Seduta n.4 del 28/04/2019 

IV SEDUTA

Domenica 28 aprile 2019

Presidenza del Presidente PAIS MICHELE

La seduta è aperta alle ore 11 e 39.

CIUSA MICHELE, Segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta del 16 aprile 2019 (3), che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Giampietro Comandini, Eugenio Lai e Gian Filippo Sechi hanno chiesto congedo per la seduta del 28 aprile 2019.

Poiché non vi sono opposizioni, i congedi si intendono accordati.

Commemorazione di consigliere

PRESIDENTE. Signor Presidente della Giunta, Assessori, colleghe consigliere e colleghi consiglieri, un saluto a voi e alle autorità presenti ai gentili ospiti che condividono con noi questo momento solenne in cui celebriamo la Festa del popolo sardo. Prima di dare il via alle celebrazioni per Sa die credo però sia doveroso ricordare la figura di Salvatore Angelo Mereu ex Presidente di questo Consiglio regionale nei primi due anni della decima legislatura dal 17 luglio del 1989 al 26 novembre 1991, scomparso la notte scorsa all'età di 84 anni. Sindaco di Senorbì per oltre vent'anni, Lello Mereu è stato una figura di primissimo piano del Partito socialista. Consigliere regionale per 11 anni in merito è stato anche Assessore all'ambiente nella Giunta presieduta da Antonello Cabras. Nella sua lunga stagione politica è sempre stato un punto di riferimento per la sua vicinanza alle problematiche sociali, particolarmente apprezzata era la sua grande carica di umanità e la sua lealtà nei rapporti istituzionali. Nel formulare le più sentite condoglianze ai familiari, esprimo il profondo cordoglio dell'intero Consiglio e mio personale. Invito i colleghi Consiglieri e il pubblico ad osservare un minuto di raccoglimento.

Celebrazione de "Sa die de sa Sardinia", ai sensi della legge regionale numero 44 del 1993.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la celebrazione de "Sa die de sa Sardinia", ai sensi della legge regionale numero 44 del 1993. Per questa celebrazione è previsto prima un mio intervento, quindi gli interventi dei capigruppo della durata di cinque minuti ciascuno e una comunicazione da parte del Presidente della Regione.

Signor presidente della Giunta, Assessori, colleghe consigliere e colleghi consiglieri, un saluto a voi, alle autorità presenti e ai gentili ospiti che condividono con noi questo momento solenne in cui celebriamo la festa del popolo sardo.

Credo di interpretare i sentimenti dell'intero Consiglio regionale rivolgendo, in questa giornata, un saluto e un augurio a tutti i sardi. Vorrei fossero oggi idealmente con noi a formare una grande comunità di uomini e donne che, pur dovendo affrontare le difficoltà del presente, sia pronta ad assumersi le proprie responsabilità e a lottare unita per assicurare un futuro migliore ai propri figli.

Un saluto particolare va a chi soffre: ai malati, ai bisognosi a chi ha perso il lavoro e a chi ancora non lo ha trovato. A tutti coloro che contribuiscono a mandare avanti il "sistema Sardegna": amministratori locali, forze dell'ordine, imprenditori, studenti e operatori culturali. Senza dimenticare i sardi che hanno lasciato l'Isola per lavoro o per studio e che quotidianamente, con il loro agire, tengono alto il nome della nostra amata terra nel mondo.

È con grande senso di responsabilità, di orgoglio e di fierezza che oggi ci troviamo riuniti in quest'Assemblea per risvegliare e offrire nuovi spunti di riflessione alle nostre coscienze in una giornata ricca di significati storici, culturali e sociali.

Sono passati quasi 27 anni dal varo della legge regionale numero 44, approvata da questo Consiglio il 4 agosto del 1993 e promulgata dal Presidente della Regione il 14 settembre dello stesso anno. Con quella legge venne istituita Sa Die de Sa Sardigna, giornata nazionale del popolo sardo da celebrarsi ogni anno il 28 di aprile, in ricordo dell'insurrezione popolare avvenuta lo stesso giorno del 1794 e che portò alla cacciata da Cagliari e dalla Sardegna dei piemontesi e del viceré Balbiano.

Quel provvedimento, frutto di un ampio e franco confronto che coinvolse tutte le forze politiche rappresentate in Aula, segnò l'avvio di una nuova stagione politica più attenta ai temi delle identità e dei diritti delle piccole patrie. Quella legge, al di là dei pur significativi aspetti culturali, aprì una profonda riflessione politica sulla necessità di pensare a una nuovo modello di gestione dell'istituto autonomistico, di guardare alla nostra specialità tenendo conto del mutare dei tempi.

È proprio questo l'obiettivo che dobbiamo darci: restituire a Sa Die de sa Sardigna il suo significato originario. Una giornata che deve essere occasione per riflettere sul momento storico che attraversiamo, sulla nostra situazione economica e sociale, sul nostro essere sardi. Una riflessione che non può e non deve esaurirsi in quest'aula, ma deve coinvolgere tutta la società sarda.

Vorrei che ogni anno si andasse oltre con il pensiero, vorrei che ognuno di noi potesse riflettere sul vero senso che la Sarda Rivoluzione ha avuto a partire dal 28 aprile del 1794 in relazione, però, a quanto viviamo oggi e con lo sguardo proiettato verso il futuro. Solo se siamo capaci di far maturare le esperienze vissute in un ragionamento costruttivo e di grande efficacia, la strada tracciata da Giovanni Maria Angioy, da Michele Obino e il sacrificio di uomini coraggiosi come Francesco Cilloco, non saranno cancellati, ma ci consentiranno di avere sempre una luce come punto di riferimento per tutti.

La nostra presenza in Consiglio regionale, oggi, ha un grande significato. Il rispetto della data del 28 aprile, con il suo carico simbolico, rafforza il valore intrinseco della ricorrenza. Così come avviene il 2 giugno per la Festa della Repubblica e il 4 luglio per il giorno dell'Indipendenza negli Stati Uniti. Stesso discorso per tutti gli altri grandi eventi, laici e religiosi, della Sardegna: Sant'Efisio il 1° maggio, l'Ardia di Sedilo il 6 e 7 luglio, i Candelieri il 14 agosto, l'apertura del Carnevale barbaricino con l'accensione dei falò per Sant'Antonio Abate la notte tra il 16 e i 17 gennaio.

Per questo ritengo fuori luogo ricorrere a un freddo calcolo ragionieristico per contabilizzare i costi dell'apertura del Palazzo. Oggi era ed è importante essere qui, non solo per celebrare il passato, ma soprattutto per costruire il nostro futuro, onorando le vite di uomini valorosi che hanno lottato per ottenere il sacrosanto diritto alla libertà.

È l'idea di una Sardegna da rispettare, da costruire, da difendere e liberare, da proiettare in un nuovo futuro che ha fatto di Giovanni Maria Angioy un riferimento sempre attuale, che oggi rinforziamo e con convinzione portiamo avanti.

"Malgrado la cattiva amministrazione, l'insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l'agricoltura, il commercio e l'industria - scriveva Angioy nel suo Memoriale - la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che bene amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d'Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l'abbondanza della sua produzione".

Dare una svolta significativa alla nostra Isola è l'impegno che abbiamo preso e che abbiamo già iniziato a portare avanti nell'interesse esclusivo dei sardi.

Se nel 1794 si era passati da una Sardegna asservita al feudalesimo ad una Sardegna libera, fondando nell'autonomia, nel riscatto della coscienza e dell'identità di popolo una nuova patria sarda, una nazione protagonista, così come scriveva Giovanni Lilliu, oggi dobbiamo promuovere un processo tale per cui si determini una vera e propria rivoluzione federalista.

I moti rivoluzionari del 1794, e in seguito il movimento angioiano, videro in prima fila le città di Cagliari, Sassari e Alghero. Quel particolare momento storico fu segnato da una perfetta saldatura tra città e campagna come sempre accaduto nei momenti salienti della storia sarda.

Una lezione di grande attualità: anche oggi sono i comuni della nostra Isola a fare grande la Sardegna. Dai piccoli paesi, dalle zone interne e da quei luoghi indicati come terre dello spopolamento, così come dai grandi centri, deve partire una nuova spinta rivoluzionaria. Penso, ad esempio, al Sulcis, all'Ogliastra, alla Barbagia. Il senso di comunità e di appartenenza deve restituire a chi abita quei territori spirito ed entusiasmo per costruire un futuro con solide basi.

Il rapporto Regione-Enti locali deve essere pianificato in quest'ottica. È arrivato il momento di dare gambe a quel decentramento amministrativo agognato da tempo, di superare il concetto di periferia dando centralità a tutti i territori sardi, ridisegnando il sistema di enti e agenzie regionali con il trasferimento di alcuni snodi decisionali in aree oggi marginali. Un cambio di rotta che consentirebbe alle popolazioni e ai territori di sentirsi partecipi di un progetto comune.

I rapporti con lo Stato centrale, e questo è l'altro tasto dolente, hanno toccato in questi anni il punto più basso. La Sardegna sconta pesanti ritardi infrastrutturali e di sviluppo. La vertenza entrate è lungi dall'essere risolta, ai sardi non è neppure garantito il diritto fondamentale alla mobilità. La politica, senza distinzioni di schieramento, deve fare fronte comune in difesa dell'interesse supremo della Sardegna, anzitutto attuando tutte le prerogative previste dallo Statuto di Autonomia. Troppe, anche su questo fronte, sono state le titubanze e le timidezze. Occorre alzare il livello del confronto e difendere, senza esitazione, i diritti del popolo sardo.

Ma detto questo, credo che siano ormai maturi i tempi per andare oltre e immaginare una profonda riforma del nostro istituto autonomistico che quest'anno raggiungerà i 71 anni di vita. È arrivato il momento di pensare ad un intervento innovativo sul nostro Statuto, prendendo come modello - perché no? - l'esempio del Trentino-Alto Adige che negli anni è riuscito a dare forma compiuta al principio di autodeterminazione.

Più autogoverno e più federalismo, quindi, a questo deve aspirare la Sardegna per respingere le cicliche tentazioni neocentraliste dello Stato italiano. È questo il messaggio che mi sento di rivolgere a questa Assemblea nel giorno della festa del Popolo sardo. Solo così possiamo aspirare a un ruolo da protagonisti nello scenario nazionale ed internazionale. L'Europa e il Governo centrale devono guardare alla Sardegna con il rispetto che merita. La nostra Isola deve essere al centro di un dialogo programmatico con tutti gli altri Stati.

A questo proposito occorre guardare con grande attenzione al mutamento del quadro politico e sociale della comunità europea dove le spinte autonomiste e indipendentiste delle "nazioni senza Stato" si fanno sempre più pressanti. Catalogna, Scozia, Corsica e Bretagna sono facce della stessa medaglia. L'Europa, pensata dai padri fondatori come un'unione egualitaria fra popoli, è oggi in mano alla tecnocrazia e ai poteri finanziari. Occorre riappropriarsi di quel comune sentire, restituire all'Europa un orizzonte solidaristico e di progettualità. Su questo versante, la Sardegna insieme alle altre piccole patrie può offrire un contributo fondamentale. Occorre però rafforzare la nostra identità coniugandone i due elementi costitutivi: la nostra autocoscienza e la disponibilità al confronto con gli altri popoli.

È questo il messaggio da mandare ai giovani. A loro voglio rivolgermi: non ha senso guardare al futuro di questa Regione non riconoscendo loro un ruolo da protagonisti. I nostri ragazzi devono conoscere il mondo, fare esperienza, ma rivendicando con orgoglio e fierezza il loro senso di appartenenza, a partire dalla conoscenza delle proprie radici e della propria lingua, elemento primario della nostra identità. "A un popolo puoi togliere la libertà, ma continuerà ad esistere - ha scritto Francesco Masala - se gli togli la lingua quello stesso popolo morirà". Questo Consiglio ha fatto importanti passi in avanti nella difesa del sardo, del catalano e delle altre parlate alloglotte della Sardegna. Manca però un passaggio fondamentale: la libertà di insegnare la lingua ai nostri figli nelle scuole sarde di ogni ordine e grado. Per far questo occorre riscrivere lo Statuto e rimediare ad un errore storico dei padri costituenti.

Allo stesso tempo occorre rafforzare il sistema dell'istruzione. Scuola e Università vanno messe al centro della nostra programmazione. Serve un impegno prioritario e costante: è fondamentale avere basi solide per costruire il domani della nostra terra partendo da una formazione seria di giovani responsabili e determinati. Con il loro bagaglio culturale e linguistico, aperto al confronto con il mondo, i giovani sardi potranno essere ambasciatori di una Sardegna che produce conoscenza, che tiene vivo il filo della memoria e che si proietta negli scenari politici e sociali di domani con autorevolezza.

"Bisogna prendere coscienza del proprio passato per farne il dispositivo che apre ad una nuova storia capace di speranza progettuale e di programmazione operativa" - ha scritto Bachisio Bandinu - "la costruzione di una nuova scena politica ed economica, sociale e culturale deve procedere dalla sfiducia alla stima di sé, dal risentimento ossessivo alla proposta costruttiva, dal fatalismo alla progettualità".

Oggi si celebra la festa del popolo sardo e noi siamo un grande popolo, lo siamo stati nei momenti più difficili del passato e dobbiamo continuare ad esserlo.

"La scommessa - come diceva Nereide Rudas - è quella di far mantenere ai giovani sardi una rinnovata autoconsapevolezza della loro specificità, di far diventare i giovani sardi cittadini del mondo, conservando i significati e i valori della loro piccola patria. Ma la scommessa è anche quella di farli diventare veri abitanti della Sardegna, in quanto abitanti del mondo.

Potremo così metterci alle spalle le sconfitte, le illusioni e le delusioni, le vergogne, le invidie, i naufragi e camminare liberi, a viso aperto, insieme agli altri popoli della terra". Bona Die de sa Sardigna. Bona jornada de Sardenya!

Ha facoltà di parlare il consigliere Daniele Cocco.

COCCO DANIELE (Liberi e Uguali Sardigna). Buongiorno a tutti i sardi, buongiorno al Presidente, buongiorno al Governatore, buongiorno ai pochi Assessori presenti in quest'aula, buongiorno a tutto il Consiglio, buongiorno a tutti i presenti.

Oggi è la festa della Sardegna, però vera festa sarà quando lei, Presidente, mi rivolgo al Presidente della Giunta regionale, potrà assumere e assumerà un impegno preciso davanti a quest'Aula, affinché la Sardegna, figliastra di una madre Italia troppo spesso distratta rispetto ai bisogni delle nostre comunità possa dare le risposte che noi meritiamo, risposte rispetto ai diritti acquisiti. Mi riferisco in particolar modo alla vertenza accantonamenti, quella parte è stata chiusa in maniera favorevole, la Corte costituzionale ha sentenziato e lei oggi deve prendere un impegno perché ne ha la facoltà, ne ha il potere, ha i riferimenti giusti perché la vertenza possa essere chiusa. Noi abbiamo necessità dei circa 700 milioni che ingiustamente ci sono stati sottratti, il popolo sardo ha bisogno di questo perché noi abbiamo necessità che la nostra Regione possa essere equiparata alle altre regioni d'Italia. Noi siamo indietro, siamo indietro anche perché noi politici abbiamo delle responsabilità, tutti quanti dovremmo assumercele.

Quello che diceva Giovanni Maria Angioy, tra l'altro mio concittadino, io abito a 2 chilometri dal paese natio di Giovanni Maria, quello che diceva e quello che ha letto il Presidente rappresentando quella che era la situazione di allora, se molto rispetto a quello non è stato fatto, credo che tutti noi dovremmo ricordarci, dovremmo indugiare a pensare che molto di quello che potremmo fare non l'abbiamo fatto.

Richiamava all'unità il Presidente, io credo che davvero a prescindere dalle appartenenze politiche dovremmo iniziare un percorso unitario soprattutto per la vertenza che è aperta con lo Stato, lo ripeto, a prescindere dai Governi che si sono susseguiti non c'è stato mai un occhio di riguardo, ma neanche un occhio di non riguardo verso la nostra Regione. Quindi credo che sia arrivato il momento di alzare la voce, di far sentire quelli che sono i nostri diritti che sino ad ora non sono stati rispettati. Diceva bene lei, uno statuto speciale che di fatto non è mai stato praticato, la tanto proclamata autonomia non è stata mai un'opportunità per la nostra Regione, tutt'altro, anzi è stata un intoppo e un ostacolo ad acquisire quei diritti che da tempo reclamiamo e che mai ci sono stati riconosciuti.

Oggi non è il tempo della polemica, credo che non vada banalizzato questo giorno e la ricorrenza di questo giorno, credo che chi umilmente o sommessamente ha chiesto di non aprire il Consiglio regionale in un giorno festivo per evitare aumento e aggravio di costi, non l'abbia fatto per non voler riconoscere l'importanza di questo giorno, l'ha fatto per altro e lo sappiamo bene, ma ripeto, non è il giorno delle polemiche e non vogliamo assolutamente fare polemiche e vorremmo davvero che il giorno della celebrazione de Sa die de sa Sardigna non sia una liturgia che vada a ripetersi negli anni, deve essere l'inizio di un percorso che abbia poi un punto di caduta importante, questo punto di caduta lo chiedo sommessamente al nostro Presidente, non possiamo essere ingenerosi e fare polemiche sul Presidente e sulla Giunta, non avete ancora iniziato, però io credo che il nostro Presidente rispetto a quelle che sono le vertenze importanti che lui anche da consigliere ha affrontato, seguito e contribuito a portare allo Stato centrale, possa fare in modo che davvero si chiuda in maniera positiva. Credo che molto è stato fatto, abbiamo un assist della Giunta Pigliaru che è riuscita a vincere con quel ricorso con sentenza della Corte costituzionale, questo assist va tradotto in atti concreti che può essere davvero un gol importante per tutto il nostro popolo.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Francesco Mura per il Gruppo Fratelli d'Italia.

MURA FRANCESCO (FdI). Onorevoli colleghi, graditi ospiti del Consiglio regionale, bona die de sa Sardigna a tottus. Il nostro partito, Fratelli d'Italia, ha nel nome ben definito il concetto di patria e chi sposa e condivide il nostro progetto conosce bene questo concetto. Non ci sono fraintendimenti Presidente, la nostra patria è l'Italia, grande, una e indivisibile, questo ovviamente non ci nega di riconoscere che la stessa Italia, una delle nazioni più giovani dell'Occidente, sia il frutto dell'unione di tanti popoli, ciascuno con la propria cultura, ciascuno con la propria identità, nell'importanza di quell'identità si costruisce e si è costruita la forza della nazione. Chi nega alla Sardegna l'identità nega l'evidente, chi da sardo nega che la Sardegna ha una lingua, una cultura, una condizione sociale unica, fa male a se stesso, alla Sardegna e all'Italia intera. Il 28 aprile del 1794 è una data molto importante per la storia della Sardegna, la cacciata dei baroni da Cagliari segna quella che viene ricordata come la rivoluzione sarda, il popolo che scova dalle mura di Castello quella che oggi avremmo definito come l'élite per poi cacciarla dalla Sardegna, un momento di grande orgoglio per il popolo sardo. Cosa ci resta oggi di quell'esperienza così lontana nel tempo ma così attuale? Ci resta che quando lo Stato perde il contatto con le volontà del popolo, quando chi governa pensa di bastare a se stesso, quando chi è deputato a prendere decisioni lo fa nel totale disinteresse delle esigenze degli ultimi, allora il sistema non funziona più, va in corto circuito e ci sarà qualcuno come i sardi del 1794 che tenterà di rimettere le cose a posto. La Sardegna di oggi deve ripartire dai valori di quella rivoluzione, dobbiamo avere il coraggio di prendere in mano il nostro destino e di fare della nostra una terra prospera e pronta a cogliere le sfide di quest'epoca.

Dobbiamo avere la forza di smettere di cercare aiuto altrove e iniziare a bastare a noi stessi perché l'autogoverno, l'autodeterminazione, la capacità di essere socialmente, culturalmente ed economicamente autonomi, non sono valori appartenenti a pochi eletti, ma devono essere i valori di tutte le formazioni politiche e di tutte le persone che hanno a cuore il futuro nostro e dei nostri figli. Dobbiamo avere il coraggio di dire a noi stessi che non esistono nemici d'oltremare che ci impediscono di essere una delle regioni più ricche d'Europa come meriteremmo, ma che il problema è qui, sono trascorsi 225 anni dai moti rivoluzionari Sardi e il mondo oggi è un altro. Oggi dobbiamo permettere alle nostre forze migliori, ai giovani sardi, di sognare la propria crescita individuale qui, dobbiamo avere l'ardimento di pensare alla Sardegna come una terra innovativa, moderna culturalmente e socialmente pronta ad ospitare le migliori idee. Dobbiamo immaginare una Sardegna libera dall'oppressione statalista che negli ultimi decenni ha condannato gran parte del nostro popolo a vivere di sussidi, dobbiamo iniziare a parlare delle disomogeneità che esistono in Sardegna perché non si può più sentir parlare semplicemente di Sardegna, si deve iniziare a prendere in considerazione l'idea che oggi esistono territori che vanno a diverse velocità nella nostra isola e se vogliamo davvero rilanciare questa terra dobbiamo pensare a tutti. E' fuori da ogni contesto storico l'idea che si possa immaginare una città metropolitana e 376 villaggi vacanza da occupare per Cortes apertas come qualcuno in un passato non troppo lontano ha vagamente pensato.

Sarà importante pensare ad una nuova stagione di sviluppo urbanistico che metta in stretta connessione le coste con l'interno, le città con i paesi, le esigenze del sistema produttivo con le necessità delle popolazioni. La più grande particolarità della Sardegna di allora, come quella di oggi, è la moltitudine di comunità, una biodiversità culturale unica nel mondo occidentale che oggi da troppi è vista come un limite allo sviluppo della nostra terra, ma la nostra vera sfida sarà quella di farne la più importante risorsa. Come ha giustamente ricordato anche lei Presidente, Giovanni Maria Angioy nel 1799 scriveva così: "Malgrado la cattiva amministrazione, l'insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l'agricoltura, il commercio e l'industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per la sussistenza dei suoi abitanti". Se la Sardegna è in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri possiede così grandi risorse, bisogna concludere che bene amministrata sarebbe uno degli Stati più ricchi d'Europa.

Noi oggi sul solco di Giovanni Maria Angioy dobbiamo immaginare una nuova rivoluzione, una rivoluzione culturale che metta al centro la persona, perché il cambiamento che cerchiamo non lo porterà nessuno da oltremare, e non arriverà nessun nuovo salvatore della patria, ma lo troveremo solo se saremo in grado di cercarlo dentro di noi. Viva la Sardegna! Viva l'Italia!

PRESIDENTE. Grazie onorevole Mura.

Ha facoltà di parlare il consigliere Michele Cossa.

COSSA MICHELE (Riformatori Sardi). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ogni 28 aprile la storia dialoga con il coraggio e ci fa sentire più uniti. Ogni 28 aprile facciamo memoria di quella che gli storici chiamano la "sarda rivoluzione", una rivoluzione molto particolare, considerati gli anni in cui si è svolta, anni in Europa hanno segnato in modo ineluttabile lo sviluppo delle democrazie occidentali. Eppure questa data, con tutte le sue fragilità e le sue contraddizioni, segna per noi Sardi l'orgoglio e la consapevolezza di sentirci un popolo. Ma cosa significa questo? Significa identificarsi nel nome di comuni radici, nella stessa storia e, spesso, negli stessi codici di comportamento, in valori e lingua, in costumi che uniscono, in riti antichi e miti ancestrali che continuano a vivere, seppure in moderne declinazioni. La sardità è conoscenza, sapienza, saggezza, perfino pazienza, ma mai leggerezza. Noi che in questo momento storico abbiamo la responsabilità di guidare la nostra Regione abbiamo anche il compito di renderla grande, dimostrando capacità di visione, senza mai prescindere da quello che siamo stati, perché nessuno possa dimenticare che la nostra storia è fatta di uomini e donne che hanno lottato contro la bramosia di un potere malato e perverso per rendere la Sardegna una terra giusta, autonoma, forte. Quello che siamo stati rappresenta un formidabile strumento che deve spingerci a cercare ancora la libertà. E' sempre tempo di libertà, perché non saremo mai davvero liberi fino a quando ci troveremo nella condizione in cui il nostro destino, le nostre prospettive, la nostra capacità di autodeterminarci, dipenderanno da altri o saranno così pesantemente condizionate dalle circostanze. Tre anni fa abbiamo iniziato una riflessione su questo tema e abbiamo individuato nel grave e insuperabile svantaggio geografico derivante dall'insularità la causa principale dei limiti alla nostra libertà. Certo, il fatto di essere un'isola è anche un'opportunità, ma tra i due piatti della bilancia quello degli ostacoli è enormemente più pesante dell'altro. Sulla consapevolezza che la condizione di insularità pone la Sardegna in una posizione di oggettiva minorità rispetto alle altre regioni italiane si è realizzata una convergenza, che raramente si è vista prima. Una situazione di minorità che potrebbe addirittura peggiorare se il progetto di autonomia differenziata, che sta andando avanti a livello nazionale, non terrà conto che in Italia c'è una situazione peculiare che si chiama "Sardegna". Quella sul principio di insularità nella Costituzione è diventata una battaglia di tutti i sardi, stanchi di pagare un prezzo terribile, fatto di una nuova massiccia emigrazione giovanile e di fasce sempre più ampie di miseria, a causa della insufficienza delle infrastrutture, di efficienti reti di trasporto, energetiche, di comunicazione, tutti elementi che si traducono in uno sviluppo asfittico, in una gravissima limitazione del principio costituzionale della libertà di circolazione. E' un gap di dinamismo che sottrae ossigeno alle idee, e frena la voglia di innovare. L'altra faccia del tema dell'insularità è quella delle entrate, e in particolare per le accise, argomento sul quale oggi, Presidente, abbiamo depositato una proposta di legge nazionale di iniziativa regionale. Non potevo non ricordare queste battaglie nel giorno in cui si celebra Sa Die de sa Sardigna, perché dalla nostra forza e determinazione, dal coraggio che dimostreremo, dalla nostra capacità di visione calibrata su un mondo in rapidissima evoluzione, dipende la rinascita della nostra terra.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Cossa.

Ha facoltà di parlare il consigliere Valerio De Giorgi.

DE GIORGI VALERIO (MISTO). Grazie Presidente, onorevoli colleghi, Presidente del Consiglio, Presidente della Giunta, signori Assessori, un saluto particolare a tutti i Sardi che in questo momento ci stanno guardando e celebrano insieme a noi un giorno così importante. Un ringraziamento particolare al Presidente del Consiglio, avvocato Michele Pais, che ostinatamente oggi ha deciso di aprire la casa dell'autonomia a tutti i Sardi. Un saluto caloroso ai sardi che vivono fuori dall'isola, che rappresentano un'altra Sardegna, ugualmente vicina al nostro cuore. Sa Die de sa Sardigna potrà essere non solo un momento di festa e di memoria, ma ancora di più una straordinaria occasione per riflettere sulle tante crisi aperte e le possibilità di rilancio e di speranza per la nostra terra. Non stiamo vivendo certo una stagione fortunata, le crisi industriali, le difficoltà della continuità territoriale, il dramma del mondo agricolo e pastorale. Nessuno di noi può dimenticare le recenti rivendicazioni dei pastori sul prezzo del latte. La crisi del Porto canale, con 700 lavoratori che rischiano il proprio posto di lavoro. Siamo chiamati indubbiamente, cari colleghi, a dare risposte immediate a tutto questo. La disoccupazione diffusa in tutta la nostra isola con percentuali più alte in aree come la Piana di Ottana e il Sulcis, dove l'industrializzazione ha lasciato il deserto e la povertà, purtroppo è una piaga che costringe tanti giovani sardi a lasciare l'isola. Da questo ne consegue lo spopolamento dei nostri paesi. A tal proposito, proprio alcuni minuti fa, mi è arrivata la richiesta di esporre due righe in sardo, ci provo, da un amico scrittore, Ettore Sanna: "Esti in su coru de s'emigrau fertu, vagabundendi in d'una ruga allena, s'alidu tristu de sa Sardigna mia, e su refudu de una bregungiosa resa". Non possiamo altresì dimenticare i troppi sardi rimasti indietro, le loro difficoltà quotidiane che spesso diventano dramma, solitudine ed emarginazione. L'emergenza sociale dovrà essere messa al centro dell'azione di questa Assemblea regionale, non ci può essere sviluppo se la società non offre possibilità e pari opportunità per tutti. Io credo che questo Parlamento regionale, maggioranza e opposizione, abbia il dovere di impegnarsi a fondo per costruire nuove occasioni di sviluppo che diano speranza e sicurezza per il futuro. E' in questi momenti di difficoltà e di tensione economica e sociale che occorre attivare una volontà di ripresa, di rilancio, esprimendo tutte le energie che il popolo sardo, anche nei momenti più difficili della sua storia, è riuscito in passato a mobilitare. Un popolo formato non solo da chi è nato in Sardegna, ma anche da chi ha scelto di abitare, amare e rispettare questa nostra terra, e che a buon diritto può definirsi sardo. Perché sardo non è solo chi è nato nell'isola, ma chiunque scelga di adottare la nostra terra, i nostri valori, difendendoli e sentendosene parte integrante. Vi posso garantire che io ne sono una testimonianza. Posso sin d'ora garantire che tutta l'attività amministrativa del gruppo che mi onoro di rappresentare sarà improntata sulla trasparenza, sul dialogo continuo. Abbiamo il dovere di riavvicinare la gente alle istituzioni e restituire dignità ed autorevolezza alla politica, quella che in questi anni purtroppo è venuta tragicamente a mancare. L'altro ieri, colleghi, ho avuto la fortuna di conoscere e potermi confrontare con l'onorevole Gianfranco Anedda, un giovane sardo di 88 anni, una persona di straordinaria lucidità e visione; mi riferiva che per noi sardi il maggior freno allo sviluppo, purtroppo, è l'incapacità di essere uniti, di andare avanti tutti insieme verso un obiettivo, verso un obiettivo comune. Lo ringrazio per questa riflessione che faccio mia e che regalo a questa Assemblea, penso infatti che questa sedicesima legislatura debba diventare la stagione dell'unità, per ridare speranza ai sardi e far ripartire la Sardegna, renderla autonoma, consapevole e pronta alle sfide del futuro. E questo lo potremo fare solo tutti insieme a partire dal lavoro di questa assemblea, così come i ragazzi della Brigata Sassari gridavano per farsi coraggio "forza paris!", perché sapevano che solo uniti sarebbero stati forti e si sarebbero salvati. Ora, allo stesso modo, tutti insieme dobbiamo ancora una volta stare riuniti per far tornare la Sardegna forte e per dare speranza a tutti i sardi. Quindi: Sardegna forte!

PRESIDENTE. Grazie onorevole De Giorgi. Ha facoltà di parlare il consigliere Desirè Manca, per il Gruppo Movimento Cinque Stelle.

MANCA DESIRÈ (M5S). Grazie Presidente. Signor Presidente della Regione, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghe e colleghi e Assessori, confesso di essere emozionata questo è il primo discorso del Movimento 5 Stelle nella storia della nostra terra. Non poteva esserci occasione migliore di questa, visto che siamo qui oggi per ricordare i Vespri sardi, un passaggio fondamentale del nostro passato, ma anche del nostro presente. Voglio ripetermi signor Presidente e le ripetiamo le parole di Giovanni Maria Angioy, protagonista e testimone di quegli anni, scritte a distanza di un lustro dalla storica data del 28 aprile del 1794, giorno in cui furono cacciati i dominatori piemontesi, e lo ripetiamo: malgrado la cattiva amministrazione, l'insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l'agricoltura, il commercio e l'industria la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli Stati più ricchi d'Europa e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarla come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione, e per l'abbondanza della sua produzione.

Era il 1799 a più di 200 anni di distanza ci permettiamo di dire che viviamo ancora in una situazione molto simile, pressoché immutata. Questi primi due mesi di vuoto governativo, di trattative e intrecci sottobanco, fatti sulla pelle dei sardi, non possono che richiamare le parole di Angioy. Una campagna elettorale, la vostra campagna elettorale, portata avanti sventolando l'idea di un cambiamento che era solo strumentale a richiamare voti, sono trascorsi 60 giorni, 60 giorni dalle elezioni, prigionieri del vostro stesso gioco non siete riusciti a mettervi ancora d'accordo nella spartizione delle poltrone. Una vera vergogna. Che di fatto ha tenuto, e tiene ancora, in ostaggio una terra martoriata ed un popolo ridotto allo stremo che di fatto colloca la Sardegna tra le regioni più povere di tutta l'Europa. Una terra vittima di scelte imprenditoriali scellerate, il cui tasso di disoccupazione giovanile, ricordiamolo, si attesta a più del 55 per cento, dove ogni anno più di 1600 aziende chiudono per fallimento, e dove la sanità - un tempo eccellenza sarda - oggi è in ginocchio. Lei, signor Governatore, aveva dichiarato che la sua Amministrazione avrebbe iniziato a lavorare subito per dare risposte immediate per le tante emergenze che vivono tutti i giorni i cittadini sardi, sarebbero bastati quindici minuti, ma sono 65 i giorni in cui il suo Partito e la sua coalizione continuano a tenere in ostaggio 1.600.000 sardi. Il nostro popolo si merita un'Amministrazione all'altezza con orgoglio noi oggi festeggiamo la giornata del Popolo sardo e siamo chiamati a rappresentare quel Popolo dentro quest'Aula che, tante volte purtroppo, ha raccontato quella netta divisione tra le Istituzioni e la realtà quotidiana vissuta dalla nostra stessa gente.

Tutti noi abbiamo una grandissima responsabilità, siamo stati votati proprio per questo, per ridare dignità a chi ha perso la speranza di credere che ancora in questa terra isolata ci possa essere un futuro per noi stessi e per i nostri figli. C'è un fatto nuovo rispetto al passato, ed è incontrovertibile: il Movimento 5 stelle è entrato nelle Istituzioni e farà ogni cosa possibile per restituire la dignità che ci meritiamo. Sanità, lavoro, trasporti, ambiente, cultura, diritti sociali questi per noi, in questi cinque anni, saranno gli argomenti di confronto per i quali ci spenderemo senza mai, senza mai, fare e farvi nessun tipo di sconto. Con questo unico obiettivo facciamo gli auguri a tutti noi e a tutto il Popolo sardo. Evviva la Sardegna.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Gianfranco Ganau.

GANAU GIANFRANCO (PD). Grazie Presidente. Presidente Solinas, signori onorevoli Assessori, onorevoli colleghi. Oggi si celebra in tutta la Sardegna Sa die de sa Sardigna, giornata della Festa nazionale dei sardi, che proprio questo Consiglio regionale ha istituito nel 1993. Giornata che, come noto, ricorda quella lontana data del 28 aprile 1794, passata alla storia per l'insurrezione dei sardi e la cacciata dei dominatori piemontesi, e assurta oggi a simbolo dell'orgoglio sardo e a riferimento di un percorso, non ancora compiuto, che trova le ragioni più profonde nella ricerca di autonomia, nella sua difesa e nel suo ampliamento verso il riconoscimento della sovranità del Popolo sardo. Non sfuggirà a nessuno che molte di quelle condizioni, che furono all'origine di quel moto popolare, sono ancora oggi drammaticamente presenti nella società sarda, seppure in chiave moderna: la gravissima crisi sociale ed economica, l'aumento delle povertà, la progressiva minore autonomia degli enti locali e la perdita di capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini, la limitata autonomia del Governo regionale, la sfiducia nella politica e nelle classi dirigenti, il persistere di gravi motivi di diseguaglianza e penalizzazione rispetto al resto della nazione. Costituiscono elementi di grave preoccupazione cui siamo chiamati a dare risposte con il massimo della decisione, chiarezza e rapidità. Per questo presidente Solinas mi permetto di sollecitare il completamento della Giunta regionale, affinché questa legislatura possa finalmente partire a pieno regime. È proprio nel rilanciare il confronto con lo Stato che dobbiamo proporre la riqualificazione dell'autonomia speciale e l'attualizzazione dello Statuto, datato da settant'anni, di evoluzione economica, sociale e finanche tecnologica e scientifica. Un fatto non scontato che va a inserirsi in un quadro di forte richiesta di autonomia da parte delle Regioni a Statuto ordinario. Autonomia differenziata a cui abbiamo espresso parere favorevole nella condizione che l'esercizio delle funzioni, decentrato e di prossimità, sia in grado di dare risposte più efficaci ed efficienti in termini di servizi ai cittadini, a condizione che sia respinta la concezione richiesta del mantenimento delle entrate erariali nei territori e regioni più ricche, principio che minerebbe le basi dell'unità nazionale contraddicendo i principi di sussidiarietà ben presenti nella Costituzione, per uno sviluppo egualitario del Paese, che porti ad una pari opportunità tra Nord e Sud.

Oggi a più di 25 anni dalla sua istituzione il Parlamento sardo ha il dovere di riempire di significato Sa die de sa Sardigna, perché non sia vuota celebrazione di un episodio storico ma diventi occasione per ribadire la nostra unità di popolo e rilanciare in chiave moderna il suo significato. Parliamo di insufficienza della nostra autonomia speciale, che, come ho ripetuto più volte, non significa necessita di un suo superamento ma richiesta di maggiori poteri e di maggiori spazi di gestione autonoma, perché le ragioni della specialità della Sardegna sono, non solo attuali, ma per certi aspetti oggi ancora più evidenti, appaiono più profonde e marcate trovando motivazioni in cause oggettive e non modificabili di carattere geografico oltre che storico, politico e istituzionale. Esse vanno in primo luogo individuate nell'essere isola; dall'insularità discendono indubbiamente profili di peculiarità identitari e ambientali da valorizzare e declinare in positivo, ma è evidente che tale condizione comporta, rispetto al territorio della penisola, l'impiego di maggiori risorse per assicurare alla comunità anche i servizi più essenziali. La Sardegna, proprio a causa di questo, è esclusa da tutti i sistemi di rete nazionali ed europei, con gravissime conseguenze penalizzazioni, penso ad esempio al settore energetico e a quello infrastrutturale. A questo si aggiunge l'assenza di efficaci politiche che garantiscano continuità col resto del territorio nazionale, in particolare quella aerea che si somma agli alti costi di quella marittima. E' mia convinzione che, senza il pieno riconoscimento della condizione di insularità a livello nazionale ed europeo, ai sardi sarà sempre negata una vera continuità territoriale e condizioni paritarie di mobilità al resto del continente, come lei, presidente Solinas, sta sperimentando sulla propria pelle. Questa è una battaglia identitaria, che deve diventare una battaglia di popolo che coinvolga e convinca tutti i Sardi, per questo va fatta pressione sul Governo e il Parlamento perché la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare sul riconoscimento dell'insularità sia discussa ed approvata al più presto. Su questo posso garantire il nostro pieno e leale sostegno.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Francesco Mula.

MULA FRANCESCO (PSd'Az). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, onorevoli consigliere, onorevoli consiglieri, illustri ospiti, il 28 aprile, Sa die de sa Sardigna, istituita con legge regionale numero 44 del 14 settembre 1993 è la data che ricorda i Vespri sardi, cioè l'insurrezione popolare dell'aprile 1794 che portò successivamente, nel mese di maggio, alla cacciata dei piemontesi, allontanati da Cagliari con il vicerè Balbiano in testa, seguiti poco dopo dai loro corregionali di Alghero e Sassari. La classe dirigente sarda al tempo chiedeva che venisse loro riservata una parte degli impieghi civili e militari e una maggiore autonomia rispetto alla corte sabauda; il popolo vessato dalle tasse dalle carestie chiedeva la fine dei soprusi da parte del popolo piemontese, una amministrazione opprimente e lontanissima dalle esigenze dei sardi, ma il governo piemontese rifiutò di accogliere qualsiasi richiesta, e fu così che popolo e governanti sardi si unirono in una grande insurrezione popolare. L'inizio di una rivoluzione sarda che, seppur sedata, nel bene e nel male portò alla ribellione della popolazione rurale e della borghesia cittadina che lottarono insieme contro un Governo oppressore e accentratore. Praticamente poco è cambiato.

Oggi ricordiamo simbolicamente quell'insurrezione e quei moti rivoluzionarie che hanno visto protagoniste figure come Giovanni Maria Angioy, che già da allora rivendicavano maggiore autonomia per la Sardegna e un distacco dal Piemonte; ricordiamo i nostri ex combattenti morti per una guerra non loro; ricordiamo Emilio Lussu, Camillo Bellieni, eredi di quel triennio rivoluzionario che, dopo la prima guerra mondiale, hanno dato vita al nostro partito, il Partito Sardo d'Azione. E rivendichiamo, come diceva Lussu in un tempo in cui la Sardegna ancora non era Regione a Statuto speciale ma una periferia di uno Stato centrale accentratore, un'autonomia spinta verso il federalismo. Grazie a questi uomini oggi conosciamo l'autonomia speciale della nostra Isola, ed è su questa autonomia e sul nostro Statuto autonomo che bisogna richiamare il significato simbolico di Sa die de sa Sardigna; uno Statuto poco applicato e da riscrivere in diversi punti, come spesso ricordato dai vari Presidenti della Regione succedutesi in tutti questi anni, ed è per questo che oggi, oltre a ricordare storicamente e simbolicamente il significato di "Sa die", dobbiamo fare in modo che questa giornata, oltre che celebrativa, diventi un'occasione per rafforzare la volontà di un'azione politica adeguata alla soluzione dei problemi che affliggono la nostra Isola.

Dobbiamo prendere un impegno formale, noi insieme maggioranza e opposizione, sulle battaglie che contano per il bene di tutti i sardi. Unità, unidos, solu gai si vinchet, detto in sardo; mi piacerebbe e piacerebbe ai sardi che la politica tutta trovasse, su temi importanti, il sentimento dell'unione. Ricordo un illustre ministro della Repubblica nostro conterraneo che in quest'Aula, durante un suo memorabile intervento (io ero presente in quel momento), paragonò l'unità del popolo sardo ad una fragile bambina, e una bambina va coccolata, va difesa, accarezzata e non picchiata e maltrattata: ecco il valore simbolico che vorrei dare a questa giornata: i nostri successi o insuccessi si giocheranno su quanto noi saremo capaci di essere uniti.

In questa giornata di celebrazione dell'orgoglio sardo noi Sardisti rivendichiamo la paternità della nostra autonomia, e, sulla base di quelli che sono i principi fondanti dello Statuto, rinnoviamo i gridiamo a gran voce la responsabilità che abbiamo nei confronti del popolo sardo. Ma quali sono le nostre responsabilità, quali sono i temi per i quali noi ci impegniamo nel trovare risposte concrete? Dobbiamo dare risposte ai tanti, troppi giovani immigrati in cerca di lavoro di lavoro; risposte ai precari, ai disoccupati, alle famiglie che non riescono a arrivare alla fine del mese; penso al grande tema dell'insularità; ai rapporti della nostra Regione con lo Stato, ricordando che fino a oggi non abbiamo mai avuto un Governo amico; penso ai nostri rapporti con la Comunità europea, istituzione che ormai non risponde più alle esigenze dei nostri popoli, sempre più accentrata sull'asse franco-tedesco. In particolare vorremmo rivedere e modificare l'articolo 107 del Trattato Europeo, inserendo magari una deroga che ci tolga dalle forche caudine degli aiuti di Stato su tutti quei finanziamenti europei e nazionali utilizzati e associabili per mitigare i costi della continuità territoriale. Sono convinto che l'accordo che ha sottoscritto il nostro partito con la Lega dovrà essere portato avanti, e in particolare mi riferisco alla zona franca integrale e alla continuità territoriale, due provvedimenti che sicuramente cambieranno il volto di questa terra, e in particolare penso al mio territorio, la provincia di Nuoro, abbandonata a se stessa, una delle prime province a livello europeo che si contraddistingue per il più alto tasso di disoccupazione e per lo spopolamento, dove anche lo Stato pian piano sta arretrando lasciandoci soli al nostro triste destino. Immediato è poi il richiamo al mondo delle campagne, ai pastori, alla loro battaglia sul prezzo del latte; penso alla sanità, un sistema che non funziona e che va rivisto, modificato e, sempre con quella unità sperata, riscritto a misura del popolo sardo in modo da garantire un servizio di eccellenza che dia risposte al bisogno di salute e di benessere dei cittadini sardi. Penso ai problemi che affliggono le nostre comunità, dalla potabilità dell'acqua agli usi civici, alle opere strategiche bloccate da decenni, ai nostri poveri e pochi imprenditori, ancora oggi bersaglio dei soliti idioti e di atti dolosi come quello successo giovedì sera ad Orosei nei confronti di un noto imprenditore del marmo, che riapre il triste capitolo degli attentati agli amministratori e ai nostri imprenditori. Immediata deve essere la risposta al mondo della scuola, ai nostri ragazzi e alle loro famiglie; scuole che rischiano la chiusura perché si sono applicati i parametri nazionali di regolarizzazione, senza considerare il diritto costituzionale come da Statuto e della legge 482 del '99, "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche e storiche", che prevedono un ridimensionamento scolastico in base alle esigenze territoriali e demografiche delle nostre regioni storiche e delle nostre comunità, nonché la possibilità di decidere autonomamente proprio in virtù di essere minoranza linguistica. Per questo da Sardisti abbiamo condiviso un progetto di breve, medio e lungo termine che dia risposte concrete alla nostra terra, al nostro popolo, un progetto basato sulla sovranità territoriale, economica e culturale, un progetto che vede l'applicazione dell'articolo 5 dello Statuto prevedendo l'insegnamento della lingua, della cultura e della storia della Sardegna, un progetto che si occupa concretamente della salvaguardia e della promozione delle eccellenze agroalimentari, del rilancio della portualità, delle bonifiche e della riconversione dei siti inquinati. Credo che questo progetto, a cui il popolo sardo ha voluto dare fiducia e di cui noi abbiamo la responsabilità di dare immediata attuazione, possa dare un senso concreto alla giornata che simbolicamente oggi ricordiamo, Sa die de sa Sardigna. Forza Paris!

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Dario Giagoni.

GIAGONI DARIO (Lega) Bona die de sa Sardigna al Presidente del Consiglio, signor Presidente, Presidente della Giunta, signor Christian Solinas agli onorevoli colleghi e al tanto caloroso pubblico che abbiamo qua dietro di noi. Io voglio fare anche un augurio De Bona Sa die de Sardigna anche al mio papà che ora è in ospedale, alla mia famiglia, alle persone che hanno appoggiato anche tutti voi che siete qua a rappresentare la politica. Voglio riproporre, e ripeto, quello che è stato proposto da lei signor Presidente dal Consiglio, signor onorevole Mura, onorevole Manca ripropongo le parole dette da Giovanni Maria Angioy: malgrado la cattiva amministrazione, insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l'agricoltura, il commercio e l'industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria dopo diversi secoli di disastri possiede così grandi risorse bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli Stati più ricchi d'Europa e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l'abbondanza della sua produzione. Queste le parole di Giovanni Maria Angioy nel suo memoriale, era il 1799. Nel rileggere i pensieri di un grande uomo e politico sardo non posso che provare sconcerto per quanto sembrino calzanti all'attuale situazione in cui versa la nostra Isola e sin troppo tristemente veritieri. Il collante che unisce la storia della Sardegna è certamente la sua instancabile ricerca di autonomia, di indipendenza, lo spasmodico desiderio di autogovernarsi che dovrebbe essere la prassi per qualunque popolo. Nella data del 28 aprile si ricordano i moti rivoluzionari del 1794, noti nella memoria collettiva con il termine di Vespri sardi. Una definizione riduttiva che non tiene certamente conto del malcontento che serpeggiava tra il popolo ormai da troppo tempo. La storia ci insegna che nessun avvenimento può essere considerato a sé stante ma si riallaccia a tutta una serie di cause e concause che lo hanno preceduto, il viscerale malcontento era la risultanza di una serie di dominazioni prima gli spagnoli e gli austriaci, in seguito i Savoia che nessuna miglioria avevano apportato all'economia o alla vita sociale di questa incantevole Isola. Anzi la Sardegna era abbandonata a uno stato di totale immobilismo di stampo ancora prettamente feudatario che non poteva più essere tollerato. Tutto il malcontento ha avuto però il merito di contribuire a temprare quel carattere orgogliosamente autonomista e indipendentista che ancora oggi si agita nel cuore dei sardi e che merita di trovare uno sbocco.

Orgoglio che si infiammò ancor di più e si tinse di colori fortemente patriottici di fronte alla necessità di respingere l'attacco dei rivoluzionari francesi, una lotta impari per armamenti e organizzazione una battaglia combattuta senza l'appoggio dell'esercito regio che portò però a una storica vittoria perpetrata ad opera di quanti non accettavano più il giogo straniero attorno al loro collo, tanto bastò a far prendere coscienza del valore che può acquisire un popolo unito che si batte per un obiettivo comune, tanto bastò ad amalgamare concettualmente Nord dell'Isola, impegnata sul fronte de La Maddalena e il Sud costretto a combattere sul fronte della celebre battaglia di Quartu Sant'Elena. Ma gli avvenimenti non furono sufficienti a smuovere la coscienza del sovrano sabaudo che rifiutò sdegnosamente di accettare le cinque richieste portate avanti dal clero e dalla nobiltà sarda affinché si difendessero i diritti dei residenti.

Il categorico diniego fu il fuoco che accese la miccia, il casus belli e così il 28 aprile 1794 il viceré Balbiano insieme ai suoi funzionari vennero letteralmente scacciati da Cagliari dando così inizio ai moti rivoluzionari. Se da una parte la cruenta storia ci mostra il suo lato più tetro ed inumano dall'altro ci offre sempre una chiave di lettura alternativa che ci prospetta quegli aspetti positivi che possono e devono essere colti e tratti come ad esempio per il futuro. Nel caso specifico l'elemento positivo fu, e deve essere, sempre la capacità di coesione accantonando qualunque forma di campanilismo a favore di un obiettivo condiviso e forza, affinché l'identità del nostro popolo non venga più assoggettata all'altrui volontà. Identità culturale, ripeto culturale, storica, etnica, sociale che unisce e abbraccia tutti gli abitanti di questa gloriosa terra. Sono fermamente convinto che la difesa della nostra specificità, della nostra sardità sia stato l'elemento fondante che ha spinto il legislatore a istituire la ricorrenza nel 1993, opponendoci alle pressioni di quanti hanno tentato di omologarci alla massa inserendoci in un contesto di globalizzazione forzata che avrebbe finito per cancellare la nostra diversità culturale. Oggi celebriamo con orgoglio la giornata dedicata al nostro popolo, la celebriamo domandando ai nostri giovani di conservare i valori e la tradizione della nostra patria. Di amare e portare avanti le nostre numerose peculiarità ancor più se le varie esigenze della vita li ha portati a vivere lontani dalla terra natale. Domando invece agli onorevoli colleghi di cogliere e far nostra l'essenza stessa di questa ricorrenza, di essere capaci di trasformare tali tragici eventi in un monito, una lezione chiaramente a noi stessi che non rispetto della volontà popolare non è mai sinonimo di buon governo e soprattutto rammentare che i nostri conterranei al momento opportuno sanno dar mostra di grande capacità di lottare e farsi valere. Consci che il lavoro unitario possa essere prolifico e funzionale all'attuazione di un'autonomia non più solo teorica ma finalmente reale e concreta, rammentando a noi stessi che (su populu in profondu letargu fiss'e putadu finalmente ed espertadu sa bizzada che esti in catena) e la rottura delle stesse deve avvenire per mano nostra Bona dies de sa Sardigna a tottu, grazie.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Francesco Agus.

AGUS FRANCESCO (Progressisti). Grazie Presidente, onorevole Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Presidente della Giunta, gentili Assessori, il combinato disposto dei ritardi nella nomina degli organi statutari, quindi ritardi della politica, e del calendario istituzionale di quest'anno, ha fatto sì che per la prima volta nel recente passato la prima occasione che i consiglieri eletti nella sedicesima legislatura hanno di prendere la parola in quest'Aula coincida con la celebrazione solenne di quanto accadde nel 1794 e in generale nel triennio rivoluzionario, proprio poco lontano da quest'Aula, perché gli avvenimenti che hanno che danno origine a Sa die de sa Sardigna nella celebrazione ufficiale avvengono poco distanti da questo luogo. Occasione che ci consente in attesa di poter ragionare della Sardegna del futuro, occasione che avverrà solo quando il Presidente della Regione verrà in quest'Aula, presenterà le dichiarazioni programmatiche e ci consentirà quindi di aprire quel ragionamento, che in questa fase quindi non voglio toccare, e che ci auguriamo che venga fatta appunto il prima possibile. Quindi io mi accodo anche all'invito già fatto dal Capogruppo del PD e dagli altri Capigruppo. Oggi in attesa di quel momento abbiamo modo di ragionare del nostro passato, addirittura del nostro passato secolare. Mi piace pensare che questo non sia solo un caso, ma che sia piuttosto un segno del destino. La XVI legislatura inizia con una riflessione profonda sulle ragioni dei nostri problemi e sui motivi per cui questi problemi atavici, legislatura dopo legislatura, vengono riproposti in questo Consiglio regionale. Un modo per iniziare con una riflessione su quello che siamo stati prima ancora di iniziare il ragionamento su quello che saremo, una storia, la nostra, che ha conosciuto soprusi, dominazioni, angherie, governanti per interposta a persona, ministri che senza conoscerci, e in alcuni casi senza avere nemmeno mai messo piede nella nostra Regione, hanno preteso, da Torino allora e da Roma nei momenti più recenti, di avere la ricetta giusta per risolvere i nostri problemi. Una storia di divisioni quella di fine '700, ma anche quella dei secoli più vicini a noi, ma una storia che ha conosciuto anche parentesi eroiche e gloriose, come lo sono stati gli avvenimenti di cui ci occupiamo oggi, la storia di Obino, di Cillocco, di Sulis, di Angioy, di cui consiglio di fare una lettura approfondita e non limitarsi semplicemente a riportare anche in quest'aula le prime citazioni che appaiono sul sito Wikipedia, perché l'Angioy merita una lettura importante e merita anche che questo Consiglio ricordi la figura e l'opera dell'Angioy nella sua complessità e nella sua totalità. Una storia che a monte ha un sogno, un sogno che era vivo ieri ed è vivo oggi, anche se acciaccato, il sogno di una Sardegna libera, capace di dialogo con tutti perché non più sotto il giogo di nessuno, una Sardegna bastevole a se stessa, ma dialogante con l'Italia e con l'Europa, in un rapporto con chi viene dall'altra parte del Tirreno non subalterno, né succube.

Avverto, e mi avvio a chiudere, un arretramento anche in relazione alla capacità di sognare del nostro popolo, e questa è forse l'unica cosa che noi non possiamo permetterci. La fotografia di questo è anche nel dibattito politico di questi giorni, in cui i leader nazionali dei partiti nazionali si occupano di noi parlando della Sardegna quasi come fosse più una pedina di uno scacchiere geopolitico nazionale, piuttosto che il centro dei loro pensieri e della necessità di risolvere i nostri bisogni, un dibattito lontano da noi che questo Consiglio e che la Giunta regionale devono al più presto accentrare e far proprio. La divisione tra i sardi è il primo argine alle nostre ambizioni, si è citato il Trentino-Alto Adige, che proprio su una forte unità politica, prima che istituzionale, ha costruito la vittoria su molti fronti aperti con Roma, vittorie acquisite trattando con lo Stato da trentini ed altoatesini, a partire dagli emendamenti presentati nelle leggi finanziarie, sino ad arrivare alle tante norme di attuazione dello Statuto speciale approvato da quelle province autonome, e non per il singolo partito o per il tramite del Capogruppo alla Camera o al Senato, o del leader di partito. L'unità, colleghi, non è un mantra che è sufficiente raggiungere semplicemente ripetendo in maniera spasmodica in quest'aula la parola unità, l'unità si costruisce con le azioni, anche in quest'aula. L'ostacolo da superare è quello citato anche da Emilio Lussu, che scriveva che la disunione è la prima impronta dei sardi. Dobbiamo essere in grado di superare questo ostacolo atavico e superarlo anche con le azioni concrete in quest'aula, dove dobbiamo essere capaci di volare alto e di risolvere i problemi concreti, ma si costruisce anche, Presidente, con il rispetto per le opposizioni, con il rispetto delle garanzie, anche di quelle presenti nel regolamento, con il rispetto delle idee diverse, e delle prassi consolidate d'Aula. Questo è il modo migliore per ragionare unitariamente dei grandi temi, anche per il prossimo futuro che ci vedrà impegnati in questa legislatura, e per riuscire finalmente a risolvere qualche problema che ci portiamo dietro da troppo tempo. È così che si costruisce l'unità dei sardi ed è così che si possono mettere le basi per altre stagioni gloriose. Grazie

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il Presidente della Regione.

SOLINAS CHRISTIAN (PSd'Az), Presidente della Regione. Presidente, Onorevoles, hemminas e hommines de Sardigna, custu Parlamentu s'atobiat oe, 28 de abrile, pro torrare a affirmare s'identidade collettiva de sa natzione sarda, pro reflittire subra sas arrejones profundhas de su nostru essere Populu innantis a sas isfidas mannas de su tempus presente.

No tzelebràmus una sèmplitze torrada historica, no semus cuntemplende unu passadu idealizàdu e suspesu, immobbile in su tempus.

Cumente narat Bachis Bandinu, in s'ammentu de essi ascurtatu in una 'idda ispérdita, in Siria, su Babbu Nostru in aramaicu: "sa prechera de Gesus at cantatu su misteriu de sa paraula originaria in sa limba de sa mama, de sa familia e de sa comunitate. Una limba istranza, eppuru mi pariat de la cumprendere in sas intrangnas."

Su 28 de Aprile, sa Die de sa Sardigna, sa festa natzionale de sos Sardos, cuffirmat s'identitate de su populu sardu, ma diventat puru die nodida ca sa limba intrat in Creja e duncas a profettu de su populu de Deus. Su fattu est de ammonimentu a nois puliticos pro chi si facat intrare sa limba sarda in s'iscola. Oe, amus a cumprendere totus chi sa cunsacratzione de sa limba in sa creja mazore de Casteddu e, unu cras, in totu sas crejas de Sardigna, petit i chene duda peruna una cunsacratzione laica de sa limba in iscola e in totu sas istitutziones de s'Isula.

Custu manzanu hamus precatu e ascurtatu sa Missa in limba sarda. "Babbu nostru chi ses in sos chelos, santificatu siat su nomen tuo" han sonadu che paraulas istranzas eppuru connotas.

In sa Missa, sa liturgia hat cantàdu faeddos mai intesos eppuru familiares: professare sa fide, capatze de una comunione nova.

Est de importu mannu sa riforma liturgica a profetu de sa limba sarda, ca gai sos sardos poten faeddare cun Deus in sa propria limba ma, prus e prus, Deus matessi in sa Missa nos faeddat in limba. Custu cheret narrere chi su populu sardu vivet una esperientzia liturgica nova chi aperit unu caminu de fide.

Sa Die da sa Sardigna est un'ammentu de unu fattu istoricu ma at un'importu mannu pro su tempus presente, pro nos dimandare ite podimus faghere pro sa Sardigna oe. Chie semus e ite cherimus, a ube devimus andare?

Cal'est s'identitade nostra? Est mezus a nos dimandare: cale identitade devimus costruire?

Certu, s'identitade sarda est un'ereditade de su passadu: unu patrimoniu miticu, archeolozicu, istoricu, linguisticu, antropolozicu, religiosu, ma si no li damus s'imprenta de su tempus nostru, morit e non dat fruttu.

S'identitade si costruit in su faghere, in sas operas puliticas, economicas e culturales. In custu modu s'aperit su tempus benidore cun prozetos e programmas. Est manna sa relata fra s'identitade e s'economia: pònnere sos benes sardos a profettu de sos Sardos.

Bisonzat de affortire s'identitade territoriale, imbentare un'identitade turistica, economica, ambientale, una forma nova de pastoriu e de massaria.

Sos prodotos pretziados in su mercadu mondiale sun sos prodotos identitarios, ca sun nostros e non de ateros.

Sa calitade de s'abba, de s'aera, de su terrinu sun sos fundamentos de s'isviluppu economicu de sa Sardigna, mascamènte pro s'identitade singulare chi l'at dadu sa natura.

Ma pro li dare valore e profetu bisonzat de dare fortza a una cultura de rispettu e de investimentu.

Sa Limba. S'imprenta pius crara de s'identitade est sa limba. Sos istudios cufirman chi faeddare duas limbas, sardu e italianu, dat una richesa manna, non sun in cuntrastu, s'una dat fortza a s'atera. Donzi limba faeddat in modu differente su mundu. Faeddare in sardu, in italianu, in inglesu ponet diversos modos de essere in su mundu e de bivere esperientzias singulares. Secundu sa propria identitade, ca donzi limba at un'anima sua. "Domo", "casa", "house" naran de unu differente modu de abitare.

Calicunu narat: "Parliamo in italiano e ci capiamo tutti, che bisogno c'è di parlare in sardo?" Sa limba sarda at boghe e sonu, cantat, e su sonu tenet su matessi importu de su significadu de sa paraula. Sa limba faeddat diversamente su tempu presente.

A faeddare in sardu cheret narrere a seperare unu modu particulare de isviluppu, una creschida a torracontu de sa zente de su logu.

Oe podimus narrere in limba cosas chi no amus potidu narrere in passadu, e gasi faeddare unu tempus nou de libertade. Una limba sarda aperta a su cambiamentu e a s'arrichimentu. Una manera de faeddare est una manera de faghere. Sa limba no est solu unu mediu de comunicare, est finzas una testimonia de sentidos, de afetos e de pensamentos.

Non podimus inserrare sa limba in domo, agli arresti domiciliari, si faeddat in donzi parte e locu: in iscola, in cresia, in sos ufitzios, in su traballu.

Pro nois, supra sa Sardigna non pesat un'umbra de mancamentu e de fallimentu. Nois credimus in d-unu tempus nou de fide e de ispera. Approntamus prozetos e programmas pro leare unu caminu de creschida e de isviluppu pro su populu sardu.

Amus cosas de contare e de produire: b'at meda de narrere e meda prus de faghere.

Augurios sìncheros de bona Die de sa Sardigna. Augurios mannos pro sa Festa de su Populu nostru.

(Applausi)

PRESIDENTE. Grazie Presidente. Con l'intervento del Presidente della Regione si chiude la seduta formale, quindi la seduta è tolta e verrà riconvocata a domicilio.

I lavori adesso proseguiranno nella forma non formale.

Iniziamo con l'esecuzione dell'inno Procurade 'e moderare da parte del coro parrocchiale Santa Maria degli Angeli di Flumini accompagnato dal gruppo Cuncordia a Launeddas e a seguire dal coro a tenore Murales di Orgosolo.

La seduta è tolta alle ore 13 e 02.