Le politiche per l'impresa sono importanti nel quadro delle politiche per lo sviluppo e hanno riflessi, qualche volta positivi, anche per le politiche per l'occupazione, per gli interventi per l'occupazione, però non necessariamente, anzi ci sono casi in cui sostenere la capacità produttiva delle imprese, la loro competitività sul mercato significa anche ridurre gli spazi di occupazione all'interno di quell'impresa, all'interno di certe linee produttive.

Allora, bisogna avere insieme a quel tipo di politica un altro tipo di politica; se n'è tratteggiata una negli scorsi anni che è stata colpevolmente abbandonata e va recuperata perchè chiama a responsabilità tutto il Consiglio, tutti coloro che svolgono questa funzione di rappresentanza alta; mi riferisco alle politiche per lo sviluppo locale. Sono politiche disegnate in ambito europeo non sono politiche nate in questa Regione o in alcuni ambiti politici di questa Regione, sono state disegnate come l'unica vera risposta ai problemi dell'occupazione in tutta Europa. Queste politiche sono impostate nell'ottica della valorizzazione delle risorse locali; risorse locali intese non solo come risorse materiali, da gestire e da sfruttare, ma come risorse culturali in senso lato, cioè la valorizzazione di tutto ciò che è direttamente in nostro possesso, non tutto necessariamente vendibile e non tutto che può essere necessariamente venduto.

Possono essere anche attività che servono a mantenere civile la vita di un popolo, io credo che anche su quelle sia necessario investire e che siano una risposta alla mancanza di occupazione, quindi vanno integrate. Io mi auguro che nella finanziaria, superando qualche limite che abbiamo già intravisto nel Dpef, si individuino politiche, e di conseguenza si destinino fondi, in grado di creare lavoro attraverso lo sviluppo delle nostre risorse, nei luoghi in cui queste risorse si trovano.

Un altro tema da approfondire è quello relativo alla strumentazione. In merito mi vengono in mente due questioni, una che riguarda il Sistema informativo del lavoro e l'altra che riguarda l'insieme della struttura di cui fa parte anche ma non esclusivamente l'Agenzia regionale del lavoro, , perchè l'Agenzia regionale del lavoro ha un senso in quanto è parte di un qualcosa che è molto partecipato. Chi ha vissuto insieme a me, con ruoli diversi, la gestione e il rilancio dell'Agenzia regionale del lavoro, sa che l'Agenzia non ha più interpretato la sua funzione e il suo ruolo come un pezzo di pubblica amministrazione separato dalla società, ma si è immersa nella società e ha sviluppato il proprio lavoro in pieno accordo con le parti sociali (sindacati e associazioni di categoria), ma anche con le istituzioni locali, con le associazioni del terzo settore elaborando e realizzando progetti che hanno avuto il finanziamento anche dell'Unione Europea. L'Agenzia ha incontrato grandi difficoltà in questa attività a causa di una burocrazia "resistente" che ha sempre paura che gli si soffi da sotto la sedia, da sotto gli occhi una competenza, un pezzo di potere da esercitare; l'Agenzia ha vissuto quindi il conflitto tra Assessorato del lavoro e la struttura operativa e tecnica dello stesso Assessorato.

Io apprezzo molto questa legge perchè da questo punto di vista fa chiarezza; l'Assessorato ha un compito, una funzione e una missione, o meglio gli uffici dell'Assessorato hanno un compito, una funzione e una missione che non devono interferire con la funzione e col ruolo dell'Agenzia. L'Agenzia è una struttura tecnica di studio, di ricerca, di predisposizione di modelli di intervento, di sperimentazione degli stessi modelli, di raccordo di questi modelli con le azioni operative del sistema istituzionale locale, cioè è una struttura viva che si immerge nella società e partecipa come soggetto paritario, insieme agli altri soggetti, al funzionamento di un sistema. L'Assessorato deve fare le politiche, deve gestire caso mai le linee di contribuzione, deve cioè disegnare gli indirizzi, ma non deve avere la pretesa, come sempre l'ha avuta anche in quest'ultima fase, di condizionare anche negativamente, qualche volta suggerendo atti di dubbia legittimità, l'operatività di una struttura che deve rimanere agile, capace di intervenire e di realizzare progetti a seconda dei bisogni che si manifestano.

L'altra questione riguarda il SIL, il sistema informativo del lavoro, sul quale mi chiedo se tutti quanti noi possiamo fare finta di nulla. Mi pare che costi qualcosa come dodici milioni di euro (ventiquattro miliardi delle vecchie lire), mi pare che siano già stati dati sette e mezzo - otto milioni di euro, cioè circa quindici miliardi delle vecchie lire.

Io, professionalmente, nasco informatico e quando analizzo, via Internet, il sito del Sistema informativo del lavoro, purtroppo scopro che non è la banca dati ipotizzata dal collega Sergio Pisano, non contiene i curricula dei centoventimila disoccupati sardi, non è cioè l'anagrafe dei disoccupati, dei cerca lavoro di questa Regione, e neppure una vetrina che funzioni in modo adeguato per favorire l'incontro tra domanda ed offerta. No, sono solo alcune pagine di un sito web che costa dodici milioni di euro.

Chiudo dicendo che dobbiamo fare una riflessione: i soldi per il lavoro ci sono, non sprechiamoli, utilizziamoli bene, destiniamoli effettivamente al lavoratore, perchè se pensiamo di creare lavoro sostenendo le infrastrutture di coloro che dovrebbero aiutare a cercarlo, andremo incontro ad un nuovo, disgraziato fallimento.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Dedoni. Ne ha facoltà.

DEDONI (Riformatori Sardi). Signor Presidente, Assessore, colleghi, non credo di dover utilizzare tutto il tempo a mia disposizione per esprimere alcuni giudizi di carattere generale su un progetto di legge su cui la Commissione ha espresso un giudizio favorevole quasi all'unanimità. Vi è però la necessità di puntualizzare alcuni aspetti generali in questa prima fase di discussione, anche se nel corso dell'esame dell'articolato verificheremo eventualmente la possibilità di apportare dei miglioramenti.

L'onorevole Uras nel suo intervento ha fatto bene ad iniziare un ragionamento su eticità e moralità, però vi è anche la necessità di scendere dall'empireo e valutare la questione nella sua concretezza. Che si chiami quindi mercato del lavoro, che si chiami in altri termini è necessario trovare un equilibrio tra le due variabili del sistema. Parlo della domanda, cioè di chi è disponibile a svolgere qualche attività di lavoro diversificata nelle proprie esperienze, e dell'offerta, cioè di chi propone alcune di queste possibilità di occupazione.

I ritardi che sino ad oggi si sono accumulati, onorevole Uras, mi fanno ricordare le innumerevoli audizioni e concertazioni che nell'Assessorato del lavoro si sono tenute con le forze sociali. Non dimenticando che un testo quasi simile a questo che è stato esitato dalla Commissione, ma vivaddio mi pare fosse presente nelle istanze di tutte le forze politiche, sarebbe stato esitato dall'Assessorato del lavoro, nell'anno di grazia 2003, se un certo tipo di sindacato non avesse posto dei veti specifici , e se per puro caso (sempre in tema di moralità, per scendere dall'empireo a qualcosa di più terreno), non ci fosse stato qualche professionista pagato dall'Assessorato del lavoro che poi ha fornito anche prestazione d'opera a qualche parte politica della passata opposizione di questo Consiglio regionale.

Cari amici, vicini e lontani, caro Presidente della Commissione sesta, sarebbe bene ricordare anche le cose che non piace a volte ricordare. Oggi, comunque, il viaggio è concluso, siamo arrivati al dunque e stiamo per perfezionare -questo è il momento importante e significativo .- una legge che certamente non accende i cuori e ancor meno le menti di chi siede in questa Assemblea (di quelli che hanno avuto almeno la bontà di stare seduti) perchè indubbiamente contiene, sì, una serie di regole volte a garantire che il mercato del lavoro abbia un'espansione massima, possibile ed ottimale nel sistema produttivo isolano ma, e qui sta il problema, lo accennava anche l'onorevole Uras, non garantisce, ad una Sardegna in ritardo di sviluppo, di avere occupazione piena, di ricreare lavoro che è liberazione per la persona umana.

A fronte di questi nuovi sistemi di organizzazione e di regolamentazione del mercato del lavoro, vanno poste in essere politiche attive del lavoro supportate dai finanziamenti necessari ad assicurare una possibilità vera, seria di sviluppo per la nostra Sardegna. I tagli quindi vanno fatti, sì, ma vanno fatti se si ha la certezza di poter creare nuovi filoni, altrimenti continuiamo a tagliare solo per tagliare senza capire che invece bisogna ricreare qualcosa di positivo. Questo è un invito che rivolgo al Presidente della Giunta e alla sua Giunta affinchè pongano in campo nel nuovo bilancio azioni serie, innovative, forti, che incidano nel mercato del lavoro.

Il testo che oggi stiamo iniziando a esaminare, che regolamenta le politiche future del lavoro, ha avuto un consenso quasi unanime in Commissione. Da alcuni articoli vanno cassati i richiami accidentali, ancora presenti, ad istituti improntati all'assistenzialismo quali gli LSU, gli LPU che non possono trovare spazio in nuove regole sul mercato del lavoro.

Se, come giustamente richiamava il collega Pisano, vi è la necessità di verificare i costi di una riforma, se è vero che la Regione ha fatto tutto quello che era necessario fare nella contrattazione col Governo se si è ottenuto qualcosa questo significa che probabilmente il sottosegretario Viespoli, o chi per esso, ha dato. Quindi quel Governo nemico ha dato qualcosa, come parrebbe dalle dichiarazioni di Pisano, anche ad una Giunta non amica; però io dico che non si è fatto tutto quello che si doveva fare. Perchè? Attenzione! Gli organici del personale dei vecchi uffici del lavoro hanno subito nel tempo notevoli riduzioni, con conseguenti perdite di professionalità; oggi noi dobbiamo ripristinare quelle professionalità per metterle al servizio del territorio; questo sarà un onere a nostro carico perchè lo Stato ha trasferito alla Regione il personale appartenente ai ruoli del Ministero del lavoro nella misura del 70 per cento, mentre noi avremmo dovuto rivendicare la pienezza degli organici. Questo è un risultato dannoso per la nostra Regione e qui bisogna cominciare ad aprire gli occhi. Ma il problema non si elude neanche togliendo dei finanziamenti così ridotti, come si è peraltro evidenziato in questa prima fase di applicazione della norma; bisogna trovare e stanziare invece risorse sufficienti per poter aiutare soprattutto quelle province che, come è stato più volte ricordato, hanno già difficoltà non solo a realizzare una strutturazione produttiva del sistema lavoro, ma anche a incardinarlo nella struttura operativa della stessa provincia.

E se lo ha fatto la provincia di Sassari, che è una delle province storiche, pure accomunata con una nuova provincia qual è il Sulcis-Iglesiente, capisco però che c'è una situazione di difficoltà assoluta in tutte le province. Allora occorre forse verificare con attenzione se non sia il caso di far sì che le politiche del lavoro abbiano comunque un indirizzo, una programmazione più ferma e puntuale a livello regionale lasciando l'operatività alle province; ma non può esserci un dispiegamento netto, forte, di iniziativa politica, di politica economica, di politica attiva del lavoro a livello regionale se non c'è un coordinamento, un indirizzo, da parte di un forte centro regionale.

E legato a questo vi è il ragionamento sul SIL. Io capisco l'amico Luciano Uras che trova difficoltà in un appalto che peraltro ha seguito per altri aspetti; ma di questo appalto è stata terminata una prima parte e va conclusa la seconda parte;siamo in ritardo, Assessore, nel portare a compimento un'opera che doveva concludersi non con i dati che riportava l'onorevole Uras, ma con i dati completi ( punto nodale, essenziale) dei cento e passa mila curricula, o quanti saranno, della forza lavoro della Sardegna.

Ricordo che sul SIL si voleva fare un ragionamento a tutto tondo a livello nazionale poi si scelse il livello regionale, ma oggi stiamo perdendo l'occasione anche di valutare quali apporti possono nascere da un raccordo tra enti locali, associazioni, la stessa Regione che deve coordinare e programmare. Occorre quindi creare un SIL che sia una garanzia per tutti, che non sia in mano a nessuno, che offra un vero servizio al sistema complessivo del mercato del lavoro.

Se noi non teniamo nella massima considerazione questi elementi continuiamo a precluderci la realizzazione di una politica attiva del lavoro seria, cioè continuiamo a parcellizzare le politiche di intervento in un settore che ha già gravi ritardi non determinati solo da chi era al governo la scorsa legislatura. Approfondirò comunque determinate argomentazioni nel corso dell'esame dell'articolato; in quella sede valuteremo se, come e quando noi come classe dirigente della Sardegna, noi Parlamento della Regione sarda, riusciremo effettivamente a porre in essere iniziative legislative di alto valore così che la Regione, nella sua azione amministrativa, possa garantire ai lavoratori tutele nella ricerca di un lavoro e dignità di vita.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Lai. Ne ha facoltà.

LAI (D.S.). Signor Presidente, mi pare che gli ultimi due interventi siano strettamente collegati nel senso che mi sembra ci sia anche un dialogo tra chi mi ha preceduto e chi ha preceduto colui che mi ha preceduto. Un collegamento sul quale voglio ritornare con più precisione.

Questa legge è una legge importante, è una legge seria, forse la terza vera legge di questa legislatura, è una legge che colma un ritardo rilevante, un ritardo che i cittadini di questa Regione hanno pagato in maniera esagerata perdendo opportunità, perchè il sistema del mercato del lavoro, in questi anni, anziché essere regolato in maniera moderna è stato di fatto non regolato.

Nella non regolazione di un mercato, cioè nell'assenza di regole, ovvero nell'uso di regole superate, viene premiato chi ha più forza e viene punito chi ha meno forza, cioè chi è più debole. Allora la non regolazione, anche in questo campo, non è stata una scelta neutrale nei cinque anni precedenti; attribuire responsabilità pur senza citare nomi, ma tutti sappiamo di chi stiamo parlando, oppure attribuire questo vuoto all'assenza di accordo sindacale, non giustifica comunque il fatto che, nonostante per cinque anni l'Assessorato sia stato guidato da un'unica forza politica, non sia stato portato a buon fine il sistema regolatore dei servizi per l'impiego.

Anche sotto questo aspetto diamoci una regola, quella della misura, collega Dedoni, alla quale, ne sono convinto, ci dobbiamo attenere tutti perché - ritengo che anche il collega Uras che prima parlava su questo tema sia d'accordo con me - non si può non rimarcare, dopo solo un anno, la differenza esistente tra l'attuale guida dell'Assessorato del lavoro, una luce che si accende, e quella precedente, l'assenza totale di luce.

Se oggi stiamo discutendo questa legge lo dobbiamo, va riconosciuto questo merito, alla volontà della Commissione di iniziare la sua attività legislativa da questa legge; e inoltre esiste un rapporto virtuoso, che è un fattore positivo e che va sottolineato, tra la Commissione e la Giunta.

E' giusto quindi che ci sia misura nel dire le cose, misura nel riconoscere certe cose, misura nel non scambiare l'assenza totale di risultati politici con risultati politici che stanno iniziando ad emergere, in un deserto di regolamentazione del sistema che non ha privilegiato certamente i più deboli; e se non ci fosse stata l'azione positiva portata avanti, nei cinque anni scorsi, dalla Agenzia del lavoro, che ha davvero tentato un lavoro innovativo di animazione del territorio e della Regione, forse sulle politiche attive del lavoro noi avremmo anche un ritardo maggiore.

Questa legge però non colma un ritardo e basta;ha ragione infatti il collega Floris quando dice che consente anche un passo in avanti in termini di innovazione legislativa. Non è soltanto una legge che tenta di recepire la normativa nazionale e quindi mettere finalmente la Sardegna al passo delle altre Regioni, è una legge che tenta di far avanzare la Sardegna sul piano sia della elaborazione concettuale che della strutturazione concreta dei servizi. Bisogna riconoscere che da parte della Commissione è stato fatto un buon lavoro di sintesi e si è avuto coraggio nel proporlo.

Ora, la scommessa di questa legge si gioca sui principi (riconosco su questo una coerente sensibilità al collega Uras), ma anche sugli strumenti che prevederà. Questa è una legge che da un lato,innanzitutto, tenta di chiarire al cittadino qual è il suo diritto, e dall'altro qual è la responsabilità della Regione nel mantenere l'impegno a che quel diritto sia esigibile. È una legge che, essendo basata sui principi del welfare, contiene l'impegno a definire il diritto di ogni singolo cittadino. Troppe volte noi legiferiamo pensando di dover regolamentare l'azione della Regione, mentre dovremmo scrivere ciò che il cittadino deve poter esigere in base ad una legislazione vigente; non è una cosa banale in una legge che struttura il welfare, non è una norma minimale quella che disciplina diritti che fanno parte della "carne viva", come direbbe qualche collega, e cioè il fatto di sapere chi deve aiutare oggi ogni cittadino sardo in una società che è molto più disgregata rispetto alla precedente, disgregata perchè sono disgregati i luoghi sociali, sono disgregati i luoghi del lavoro, è disgregato in generale ogni luogo dove noi viviamo rispetto alla struttura originale.

Una legge quindi che dice chi si deve impegnare per esigere un diritto, chi ha la responsabilità di consentire che quel diritto venga messo nella disponibilità della persona. E dice anche che quel diritto al lavoro non è un diritto ad un lavoro qualunque, ma è un diritto a un lavoro vero, a un lavoro di qualità, a un lavoro sicuro, a un lavoro tutelato, a un lavoro dignitoso. Questi non sono impegni che poi possiamo far finta di trascurare, ma devono diventare gli assi portanti della società che noi vogliamo costruire, per evitare che cresca il gap tra ciò che promettiamo e ciò che poi realmente si concretizza in una Regione come la nostra.

Vorrei rimarcare inoltre che la legge è innovativa perchè non parla di decentramento, cioè non dice che la Regione decentra a qualcuno, ma dice che è compito di un determinato soggetto fare una certa azione, un'azione diversa che quel soggetto non può fare la fa un altro soggetto più in alto e così via, partendo da ciò che i cittadini direttamente, attraverso le loro istituzioni, possono fare, perchè si auto organizzano per farlo. Questa è sussidiarietà orizzontale. La legge assegna certe funzioni alle province e dice che la Regione svolge una funzione di programmazione - e qui starei anche attento - e coordinamento. Questa è sussidiarietà, lo ribadisco, non si prevede cioè una delega dall'alto ma i livelli più alti fanno ciò che quelli più bassi non possono fare, perchè sta al di là dei loro confini.

C'è poi un altro elemento che secondo me connota in positivo questa legge. Non si parla, se non in qualche punto che va corretto, di servizi all'impiego, ma di servizi e politiche per il lavoro. Il termine impiego ha una valenza diversa da quella del termine lavoro; parlare dei servizi e delle politiche del lavoro significa che non solo noi ci occupiamo dell'auto impresa, della compagnia alle persone, ma che pensiamo debbano avere un lavoro consono alle loro potenzialità e a quello che possono dare alla società nella quale vivono.

Sarà diverso parlare di servizi per il lavoro anche per coloro che ci dovranno lavorare, per coloro che dovranno far parte a diverso titolo del sistema pubblico delle politiche dei servizi al lavoro e per il lavoro.

Così come i diritti del cittadino, nel momento in cui vengono considerati i diritti da esigere, qualunque forma e qualunque modalità di vita un cittadino abbia, mette al centro il tema del diversamente abile, cioè la possibilità di contribuire alla propria società attraverso quell'abilità che si ha. Non come un ritardo che bisogna colmare, ma attraverso quella abilità che si ha, che può essere diversa da quella di un altro, che può essere diversa da quella della maggior parte delle persone, ma è quella abilità.

Ora, è una legge un po' al rovescio sotto questo aspetto, è una legge di diritti e di configurazioni di diritti sotto una forma piena e importante, responsabile e responsabilizzante. Ed è, secondo me, una delle tre leggi che disegnano il nuovo welfare in Sardegna; le altre due sono la legge sui servizi integrati alla persona (diritto di cittadinanza garantito per tutta la vita)e la legge sul diritto all'istruzione, alla formazione per tutto l'arco della vita come diritto individuale. È una delle tre leggi che disegna non un welfare del cittadino in quanto lavoratore, ma del cittadino in quanto cittadino, che in ogni momento della sua vita deve essere considerato un soggetto di diritti, , accompagnato nei momenti di cambiamento della propria vita, non lasciato solo o disperato quando i cambiamenti lo sovrastano.

E' una legge - e concludo questa osservazione generale - che rende il diritto al lavoro un diritto pieno, non soltanto una mera rivendicazione. Il primo ministro inglese Blair ha proposto, nell'ultima relazione tenuta al Parlamento europeo, che vengano inseriti nella Costituzione europea dei diritti personali europei, cioè diritti che siano trasversali a tutte le Costituzioni. Ebbene, il diritto a essere orientati, a essere accompagnati, come il diritto alla formazione per tutto l'arco della vita sono due dei diritti europei che Blair propone di inserire nella Costituzione europea. Questa è una legge che può cogliere, perchè ne ha le potenzialità, la modernità del pensare a diritti personali come diritti superiori a quelli che può prevedere la legislazione strutturale con cui si interviene su queste politiche; se questi sono i criteri, in questa legge è presente una parte normativa che potremmo definire razionale: la parte che riguarda la struttura dei servizi, la parte che riguarda le politiche attive che si fanno; ma è presente anche una scommessa forte, ne parlava prima l'amico - compagno Uras, su come evitare che la discontinuità del lavoro diventi discontinuità della vita privata, come consentire di dare progressione alle carriere discontinue, come evitare che la flessibilità sia menomazione e invece la rigidità sia un vantaggio per le persone.

Allora, la scommessa si giocherà molto sulla capacità dei sistemi locali di mercato del lavoro di essere vivi ed animati,ma anche sulla possibilità che ogni persona disoccupata che si avvicina a questi servizi sia considerata, lui o lei, un cittadino del quale costruire il percorso delle competenze, il percorso delle aspirazioni, il percorso rispetto al proprio progetto di vita. Se quel mercato locale sarà animato in maniera tale da costruire sulle persone un progetto personale, ma anche da avere gli strumenti perchè quel progetto possa essere costruito pezzo per pezzo, se il diritto ad essere qualificato, ad essere formato, ad essere educato all'approccio al lavoro diventerà un diritto che localmente potrà essere espresso, potrà essere esigito, se quelle strutture provinciali diventeranno luoghi nei quali costruire questi percorsi di carriere che sono percorsi di vita, se sapranno animare le strutture collettive, se sapranno integrarsi con le organizzazioni locali, anche di cittadini, con la scuola, con il sistema di formazione, con l'università, con le imprese, con le associazioni di imprese, lì si giocherà la scommessa, lì il diritto ad essere accompagnato, a non essere lasciato solo, il diritto ad un welfare personale diventerà un diritto esigibile.

C'è un grande lavoro da fare in questo senso; e il POR prevedeva e prevede ancora un importante intervento formativo, perchè se le persone che sino ad oggi hanno svolto una funzione importante, ma che nella visione dei cittadini è di tipo ordinamentale, burocratico, sapranno cogliere questa personalizzazione dei servizi per il lavoro, questo bisogno di procedere con un progetto individuale per le persone, allora la scommessa, anche in Sardegna, sarà vinta. I numeri dicono infatti che l'offerta di lavoratori generici senza alcuna capacità, orientamento ed esperienza lavoro è talmente devastante che, se collegata con l'assenza di titoli, col fatto che poi anche chi ha i titoli, lo dicono le indagini, non è detto che sappia scrivere e parlare e quindi comunicare, se questo dato viene collegato con una domanda e un'offerta che non si incontrano e con un disordine, con un'incompiutezza, con una impossibilità di sapere dove andare e cosa fare, allora sì che le possibilità, anche quelle alla portata di mano di tutti, non diventano concreta possibilità di accedere con azioni concrete, individuali, mirate, percepibili al mercato del lavoro.

L'attenzione deve essere volta quindi a non burocratizzare ciò che c'è in questo momento. L'animazione a livello regionale è importante ma non sarà sufficiente a livello locale, perchè deve essere un'azione che coloro che hanno la responsabilità, le province, devono sentire fino in fondo, non solo come responsabilità politica ma anche come azione professionale, culturale, altrimenti diventerà semplicemente un'organizzazione provinciale difficile; ma non è questo quello che noi stiamo disegnando all'interno di questa riforma.

Concludendo, nonostante la disattenzione, che non è peraltro una disattenzione diffusa, è una disattenzione purtroppo di alcune parti di questo Consiglio, io sono convinto che ci siano le condizioni perchè questa legge, sulla quale la Commissione, nel voto o nella rappresentazione dei contenuti, ha espresso un consenso frutto di un dibattito e di un lavoro importanti, possa essere approvata anche in Aula con le stesse modalità. E' una legge che deve essere considerata come la prima di altre due grandi riforme che possono e devono configurare in Sardegna il nuovo welfare, il nuovo Stato sociale; un nuovo Stato sociale che indubbiamente è presente nel progetto di una coalizione, ma che è anche un'aspirazione presente in quest'Aula, nella cultura di tutti noi, nella volontà di tutti coloro che hanno consentito che questo Parlamento venisse insediato, appartiene a tutti i sardi. Io penso che non dobbiamo tradire questa aspirazione ma dobbiamo sostenerla con tutte la forza di cui siamo capaci.

PRESIDENTE. Colleghi, i lavori riprenderanno domani alle ore 10, con la continuazione della discussione della mozione numero 49 e successivamente la discussione del testo unificato delle proposte di legge numero 21-33-81/A.

La seduta è tolta alle ore 19 e 26.