Seduta n.230 del 21/04/1993 

CCXXX SEDUTA

(ANTIMERIDIANA)

MERCOLEDI'21 APRILE 1993

Presidenza del Presidente FLORIS

INDICE

Proposta di legge Satta Gabriele - Satta Antonio - Marteddu - Amadu - Dettori - Ferrari - Manchinu - Sardu - Zucca - Desini - Baghino: "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 22 dicembre 1989, n. 45, recante 'Norme per l'uso e la tutela del territorio regionale'". (386). (Continuazione della discussione):

COCCO ..................................

MARTEDDU ..........................

DEGORTES ...........................

ZUCCA ...................................

DETTORI ...............................

BAROSCHI............................

CORDA ..................................

Sull'ordine del giorno:

RUGGERI ..............................

La seduta è aperta alle ore 10 e 05.

PORCU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 15 aprile 1993, che è approvato.

Sull'ordine del giorno

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Ruggeri. Ne ha facoltà.

RUGGERI (P.D.S.). Per chiedere l'inserimento all'ordine del giorno dei programmi numero 30 e 35 a valere sui finanziamenti della 268, emendati a seguito di recenti accordi conclusi dalla Giunta regionale che, se non rispettati in tempi brevi, rischiano di mettere in discussione centinaia di posti di lavoro.

PRESIDENTE. Se non ci sono obiezioni la richiesta dell'onorevole Ruggeri si intende accolta.

Continuazione della discussione della proposta di legge Satta Gabriele - Satta Antonio - Marteddu - Amadu - Dettori - Ferrari - Manchinu - Sardu - Zucca - Desini - Baghino: "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 22 dicembre 1989, n. 45, recante 'Norme per l'uso e la tutela del territorio regionale'". (386)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione della proposta di legge numero 386.

Sono costretto a sospendere per dieci minuti i lavori del Consiglio perché non è presente in Aula la Giunta.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 07, viene ripresa alle ore 10 e 29.)

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Cocco. Ne ha facoltà.

COCCO (P.D.S.) Condivido questo progetto di legge. E' un giudizio che esprimo sulla proposta nel suo complesso, perché vi sono aspetti ancora migliorabili nell'ottica di una maggiore tutela paesistica e del superamento di possibili equivoci interpretativi. Così mi parrebbe opportuno estendere la gamma dei beni tutelabili, comprendendovi i beni di cui all'art. 1 della 431; vedrei, pure, l'utilità di sancire il carattere di monumento naturale per le isole minori, di cui all'art. 25, comma 7, della legge 31/89; mi pare anche necessario sancire una fascia di rispetto per le zone umide. Questi sono esempi di possibili integrazioni migliorative, ma vi sono anche elementi presenti nella proposta che andrebbero specificati per impedire effetti lesivi della tutela paesistica. Così l'aumento delle volumetrie nella misura massima del 25 per cento per gli insediamenti ricettivo-alberghieri già operanti nella fascia dei 300 metri può essere certo una giusta misura di riequilibrio economico per molte aziende. Va però evitato, con possibili parametri da introdurre in regolamento, che una tale previsione normativa si traduca in una ingiustificata rendita di posizione che non sarebbe premio alle capacità imprenditoriali ed al contrario potrebbe rappresentare persino un danno per quegli operatori che non godono di pari rendite di posizione e si trovano ad operare al di là della fascia dei 300 metri.

Ma nonostante queste mie perplessità, se i colleghi firmatari del progetto di legge mi avessero chiesto di firmarlo, lo avrei fatto volentieri. E ciò non solo per il fatto che ho partecipato ai lavori della Commissione sin quasi alla stesura finale del progetto, ma soprattutto per sottolineare una sostanziale condivisione della proposta. Del resto il mio auspicio in Commissione era che alla fine il risultato dovesse essere frutto di un accordo che superasse la normale dialettica maggioranza-opposizione per realizzare su questo problema specifico una forte convergenza autonomistica. Ciò perché siamo innanzi ad un atto di eccezionale portata, destinato ad incidere per molti e molti decenni, ad interessare la vita delle generazioni presenti, ma ancor più quella delle generazioni future. Rispetto a queste esigenze di progetto del nostro futuro la proposta di legge dà una risposta adeguata, forte, tutto fuorché rinunciataria.

E su questa questione di una presunta rinuncia del Consiglio ad esercitare il potere di approvazione previsto dalla 45, va detto con chiarezza che trattasi di un'accusa non solo infondata ma anche profondamente ingiusta. E' stata ripresa negli interventi dei colleghi Planetta e Cogodi. A Luigi voglio sottolineare che il problema non era quello di assegnare un maggior numero di mesi alla Commissione: era la logica dell'iter previsto nella 45 che andava profondamente modificata. Certo, questo pericolo della rinuncia astrattamente sussisteva: si sarebbe concretizzato se la Commissione avesse deciso d'imboccare la strada di una semplice norma di modifica delle procedure per l'approvazione dei piani territoriali paesistici. La via imboccata dalla Commissione è stata profondamente diversa. L'affidamento di nuovi compiti alla Giunta ha avuto il suo contrappeso in modifiche di natura sostanziale che, ben lungi dal mortificare, esaltano il ruolo della nostra Assemblea. Ed è con queste modifiche sostanziali che la Sardegna compie un'ulteriore passo avanti nella tutela della sua prima risorsa. Questo significato è stato giustamente colto dalla stampa isolana. Tra tutte cito le lucide e coraggiose note de "L'Unione Sarda" e de "La Nuova Sardegna". Non mi paiono in alcun modo dettate da chiusura e spirito di parte, com'è apparso al collega Manchinu.

Anche alla grande stampa nazionale non è sfuggito il senso del progetto di legge che stiamo esaminando. E' così su questo problema l'Isola ha potuto dare un'immagine di dignità, di reale autonomia, di un germe di sovranità. Non parlo della sovranità ottocentesca, sempre meno ricca di significato nella prospettiva dell'Europa dei popoli. Parlo di una sovranità che voglia essere attuale e reale. Essa è capacità di costruire la propria storia nel pieno governo dell'ambiente fisico, facendo sì che esso faccia corpo con l'identità in un processo che rifiuta la passività e si fa interazione dialettica.

Vi è un'altra immagine che emerge dai servizi della grande stampa nazionale. Un'immagine che non può non rallegrarci anche in relazione allo sviluppo della nostra economia: una Sardegna tutto sommato ancora salva dai processi di cementificazione selvaggia che hanno investito le coste del Meridione d'Italia, del litorale adriatico, le coste spagnole, i tratti paesisticamente più rilevanti dei Paesi mediterranei del Nord Africa. L'immagine di un ambiente ancora integro nelle sue componenti naturali e paesistiche racchiude in sé un potenziale economico che non può essere sprecato. Questo è un altro risultato importante del lavoro della Commissione. Un risultato che ragionevolmente nessuno può chiederci oggi di annullare, perché esso è il contrario di certa versione che si vorrebbe accreditare: quella di un provvedimento lesivo degli interessi della produzione e dell'occupazione. E' un'argomentazione non più accettabile, perché è ormai matura la consapevolezza che dal bene ambiente e dal bene paesaggio dipendono le condizioni stesse del nostro domani.

Sono problemi in cui l'ottica del tempo breve non si giustifica. Sono problemi che ancora prima di noi riguardano le generazioni future. Ma anche avendo di mira, in modo miope, gli interessi delle generazioni presenti, la distruzione paesistico-ambientale non è un arricchimento se non in tempi brevissimi. E' la classica metafora del nutrirsi della gallina dalle uova d'oro. Significa distruggere le potenzialità del nostro sviluppo turistico, che è tanta parte delle nostre aspettative per il domani. Ormai è dato acquisito che le correnti turistiche vengono non già attirate ma respinte dalla distribuzione dei beni paesitico-ambientali. Un governo del territorio attento alla salvaguardia del patrimonio naturalistico e paesistico, al contrario, attira i capitali. E qui non mi pare vi siano sostenitori di un mercato chiuso all'intervento economico ed a capitali non sardi. Ma una cosa è far ponti d'oro a tali interventi, altra cosa è la rinuncia a quella autonomia e sovranità alla quale facevo prima riferimento, derogandovi per consentire la realizzazione di vere e proprie enclaves extraterritoriali.

Quindi, per concludere su questo punto, ben lungi dal contenere una proposta di rinuncia, questo progetto di legge afferma un nuovo e superiore livello di potere del Consiglio; solo che, anziché affermarlo su un terreno non proprio, lo afferma in ordine al ruolo naturale del Consiglio, che è quello di legiferare, di stabilire categorie astratte, di privilegiare le esigenze generali rispetto alle situazioni particolari. A lungo è prevalsa una certa visione, che identificava il massimo potere di un Assessore nell'esercizio delle funzioni burocratiche: ciò è avvenuto sino alla legge regionale numero 32 dell'88, che ha scisso le funzioni istituzionali e politiche da quelle amministrative. Naturalmente occorre molto più che una legge perché una certa concezione venga superata.

Una manifestazione di tale concezione strabica dei ruoli è nel ritenere che il massimo del potere legislativo sia nell'esercitare funzioni proprie dell'Esecutivo. Così il clou del potere consiliare, come potere del singolo consigliere, sarebbe nell'esercizio di un potere di qualificazione dei territori, di classificazione delle aree, di correzione nello specifico di quel determinato areale del P.T.P.: il "potere di pennarello", è stato detto. Rinunciare a un tale esercizio distorto delle proprie funzioni è tutt'altro che una rinuncia ai compiti che ci derivano dal mandato. Tra l'altro significa proprio guardare al mandato in un orizzonte ampio, che certo deve ricollegarsi ai problemi di singole realtà territoriali, non in un'ottica del particolare, ma avendo presenti i più complessivi bisogni della Sardegna. Altro che rinuncia al proprio ruolo! La Commissione urbanistica ha così poco rinunciato all'esercizio del proprio ruolo e delle proprie funzioni, quale articolazione del potere legislativo, che ha saputo essere al di sopra degli interessi dei potentati economici di settore. Vi è anche un altro risultato, accanto a quello urbanistico-paesistico (un risultato mediato, ma non meno importante per altri riflessi), che è quello di infliggere un duro colpo alla borsa sotterranea di certa indeterminazione finanziaria dei bolli amministrativi, trasformata in un ghiotto mercato, come anche di recente abbiamo appreso dalla stampa, aperto agli appetiti di capitali non sempre limpidi nella fonte di provenienza.

Infine un ultimo problema, su cui ritengo necessario soffermarmi brevemente: il tanto discusso tema dei diritti quesiti. Ne ha parlato il collega Antonio Satta. Io ne parlo con una diversa valutazione del problema, perché il "nullostare" (uso il comodo neologismo del collega Antonio Satta) non ritengo possa costituire una valida fonte di diritti, o anche di aspettative giuridicamente tutelabili, quando il nulla osta viene concesso a monte e non a conclusione del procedimento. In questi casi non mi pare proprio che i diritti quesiti possano essere invocati come possibile barriera ad un esercizio pieno dei propri poteri da parte del Consiglio. Ci troveremmo di fronte all'anomalia di una barriera all'operato del Consiglio che troverebbe la propria legittimazione in atti adottati con provvedimenti assessoriali, senza alcuna comparazione di interessi tra l'atto posto in essere e la sua compatibilità con il P.T.P. in via di elaborazione. Rovesciando qualsiasi logica non solo giuridica, ma anche comune, si è preteso di dare priorità a singoli atti rispetto alla disciplina di interessi generali propria del piano territoriale paesistico.

Confesso che a me questo modo di procedere, più che le regole di principi propri dello Stato di diritto, ha richiamato le filosofie dello stato patrimoniale. Ed ora si vorrebbe che il Parlamento regionale fosse vincolato da un tal modo di procedere non sempre rispondente ai valori portanti dell'ordinamento giuridico. Che il Consiglio non abbia barriere di questo tipo è ampiamente comprovato da una consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato. E gli imprenditori seri non potevano ignorare i condizionamenti impliciti in qualsiasi atto autorizzatorio a loro favore. Voglio ricordare come la sentenza della Corte costituzionale del 26 giugno 86 consideri il paesaggio: "interesse insuscettivo di essere subordinato a qualsiasi altro" e pari di "primarietà dell'interesse della tutela del paesaggio" in ottemperanza al dettato dell'art. 9 della Costituzione. Certo, io mi rendo conto che spesso ci troviamo in presenza di un'attività portata avanti con diligenza, senso di responsabilità, interesse comunitario da seri ed impegnati amministratori comunali. Va loro riservata la massima attenzione. Non è detto che le modifiche alla legge 45 sacrifichino in toto i risultati della loro iniziativa. Ma oggi siamo chiamati ad un salto di qualità e questo deve fugare in loro qualsiasi sensazione di frustrazione del proprio impegno.

Poche parole per concludere. La proposta di legge va salvata nei suoi aspetti sostanziali. Ridurre o mutilare le norme di contenuto significherebbe rinunciare al nostro ruolo di Assemblea legislativa del popolo sardo. Le nostre decisioni non possono essere guidate da interessi settoriali, pur comprensibili, quando essi non siano pienamente collimanti con l'interesse generale. Ed a questo solo ed unico interesse siamo chiamati oggi a rispondere.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Marteddu. Ne ha facoltà.

MARTEDDU (D.C.). Signor Presidente, dichiaro subito che mi ritrovo per intero nella relazione di maggioranza, che ho trovato puntuale, precisa e che soprattutto raccoglie il lavoro della Commissione, dei singoli commissari, dei Gruppi politici, i quali hanno speso energia e intelligenza, in questi mesi, per presentare al Consiglio un provvedimento di alto profilo giuridico e politico. Ringrazio i due Presidenti della Commissione che hanno consentito questo lavoro e mi pare giusto anche sottolineare l'esaltazione che il Presidente della Commissione ha fatto del lavoro svolto, del ruolo del Consiglio regionale, che non va sminuito e che noi tutti siamo chiamati ad esaltare. Mi pare importante, peraltro, svolgere alcune considerazioni in un momento in cui attorno al nostro Consiglio si sono accese delle speranze, si sono diffuse attese, interessi, grandi sensibilità, attenzioni nuove, non solo nel mondo regionale, ma nel Paese, alcune giuste, altre meno giuste. Anche stamattina, in un servizio della RAI dedicato alla festa nazionale delle aree protette, che si terrà il 25 aprile, si parlava di una ipotetica colata di cemento sulle coste della Sardegna. Io credo che noi dobbiamo rifuggire da questa facile filosofia degli opposti estremismi, o meglio, talvolta, degli opposti isterismi: dobbiamo affrontare questo delicato momento con grande equilibrio. Oggi è possibile per il Consiglio regionale e per la classe politica sarda non sdraiarsi sugli interessi dei più forti; in questi anni nell'Isola è cresciuta la cultura ambientale e forse ancora più di noi le generazioni nuove sentono e individuano come valore fondamentale la salvaguardia e la difesa dell'ambiente. Io vorrei richiamare, è stato già fatto dal relatore, mi pare, che quell'82 per cento di sì al referendum sull'ambiente (come in maniera semplicistica veniva chiamato: in realtà, come sappiamo, era finalizzato a sottrarre alle USL le funzioni di controllo ambientale) ha confermato l'individuazione dell'ambiente, da parte degli elettori, come una delle questioni politiche fondamentali per il nostro tempo.

Mi voglio soffermare sui due punti che hanno determinato i maggiori contrasti dentro e fuori dall'Aula. Anzitutto la fascia di inedificabilità di 300 metri dal mare, come recita l'articolo 10 bis. Io credo intanto che non sia una non-scelta, come è stata da taluno definita; io credo che sia invece una scelta precisa, ma non una scelta di difesa: non è neppure una linea Maginot, ma la percezione e l'individuazione di un bene la cui fruibilità deve essere consentita a tutti. Quindi è una scelta ben precisa, è una scelta di salvaguardia di un bene; e che sia un bene, e che sia stato un bene, tutti lo abbiamo verificato, considerato che attorno a questo bene, nei decenni trascorsi, si sono scatenati vari interessi per divorarlo. Quindi è una scelta precisa, che io mi sento di sostenere anche in Consiglio.

L'altro punto di contrasto è l'accordo di programma, ma l'accordo di programma è un istituto che il provvedimento in esame non cancella, bensì intende disciplinare meglio rispetto alla legge 45. Certo, ci siamo resi conto - come avviene quando si scende dall'attività legislativa alla prassi, alla concretezza delle scelte sul campo - che l'accordo di programma è un istituto che ha una sua complessità intrinseca, per i contenuti e per le modalità di esecuzione. Peraltro la stessa nota di accompagnamento, allegata alle proposte di piani paesistici pubblicati e inviati ai Comuni, in relazione all'accordo di programma precisava che occorre puntare a valutare la qualità delle opere e che a base dello sviluppo turistico c'è la politica di tutela ambientale. Questa - e sto citando quasi testualmente - è la scelta fatta dalla Giunta regionale in quell'occasione, nel 1991, mi pare. Invitando i Comuni a pronunciarsi sui primi progetti di piano, la Giunta li richiamava a valutare il fatto che la tutela dell'ambiente costituisce base dello sviluppo turistico: in questo si intravedeva una scelta precisa, non era una frase raccolta dai libretti o dalle noticine degli ambientalisti. Perciò mi pare che oggi contrapporre sviluppo e tutela ambientale e su questa base costruire conflitti artificiosi dentro e fuori dall'Aula sia inaccettabile, persino pericoloso, e sottintenda una certa forma di fondamentalismo che non è certo da ascriversi alle culture più sviluppate.

Abbiamo verificato che l'istituto dell'accordo di programma è molto complesso, perché intanto vi concorrono diversi soggetti: soggetti pubblici, cioè la Regione e gli enti locali (non solo i Comuni, ma anche gli altri enti locali territoriali, chiamati dalla 142 a programmare il loro territorio), e soggetti privati, che concorrono con la loro capacità imprenditoriale e con i loro investimenti. La complessità deriva anche dal contenuto degli accordi di programma previsto dall'articolo 28, che comprende opere nei settori più disparati, compreso il settore industriale. L'accordo di programma potrebbe prevedere anche un'altra petrolchimica, magari sulle coste di Baunei: non è vietato dall'articolo 28; potrebbero essere previste opere artigianali, opere agricole, turistiche, commerciali, residenziali e servizi. L'articolo 28 è finalizzato chiaramente alla crescita economica e produttiva, come dice l'articolo stesso: è quindi un articolo che, consentendo interventi che possono incidere, violare e vulnerare in maniera irrimediabile il territorio, potrebbe aprire una strada di non ritorno. Tutto questo con le semplici procedure del piano particolareggiato o della lottizzazione convenzionata, il che significa che un istituto così complesso, così importante, capace di sovvertire addirittura qualunque pianificazione urbanistica, è normato, è disciplinato, secondo la legge, attraverso un semplice provvedimento previsto dai piani regolatori comunali.

Io credo, colleghi, che occorra ben altro, che occorra davvero, su questo punto, se usciamo dalle polemiche di facciata, discutere con maggiore colpevolezza per disciplinarlo meglio. Il Consiglio regionale, su questo terreno, non si deve lasciar spogliare, deve rivendicare la sua potestà, ed esercitare la propria capacità di disciplinare per intero questo istituto, che altrimenti potrebbe diventare il grimaldello per far esplodere qualsiasi pianificazione urbanistica e paesaggistica in Sardegna. Certo la Regione, fra i diversi soggetti chiamati a concorrere, non può essere il convitato di pietra, non può essere quello che passivamente accetta ciò che viene proposto dagli altri. La Regione, che sta rivendicando, e lo stiamo dicendo tutti, la sua potestà legislativa primaria, deve disciplinare compiutamente l'accordo di programma: andiamo dunque a farlo. So che la Giunta intende presentare degli emendamenti: spero che vadano in questa direzione e comunque, se non sono sufficienti, dovremo ragionare più a fondo su questa materia.

Il cammino dei piani, signor Presidente, come è stato detto più volte, è stato abbastanza accidentato, tanto è vero che ai primi progetti di piano inviati ai Comuni e pubblicati sono state presentate 918 osservazioni pubbliche e non pubbliche e gli stessi Assessorati hanno integrato d'ufficio, con otto note, gli stessi piani. La stessa istruttoria pubblica, dopo le osservazioni, è stata insufficiente e l'insufficienza emerge non solo dal dibattito nell'Aula, ma prima ancora dal dibattito civile, dal dibattito fra gli imprenditori, nei Comuni; le insufficienze sono sottolineate nella delibera della Giunta del 22 settembre 1992, che dedica gran parte del suo contenuto alle insufficienze dei piani, i quali vengono suddivisi in dieci categorie, si parla di errori cartografici, di non conoscenza del territorio da parte delle équipe dei tecnici, di non sufficiente considerazione delle preesistenti zone F, dei diritti quesiti, dei vincoli sulle zone agricole. E' stata cioè individuata una serie di insufficienze, di manchevolezze originarie, ma anche la stesura definitiva dei piani, adottati con la stessa delibera e trasmessi alla Commissione, a noi consiglieri regionali - ma non solo a noi - è sembrata ancora insufficiente.

D'altro canto, così come era stato molto difficile applicare la "Galasso" nelle ventidue aree interessate e sottoposte a vincolo di non modificabilità, così come era stato difficile utilizzare la "Galasso" come unico strumento per pianificare dal punto di vista paesaggistico il territorio, si è visto che gli stessi piani incontravano difficoltà a pianificare l'intero territorio della Sardegna e soprattutto l'intero territorio costiero e si dimostravano assolutamente inadeguati ad aprire i varchi indispensabili per abbattere quella immaginaria (ma poi non tanto immaginaria) città lineare dei 60 milioni di metri cubi che le vecchie zone F dei piani urbanistici comunali prevedevano. Questo lo dice la regione, lo dice la Giunta nella nota di accompagnamento del 1991, ma anche i piani adottati dalla Giunta nel settembre 1992 a noi sono parsi inadeguati nel merito, prima di tutto perché non hanno fugato tutti quei dubbi che la Giunta stessa aveva individuato, tanto è vero che i comuni, pur avendo esaurito la fase formale delle osservazioni e delle istruttorie pubbliche, hanno riempito di carte e di carteggi il Consiglio regionale. Si sono susseguite delibere su delibere in cui i consigli comunali, pur sapendo di aver esaurito la fase formale della contrattazione con la Regione, continuavano a sottolineare, a rivendicare, a bocciare; ancora oggi leggevo degli ultimi comuni, come, mi pare, Cabras, che respinge totalmente i piani paesistici della Regione.

Dubbi e incertezze sono anche emersi in ordine alle procedure previste della legge 45 ed in particolar modo sull'attribuzione al Consiglio della competenza ad approvare i piani paesistici. Da qui è nata la convinzione che occorresse affidare al Consiglio il compito di indirizzare e vincolare, attraverso norme regolamentari precise, l'organo amministrativo, l'organo di governo. Noi questo abbiamo fatto. I provvedimenti oggi all'esame del Consiglio questo orientamento esprimono, con la modifica della legge 45 e con la rivisitazione, la precisazione, le innovazioni contenute nelle norme di omogeneizzazione, trasformate in norme regolamentari o in qualunque altra cosa vengano trasformate. D'altro canto ci siamo resi conto che occorreva in qualche modo rimettere in gioco la capacità programmatoria dei comuni e degli enti locali; noi stiamo arrivando, da un'altra parte del palazzo del Consiglio regionale, ad attuare la 142 con apposite leggi regionali, e la 142 attribuisce agli enti locali, in particolare alla provincia, ma anche ai comuni, estese competenze in materia di pianificazione paesistica e urbanistica. Noi di questo dobbiamo tener conto. Abbiamo recuperato in qualche modo la capacità programmatoria dei comuni, abbiamo anche detto - e lo voglio sottolineare - all'articolo 16 delle norme regolamentari, che le parti dei piani urbanistici comunali che risulteranno conformi ai piani paesistici possano essere attuate immediatamente: c'è dunque una volontà legislativa del Consiglio di invitare, di indirizzare i comuni a non fermarsi, ad andare avanti, per le parti dei piani comunali che coincidono con i piani territoriali paesistici. I piani, secondo la proposta della Commissione, tornano alla Giunta solo come atto amministrativo, non come atto discrezionale, tornano come atto amministrativo come adeguamento tecnico e formale alle direttive contenute nelle norme approvate dal Consiglio, per poi essere approvati dalla Giunta stessa. Ma al di là delle procedure, colleghi, ci sono alcune cose che io voglio sottolineare, per precisare la filosofia che sorregge lo sforzo compiuto e che anima il contenuto dei provvedimenti che abbiamo in discussione oggi in Aula. La tutela delle zone di rilevante interesse paesistico, in particolare dei 300 metri dal mare, non va letta staticamente in termine di meri vincoli e di assenza di decisioni pianificatorie. Noi abbiamo inteso, nel contempo, rivalutare i centri urbani costieri, che non sono molti in Sardegna, perché si sa che la Sardegna non ha mai amato il mare. Dobbiamo rivalutare questi centri, dobbiamo metterli in condizioni di risanare, di valorizzare la loro storia, le loro peculiarità, così come indicava tra l'altro anche la nota di accompagnamento della Giunta, secondo la quale i comuni costieri devono diventare sedi vere della ricettività turistico-alberghiera. E' il solo modo per sottrarci, nel futuro prossimo, da una dissennata programmazione che ha disseminato le coste, perché non dirlo, di villaggi i quali d'inverno appaiono lugubri villaggi di anime morte: li vediamo tutti, quando ci passiamo. Per evitare che questo continui dobbiamo rivitalizzare la storia, la cultura, le peculiarità urbane dei centri costieri della Sardegna, perché non riesco neanche da immaginare un turismo staccato dalla valutazione dei centri costieri, che hanno una loro storia radicata nei secoli. Abbiamo perciò escluso dai vincoli le zone omogenee dei centri costieri, concedendo ai centri urbani costieri l'edificazione anche dentro il 300 metri dal mare, anche nelle zone di espansione, se pure per il 50 per cento. Abbiamo escluso dai vincoli i piani attuativi, abbiamo escluso dai vincoli gli interventi di risanamento e gli interventi in attuazione dei piani di risanamento. In questa direzione credo che vada letto attentamente l'articolo 9 delle norme regolamentari, in cui la Regione dice ai comuni: "Dovete valorizzare" - lo sottolineava il Presidente della Commissione -"anche sotto il profilo degli insediamenti turistici, i vostri centri urbani, dovete portate almeno il 50 per cento degli interventi turistico-alberghieri nelle zone A, B e C dei centri urbani; dovete coniugare la storia e lo sviluppo urbano dei vostri comuni col turismo e quindi anche con le strutture alberghiere". L'altro 50 per cento delle volumetrie i comuni sono liberi di rideterminarselo nelle nuove zone C da individuare in altre aree del proprio territorio turistico.

C'è dunque un binario preciso, c'è una precisa indicazione di pianificazione: il Consiglio regionale non sta costringendo i comuni a rinunciare ad edificare, ma immette i comuni in un binario preciso, anche per lo sviluppo turistico. Così come mi pare qualificante la scelta contenuta nell'articolo 13, che richiede per tutti gli interventi lo studio di compatibilità ambientali: non uno studio fine a se stesso, come tanti altri che sono stati fatti e si sono accumulati negli uffici degli Assessorati, ma un preciso requisito basilare di legittimità e di conseguente fattibilità tecnica dei progetti o dei piani suscettibili di esercitare un rilevante impatto paesistico-ambientale. Credo che sia un'innovazione molto importante, che va sottolineata.

Per quanto concerne i nulla osta non mi soffermo sulle finissime disquisizioni giuridiche dei colleghi che mi hanno preceduto; credo sia giusta invece la tesi che abbiamo sostenuto, volta a rendere eseguibili i nulla osta laddove essi sono compatibili con le prescrizioni dei piani territoriali paesistici e con i piani urbanistici comunali. Gli imprenditori che si sono affrettati, giustamente, a richiederli, o che hanno programmato l'impiego delle loro risorse in questi anni io credo che fossero pienamente e perfettamente al corrente che il potere di pianificazione territoriale spetta comunque alla Regione e ai comuni. Io non credo che ci siano diritti quesiti da difendere in questo senso. Affidiamo quindi alla Giunta le conclusioni del processo di pianificazione paesistica. L'atto conclusivo tuttavia non è un affidamento discrezionale, signori Assessori, è un atto di fiducia che voi siete chiamati a onorare rispettando le scelte del Consiglio regionale, rispettando i temi, che sono importanti e che non sono una variabile indipendente rispetto alla congruità della pianificazione regionale, rispettando le modalità e le prescrizioni normative che compongono un obiettivo importante di questa legislatura. Non ne rispondete solo di fronte alla maggioranza, né di fronte al solo Consiglio, ma di fronte ai sardi, alle comunità locali, alle forze sociali, che sono molto più attente che nel passato, alle forze imprenditoriali, alle associazioni. Soprattutto credo che la risposta complessiva che noi tutti stiamo dando è rivolta alle nuove generazioni, che su questi temi, cari colleghi, scommettono e osano molto più di noi, perché sanno quasi istintivamente che lo sviluppo non può essere disgiunto dalla cultura dell'ambiente. Sale da esse questo impetuoso bisogno di partecipazione, che sconvolge certezze un tempo codificate, che ormai non ci sono più. Ecco, signor Presidente, credo che da queste considerazioni emerga tutta l'importanza del voto odierno del Consiglio e degli atti conseguenti ed obbligati che, nei prossimi mesi, farà la Giunta.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Degortes. Ne ha facoltà.

DEGORTES (D.C.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, nel corso di questi anni abbiamo registrato posizioni e atteggiamenti contraddittori rispetto ai problemi posti dallo sviluppo turistico. Potrei citare diversi esempi, ma ne cito uno a mio giudizio emblematico. In un recente articolo di fondo de "La Nuova Sardegna" l'amico Giorgio Melis ha sostenuto che in Sardegna non siamo e non vogliamo diventare un popolo di camerieri. Questa affermazione è significativa del rapporto complessivo e difficile che i sardi hanno rispetto allo sviluppo turistico e alla crescita di una industria turistico-ricettiva. Lo sviluppo turistico è visto ancora come un processo in qualche modo estraneo -e tale probabilmente è stato per diversi anni - ai comparti economici tradizionali della nostra isola. Ma se questo è stato per lunghi anni un dato costante, io credo che nel corso degli ultimi vent'anni questo dato abbia registrato un'inversione di tendenza. Oggi noi siamo convinti che i sardi non possano essere tutti e solo agricoltori o minatori o pastori. Le diverse aree della Sardegna debbono trarre dalla loro specificità territoriale nuove occasioni di sviluppo economico. Perciò il problema che stiamo dibattendo non va affrontato sulla base di una visione manichea, secondo la quale da una parte ci sono gli ambientalisti e dall'altra ci sarebbero i cementificatori. Noi dobbiamo sgomberare i nostri ragionamenti e le nostre argomentazioni da questa visione, che è una visione distorta.

Io non credo che i consigli comunali con i quali abbiamo avuto numerosi incontri (e non parlo solo dei Comuni della Sardegna nord-orientale: ieri abbiamo incontrato il Comune di Teulada, nel corso di questi mesi abbiamo incontrato molti altri comuni interessati proprio alle possibilità offerte dallo sviluppo turistico), non credo che le segreterie territoriali della CGIL della CISL e della UIL, le organizzazioni e le associazioni di categoria della Confcommercio, della Confartigianato, la CNA, la Confesercenti e tante altre associazioni siano espressione del partito del cemento. Un simile giudizio sarebbe superficiale, denoterebbe leggerezza e incomprensione rispetto alla situazione economica e sociale della Sardegna. Certo, il dato dell'occupazione non può essere più usato come motivazione o pretesto per introdurre deroghe a una corretta pianificazione del territorio, ma resta un dato che dobbiamo tenere presente, perché ci troviamo di fronte anche ad una emergenza occupazionale. Io sono convinto che non debba prevalere questa forma mentis, questo schema manicheo; sono altrettanto convinto che non debba prevalere il partito del cemento, ma debba prevalere, attraverso una linea di ragionamento che è stata imboccata da più parti, il partito del buon senso, attraverso la definizione di una legge che consenta anzitutto di tutelare, di salvaguardare e di valorizzare l'ambiente, perché l'ambiente costituisce certamente la risorsa prima per uno sviluppo turistico programmato e corretto. Ma la tutela dell'ambiente, non può essere un principio fine a se stesso, perché nell'ambiente deve vivere l'uomo, perché nell'ambiente, in questo contesto ambientale, l'uomo, il sardo e i sardi debbono poter lavorare, devono poter trarre elementi per la loro esistenza e per la loro sussistenza. E allora tuteliamo, valorizziamo, salvaguardiamo, ma dobbiamo parimenti poter cogliere quelle opportunità di sviluppo che nel settore turistico possono essere realizzate.

Il turismo è un'attività complessa, che solitamente, nella classificazione dei comparti economici, viene collocata nel terziario. Da alcuni anni a questa parte c'è stata da più parti una più puntuale collocazione di quella che è l'attività turistica. La stessa Confindustria, da due anni a questa parte, ha istituito all'interno della propria organizzazione una sezione dell'industria turistica ricettiva. Allora, se ci troviamo di fronte ad una industria, occorre introdurre una distinzione tra quella che è l'attività immobiliare e quelli che sono, quindi, gli investimenti di natura speculativa, e quelli che sono invece gli interventi produttivi correttamente finalizzati allo sviluppo di una programmata industria ricettiva. Io credo che lo strumento idoneo per poter realizzare uno sviluppo turistico programmato sia l'accordo di programma, del resto appositamente previsto dalla legge regionale. L'accordo di programma non può essere lo strumento per far passare le deroghe, per superare i vincoli; l'accordo di programma non può essere neanche lo strumento per una ripresa di un'attività edificatoria lungo le coste con la stessa intensità che abbiamo conosciuto nel corso degli anni settanta. L'accordo di programma deve essere uno strumento che coglie un complesso di interventi che per la loro rilevanza, per la loro entità, per la loro intersettorialità sono capaci di produrre ricchezza e benessere diffuso. Dunque deve essere uno strumento flessibile, al servizio di una capacità programmatoria incisiva. Se questo è l'accordo di programma io credo che l'attuale disciplina necessiti di una migliore puntualizzazione: deve essere meglio chiarita, deve essere meglio esplicitata, deve essere meglio formulata e a tale proposito condivido una serie di osservazioni che sono emerse nel corso del dibattito. Tuttavia l'accordo di programma non può, ripeto, essere modificato nella sua sostanza e nella sua finalità previste dalla legge regionale 45: noi attribuiamo all'accordo di programma una validità che non può essere messa in discussione. L'accordo di programma è lo strumento per uno sviluppo turistico corretto, attraverso il quale nel territorio si possono realizzare strutture per l'industria turistica ricettiva. Non quindi per realizzare seconde case ed edilizia residenziale, ma per realizzare tutte quelle strutture, in particolare ricettive, necessarie all'industria dell'accoglienza.

C'è un altro punto che a noi sta particolarmente a cuore: l'accordo di programma comporta il concorso di diversi soggetti, implica un ruolo della Regione e un ruolo delle autonomie locali. Noi pensiamo che la difesa dell'ambiente, la salvaguardia del territorio non possano non passare attraverso il rispetto delle autonomie locali. Noi non possiamo limitare o peggio mortificare l'autonomia dei comuni: solo attraverso il coinvolgimento e la partecipazione delle amministrazioni locali possiamo ottenere risultati positivi, una reale difesa dell'ambiente e un utilizzo responsabile della risorsa territorio. La partecipazione di tutti i soggetti che hanno responsabilità di governo è condizione necessaria per ottenere il coinvolgimento delle popolazioni interessate. Non ci pare che sia stata seguita questa strada della partecipazione e del coinvolgimento. Sta per passare una forma di neocentralismo che vuole calare nelle realtà locali posizioni che richiedono invece dialogo, posizioni che richiedono invece confronto. Le scelte fatte da parte della Commissione rappresentano una mancata occasione di pianificazione paesistica. In qualche modo, e questa è una responsabilità nostra, cioè della maggioranza nella quale ci riconosciamo, esse rappresentano il fallimento di un iter e di una scommessa che tutti abbiamo giocato. In realtà si tratta di una non scelta o di una mancata scelta, perché il limite dei 300 metri è veramente la linea della disperazione, come ha detto il collega Cogodi. Non si comprende perché una collina, o altre porzioni di territori di rilevante interesse paesistico, solo perché sono al di là di questa ipotetica linea Maginot non debbano godere di altrettanta salvaguardia e di altrettanto rigore. Si è detto che è stata una scelta necessitata e noi possiamo anche comprendere le ragioni di questa scelta necessitata, ma almeno ad una condizione: che la Regione sia un soggetto credibile, perché se in conseguenza di atteggiamenti contraddittori, di posizioni che stentiamo a comprendere, verrà meno un quadro di certezza del diritto, se verrà meno un quadro di coerenza, se verrà meno una continuità di indirizzo, la Regione rischia di divenire soggetto poco credibile, poco affidabile.

Gli accordi sottoscritti, gli impegni assunti, i protocolli d'intesa firmati dai Presidenti della Regione non sono carta straccia. Noi dobbiamo avere grande rispetto degli impegni che la Regione assume, delle posizioni condivise da almeno cinque Giunte regionali. Non è pensabile che il presidente Cabras, il presidente Floris, il presidente Melis, il presidente Rojch, il presidente Rais, che hanno assunto impegni, sottoscritto accordi, abbiano fatto un semplice esercizio di calligrafia. Noi dobbiamo nutrire grande rispetto per l'autorità e per l'autorevolezza di chi rappresenta l'istituto regionale. Vi sono impegni, accordi, sono protocolli d'intesa che sono divenuti legge regionale e che non possono essere assolutamente cancellati con un colpo di spugna. Si tratta, ripeto, di impegni che hanno caratterizzato una vicenda durata quasi un ventennio, che ha visto impegnate le amministrazioni locali e la Regione. E allora, se occorre una formulazione più puntuale degli accordi di programma, noi siamo disponibili; se occorre specificare meglio, precisare meglio, c'è la nostra disponibilità, ma questo deve avvenire nel rispetto di un quadro di certezza del diritto, deve avvenire nel rispetto di un quadro di coerenza e di continuità di indirizzo, altrimenti quella linea di ragionamento, quella linea del buon senso, che dobbiamo ritrovare, certamente sarebbe smarrita all'interno di quest'Aula.

Ed è con questa fiducia ed anche con umiltà, credo, al di là dei principi astratti - più volte è stato affermato che dobbiamo mettere da parte certe forme di fondamentalismo e di integralismo - che dobbiamo dare risposte, sulla base delle aspettative e sulla base degli impegni assunti, per rispetto, in primo luogo, del ruolo della Regione come espressione dell'autonomia. Noi non possiamo, come Regione, denunciare il Governo nazionale quando disattende gli impegni, quando non rispetta i protocolli d'intesa e poi adottare nella nostra prassi, nelle nostre scelte, atteggiamenti, analoghi a quelli del Governo nazionale. Se noi diventassimo, nel settore del turismo, i responsabili di una serrata, di una perdita di quote di mercato, di una opportunità di sviluppo, i responsabili di tutto questo non avranno l'immagine e il volto del Governo nazionale, delle Partecipazioni statali, dell'ENI, ma avranno il volto, ripeto, di quanti avranno determinato una scelta poco accorta e poco lungimirante del Consiglio regionale.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Zucca. Ne ha facoltà.

ZUCCA (P.D.S.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, l'argomento in discussione è di tale portata e di tale rilevanza che è dovere di ognuno di noi affrancarsi da punti di vista troppo parziali anche quando giusti, da punti di vista non compatibili con lo scopo principale che con questa legge ci prefiggiamo: la salvaguardia del bene ambientale come premessa per un suo uso corretto e produttivo. Facile a dirsi, meno facile a farsi. Non è facile a farsi non solo per l'ovvia e generica considerazione che conciliare la tutela del territorio e lo sviluppo turistico, e quindi economico, è sempre molto problematico. Tra l'altro sono tante e tali, le possibili definizioni sia dello sviluppo economico sia della tutela ambientale, che l'equilibrio raggiungibile è sempre relativo, relativo al punto tale che a seconda dei punti di vista ogni equilibrio può essere considerato addirittura disequilibrio. Nel nostro caso specifico a complicare le cose interviene un iter contorto e tormentato della legge 45, prima respinta dal Governo, poi attuata, nella parte degli studi, con strumenti del tutto inadeguati: cartografia arcaica, non utilizzazione neppure dei voli aerofotogrammetrici, che pure per qualche zona esistevano, fatti da altri enti locali, per esempio dalle province; non puntuale ricognizione sul campo dei luoghi e così via. L'esemplificazione potrebbe essere lunga e stucchevole: pietraie classificate come zone suscettibili di irrigazione o amenità simili. In seconda istanza, la legge è stata in larga misura stravolta. Da che cosa? Da opzioni che erano possibili a norma della legge, come i nulla osta e le deroghe, ma che praticamente sono state usate non come discrezionalità, ma quasi come una necessità, quasi come una norma. Lo hanno riferito poc'anzi diversi colleghi: se si fosse data attuazione a tutto questo avremmo avuto nelle coste della Sardegna un numero di posti letto pari al doppio di quello che c'è già ora, solo con l'attuazione di tutti i nulla osta. Quindi stravolgimento in questo caso per troppo vigore in senso edificatorio. In terza istanza vi è stata la legge numero 11, con un blocco generalizzato e un qualche danno a quegli operatori che si vedono a portata di mano un diritto prima concesso e poco dopo negato; in data ancora successiva una ulteriore proroga di tutti i vincoli.

Una situazione, dunque, caratterizzata da problemi irrisolti, quella che la Commissione si è trovata a dover affrontare in tempi molto ristretti; essa ha preso in esame la situazione dalla fine di gennaio e, tenendo conto delle interruzioni per la sessione di bilancio, i tempi sono stati davvero ristretti; La Commissione ha maturato con impegno, con fatica, con discussioni anche logoranti, talvolta, la proposta che oggi è all'esame del Consiglio. Non è chi non veda che la proposta contiene anche limiti, rispetto alla finalità di una puntuale e differenziata programmazione dei singoli ambiti territoriali, ma non è chi non veda che alcuni di questi limiti sono conseguenza immancabile, inevitabile di tutte le vicissitudini di cui dicevo poc'anzi. Io voglio mettere in luce molto sinteticamente i punti più qualificanti di questa proposta. Intanto essa obbedisce alla più recente acquisizione di principio sul piano istituzionale, nel senso che separa nettamente il ruolo dell'Assemblea, che deve dare indirizzi, da quello della Giunta, che deve amministrare. Il Consiglio, infatti, con questa legge darà alla Giunta gli indirizzi: modificando l'articolo 11 e le procedure per l'approvazione dei piani paesistici, il Consiglio si libera di una incombenza di natura prettamente amministrativa, come è il tradurre in fatto operativo, in contenuto dei piani e nella relativa cartografia, le direttive generali che l'Assemblea naturalmente dovrà approvare. In secondo luogo si riconferma, con l'articolo 6, l'adeguamento della legislazione sarda in materia di ambiente alla legge 431, e anche questo è ribadito in maniera molto esplicita. In terzo luogo, sempre a proposito di valenze istituzionali, si dà un indirizzo preciso ai comuni, che dovranno adeguare entro dodici mesi, ai sensi dell'articolo 7, tutti i loro strumenti di pianificazione urbanistica. Rimangono da emanare, per avere un quadro completo e organico e una attuazione piena della legge, le direttive di cui agli articoli 7, 8, 9 della legge regionale numero 45, sui centri storici, sulle aree urbane e sulle zone agricole e vi è certo l'esigenza che anche queste direttive siano prontamente emanate. Tutto questo è compatibilissimo con l'impianto della proposta di legge numero 386.

Detto questo non intendo sottrarmi alla riflessione anche sui punti più controversi della proposta di legge, più gravidi di conseguenze, sia nel caso che vengano accolti, sia nel caso che non vengano accolti. Intendo riferirmi alla lettera a) del primo comma dell'articolo 10 bis e alla lettera b) del secondo comma dello stesso articolo. Sono questi, soprattutto il primo, due aspetti cruciali, che hanno suscitato apprensione e preoccupazione in alcune amministrazioni. Intanto una cosa curiosa, ed è questa: i rappresentanti di queste amministrazioni che sarebbero penalizzate dal divieto di edificazione entro i 300 metri dal mare, ribadiscono di non essere contrarie a questa norma, a patto che la si renda compatibile con le ipotesi di consistenti investimenti nel loro territorio. Questa è una posizione pressoché univoca: nessuno ha messo in discussione il principio. Io credo comunque che sia difficile disconoscere un fondamento a queste richieste, ma mi chiedo come si può, di fatto, derogare da una norma che essi stessi ritengono giustificata senza provocare la corsa di tante altre amministrazioni alla richiesta di deroghe non meno fondate. Sia detto per inciso, poi, non esiste solo la costa gallurese, non esiste solo al costa di Teulada, esiste anche la costa sud-occidentale dell'Oristanese, dove serie e valide ipotesi di investimenti turistici di altro profilo vengono anch'esse in qualche misura condizionate da questo vincolo e, si badi bene, a proposito, che uno sguardo anche sommario ai nulla osta concessi li vede concentrati prevalentemente in una zona, senza che vi sia una tendenza a un riequilibrio territoriale tra le zone della Sardegna, che invece dovrebbe essere uno dei traguardi di una buona pianificazione territoriale.

Certo, se il dilemma fosse tra possibilità o certezza di investimenti seri, sviluppo ed occupazione da una parte e tutela della fascia dei 300 metri dall'altra, dico che sinceramente mi troverei in difficoltà con la mia coscienza. Viene fatto di pensare a Dante: "Intra due cibi distanti e moventi d'un modo, pria si morrìa di fame che liber'uomo l'un recasse ai denti". Se il dilemma fosse davvero questo, la difficoltà sarebbe insuperabile; ma altrettanto sinceramente voglio dire che non sono convinto della inesorabilità di questo dilemma. Ma perché in assoluto l'accordo di programma a partire dai 300 metri dovrebbe essere un non senso, perché? Sono davvero irraggiungibili le spiagge da alberghi o residence che fossero realizzati a 301 metri, o a 320, o a 350? Non possono gli operatori chiedere, negli accordi di programma, che devono essere una cosa seria e qualificante, non possono chiedere che nella fascia dai 150 ai 300 trovino posto interventi di cui alla lettera c) del comma 2, che possono tornare anche di grande utilità per gli stessi insediamenti turistici? Cioè opere di uso collettivo, di uso pubblico? Molte opere di uso collettivo non possono essere utilissime anche per insediamenti turistici e per la loro fruibilità anche al di là dei 300 metri? Lo pongo in termini interrogativi, perché certezze è difficile averne in una materia così complessa. Ma mi domando anche, in maniera un po' maliziosa: non sarà forse la predisposizione di accordi di programma - anche se non ancora formalmente tali, ma già concordati, come se la legge non prevedesse esplicitamente che gli accordi di programma possono vigere solo dopo l'approvazione dei piani -, non saranno questi accordi di programma, anche se non formali, ad avere suscitato aspettative, ad avere messo in moto dei processi? Perché se così fosse non si tratta di diritti o di interessi legittimi violati, o sminuiti, o intaccati, ma si tratterebbe al contrario di ripristino delle regole, che allora non sarebbero state rispettate. Anche questo me lo pongo in termini fortemente interrogativi.

In conclusione, perché voglio essere breve e tante cose che avevo in animo di dire sono state opportunamente dette dai colleghi, anche del mio Gruppo, che hanno già parlato, anch'io ritengo che certamente ci siano dei limiti. Per esempio il fatto del vincolo generalizzato dei 300 metri può in qualche misura non mettere nella giusta luce altre valenze paesistiche. Diceva Seneca: "Quidquid inter vicina eminet, illic est magnum ubi emeret". "Tutto ciò che ha rilevanza in mezzo ad altre cose vicine, ha rilevanza laddove è collocato". Questa indiscriminata fascia di 300 metri probabilmente non mette nella giusta rilevanza altri beni paesistici pure meritevoli di tutela. Però, ripeto, mi pare che sia un prezzo inesorabile da pagare, date queste premesse.

L'altro punto nevralgico al quale avevo accennato prima, quello delle zone C non limitrofe agli abitati, è un problema in qualche modo di natura diversa. Non voglio sostenere che si debba modificare il testo della nostra legge, non sto dicendo questo, ma in effetti è un problema relativamente diverso, nel senso che si tratta di strumenti urbanistici approvati dalle amministrazioni col consenso della Regione, quindi aventi in qualche modo un crisma di legalità. E' palese la differenza rispetto ad accordi di programma, non tali nella forma, ma tali nella sostanza, che invece avrebbero violato il dettato della legge. Tuttavia penso che sia il caso di confrontarci, di discutere su questo aspetto, come penso che sarà il caso di discutere molto, e non poco, su numerosi aspetti del regolamento, intervenendo sul quale penso che avrò modo di dire tante cose che adesso ho tralasciato.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Dettori. Ne ha facoltà.

DETTORI (D.C.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo problema dei piani paesistici è a mio avviso innanzitutto e soprattutto un problema culturale, benché molti colleghi da subito abbiano voluto ridurlo a problema di cartografie arretrate e vecchie e di errori presenti nella prima stesura dei piani. Problema culturale significa, a mio avviso, che la Regione deve necessariamente operare la svolta fondamentale secondo la quale la programmazione del territorio viene prima di qualunque altra scelta. Il primato del progetto, del quale parlava qualche mio collega ieri sera, implica la capacità di individuare un nuovo modello di sviluppo, se questa capacità il Consiglio regionale riesce ad esprimerla. Sembra che si stia parlando di cose sconosciute, di esperienze non percorse, di stati di cose che la Sardegna ignora completamente. Io invece parto dal presupposto, che è a mio avviso fondamentale, secondo il quale la Sardegna ha percorso un cammino nel turismo e nell'investimento edilizio nel settore del turismo. Abbiamo alle spalle trenta o quarant'anni di esperienza ed è giunto a mio avviso il momento fondamentale per operare un salto di qualità, una svolta. Si dice - ed è vero - che ci sono tanti disoccupati: 10 mila ad Olbia, 220 mila in Sardegna, però è anche vero che insieme ai disoccupati ci sono, come diceva Matteo Marteddu, villaggi fantasma, ci sono villaggi abitati da anime morte durante l'inverno, che vivono appena per sessanta giorni l'anno. Sessanta giorni l'anno non possono essere sufficienti a rendere economico nessun investimento. Sono anni che stiamo parlando di dilatazione della stagione turistica, ma ne stiamo parlando a vuoto da trent'anni: a vuoto, senza aver fatto nulla per arrivare a questa dilatazione della stagione turistica. Continuiamo a investire sempre nello stesso modo e a operare scelte identiche a quelle del passato: non vogliamo capire che sono scelte che abbiamo già fatto, già sperimentato. Quanti milioni di metri cubi esistono in Sardegna? Chiediamocelo, con responsabilità, con serenità, senza dar peso alle pressioni piccole e grandi, anche legittime. Chiediamocelo questo: quanti milioni di metri cubi abbiamo costruito in Sardegna e quanta occupazione ci hanno dato?

Si dice: "Siccome la disoccupazione esiste, bisogna continuare a rispondere con altro cemento". Io credo che sia giunta l'ora, davvero, di scegliere l'ambiente come base dello sviluppo: ripeto, è una scelta culturale, prima che politica. Se non abbiamo la capacità di comprendere questo io credo che continueremo a commettere gli stessi errori. Del resto, guardiamo i dati: nel 1992 c'è stato un calo di presenze - ce lo dirà poi l'Assessore del turismo - enorme; se guardate le tabelle delle percentuali di occupazione degli alberghi esistenti, durante l'estate, sono percentuali che fanno paura. Gran parte degli alberghi risulta vuota, ma questo non è un fatto legato solo al numero dei posti letto, è un fatto che secondo me dipende dalla mancanza di professionalità e dalla incapacità della Regione sarda di legare cemento a servizi. La scelta di fondo che la Commissione ha tentato di fare, senza a mio avviso riuscirvi appieno, è una scelta che punta sui centri abitati esistenti; la Commissione ha maturato la convinzione che nei centri abitati si sviluppa maggiormente quella integrazione dei settori economici della quale abbiamo necessità per superare la solita monocultura turistica. Le stesse cose che oggi si stanno verificando in campo turistico, le abbiamo vissute trent'anni fa, pari pari, con la monocultura della petrolchimica, allora pensavamo che la monocultura petrolchimica potesse risolvere definitivamente i problemi della Sardegna.

I sardi, nella loro storia, sono sempre stati convinti che i miracoli esistono e vengono sempre dall'esterno: io credo che questa sia una specie di sottocoltura che bisogna cambiare, che bisogna modificare. I miracoli ce li dobbiamo costruire noi, se ne siamo capaci, non dobbiamo attenderli dall'esterno. Dall'esterno nessuno viene per fare miracoli in Sardegna: noi ce li dobbiamo costruire col sacrificio, con la responsabilità, con la professionalità. Gli altri non ci faranno mai miracoli. Ricordate, basta leggere "Paese d'ombre": i carbonai toscani venivano con le stesse cose, dicevano, precise identiche, le stesse cose che si sentono dire oggi. Sembra che un secondo e mezzo sia passato invano, così come sembra che siano passati inutilmente vent'anni da quando abbiamo fissato la prima fascia di rispetto nei 150 metri. Sembra che siano passati invano tutti questi anni e sembra che i sardi siano ancora disposti - io lo uso, il termine - alla colonializzazione, siano ancora con l'anello al naso, perché non sanno programmare nell'interesse loro e della loro terra.

E' questo il discorso di fondo. Si dice che la 45 aveva effettuato delle scelte di fondo, dicendo "no", tanto per cominciare, alle seconde case. Oggi le seconde case stanno tornando a galla e taluno sembra ritenere che se le seconde case vengono realizzate da determinati imprenditori possono avere una funzione economica e di sviluppo diversa e migliore che se realizzate da altri imprenditori. Io credo che le seconde case comunque non abbiano risvolti economici, in termini di sviluppo, rilevanti per la Sardegna, non credo a questo. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo tutti, di ribadirlo e di ribadire quello che dice la legge 45, senza deroghe a questo principio di fondo, senza deroghe. Non è vocazione per la foresta vergine, questa che io sto enunciando, e non è archeologismo ambientale, è la proposta di un modello di sviluppo diverso rispetto al passato. Io mi ero riproposto, quando avevo assunto la responsabilità della programmazione paesaggistica, di rispondere ad alcune sfide e le sfide principali, secondo me, erano queste, appunto, della programmazione, di una riforma essenziale a livello regionale e della trasparenza. Temo che in questi giorni si stia rischiando di dichiarare una totale sconfitta su queste sfide. Noi probabilmente non abbiamo avuto la capacità di rispondere in modo adeguato a queste sfide, ed è un torto a mio avviso gravissimo, è una responsabilità gravissima, che ci assumiamo come classe dirigente regionale.

Penso che tutte le cose che sono state dette sugli accordi precedenti e sulla inadeguatezza dei piani paesistici siano solo argomenti secondari, minimali rispetto al tema di fondo che dovrebbe restare presente a tutti noi: la necessità di un progetto. I 300 metri sono, è stato detto, la dichiarazione palese, evidente e formale di questa nostra incapacità di progettazione. Questo è vero, però rappresentano nel contempo un tentativo serio di salvaguardare almeno le parti più delicate e più vulnerabili dell'ambiente sardo. Poi si potranno forse sempre modificare, perché le leggi non sono fatte per l'infinito o per l'eternità, sono fatte a seconda dei momenti e a seconda delle contingenze. Non abbiamo però avuto la capacità di proporre piani territoriali paesistici autentici, questo bisogna dirlo: quelli che sono all'esame del Consiglio non sono piani territoriali paesistici autentici, perché non sono supportati in nessun modo da tutti i contenuti che sono elencati nell'articolo 10 della 45. Io l'ho dichiarato pubblicamente, posso benissimo confermarlo stamane in Consiglio regionale: a mio avviso quelli sono piani urbanistici, non piani paesaggistici; di paesaggistico quei piani non hanno nulla e la Commissione si è vista costretta a un bivio: o respingere alla Giunta i piani, vanificando completante tutto quello che era stato speso e fatto in questi anni, oppure trovare un rimedio, trovare un ripiego. Il ripiego è stato individuato nel vincolo dei 300 metri; il ripiego è stato individuato nel recepimento di alcune parti della legge Galasso. Io credo sia un ripiego di legittimità, un rimedio che vale la pena di accettare senza eccessivi perfezionismi; accettiamolo perché almeno risponderemo in parte, e se non altro, a quelli che erano gli intendimenti che ci avevano mosso al momento dell'avvio della programmazione territoriale.

Si è parlato, tra ieri pomeriggio e stamattina, di tante cose; fondamentalmente si è parlato, e anche gli amministratori di Olbia lo hanno fatto con democrazia e con rispetto per i ruoli che ciascuno è chiamato a svolgere, della necessità di dare risposte all'emergenza di lavoro e occupazionale. Io credo che gli amministratori di Olbia e i rappresentanti della popolazione della Gallura bene abbiano fatto a venire a Cagliari a manifestare, a far sentire la loro voce, però sono convinto che non tutti i manifestanti avevano presente quale modello di sviluppo occorre proporre alla Sardegna e alla Gallura. Il modello di sviluppo da proporre io credo che non possa essere la cementificazione sic et simpliciter: io credo che sia necessario pensare ad un tipo di sviluppo integrato. Sono stato ad Olbia, ad un convegno organizzato dalla CISL, e in quella occasione ho avuto modo di intervenire e di dichiarare che Olbia stessa, secondo il mio punto di vista, sta pagando le conseguenze di un modello di sviluppo errato. A mio avviso la scelta di impattare il territorio con dieci o dodici villaggi va per intero a detrimento della stessa città. E' giusto, secondo il mio punto di vista, immaginare una Olbia città turistica, con i quartieri abusivi risanati, con infrastrutture dignitose, con quartieri verdi, alberati, con un porto turistico dentro la città, con alberghi dentro la città, senza consumo e senza spreco di patrimonio ambientale. Io credo che questa sia la scelta più giusta e più ricca di prospettive, non solo per Olbia, ma per l'intera Sardegna.

Veniamo adesso ai problemi specifici. I nulla osta, si dice, sono degli impegni che sono stati assunti dalla Giunta regionale, bisogna far salvi i diritti acquisiti. Lo ha già detto, mi pare, Salvatore Zucca, intervenendo prima di me: quando noi in due anni concediamo i nulla osta per circa 6 milioni di metri cubi e in due anni decidiamo, a mio avviso un po' alla cieca, di raddoppiare, perché con 5 milioni e mezzo di metri cubi si realizzano circa 90 mila posti letto, questi sono i dati della Giunta, non di una qualunque associazione ambientalista, sono i dati ufficiali forniti dalla Giunta alla Commissione.

COGODI (Rinascita e Sardismo). Li abbiamo concessi noi?

DETTORI (D.C.). La Regione: anche io ne ho concessi, in parte, quando ero in Giunta, però la cosa che è stata sempre detta in Giunta e che è stata sempre replicata alle mie osservazioni e alle mie riserve di Assessore alla tutela del paesaggio era che i nulla osta avevano una valenza amministrativa, non investivano impegni di altro genere: si trattava di dare una risposta esclusivamente di tipo amministrativo a chi aveva richiesto un qualcosa che per legge gli spettava. Solo a seguito delle mie ribadite insistenze è nata la legge proposta dall'allora collega Degortes per un nulla osta ulteriore da parte dell'Assessorato del turismo, altrimenti neppure questo ci sarebbe stato.

Altro problema delicato, sul quale ho piacere e dovere di esprimermi con chiarezza, in modo che tutti mi possano sentire e non ci siano equivoci: le zone C sono limitrofe agli abitati. Il Consiglio lo sa di cosa si sta parlando; si dice, anche su questo problema: "Ci sono impegni decennali che il Consiglio deve rispettare". Io ritengo che questi impegni sono, appunto, di dieci anni fa, il che significa che sono nati in un contesto completamente differente rispetto a quello di oggi. C'è stata poi, in questi anni, tutta una serie di vicende contraddittorie che non hanno mai fatto chiarezza completa su queste zone C. Ma prescindendo da questo io considero fondamentale il principio che la legge deve essere equanime, deve trattare tutti allo stesso modo, impegni o non impegni presi, soprattutto se sono impegni non fondati su una legge certa e sicura, obiettiva, generale e astratta. Noi dobbiamo partire poi dalla valutazione di tutto quello che le zone C consentono, perché anche questo dato, a mio avviso, va tenuto presente e non è un dato di poco conto. Non so se tutti i colleghi del Consiglio regionale sanno della dimensione di queste zone C, perché molte volte è stato equivocato. Si dice: esiste una sola zona C, la zona C di Razza di Juncu. Non è vero, esistono diverse zone C; io ne conosco almeno tre, tra Olbia e Arzachena: la zona C di Razza di Juncu, la zona C di Cala di Volpe e la zona C di Porto Cervo. La sola zona C di Razza di Juncu prevede un insediamento per una volumetria pari a 600 mila metri cubi. Tradotti in cifre, per dare un'idea più completa, significano 2.800 case da 80 metri quadri ciascuna Cala di volpe ha 700 mila metri cubi, che significano almeno 3.000 case da 80 metri quadri. Questi sono i dati. Si dice: "Non è cemento". Io penso che sia cemento e che la Regione abbia il dovere di programmare, finalmente, questo cemento. Io affermo questo principio, io affermo il nostro dovere di autogovernarci, io affermo questo dovere e questo diritto; so che molti non saranno d'accordo, ma non mi sentirei tranquillo se non facessi questo, se non riaffermassi con forza questo diritto e questo dovere, se non chiedessi un soprassalto di dignità alle istituzioni, perché è giusto che le istituzioni abbiano questo soprassalto di dignità.

ONNIS (P.S.D.I.). Non lo contesta nessuno questo, onorevole Dettori. Il problema è "come".

DETTORI (D.C.). Le istituzioni debbono avere questo soprassalto di dignità. Detto questo, veniamo agli accordi di programma. Io sono consapevole che l'accordo di programma previsto nella 45 sia uno strumento adeguato a rispondere a determinate esigenze. Prevediamo pure l'accordo di programma, attuiamolo, concretizziamolo: questo è giusto, tutto questo va bene. Io accetto lo strumento dell'accordo di programma: l'ho sempre accettato, fin dalla prima stesura della 45, nella scorsa legislatura, quando ero in Commissione urbanistica assieme a Rino Canalis e ad Antonello Cabras. Abbiamo lavorato per mandare avanti questa legge 45 con difficoltà e molte volte con divergenze, ma fin da allora, seppure con riserve, l'accordo di programma l'avevo accettato e lo accetto anche oggi. Quello che secondo me va però fondamentalmente affermato è che l'accordo di programma non può essere l'escamotage per far passare tutto, cominciando da 230 nulla osta già concessi dalla Giunta regionale. Fissiamo principi, fissiamo filtri, fissiamo criteri che siano seri e normati specificamente in legge: l'accordo di programma così andrà bene e allora cadranno anche i problemi relativi alle zone C, perché se vi è interesse a costruire si costruisce con l'accordo di programma, senza necessità di zone C: si costruisce con l'accordo di programma e si va avanti sugli impegni assunti.

Credo che queste siano le cose che fosse necessario dire, convinto come sono che questa che stiamo combattendo è soprattutto una battaglia simbolo del nostro livello culturale e della nostra sensibilità verso i problemi ambientali, che sono così rilevanti e così decisivi anche per lo sviluppo. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Baroschi. Ne ha facoltà.

BAROSCHI (P.S.I.). Onorevole Presidente, onorevoli consiglieri, era previsto in una legge approvata dal Consiglio regionale nello scorso dicembre, che entro il 30 aprile questa Assemblea dovesse essere messa nelle condizioni di approvare i piani territoriali paesistici di cui alla legge 45. Di fatto questo impegno non lo assolviamo, perché i piani territoriali non sono in discussione in Aula, né sono stati esaminati e licenziati dalla stessa Commissione competente. La Commissione ha proposto all'Aula due strumenti: uno, di carattere legislativo, di variazione delle procedure della legge 45, ed un regolamento, che contiene le direttive per la redazione dei piani, Così è scritto, è usato questo termine. Nella discussione delle proposte fatte dalla Commissione e del contenuto dei piani territoriali paesistici si ripropone un antico duello tra la tutela del paesaggio e lo sviluppo economico. Ora, non vi è dubbio, né noi siamo autorizzati ad avere dubbi, sul fatto che nel nostro ordinamento il valore del paesaggio ha una forza notevolmente superiore a quella che tutela persino la proprietà privata. E' un orientamento che la Corte costituzionale ha più volte ribadito e sul quale io credo non ci sia possibilità alcuna di discutere, perché, anche se facessimo qualcosa in contrario, questa eventuale nostra decisione verrebbe prima o poi messa in discussione e saremmo comunque ricondotti ai principi che, rispetto ad altri interessi, affermano la prevalenza della tutela del paesaggio. E debbo dire che non c'è, almeno in prima lettura, nessuna proposta che voglia contrastare questa tutela, questo interesse superiore, salvo qualche disattenzione, così, almeno la chiamo io.

Ora il problema, per come si sta configurando, al di là quindi delle buone intenzioni dei proponenti, è se una norma generale (anche generica, quindi), che vale su tutto il territorio, possa conseguire questo obiettivo di tutela del valore paesaggistico. Cioè se una norma tra virgolette imbecille, in riferimento allo stato del territorio, è uno strumento adatto per tutelare il valore paesistico. Io ritengo di no, tanto è vero che quando questo Consiglio approvò la legge 45 individuò diversi strumenti perché la tutela del paesaggio, che veniva richiamata nelle finalità primarie della legge, avesse un riscontro nella strumentazione normativa e operativa. Ma non c'è nella legge 45 nulla che, come dire, fissi una norma generica e generale sul nostro territorio. Tant'è che proprio gli strumenti individuati per ottenere questa finalità erano i piani paesistici e sono i piani paesistici, riconoscendosi in tal modo che solo da uno studio del territorio, da una valutazione puntuale e precisa del territorio, noi possiamo conseguire quella finalità. L'intervento che mi ha preceduto, se ascoltato da chi non ha un minimo di memoria storica, ha dell'allucinante. Volendo esprimere la propria sensibilità verso la tutela del territorio, propria e anche dovuta per legge, chi ha sovrainteso alla prima fase di formazione dei piani paesistici? Chi doveva aver cura che in quegli elaborati fosse trasfusa la finalità prevista dalla legge, cioè la tutela del paesaggio? Chi doveva svolgere questo compito delicatissimo ma doveroso...

DETTORI (D.C.). Guarda che io i piani paesistici li ho ricevuti già definiti. Me li ha dati Fausto Fadda in consegna.

BAROSCHI (P.S.I.). Allora eri un Assessore senza potere di intervento e, se eri un Assessore senza potere di intervento, avevi il dovere di andartene, perché non si fa l'Assessore senza potere di intervento: se non potevi esercitare i poteri di intervento che ti competevano come Assessore, avevi il dovere di denunciare questo fatto. La legge urbanistica, così chiamata, dal titolo "Norme per l'uso e la tutela del territorio regionale", del 22 dicembre 1989, ha il numero 45; io mi sto riferendo all'elaborazione dei piani paesistici previsti dalla legge 45, quando l'Assessore di allora era in carica da tre, quattro mesi, non prima. E, se ci fosse stata qualche contraddizione tra studi affidati prima e finalità della legge intervenuta dopo, bisognava dirlo e non aspettare due anni perché questa contraddizione venisse fuori. Ma, caro collega Dettori, non sono stato io ancora ad affermare che quello che qui è arrivato non è uno strumento di pianificazione territoriale: l'ho sentito poc'anzi e io concordo con te sul fatto che quello che qui abbiamo chiamato piano territoriale paesistico non ha nessun valore di piano paesistico e lo dobbiamo dire, lo dobbiamo dire per sfatare una leggenda. Cartografia affrettata, l'hanno fatta in un mese, con tutte le conseguenze che questo ha, perché - vivaddio! - uno strumento urbanistico di dettaglio o di area vasta non può prescindere da una conoscenza del territorio. E' stato detto che anche le elaborazioni originali non erano sufficienti quanto meno a configurare studi che consentano di perseguire, attraverso quella normativa, la finalità proposta. Terza cosa: quelli che sono arrivati qualche mese fa in Consiglio regionale, affidati alla Commissione e in linea di principio all'Aula, contengono anche, a mio modesto parere, due contraddizioni che consentirebbero oggi di suggerire al Consiglio di buttarli al macero, nonostante i costi. Sarà un macero molto costoso, ma sarebbe comunque meritato. Chi ha suggerito alla Giunta che li ha adottati di cambiare la destinazione o l'individuazione di aree, che pur non essendo state oggetto di nessuna osservazione, né da parte degli enti locali né di privati, sono state ridefinite, passando dalla totale inedificabilità alla parziale edificabilità o il contrario? Cio è avvenuto senza nessuna motivazione di carattere oggettivo. Allora lì dentro c'è qualche cosa che non consente di procedere all'esame di questi piani.

Ma ce n'è un'altra, che io considero molto più grave e che quindi io denuncio, perché questo è l'unico termine che mi viene per esprimere compiutamente il mio pensiero. Nell'articolo 1 della legge regionale 45, quella cosiddetta urbanistica, si dice che la Regione autonoma della Sardegna disciplina l'attività di uso e tutela del territorio regionale secondo le norme della presente legge, della legge 23 e successive modificazioni, in collaborazione e di intesa - di intesa -con gli enti locali territoriali. Io chiedo alla Giunta: dove sono gli atti che dimostrano l'intesa che la Regione ha voluto promuovere e ha raggiunto con gli enti locali? Al di là delle osservazioni dov'è l'intesa con gli enti locali territoriali? Dov'è? Nella formazione di questi strumenti una delle questioni più grosse, più rilevanti è che una parte della pubblica amministrazione della Sardegna, il sistema delle autonomie locali viene completamente esautorata. Noi in quest'Aula, avevamo compiuto una scelta precisa: non ce l'ha imposto nessuno di prescrivere l'intesa, non ce l'aveva comandato il Vangelo, l'abbiamo scelto noi, giustamente, ma allora dobbiamo essere coerenti. I piani territoriali non vengono in Aula, perché non sono i piani territoriali previsti dalla legge 45, questa è la verità. Noi non possiamo procedere ad approvarli, se siamo coerenti con noi stessi, se abbiamo il coraggio di dire che talvolta sbagliamo anche nell'applicare le leggi e che quindi è necessario riprendere il cammino, perché il cammino previsto dalla 45 era quello giusto e non è una norma generale che possa metterci la famosa foglia di fico per coprire una nostra carenza. Non ci copriremmo affatto, saremmo nudi, perché una norma oltretutto così generalizzata non può perseguire le finalità della legge, che è quella della tutela del paesaggio.

Può darsi pure che in talune zone 300 metri siano pochi per tutelare bene il paesaggio, ma in tal altre possono essere eccessivi. Qualcuno dei consiglieri che mi ha preceduto lo ha ricordato e l'espressione che io ho usato, "imbecillità della norma", significa questo, che non possiamo utilizzarla per coprire una strutturale carenza nella formazione degli strumenti di intervento che avevamo individuato per programmare l'utilizzo del territorio. Bisogna arrivare alla formazione di veri piani paesistici: non possiamo sottrarci a questo obbligo che noi stessi ci siamo dati, perché lo strumento del piano territoriale paesistico corrisponde alle finalità che ci siamo voluti dare, cioè l'uso corretto del territorio e la tutela del paesaggio. Non possiamo essere schizofrenici. Non possiamo individuare tutto un iter procedurale, che alla fine vede l'approvazione dei piani paesistici da parte del Consiglio regionale, come è scritto nella legge 45, e alla fine dell'iter cambiare le regole, perché non sarebbe corretto nei confronti degli amministrati, cioè della gente. In questa materia il cittadino singolo o il comune, al di là del fatto che l'abbiamo chiamato noi a un'intesa, ha il diritto di esprimersi. Fino ad oggi noi abbiamo pubblicato negli albi pretori comunali delle proposte di piano che prevedevano il vincolo sui 150 metri dal mare: su quella proposta i soggetti interessati si sono espressi. Se noi vogliamo cambiare i 150 metri in 300 dobbiamo tornare in quella sede, non possiamo far finta che questa fase di pubblicazione non abbia valore. Io non me ne intendo molto di urbanistica, ma so, e coloro che se ne intendono più di me possono confermarlo, che la fase della pubblicazione serve per dare la possibilità al singolo di opporsi, di fare opposizione; non è una fase di scarso significato, in riferimento alla validità giuridica della norma, tanto è vero che quando abbiamo voluto mettere norme di salvaguardia lo abbiamo fatto per un tempo limitato, perché in attesa della formazione dei piani paesistici noi avevamo il potere di dire che bloccavamo le attività su parte del territorio. Ma se io devo mettere una norma così vincolante nel tempo, ci sono dubbi grossi sulla validità giuridica, sul nostro potere di farlo e se anche lo facessimo potrebbe essere contestato e fatto saltare, perché non siamo l'ultimo gradino dell'ordinamento giuridico, non lo siamo.

Bisogna a mio parere riprendere un po' il filo del discorso e avere cura di rispettare noi stessi: se c'è la necessità di modificare in qualche modo la procedura per l'approvazione dei piani paesistici, esigenza che c'è perché non abbiamo i piani paesistici veri, allora lo dobbiamo fare nel solco di una procedura che abbiamo già individuato. Bisognerà prendere l'articolo 1, a mio modestissimo avviso, che vede chiamati gli enti locali a intese (non solo a collaborazione, ma anche a intese) e valutare la validità progettuale di quello che è scritto nelle proposte di piano, anzitutto affinché non ci siano difformità con la realtà, perché è stato dimostrato che negli elaborati ci sono difformità rispetto alla configurazione reale del territorio; poi potremmo anche ridiscutere su qual è la sede migliore per l'approvazione definitiva dei piani. Può anche essere che la decisione di affidare questo compito al Consiglio sia da ridiscutere, ma al cittadino, che sia il Consiglio o che sia la Giunta, sapete quanto gliene importa? Il cittadino vuole avere certezza di diritto. Non mi spaventa la prospettiva che togliamo dall'Aula e diamo alla Giunta l'approvazione definitiva dei piani, questo non mi spaventa affatto, tanto una responsabilità giuridica c'è pur sempre; mi preoccupa piuttosto che il cittadino sappia in tempi certi quali benefici e quali vincoli gli deriveranno dalla legge: questo sì, mi deve preoccupare. Abbiamo probabilmente la necessità di ulteriori tempi per arrivare non tanto alla conclusione di una vicenda normativa, ma alla definizione di quello che si aspetta la gente, che attende di sapere cosa deve fare lungo la fascia costiera, cioè come può essere utilizzato il territorio secondo gli intendimenti del legislatore regionale. Ci servono tre mesi, quattro mesi? Prendiamoci tre mesi, quattro mesi. Non credo che possiamo compiere un'azione totalmente contrastante con quello che abbiamo fatto fino a oggi giusto per dire che alla fine ce ne siamo liberati. Facciamo pure un regolamento: quello che c'è scritto nella proposta di regolamento approvata dalla Commissione potrebbe andare benissimo, anche se a me è parso che ci sia qualche piccola contraddizione. Ad esempio, quando in un articolato si dice che le zone C "non contermini" non sono fatte salve e invece in quelle "limitrofe" è congruo ciò che prescrive il piano urbanistico comunale, c'è qualche cosa che io, perlomeno, non capisco: o le prescrizioni fatte per le zone C dal comune sono in generale congrue oppure non lo sono. E poi chi ha detto che tutto va bene quando un intervento è pubblico, mentre non va bene se è privato? Basta che un'opera sia dichiarata pubblica o di pubblico interesse e di urgente e indifferibile esecuzione, perché abbia prevalenza: ma se un ponte, ancorché pubblico, contrasta col valore del paesaggio, non dovrei poterlo costruire! Vi sono interventi pubblici che qualche volta, come dire, bruciano un paesaggio né più né meno come fa il privato col suo albergo. E per quanto riguarda le isole minori, poi? Mentre nell'isola madre, anche nei 300 metri, sono fatte salve le opere pubbliche, nelle isole minori il vincolo è ridotto, sì, a 150 metri, ma lì le opere pubbliche non si possono fare. Perché, quelli non hanno bisogno di strade, non hanno bisogno di porti, non hanno bisogno di niente? Non ho capito, lì la salvaguardia, la circoscrizione...

(Interruzioni)

Io ricordo che quando ero al liceo qualche professore ci diceva: "Non è tanto la lettura, è la rilettura che serve". Forse perché siamo limitati, come tutti gli uomini, abbiamo bisogno di rivedere queste cose e non dobbiamo pensare arrogantemente che basta far uscire qualcosa da una penna per dire che... io in materia urbanistica credo che le virgole e i punteggi abbiano il loro significato e quindi non è sufficiente il lavoro istruttorio fatto sino ad oggi. Se serve un atto di coraggio, per dire che non siamo pronti ad approvare i piani, è meglio dire questo piuttosto che fare qualche cosa che poi inciderà notevolmente sia sulla tutela del paesaggio sia sull'uso del territorio.

E allora, volendo ultimare questo mio intervento, dobbiamo formare i piani, dobbiamo emanare direttive: anche a questo ci richiamava la legge 45. Ma non vale forse la pena, signor Presidente, e qui formalizzo una richiesta, che tutta questa materia venga in qualche modo rivista ancora in sede di Consiglio e quindi nella Commissione competente? Non è meglio che ci sia un attimo di riflessione, senza essere presi tanto dai 300 o dai 298 metri, che poco mi importano, perché da questo Consiglio esca una normativa che dia certezza ai cittadini? Altrimenti, e ho finito, non faremmo altro che aiutare quel numero limitato di nostri concittadini che esercitano la professione forense, assicurando loro lavoro per decenni, perché il contenzioso che deriverà da una norma mal fatta sarà certamente enorme. E allora se questa è la ricaduta che rischiano di avere le nostre decisioni un po' affrettate, forse conviene soffermarsi un attimo; una settimana o due non cambiano il mondo: ci hanno assicurato che il 30 di aprile non succede propri niente. Possiamo quindi decidere di riportare in questa sede una proposta che sia, rispetto a quella fatta adesso dalla Commissione, un pochettino più pensata.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Corda. Ne ha facoltà.

CORDA (D.C.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, credo che il lungo, lunghissimo iter che questa legge sta vivendo evidenzi quelle che sono state le difficoltà di ieri, ma evidenzi anche quelle che sono le difficoltà di oggi. E non credo che queste difficoltà riguardino la possibilità di elaborare norme giuridiche adeguate per esprimere la nostra volontà. Le intelligenze, le professionalità, la conoscenza dei colleghi che hanno partecipato alla elaborazione di queste proposte mi convincono anzi del contrario. Molto probabilmente ci troviamo di fronte a difficoltà determinate dalle differenze di opinioni all'interno dei partiti, all'interno dei gruppi, a livello istituzionale, dal comune alla provincia, alla Regione. Differenze che esistono dentro le stesse associazioni sociali e culturali. Del resto, se è facile affermare che lo sviluppo necessariamente si deve coniugare con la salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio, e si può dire che questa sia una bella frase onnicomprensiva, di grande rilevanza e di grande portata, è difficile poi portarla a concretizzazione. Credo che la Commissione abbia fatto tutti gli sforzi necessari per cercare di trovare le giuste soluzioni e di proporre a quest'Aula le osservazioni più meditate. La scelta della Commissione è stata quella di non approvare i piani, cioè le carte, perché non veritiere, perché non rispondenti alla realtà di oggi, ma molto probabilmente collegate a situazioni e a realtà che vanno molto indietro nel tempo. E' una scelta che evidenzia quali difficoltà si sono incontrate. Se è vero che da un lato questo tipo di scelta è supportata da una decisione di ordine politico, ispirata al principio della separazione tra le funzioni dell'organo legislativo e quelle attinenti all'attività amministrativa, è anche vero che questo comunque non ci esime dal dovere di assumere adeguate decisioni.

Si è scelto di approvare le norme che oggi noi stiamo discutendo. Io mi domando e domando ai colleghi se si può affermare che esiste maggiore o minore salvaguardia e tutela ambientale a seconda della distanza dal mare. Io credo di no, perché noi abbiamo in Sardegna e nel Paese, complessivamente, esempi che dimostrano il contrario e dicono che si possono realizzare delle bellissime iniziative a 50 metri dal mare e si possono creare degli obbrobri, delle cose che danno un brutto spettacolo e una brutta immagine a mille metri e che danneggiano sicuramente più di quanto non sia una bella cosa realizzata in un ambito e in una distanza territoriale diversa da quella che si sta proponendo. E allora, se questo è vero, molto probabilmente il problema non è la distanza dal mare. Più verosimilmente è mancata la capacità o il coraggio, dico io, di affrontare con maggiore determinazione la specificazione di tutte le questioni e quando non si ha questo coraggio di meglio specificare quello che effettivamente si vuole realizzare e come lo si intende realizzare, si finisce per rifugiarci nei vincoli. Io non credo che i vincoli diano risposte in assoluto: pongono dei divieti, ma questi divieti, se generalizzati, possono incrinare qualsiasi tipo di iniziativa o comunque limitare, sotto certi aspetti, un possibile sviluppo. Determinati vincoli devono essere sicuramente presenti, perché vi sono delle particolarità da tutelare; ed è vero che siamo contrari alla città lineare, alle muraglie, che siano esse a 150, a 300 o a 1000 metri. Io credo che comunque non per questo dobbiamo farci influenzare più di tanto dalle pressioni che arrivano da tutte le parti. Io non mi faccio influenzare dalla posizione spesso altalenante di alcuni ambientalisti, che sono assenti nei momenti in cui nel nostro territorio si realizzano degli sfasci e sono ben presenti quando invece si tratta anche di piccole cose utili e che sicuramente non deturpano e non vanno a incidere sulla salvaguardia dell'ambiente.

Se permettete, questi comportamenti mi lasciano molto perplesso, e non li trovo comprensibili. Io vi porto due esempi, e non sono uno a Nord e uno a Sud, all'interno di uno stesso territorio comunale, relativi alle posizioni degli ambientalisti. Quando si trattava di fare un ponte-passerella a Codula 'e Luna, nel territorio di Urzulei, c'è stata una mobilitazione generale. Bene, io vi invito oggi a passare nella strada che va da Giustizieri a Genna Silana, per vedere lo sfascio che è stato determinato a valle di quella strada che si sta cercando di migliorare. Bene, in questa circostanza, da una parte erano presenti, dall'altra, dove effettivamente c'è stato lo sfascio ambientale e la distruzione di un patrimonio boschivo, erano assenti. E, allora, com'è la politica degli ambientalisti o di alcuni ambientalisti? E' difficile da decifrare, è difficile da comprendere, quando non esiste una linearità di comportamenti, quando non esiste la medesima attenzione per lo stesso problema, specie quando questa attenzione è più virulenta, più contrastante rispetto a piccole cose ed è assente quando si tratta di grandi questioni. Si deturpa di più l'ambiente facendo un asfalto con viadotti di 17 chilometri in più rispetto alle modifiche della strada statale numero 125 o si deturpa di meno facendo la galleria dei Sette Fratelli? Anche qui c'è un comportamento non sufficientemente comprensibile e allora io credo che noi non dobbiamo, quando discutiamo queste cose che riguardano tutto il Popolo sardo, farci influenzare da una categoria di persone, da una associazione, anche se ispirata per la sua natura a nobili obiettivi.

E allora se è vero che non dobbiamo essere favorevoli - e non lo siamo per convinzione, non per pressioni - alla città lineare, è anche altrettanto vero che noi non dobbiamo per alcuni problemi mantenere in piedi momenti di discrezionalità. E' meglio, molto probabilmente, ridurre alcuni vincoli e limitare la discrezionalità, perché la discrezionalità è figlia del sospetto e del dubbio. Certamente occorre mettere dei punti fermi attraverso i quali, poi, programmare il possibile sviluppo. Io, per quanto mi riguarda, personalmente, sono più favorevole ai 150 metri rigidi anziché ai 300 metri con discrezionalità, perché attraverso la discrezionalità non esiste la certezza del diritto, oppure esistono certezze per alcuni e non ne esistono per gli altri, cioè non esiste una regola che garantisca in eguale misura tutti i cittadini.

Dai 150 metri fino a un'altra fascia si potrebbe stabilire che non si possono fare che alcune cose, cioè investimenti turistici, insediamenti turistici. Sono convinto, quindi, che puntare ai 150 metri ed eliminare la discrezionalità delle deroghe sia una proposta concreta: la discrezionalità, infatti, alimenta il sospetto e il dubbio, a prescindere dalle intenzioni e dalla giustezza delle scelte di chi in quel momento è chiamato ad operare. Quindi, interventi su segmenti brevi, con una programmazione seria, dove si devono stabilire tipologie di insediamenti, ma io arrivo anche al punto di dire che si deve stabilire persino il tipo di materiale che deve essere usato, la stessa qualità che deve servire certamente non solo a tutelare l'ambiente ma a migliorare lo stesso paesaggio.

Io non sono tra coloro i quali sostengono che il problema del turismo possa risolvere la grave situazione occupazionale che esiste nell'isola; è, però, certamente, un settore che può contribuire positivamente a dare alcune risposte anche al grave dramma della disoccupazione. Non intendo con questo utilizzare un argomento delicato come quello dell'occupazione quale elemento di scambio o come forzatura. Io ho la certezza che il lavoro che è stato fatto dai colleghi della Commissione è frutto di una seria analisi, di convinzioni libere e autonome da qualsiasi pressione di qualunque natura. Avere però convinzioni diverse non deve significare che qualcuno di noi è al di fuori della propria libertà e dell'autonomo convincimento. Devo riconoscere, fino a prova contraria, per le cose che sono state dette e che si diranno ancora nel prosieguo di questo dibattito, della buona fede dei diversi convincimenti. Su questa delicata materia non si può essere per un sì o per un no; è necessario un serio e sereno approfondimento. Nessuno di noi credo che possa fare la scelta delittuosa di sconvolgere l'ambiente, di distruggere l'ambiente, ma non si può per questo criminalizzare chi dissente; non può nessuno di noi, per rafforzare le proprie convinzioni, alimentare dubbi e sospetti su chi la pensa in modo diverso. Molti degli intervenuti hanno affermato di non essere portatori di verità assoluta. E allora cerchiamo di sforzarci tutti per cercare di costruire una verità sgombra da qualsiasi strumentalizzazione, da considerazioni di parte e da considerazioni di territorio. Questo abbiamo il dovere di farlo non per noi, che sarebbe poca cosa, ma io credo che abbiamo l'obbligo di farlo per la gente che rappresentiamo.

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno questo pomeriggio alle ore 18.

La seduta è tolta alle ore 13 e 03.