Seduta n.186 del 02/08/2016 

CLXXXVI Seduta

Martedì 02 agosto 2016

(ANTIMERIDIANA)

Presidenza del Presidente Gianfranco GANAU

La seduta è aperta alle ore 11 e 14.

GAIA ANTONIO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 26 luglio 2016 (182), che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Ugo Cappellacci, Gianfranco Congiu, Daniela Forma, Giorgio Oppi e Emilio Usula hanno chiesto congedo per la seduta antimeridiana del 02 agosto 2016. Poiché non vi sono opposizioni, i congedi si intendono accordati.

Annunzio di presentazione di proposte di legge

PRESIDENTE. Comunico che sono state presentate le seguenti proposte di legge:

Lai - Cocco Daniele Secondo - Agus - Pizzuto - Usula - Deriu - Zedda Paolo Flavio: "Norme in materia di riordino e ricomposizione fondiaria". (357)

(Pervenuta il 27 luglio 2016 e assegnata alla quinta Commissione.)

Lai - Cocco Daniele Secondo - Agus - Pizzuto - Zedda Paolo Flavio: "Riforma della legge regionale n. 26 del 1985 e istituzione del Corpo forestale della Regione Sardegna". (358)

(Pervenuta il 28 luglio 2016 e assegnata alla prima Commissione.)

Annunzio di interrogazioni

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

GAIA ANTONIO, Segretario:

"Interrogazione Pizzuto, con richiesta di risposta scritta, sulla situazione delle guide turistiche operanti presso i siti minerari del Parco geominerario e sulla necessità di una pianificazione unitaria a medio-lungo termine". (810)

"Interrogazione Moriconi - Cozzolino, con richiesta di risposta scritta, sulle disfunzioni nella distribuzione dell'acqua potabile nella località turistica di Solanas, in Comune di Sinnai". (811)

"Interrogazione Crisponi - Cossa - Dedoni, con richiesta di risposta scritta, sulla sicurezza dell'elicottero AIRBUS Super Puma in dotazione alla flotta antincendio del servizio aereo regionale". (812)

"Interrogazione Cocco Daniele Secondo, con richiesta di risposta scritta, sul grave ritardo nelle assegnazioni finanziarie dei progetti per la realizzazione di reti per la sicurezza del cittadino e del territorio da parte dell'Assessorato degli affari generali, personale e riforma della Regione". (813)

"Interrogazione Meloni - Zanchetta, con richiesta di risposta scritta, sui mancati o ritardati finanziamenti ai centri antiviolenza e sul loro eventuale ridimensionamento". (814)

Annunzio di interpellanze

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interpellanze pervenute alla Presidenza.

GAIA ANTONIO, Segretario:

"Interpellanza Cocco Daniele Secondo sul grave problema ambientale delle discariche abusive e sull'abbandono indiscriminato dei rifiuti lungo le strade e nel territorio della Sardegna". (241)

"Interpellanza Tatti sugli incendi divampati in varie zone della Sardegna e sull'efficienza del sistema regionale antincendi". (242/C-4.)

Annunzio di mozioni

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle mozioni pervenute alla Presidenza.

GAIA ANTONIO, Segretario:

"Mozione Cossa - Dedoni - Crisponi sulla realizzazione di un museo a cielo aperto lungo la strada statale n. 131, come sognato dall'artista sardo Pinuccio Sciola". (245)

"Mozione Locci - Pittalis - Cappellacci - Carta Giancarlo - Cherchi Oscar - Fasolino - Randazzo - Tedde - Tocco - Tunis - Zedda Alessandra sulla proposta di trasferimento in Sardegna dell'Agenzia europea per i medicinali (EMA)". (246)

"Mozione Pittalis - Cappellacci - Carta Giancarlo - Cherchi Oscar - Fasolino - Locci - Randazzo - Tedde - Tocco - Tunis - Zedda Alessandra in merito all'attuazione della sentenza n. 70/2015 della Corte costituzionale a favore dei titolari di pensione". (247)

Discussione generale della proposta di legge Pizzuto - Agus - Cocco Daniele Secondo - Lai: "Reddito di cittadinanza e contrasto della povertà. Fondo regionale per il reddito minimo di cittadinanza" (5/A)

PRESIDENTE. Come primo punto all'ordine del giorno abbiamo l'elezione del Vicepresidente del Consiglio regionale, punto che è posticipato. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge numero 5: "Reddito di cittadinanza e contrasto della povertà. Fondo regionale per il reddito minimo di cittadinanza".

Dichiaro aperta la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il consigliere Luca Pizzuto, relatore di maggioranza.

PIZZUTO LUCA (SEL), relatore di maggioranza. Sconvolgerò i colleghi oggi perché inizierò la mia relazione citando una frase di un liberale, di un economista liberale inglese che si chiamava Sir William Beveridge, che diceva, in un piano scritto durante la seconda guerra mondiale nel 42: "La miseria è soltanto uno dei 5 giganti sul cammino della ricostruzione, e forse il più facile da attaccare, gli altri sono la malattia, l'ignoranza, lo squallore e l'ozio". Sir William Beveridge in quell'epoca, faticosa e difficile, in piena guerra, fece uno studio attento che mise le basi sul nuovo Welfare sociale europeo in cui si rese conto che il problema della povertà non era semplicemente un problema di mancanza di erogazione di risorse economiche, ma era un problema complessivo che riguardava più sfere della vita della persona, dalla condizione di salute, alla condizione culturale, alla condizione di bellezza nei luoghi in cui vivere e alla condizione di attività e di azione in cui ogni cittadino ha il dovere di mettere in ciò che fa nella società. La nostra proposta di legge a diverse matrici, una di queste è sicuramente il lavoro meticoloso fatto da questo esimio studioso, che io cito ad esempio perché nutro la speranza che questa legge oggi possa essere patrimonio di tutta quanta l'Assemblea e di tutte le forze politiche che la compongono, perché la lotta alla povertà può avere punti di vista diversi, ma ci deve riguardare tutti, indipendentemente dallo schieramento politico e indipendentemente dalla matrice ideologica di ciascuno di noi. E lo cito anche perché nella misura che noi oggi andiamo a discutere vi sono queste azioni atte a distruggere e a cercare di piegare i 5 giganti di cui lui parlava. Viviamo in una situazione sociale ed economica nella nostra Isola e in Italia che è devastante, gli ultimi dati Istat ci dicono che più di 4 milioni di persone, 4 milioni 598.000 persone vivono in uno stato di povertà assoluta, e questo perché all'interno di un sistema economico globalizzato e di mercato il lavoro è stato trasformato in merce, in mero strumento di sopravvivenza, e le regole della flessibilità del mercato hanno spesso creato situazioni di feroce disadattamento sociale e hanno impoverito le classi sociali che compongono il nostro paese. È un dato purtroppo che sembra irreversibile, e per questo ci è sembrato nostro dovere cercare di mettere in atto e di costruire uno strumento sardo in grado di poter contrastare questo fenomeno e creare soprattutto forme di mobilità di uscita dalla povertà, perché mentre fino a 25-30 anni fa chi nasceva povero aveva la possibilità e gli strumenti per poter cambiare la propria condizione, oggi chi sta bene, tra virgolette, e fa parte del ceto medio arretra e torna povero, chi è povero, chi nasce povero muore anche povero; questa è la letteratura internazionale, ormai lo dà come un dato di fatto. Per questo abbiamo voluto cercare di dotare in questa legge la Regione Sardegna di uno strumento fondamentale per cercare di avere un cambio di passo, e abbiamo scelto un nome, che è quello del REIS, Reddito di inclusione sociale, proprio perché noi vediamo come misura importante non solo quella di un'erogazione monetaria, ma quella di far sì che la persona si attivi e possa creare condizione, per se stessa e per chi gli sta intorno, di emancipazione sociale e di forza. Ecco perché questo io credo oggi rappresenti un momento storico di trasformazione del sistema sociale sulle povertà molto importante, che ad oggi risulta essere ingessato nelle nostre amministrazioni locali, dove oggi si riesce a dare forse una boccata d'ossigeno, ma dove chi è povero continua immutabilmente in una condizione di povertà ad aspettare o l'aiuto per una bolletta, o, nelle migliori delle ipotesi, un cantiere con cui poter avere un po' di respiro per qualche mese. Però abbiamo chiaro che per quanto questa legge a nostro avviso sia storica e metta le basi per un nuovo Welfare State nella nostra Regione, questa non è la panacea, sappiamo che la strada per l'abbattimento della povertà in Sardegna è una strada lunga, e questo rappresenta oggi per noi il primo passo, ma soprattutto rappresenta un'opportunità di uscita dalla povertà noi stimiamo per circa 10.000 famiglie. E non uso a caso il termine "opportunità", perché nella nostra visione noi mettiamo in campo degli strumenti e delle risorse, ma devono essere anche i cittadini che vengono coinvolti ad avere la capacità di muoversi, e con le loro risorse e i loro strumenti venire fuori in un percorso di accompagnamento da questa situazione di povertà. È una legge, una misura che ha al centro l'idea di un'azione di giustizia sociale e di redistribuzione del reddito e della ricchezza nella nostra Regione. Come funzionerà e cosa cambia? Potrete vedere che sono stati presentati alcuni emendamenti da parte di alcuni firmatari, che mirano ad armonizzare il testo per far in modo che sia immediatamente applicabile e che rendono più fluida, dal punto di vista legislativo, la lettura, e soprattutto hanno l'obiettivo di rendere, come ho già detto, immediatamente applicabile la norma. Oggi abbiamo un sistema totalmente discrezionale che non porta, come dicevo prima, all'uscita dalla situazione di povertà delle persone, e abbiamo un sistema statico che non trasforma quelle realtà. Oggi noi assumiamo con questa misura un importante cambio di passo, perché c'è una presa in carico non solo del servizio sociale e comunale, ma dei … , soggetti aggregati preposti a occuparsi di questo, e i servizi per il lavoro, che devono selezionare le famiglie in situazioni di difficoltà sulla base dei criteri determinati dalla Giunta, e sulla base del reddito ISEE inferiore in 3 mila euro annui, i quali avranno il compito di stilare un patto con il soggetto beneficiario, o la famiglia o il nucleo familiare, o anche la singola persona, nel caso di famiglie composte da un'unica persona, i quali avranno il compito di prendere le risorse, gestirle dentro un'ottica che sia rispettosa di una serie di norme che vedremo dopo, ma con il compito preciso di avviare dei percorsi di empowerment
sociale e di mandare i figli a scuola fino all'età di 18 anni. Quindi chi prende queste risorse ha degli impegni precisi che deve mantenere, e si deve impegnare in alcuni percorsi, quali lo si vedrà sulla base delle inclinazioni, della energia e delle propensioni che ogni nucleo familiare ha. Noi abbiamo ipotizzato nella legge diversi percorsi, da semplici lavori di pubblica utilità, a percorsi di volontariato culturale e sociale, fino a quella che noi riteniamo l'azione più importante, il riscriversi a scuola, anche per gli adulti, e questo potrebbe avere anche sbocchi occupazionali importanti per tutta l'Isola. Immaginiamo che 60-70 persone che si riscrivono a scuola creano immediatamente 12 posti di lavoro nella ricomposizione e nella ricollocazione delle classi. Questo per dire che cosa? Che non basta semplicemente il lavoro come azione che deve in qualche modo compensare l'aiuto economico che viene dato, ma serve un'azione forte di empowerment sociale, perché uno dei problemi è determinato anche dallo stato culturale in cui si trovano le persone in povertà, perché finché il sistema culturale di riferimento rimarrà Temptation island, o certi programmi tipo "Grande fratello" in questo paese, noi non usciremo da una situazione di povertà. La nostra ambizione più grande è che le persone che entreranno in questi percorsi riprenderanno a leggere i libri, ad andare a scuola, ad andare al cinema, a vedere e fare teatro, inserirsi nella società e nelle realtà che sono più attive nelle nostre comunità. Quindi assumiamo il modello culturale come centrale per lo sviluppo di una società nuova e diversa. E in questo io voglio ringraziare pubblicamente anche associazioni che sono qui, che hanno fatto la battaglia in Sardegna perché questo strumento potesse essere messo in atto, e da cui abbiamo preso spunto nella modifica del nome, che si chiamerà appunto non "reddito di cittadinanza", ma "REIS", e a cui c'è un emendamento in cui noi proponiamo anche un nome sardo, che è "l'aggiudu torrau", cioè stando dentro la nostra cultura sarda, sappiamo che cos'era l'aggiudu torrau nella nostra comunità, e vogliamo che questo sia un messaggio, un segnale di riforma e di cambiamento della solidarietà nella nostra Isola. Prendiamo spunto, però, e qui cito un marxista, mi permetterete, prendiamo però spunto dall'azione fondamentale fatta in Brasile da Lula che con la borsa famiglia, un sistema cui noi ci ispiriamo, ha tirato fuori dalla povertà 50 milioni di persone mettendo al centro il ruolo della donna, le sue funzioni e le sue capacità. Cito lui nel concludere questa relazione, al suo ingresso al Parlamento Lula ha detto e ha dichiarato: "Se alla fine del mio mandato ogni brasiliano sarà in grado di mettere insieme colazione, pranzo e cena avrò realizzato la missione della mia vita". Voglio parafrasare Lula dicendo che far crescere questo strumento incrementandolo nel futuro...

PRESIDENTE. Onorevole Pizzuto, il tempo a sua disposizione è terminato.

Ricordo che i consiglieri che intendono prendere la parola devono iscriversi non oltre la conclusione del primo intervento.

E' iscritto a parlare il consigliere Ignazio Locci. Ne ha facoltà.

LOCCI IGNAZIO (FI). Presidente, intanto voglio dire subito che ho grande rispetto per questa proposta ed ho un grande rispetto politico per il suo primo firmatario. Detto questo, devo anche dire che non condividiamo questo testo di legge e iniziamo col dire e col ripetere delle cose che abbiamo detto quando questa legge era in Commissione, quando questa proposta di legge è passata per i pareri finanziari alla Commissione bilancio. Percepiamo questa proposta e soprattutto l'arrivo in Aula con questa tempistica come una sorta di risarcimento a una parte politica della coalizione di centrosinistra per aver subito nei giorni scorsi il travaglio e il passaggio della cosiddetta riforma sanitaria della ASL unica e quindi questo è il prezzo che sta pagando oggi la Giunta regionale e il Partito Democratico per la buona tenuta dei buoni rapporti politici all'interno della coalizione di centrosinistra.

Altra questione importante - e che non va assolutamente sottaciuta - è che la copertura finanziaria per questa proposta di legge è trovata e viene indicata dai proponenti nella copertura finanziaria recente trovata dall'assessore Paci nell'ultima finanziaria sulle misure di contrasto alle povertà. Misure di contrasto alle povertà che in questa regione sono sempre state trattate come trasferimento di risorse agli enti locali e poi come funzione decentrata e di fatto governata dagli enti locali e disciplinata dalla Regione nelle sue varie misure. Noi siamo già arrivati al mese di agosto e francamente pensare che 30 milioni di risorse del bilancio regionale non fossero ancora di fatto precisamente impegnate e destinate alle misure di contrasto alle povertà, così come era stato deciso in legge finanziaria, su questo ci sarebbe molto da dire, ci sarebbe anche forse da aprire un confronto sui tempi anche della gestione delle risorse finanziarie che dovevano essere messe a disposizione dei sardi, ma qui troviamo anche un disconoscimento delle strategie fino a oggi utilizzate, troviamo un disconoscimento di quelle misure che erano state peraltro ideate dal Governo Soru e troviamo quindi anche un disconoscimento di tutte quelle recenti modifiche apportate alle misure di contrasto alle povertà. Lo facciamo nei fatti, lo facciamo togliendo quelle coperture finanziarie per inventare un nuovo strumento.

Peraltro vorrei anche ricordare che la Commissione bilancio ha posto una serie di obiezioni che di fatto si sarebbero dovute concretare con un parere negativo alla copertura finanziaria di questa norma e invece come al solito e su questo, presidente Ganau, sarebbe utile forse andare ogni tanto a verificare bene i processi di copertura, ma vorrei dire e vorrei richiamare anche le norme che obbligano al segnare precisamente l'iter logico-procedurale che porta alle coperture finanziarie. Non le devo ricordare io le note ricevute dalla Corte dei conti, sezione di controllo, non le devo ricordare io le risposte che lei ha dato alla Corte dei conti sulla gestione delle relazioni contabili alle norme, ma tant'è siamo ancora qui a discutere di norme che in realtà non hanno i giusti requisiti per poter essere discusse in quest'Aula.

Nel merito della proposta noi abbiamo valutato il fatto che ci sarà una fase di sperimentazione e una fase poi evidentemente di messa a regime della norma, ma non conosciamo ancora gli emendamenti che saranno presentati e ci saranno distribuiti preparati dai proponenti, ma riteniamo che ci sia sostanzialmente uno spoglio, da una parte potremmo anche valutarlo come un alleggerimento del lavoro in capo agli enti locali e un carico aggiuntivo invece sugli uffici regionali. La verità è che questa proposta di legge rischia di essere forse troppo burocratica e comunque dovrà passare su delle norme attuative molto complesse perché molto complessa sarà la sua attuazione ma soprattutto, seppure riconosciamo che c'è da parte dei proponenti uno sforzo evidentemente di segnare politicamente questa proposta e su cui confermiamo il rispetto e la legittimazione di questa proposta, non possiamo condividerla. Abbiamo anche proposto delle misure alternative, noi per esempio ci siamo spinti a voler sostituire questo strumento con la dote di residenza, tenendo conto anche dei dati di questi giorni rispetto allo spopolamento, rispetto ai saldi negativi dell'emigrazione, noi pensiamo che vale ancora la pena provare a puntare non solo sulle povertà, ma vale ancora puntare qualcosa sui nostri giovani e sul provare ad aiutarli a stare in Sardegna, a vivere in Sardegna, costruire la propria famiglia qui e anche il proprio lavoro. Più avanti, quando sarà il momento della discussione degli emendamenti, proveremo ad illustrarlo meglio, ma riteniamo che sia uno strumento forse più adatto ai tempi che stiamo correndo mentre in questo momento rischia di essere un esercizio forse di equilibrio politico della maggioranza, ma una risposta difficile da dare ai cittadini perché siamo proprio in uno stato molto avanzato dell'anno finanziario e difficilmente con i tempi del bilancio armonizzato potremmo anche correre il rischio di non vedere alla fine dell'anno finanziario applicate, impegnate, ma soprattutto spese queste risorse.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Edoardo Tocco. Ne ha facoltà.

TOCCO EDOARDO (FI). Presidente, io dall'inizio della legislatura ho sempre condiviso diverse cose con l'onorevole Pizzuto e lui ne è buon testimone. Lui ha citato una frase di un noto economista, io cito una battuta di un noto giornalista che diceva: "Chi gestisce la carità ne trae il maggior vantaggio". Io avrei forse voluto non parlare di un argomento di questo tipo perché per la politica che ho sempre portato avanti io nella mia città, qui a Cagliari, quello che ho sempre fatto per tante persone a me vicine, amici o conoscenti, sarei anche vicino, molto vicino a questo tipo di provvedimento, di disegno. Però io parto sempre da un presupposto e non vedo Pizzuto, Pizzuto evidentemente mi ascolterà in maniera diversa, sta parlando con persone più importanti. Avrei visto la proposta in maniera diversa ecco, io credo che secondo quello che lui ha sostenuto, credo che vivere continuamente di assistenza, di sussidio, io non credo che sia molto dignitoso per le persone, soprattutto per i nostri giovani che vanno via dalla Sardegna a cercare fortuna altrove. Io credo che a queste persone forse sarebbe il caso di dare un po' più di rispetto, sarebbe il caso di dare un'importanza diversa che un tipo di assistenza continua e un sussidio costante. In un momento come questo io credo che la Regione avrebbe dovuto utilizzare una strategia differente e avrei avuto piacere che probabilmente il collega avesse citato anche certe cose. Una strategia diversa dalla Giunta regionale, una strategia sull'occupazione, su quel che riguarda l'agricoltura oggi, i problemi industriali, io credo che questi siano i pilastri da continuare a mettere in piedi, non l'assistenzialismo e la cosiddetta carità. È vero, perché la gente oggi non riesce, come sosteneva lui, a mettere insieme pranzo e cena, c'è molta di questa gente, quindi cosa succede, ti dicono: "Tu sei lì in quei banchi, sei seduto lì, puoi parlare per ore però non hai il problema che ho io." E' vero, è vero per carità, però qual è il dovere nostro, quello dell'esecutivo regionale, quello di questo Consiglio, quello di noi e tutti i colleghi? E' quello di dare un'incentivazione alla macchina del lavoro, questo dobbiamo creare, creare i presupposti. Io credo che questo sia il maggior rispetto e la maggior dignità che dobbiamo dare alla nostra gente, non continuare ad erogare a vanvera parole e quattrini che non hanno poi un fine perché alla fine questi soldi, queste risorse termineranno, che cosa facciamo dopo che terminano? Cosa facciamo dopo che terminano questi soldi? Riproponiamo un altro documento di questo tipo per andare avanti? Io credo che sarebbe stato meglio probabilmente affrontare in maniera differente un discorso come questo, affrontarlo proprio parlando di lavoro, parlando di occupazione, toccando quei temi che sono i più importanti. Noi possiamo fare questo, questa Regione può fare questo, se delle risorse sono state messe in piedi per questo perché non utilizzare le risorse per incentivare le attività lavorative? Anche se piccole, ma quando esce di casa è diverso andare a prendere quattro soldi al comune o alla regione, invece uscire di casa la mattina per andare, sto andando a lavorare, poco che possa essere, io credo che sia la cosa più rispettosa e più dignitosa, più da uomo. Tornare a casa e dire: "Oggi ho preso lo stipendio, ho preso i soldi perché ho lavorato", nel bene e nel male è diverso da dire "Oggi ho preso i soldi perché mi hanno fatto la carità." Queste sono le cose che mi allontanano un attimino dalla mia ideologia pur sapendo che le difficoltà sono talmente tante e probabilmente è importante attivarsi per questa crisi intollerabile e soprattutto per questa emergenza.

Io credo collega che probabilmente sarebbe stato il caso di approfondire la cosa meglio in Commissione convenendo anche attraverso la collaborazione di tutti noi mentre invece questo documento come sappiamo tutti è stato approvato senza l'opposizione nel parlamentino e io credo che un argomento di questo tipo, se mi è consentito, sarebbe dovuto essere condiviso da tutti quanti perché stiamo parlando della nostra gente, stiamo parlando dei sardi, dei nostri conterranei, di quelli che hanno difficoltà ad andare avanti e credo che questo sarebbe dovuto essere sicuramente un risultato migliore all'interno della nostra Commissione.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Paolo Zedda. Ne ha facoltà.

ZEDDA PAOLO (Soberania e Indipendentzia). Io penso che ci siano alcune buone ragioni per condividere e appoggiare questa proposta di legge. Inizierei da ragioni di metodo che non sempre sono state rispettate, non sempre e mi portano a fare alcune riflessioni sul funzionamento complessivo di questa macchina amministrativa e politica. Approvo questa proposta di legge perché è una proposta di legge importante e perché viene dal Consiglio in un periodo in cui le proposte di legge importanti normalmente arrivano dalla Giunta e l'apprezzo specialmente perché viviamo in un periodo in cui le prerogative e le funzioni di questo Consiglio appaiono compresse e diciamo sottodimensionate. Abbiamo vissuto una stagione in cui per due volte la valutazione delle leggi di bilancio e della finanziaria hanno lasciato pochissimi spazi alla pianificazione del Consiglio, pochissime possibilità emendative e spesso questa prerogativa del Consiglio viene sottoposta a un'ulteriore autorizzazione attraverso le norme che così definiamo del plafond di spesa. Per due anni non si è fatto un assestamento di bilancio attraverso il quale il Consiglio autorizza una variazione di spesa che invece passa per dei meccanismi diversi e lontani dal potere di scelta di noi consiglieri, di noi che siamo stati legittimamente e direttamente eletti dal popolo sardo. La programmazione dei fondi europei passa solo marginalmente attraverso il controllo e l'autorizzazione del Consiglio se non per frazioni velocissime, marginali e in cui si giudicano formalmente i criteri generali di indirizzo politico, ma pochissimo è lasciato alla pianificazione concreta, reale dei singoli settori di spesa. E diciamo ancora che anche delle azioni che dovrebbero essere di specifica competenza del Consiglio come gli ordini del giorno e come le mozioni devono passare attraverso una condivisione con la Giunta.

È successo la settimana scorsa con una mozione sulla cessione del DNA dei sardi ed è successo un paio di mesi fa con l'ordine del giorno sul revamping di Tossilo che è stato formalmente e solennemente non autorizzato a queste condizioni dal Consiglio e al quale la Giunta ha risposto con un altrettanto sonoro: "Me ne infischio!" procedendo dritto nella sua azione amministrativa.

Ecco, in queste condizioni in cui le prerogative del Consiglio sono pericolosamente compresse e ridimensionate, io saluto con estremo favore l'arrivo di una legge importante e di peso che nasce da una valutazione politica del Consiglio che è stata fortemente voluta con una valutazione politica della pianificazione del futuro e che nasce da una visione di cosa deve essere la Sardegna nei prossimi dieci-vent'anni e che nasce da una visione che si preoccupa di una tendenza naturale di questa società, tendenza naturale a suddividere le categorie sociali in super ricchi e super poveri e che ha un urgente bisogno che non è mai stato urgente come in questo periodo, di essere corretta perché sennò ci porta ad una situazione che è molto lontana da quella che noi progressisti e noi sovranisti pensiamo e speriamo per il nostro popolo e per i nostri figli. I segnali di drammaticità ci sono tutti, da quelli della povertà che non è mai stata così diffusa a quelli dello spopolamento e a quelli dell'emigrazione dei nostri figli, specialmente di quelli più istruiti e di quelli per cui noi di più abbiamo investito attraverso il nostro potere di comunità e il potere di solidarietà comune. Ora, visto che anche il mio amico e collega Luca Pizzuto ha citato un pensatore liberale, anch'io come lui citerò due pensatori liberali. Uno è Milton Friedman, premio Nobel nel '76', che parla di imposta negativa, cioè del dovere che ha una società di riequilibrare gli squilibri sociali, e quindi di chiedere una tassazione positiva ai più abbienti e di concedere una tassazione negativa ai meno abbienti, cioè di dare un sussidio che consenta loro di essere non troppo distanti dalla media di possibilità di vita del resto della società. E l'altra è quella della terza verità di cui parlava Roosevelt nel '41', la libertà dal bisogno, cioè se un cittadino non ha un minimo di proventi economici che gli permettano di vivere dignitosamente non potrà neanche usufruire degli strumenti di democrazia che lo Stato mette nelle sue mani. Non potrà vivere pienamente la condizione democratica della società alla quale appartiene, non potrà godere delle possibilità culturali di vita comune che lo Stato gli permette di utilizzare. Detto questo la legge in sé quindi ha una finalità nobile e una finalità pienamente condivisibile. Naturalmente non è una legge che da sola risolve il problema delle povertà dei sardi naturalmente, la povertà dei sardi verrà risolta quando ci saranno delle iniziative che allargheranno la base produttiva, quindi la possibilità reale di produrre ricchezza, attraverso l'agricoltura, il potenziamento, la cessione dei terreni demaniali come abbiamo fatto alcuni mesi or sono con un disegno di legge del nostro Assessore, o attraverso il potenziamento del turismo, o attraverso per esempio una nuova programmazione industriale, o una politica energetica che vada a vantaggio del potenziamento delle capacità produttive dell'intera società sarda. Certo però in ogni caso questa è una legge che produce dei risultati che sono importantissimi, anzi dei quali noi non possiamo fare a meno. Tra l'altro noi condividiamo pienamente il principio attraverso cui si stabilisca un patto non tra singoli ma tra famiglie e Regione, e questo patto sia ben simbolizzato dal nome in sardo agiudu torrau, cioè la società dà un aiuto ai meno abbienti, ma loro si impegnano in cambio ad istruirsi meglio, anche andando oltre il limite minimo di istruzione che è quello di 16 anni. A entrare nei percorsi di ricerca di un nuovo lavoro e a potenziare attraverso anche dei corsi di formazione le loro capacità lavorative. Quindi un aiuto da una parte e un aiuto a se stessi, ma in quanto componenti della società anche all'intera comunità dall'altra. Per quanto riguarda la realizzazione io faccio alcune raccomandazioni, in primo luogo mi farebbe piacere che ci fosse una collaborazione stretta e diretta tra la concessione di sussidi attraverso questa nuova legge e la nuova neonata struttura dell'ASPAL, che ha le piene capacità e le piene competenze per diciamo collaborare e aiutare nel suo pieno compimento quest'azione di sussidio nei confronti dei più deboli. I centri per l'impiego svolgono questa funzione, quella di monitorare esattamente e di tener conto di tutti i dati che compongono la cartella di ogni singolo cittadino, di verificare che gli impegni presi con la Regione vengano rispettati, e attraverso il SIL di raccogliere tutte le informazioni che sono necessarie perché questo percorso vada a buon esito. Avremmo preferito che ci fossero delle condizioni più stringenti…

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Marco Tedde. Ne ha facoltà.

TEDDE MARCO (FI). Presidente, ma sicuramente la Sardegna sta attraversando un momento molto difficile sia sotto il profilo economico che sotto quello sociale. Centoquarantasette famiglie nello stato di povertà sono un dato veramente allarmante. Quattrocentomila persone in stato di povertà sono un dato tragico che deve essere considerato con grandissima attenzione. C'è un rischio di scivolamento verso le soglie di povertà di tantissimi cittadini sardi, che pian piano arrivano verso quel muro che noi tutti dobbiamo impegnarci ad infrangere, e questo è il contesto in cui si inserisce questa norma. Ma comunque non possiamo non considerare ciò che è stato fatto o non è stato fatto dall'inizio della legislatura per combattere questa situazione, o per fare in modo che questo momento così difficile non arrivasse. Abbiamo tante crisi industriali irrisolte e abbandonate, abbiamo i collegamenti aerei e marittimi che hanno di fatto isolato la Sardegna con gravi ricadute sull'economia dell'Isola, c'è un'evidente scarsa attenzione alle esigenze delle imprese. Nel programma elettorale di Pigliaru si parlava di semplificazione, sburocratizzazione, riduzione del carico fiscale, incentivi alle imprese, ebbene di tutte queste cose abbiamo visto ben poco, abbiamo visto invece aumenti del carico tributario, semplificazione e sburocratizzazione non ne abbiamo viste all'orizzonte, e comunque c'è complessivamente un'attività della Giunta insufficiente se non inesistente. Anche secondo i più eminenti studiosi il tema del precariato, perché comunque oggi parliamo anche di precariato, non soltanto di reddito di povertà o da inclusione, ma anche di precariato, è il tema più urgente per il governo nazionale ma anche per i governi regionali. E di fatto abbiamo oggi una nuova categoria giuridica, cioè si è materializzato un nuovo diritto che dobbiamo proteggere giuridicamente, il diritto della fragilità, un diritto che postula la necessaria tutela di quelle persone fragili che non trovano nella rete regionale dei servizi sociosanitari le risposte sufficienti, le risposte adeguate al loro stato o per superare lo stato. Quindi un quadro delicato e complesso che pone l'esigenza di un ripensamento del modello welfare regionale, soprattutto con misure che abbiano un alto tasso di innovazione sociale. È in questo quadro si inserisce questo progetto di legge, u progetto di legge che è partito in modo molto ambizioso, la prima dotazione finanziaria era di 400 milioni di euro, è evidente che questo progetto di legge era una sorta di cavallo di battaglia dei proponenti in campagna elettorale, 400 milioni di euro che era una sorta di promessa tipo quella che il Presidente Pigliaru faceva in campagna elettorale relativa allo scollegamento, o all'azione forte della Giunta per scollegare il potere politico dalla gestione della sanità. Quindi 400 milioni che pian piano si trasformano in altre somme, e pian piano questa norma viene rivoluzionata, viene trasformata viene modificata, viene frantumata, dematerializzata per poi essere rimaterializzata in altro modo. È una norma che, pur avendo intenti condivisibili, non ha la struttura sufficiente, non ha i contenuti sufficienti, non ha le basi sufficienti, non gli obiettivi sufficienti per iniziare a risolvere il problema, non per "risolvere il problema" ma "per iniziare a risolvere il problema". Non lo diciamo noi di Forza Italia, lo dice Pietro Pittalis, Ignazio Locci, Alessandra Zedda, Stefano Tunis, Marco Tedde, Oscar Cherchi, lo dice la maggioranza della Sesta commissione. La maggioranza della Sesta commissione punta il dito contro la struttura di questa legge ed evidenzia che ci sono delle misure nazionali che di fatto modificano il quadro normativo in cui si inserisce questa norma o questo progetto di norma, la Sesta commissione menziona proprio il SIA: il sostegno dell'inclusione attiva, quindi pone il dubbio di una scarsa correlazione fra il SIA e questa proposta di legge, ma poi arriva la Terza commissione che boccia in modo sonoro, anche se con toni molto garbati, la norma finanziaria di questo progetto di legge, demolisce la norma finanziaria, seppur con toni molto garbati che derivano dallo stretto rapporto di maggioranza fra i proponenti e la maggioranza della Commissione terza, però le cose che la maggioranza della Terza commissione, il Presidente sottoscrive pesano come macigni, pesano veramente come macigni! Comunque l'intervento che viene proposto è molto frammentario al di là dei passaggi finanziari che non sto a ripetere, ma che vedremo quando andremo a parlare dell'articolo 14. Presenta misure molto frammentarie, anzi la norma è frammentaria, meglio sarebbe stato proporre un ampio quadro di politiche inclusive, complementari alle misure statali, complementari al SIA, con tanta chiarezza. Manca la chiarezza di un rapporto fra SIA e le misure che vengono proposte in questa proposta di legge assolutamente difettano di chiarezza, cioè il rapporto e la relazione difetta di chiarezza. Poi avremmo avuto necessità di misure, anche sussidiarie, relativamente a quelle che vengono proposte dagli enti locali che hanno comunque competenze in materia di servizi sociali. Quindi condividiamo i fini ma lo strumento che si cerca di mettere in campo a nostro avviso è del tutto inadeguato. Noi avremmo preferito una risposta complessiva che superi la frammentarietà, avremmo preferito avviare un processo integrato con le politiche che vedono al centro le persone e le famiglie, riconoscendo a tutti i soggetti in difficoltà opportunità di accesso a prestazioni in ambito sanitario, in ambito sociale, in ambito abitativo e un aiuto serio, concreto e coerente con i fini che si propone, un aiuto per la ricerca attiva e il lavoro, quindi avremmo preferito un pacchetto omogeneo, coordinato, di misure piuttosto che un disegno di legge frammentario e sconclusionato sotto il profilo della dotazione finanziaria, questo lo dice la Terza commissione, non lo dice Forza Italia.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Francesco Sabatini. Ne ha facoltà.

SABATINI FRANCESCO (P.D.). Dichiaro da subito che voterò con convinzione per l'approvazione di questa legge, sono estremamente felice che questo Consiglio regionale si occupi oggi delle povertà e delle povertà estreme, delle persone più in difficoltà nella nostra società. È vero certo che sarebbe saltata fuori l'obiezione di fondo che è l'obiezione di quelli che dicono: cosa serve intervenire finanziare e approvare provvedimenti che finanzino i poveri, che diano sostegno ai poveri, è molto meglio intervenire sulle imprese, sull'economia che crea posti di lavoro e così i posti di lavoro aiuterebbero i poveri ad uscire dalla condizione di povertà. Questa è l'obiezione di fondo, è una corrente di pensiero che personalmente non condivido, lo dico da subito. Non la condivido perché chi conosce queste situazioni, chi ha letto un po' di sociologia che si è occupata del tema delle povertà sa bene che spesso chi vive la condizione di povertà estrema, anche nel caso raro in cui c'è la possibilità di accedere al mondo del lavoro, non è nella condizione di accedere al mondo del lavoro e chi ha letto qualche studio sa anche che la famiglia che vive con un solo stipendio, la famiglia mono reddito, vive ancora una volta in condizioni di povertà perché spesso quella famiglia, lo sappiamo tutti, magari ha due figli ma non ha la possibilità di mandare propri figli all'università perché non è in condizioni, perché il reddito non è sufficiente, quindi molti sociologi hanno detto in modo molto chiaro che il lavoro non basta più a liberare dalla povertà una buona parte una buona fetta della nostra società. Ecco perché ritengo importante che la politica che purtroppo se ne occupa troppo poco, si occupi delle povertà estreme, delle condizioni di chi è in forte difficoltà. Purtroppo spesso questo interesse viene valutato con uno spreco di risorse pubbliche e la povertà, diciamocelo chiaro, è assente nel discorso pubblico ed è assente nell'agenda politica italiana ed europea. Credo però che ci siano alcune attenzioni, soprattutto in questo disegno di legge, alcuni pericoli, a cui andiamo incontro e che dobbiamo conoscere. Intanto la Commissione terza non ha bocciato la copertura finanziaria di questa legge, questa legge utilizza i 30 milioni per le povertà che vengono destinati ai comuni, ma quelle risorse vengono lasciate ai comune e gestite all'interno del PLUS attivando i cosiddetti piani personalizzati che sono previsti dalla legge. Sono fondi a cui vengono affiancati ulteriori altre risorse e credo che se ben organizzati e strutturati negli interventi possano produrre i giusti effetti, e non sono interventi, mi dispiace contraddire alcuni colleghi che cadono nel vuoto, ma attraverso i piani personalizzati si tenta di far emergere la povertà, dare una possibilità ai poveri di uscire da quello stato e di inserirsi nel mondo del lavoro e nel mondo sociale e quindi ridiventare cittadini attivi. Detto questo noi dobbiamo tenere conto innanzitutto che ci sono a livello nazionale due provvedimenti: intanto è stata approvata la Camera dei deputati il 14 luglio la legge delega per il contrasto alla povertà, di cui dovremmo tener conto nel momento in cui sarà approvato dal Senato, il secondo intervento che è pienamente inserito dalle modifiche che vengono suggerite, anche attraverso gli emendamenti che sono all'attenzione del Consiglio, e la legge che andiamo ad approvare sarà pienamente inserita dentro un sostegno per l'inclusione attiva, cioè il SIA con il quale, lo voglio ricordare, il Governo Renzi ha destinato alla Sardegna una cifra importante di 15 milioni che si affiancherà al provvedimento che andremo ad approvare. Chiaramente c'è una preoccupazione, la forte preoccupazione è che non succeda quello che è successo fino adesso. Siamo pesantemente in ritardo, fortemente in ritardo sul sistema informativo regionale, sul Sipso, che ancora non ha attivato le schede relative alla povertà e ad oggi la Regione sa solo quanto ogni Comune spende per le povertà, il numero dei destinatari ma non ne conosce né il reale fabbisogno, né la stratificazione di diversi interventi che sono previsti dalla legislazione nazionale e dalla legislazione regionale. Tutti noi siamo a conoscenza di famiglie che vivono in stato di difficoltà e di povertà che non vengono intercettati da nessun intervento pubblico, e che ci sono famiglie che vivono la stessa condizione su cui invece si sovrappongono diversi tipi di intervento. Cioè il rischio è che noi andiamo ad approvare un disegno di legge che deve mettere fine alla diseguaglianza, deve dare a tutti pari opportunità e il rischio è che crediamo un ulteriore provvedimento che si sovrappone ad altri provvedimenti e quindi rischia di ingenerare nuove ingiustizie, nuova ingiustizia sociale. Questa è l'attenzione, ecco perché io credo che la legge debba porre maggiore attenzione all'istituzione immediata del sistema informativo, che deve consentire di conoscere a fondo gli interventi che si fanno, deve mettere in condizione la politica, e chi attua i provvedimenti, di conoscere le stratificazioni degli interventi e deve consentire i controlli incrociati perché non possiamo più permettere di intervenire in modo iniquo nel sociale e nel welfare sardo. Allora il sistema informatico è di fondamentale importanza. Ecco, l'altro elemento è la collaborazione con gli enti locali. Questa legge si affida molto ai Plus, però dobbiamo dare atto di un fatto fondamentale: i Plus non hanno funzionato. In molti unione dei comuni e in molti comuni non hanno funzionato, ci sono alcuni modelli che sono riusciti a realizzare bene le politiche sociali, ci sono altri Plus che non hanno funzionato. Ora, il Sia, il sostegno per l'inclusione attiva, si poggia sul Plus, noi poggiamo gli interventi previsti da questa legge sui Plus, il rischio è sovraccaricare quello strumento e rendere ancora più difficile l'applicazione. Quindi è chiaro che nel momento in cui ci affidiamo a quello strumento, a quell'organo amministrativo dobbiamo sostenerlo anche economicamente, dobbiamo strutturarlo, perché il rischio è che per quante risorse possiamo mettere a disposizione per il contrasto alle povertà, poi non riusciamo a concretizzarlo. È necessario poi, lo dico all'Assessore alla sanità, faceva un ottimo lavoro l'assessore Dirindin presentando puntualmente ogni anno il monitoraggio sulle politiche sociali, cioè un rapporto annuale in cui si porta a conoscenza la Regione Sardegna, il Consiglio regionale, le Commissioni competenti, di cosa si fa, di come si interviene e di quali risultati vengono raggiunti. Oggi, si interviene sull'applicazione di molte disposizioni di legge anche regionali senza poi avere contezza di quanto queste disposizioni e questi interventi abbiano prodotto la nostra società. Quindi, ecco io credo che un attento monitoraggio sia necessario. Ripeto, voterò a favore di questa legge, e raccolgo positivamente l'interesse di questo Consiglio regionale alle condizioni di povertà.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la consigliera Alessandra Zedda. Ne ha facoltà.

ZEDDA ALESSANDRA (FI). Intervengo con un po' di dispiacere perché sinceramente non vorremmo che le nostre perplessità, i nostri dubbi, ma quello che in genere facciamo cioè manifestare le discrasie sulle leggi che andate ad approvare spesso e volentieri, facciano pensare che non siamo in linea per aiutare la società, i deboli e chi soffre più degli altri. Noi vogliamo tutto questo, ma vogliamo anche che le istituzioni lo facciano con cognizione di causa e con azioni vere, dirette e concrete, perché non siamo più nei tempi in cui si può bleffare. Troppi stanno male, lo citava al collega Tedde, 147 mila famiglie, credo che non sia roba da poco, ecco perché io credo che più che accontentarvi reciprocamente, talvolta, di legge in legge da approvare, quasi come se doveste pareggiare dei conti, sarebbe più opportuno che approvaste delle leggi che possono essere d'aiuto ai sardi, prima che alla politica. Questo lo dico veramente senza grosse polemiche ma fermamente convinta perché credo che questo provvedimento, seppur nasce nella volontà con onestà intellettuale dell'onorevole Pizzuto e con voglia di mettere in campo delle strutture importanti, questo noi non lo discutiamo, però ha dei limiti talmente forti, onorevole Pizzuto lo dico a lei in particolare ma forse glielo ha detto anche il collega Sabatini tra le righe, poi dipende da come vogliamo interpretare anche ciò che dicono i colleghi, ma io parlo per casa mia, e quindi quello che prima diceva l'onorevole Tedde sul pensiero di Forza Italia, credo che possa essere ancora integrato dicendovi proprio che seppur nasce con delle buone logiche e con buona volontà, questo provvedimento non lo troviamo assolutamente inapplicabile. Adesso vado a dirle il perché.

Intanto mi farebbe piacere poter dialogare magari anche informalmente con qualche collega, che oggi occupa i banchi della maggioranza, che in passato ha gridato allo scandalo quando noi abbiamo provato a proporre delle misure simili, addirittura sottolineando il fatto che stavamo coinvolgendo dei lavoratori, delle attività produttive, mischiandoli con le parti invece dell'aiuto ai più sofferenti e ai più deboli, quindi al sociale. Voi state facendo la stessa identica cosa con delle difficoltà di applicazione assolute, anche perché volete coinvolgerli all'interno dell'attività degli enti locali, vi ricordo che all'interno degli enti locali ci sono delle forme di contratto di lavoro di vario genere che non vi insegno di certo io, e che soprattutto ci saranno veramente delle difficoltà per far svolgere dei ruoli che qui non sono assolutamente chiari. Ma andiamo per ordine, cerchiamo di essere concreti per dirvi perché non lo condividiamo nell'applicazione e non di certo nella ratio che lo ha ispirato. Intanto parliamo di un elemento di non poco conto e mi riferisco alla parte finanziaria, siete partiti, ve l'ha detto l'onorevole Tedde, con grandi velleità e oggi ci ritroviamo parlare di 30 milioni di cui 18 milioni, questo lo dico al Presidente della Commissione terza, di 18 milioni abbiamo rilevato che potrebbero anche non esserci, non essere disponibili. Soprattutto crediamo che 30 milioni non siano una misura sufficiente. Per di più siamo ormai a settembre e quindi in una parte inoltrata dall'anno finanziario e rileviamo tra l'altro che tante altre azioni e interventi per le misure sul sociale non hanno ancora avuto, per i sardi, alcun beneficio, per quelli che soffrono, per quelli che citate voi in questa legge. E tutto fermo, li vogliamo poi abbinare alle parti della formazione professionale, leggo, magari ai servizi che dovrebbe svolgere l'Aspal, credo che sia già un progetto perdente onorevole Zedda. Quindi, da questo punto di vista credo che la parte finanziaria sia assolutamente di difficile applicazione, anche perché le risorse non sono disponibili e poi credo anche che su questo non si deve mentire, dite che state cambiando strategia, ma non dite che state continuando a coinvolgere gli enti locali, anche perché essere lo strumento quello dei Plus, e io in questo concordo completamente con l'onorevole Sabatini, i quali hanno dato dei risultati in alcune nazioni e in alcune parti della Sardegna, in alcuni comuni, ma sono stati fallimentari e ad oggi non sono stati in grado neanche di svolgere le funzioni iniziali per cui sono nati. Quindi, credo che veramente mettere altra carne al fuoco di questa serietà, di questa importanza, sia assolutamente un progetto perdente dall'inizio, perché non è realizzabile e lo sappiamo bene, anzi forse lo sapete meglio di noi visto che governate la gran parte dei Comuni della Sardegna.

Ancora. Vorrei suggerire che, per quanto riguarda gli immigrati, e qui non ho timore veramente di essere smentita, credo che di misure ce ne siano già abbastanza, io non li avrei inseriti in questo progetto ancora, perché ne hanno già abbastanza rispetto ai nostri, e sono azioni sulle quali forse il Governo nazionale dovrebbe darci altre attenzioni. Pensiamo ai nostri poveri, ai nostri bisognosi, ai nostri in difficoltà, con questo strumento.

Ancora. "Partecipano - lo mettete voi all'articolo 4 - alle attività di formazione professionale o di emancipazione socioculturale programmate dai Centri per l'impiego e dai Servizi sociali comunali, se previsti dal piano di interventi disciplinato dall'articolo 9": ne avete visto qualcuno quest'anno? Abbiamo avuto qualche risultato? A me non pare.

Ancora. C'è tutto un rimandare all'utilizzo delle risorse comunitarie, che credo alcune, sulla carta, dovevano far parte di programmi differenti, o meglio per le indicazioni che ci hanno dato dall'Unione Europea sulla spendita del FSE avremmo già dovuto avere un programma fitto di interventi, e invece noi continuiamo ad affiancare altre risorse, queste, minime, con i programmi comunitari che avrebbero appunto dovuto già avere un tipo di spesa differente.

Inoltre sono anche convinta che queste risorse così insufficienti non possano essere parte integrante di risorse nazionali che, purtroppo, non so se qualcheduno non si è ancora reso conto però di Sardegna di questi finanziamenti regionali - anche in questo caso potreste parlarne con gli amici sindaci - non credo che sia arrivata gran parte degli interventi che possono farci stare tranquilli che questi 30 milioni possano essere di grande conforto per chi sta in queste condizioni e chi soffre maggiormente in questo momento nella nostra terra, assolutamente. Guardate, non possono essere un binomio, dobbiamo assumerci maggiori responsabilità e quindi trovare ulteriori risorse, ma soprattutto, concordo con i miei colleghi, quando si agisce su programmi di questa rilevanza, per essere determinanti e cambiare davvero e migliorare la qualità della vita di chi oggi è in sofferenza, il progetto è integrato, non ci possono essere misure spot, seppur importanti come può essere questo reddito di sostegno.

Le ultime considerazioni le voglio fare in ordine all'articolo 13. Io credo che purtroppo ci siano gli elementi da prendere in considerazione per poter invece intervenire in maniera veloce, diretta e concreta, in brevissimo tempo, quindi tutto ciò che noi mettiamo all'articolo 13 credo che sia veramente, colleghi… provate ad accettare con la massima onestà intellettuale quello che vi sto dicendo, ci saranno veramente delle difficoltà di applicazione. Quindi, proviamo, noi vi diamo la disponibilità, a rivedere quelle parti che possono semplificare l'utilizzo di queste risorse ma soprattutto fare in modo che davvero le persone che io credo volutamente vogliamo aiutare possono ricevere davvero questo aiuto, perché non ce né il tempo e non ci possono essere solo delle parti di filosofia e delle belle leggi che rimangono scritte a parole ma sono inapplicabili.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Luigi Ruggeri. Ne ha facoltà.

RUGGERI LUIGI (P.D.). Io credo che ci siano rischi di interpretazioni erronee di questa legge, sia per le cose che ho sentito dentro quest'Aula sia per le cose che si sentono fuori da quest'Aula.

Delle cose dette in quest'Aula mi sorprende che ci sia una sorta di narrativa che si vuole divulgare e che ascrive l'importanza di questa legge ad una semplice dialettica di relazione tra forze politiche, per cui una legge fondamentale per la legislatura come la legge sul reddito di inclusione sociale, diventa un oggetto di scambio e di trattativa tra forze politiche in quest'Aula: credo che sia una narrazione che sminuisca molto il valore di una legge che in Italia manca complessivamente come strumento e che è comune a tutti gli altri Stati europei, Grecia esclusa.

L'altro dato sul quale credo sia pericoloso incamminarsi è quello di considerare la legge, come echeggiato in qualche intervento, come uno strumento di carità. Visto che si citano pensatori, io ricordo un pensatore italiano e sardo che, a proposito di certi tipi di carità, li considerava come carità verso società di protezione animali: non funziona così, è una logica fondamentalmente di sostegno alla socialità e non una logica caritatevole nell'erogazione economica.

Un altro dato è quello di rappresentare le diverse opportunità che sono messe in campo da questa legge come quelle di una lotta tra poveri, con gli emigrati da una parte: qui si parla di soggetti, di categorie di bisognosi che hanno anche delle identificazioni, hanno per esempio un obbligo di residenza in Sardegna da almeno 36 mesi, se ne prescinde solamente per emigrati di rientro non per gli emigrati che stanno raggiungendo quotidianamente le nostre coste.

L'altra interpretazione erronea è quella che richiama il reddito di inclusione sociale come fosse un diritto soggettivo, che è proprio di alcune formulazioni di legge che hanno un approccio differente. Io penso che si tratti invece di un reddito che segue una logica inclusiva e multi-inclusiva, perché se ci fermiamo a pensare che l'attività fondamentale di questa legge sia quella di garantire un'erogazione monetaria, allora sì avrà un senso il rischio che è stato palesato da qualche collega dicendo che si tratta di interventi che sono di per sè effimeri e che, finito il periodo dell'erogazione, poi non sono più stati capaci di evocare avanzamenti, miglioramenti e il raggiungimento degli obiettivi che invece ci si prefissi. Alla stessa maniera, però, specularmente, bisogna iscrivere quella stessa tendenza a interpretare il reddito di inclusione sociale solamente sotto la logica dell'inserimento lavorativo, perché se la si schiaccia solamente sopra quella dimensione, se si definisce il problema della partecipazione del capitale sociale delle nostre organizzazioni solo come un problema di partecipazione al lavoro, e non un problema di povertà complessiva, si vede solo un lato del problema, ed è un rischio, perché se manca l'approccio multidimensionale alla povertà, il rischio è che anche i nostri Servizi sociali chiamati all'erogazione sul campo di questi servizi ne colgano semplicemente l'aspetto monetario o lavorativo, eroghino contratti di lavoro o borse di lavoro, e non superino invece il problema della frammentazione del welfare che noi abbiamo oggi in Sardegna, che ha appunto necessità di strumenti. Infatti prevediamo nell'intervento, e possiamo ragionare anche sul fatto che non sia sufficiente, una quota che deve potenziare l'assistenza tecnica ai Comuni per i Plus. Ma fondamentalmente bisogna pensare che questa cornice legislativa offre, certo con difficoltà, la difficoltà dei tempi, la difficoltà della nostra organizzazione burocratica, un ancoraggio strutturale a politiche multidimensionali che riguardano certamente il sostegno, certamente l'avviamento al lavoro ma anche l'accesso ai servizi culturali, l'accesso ai servizi di socialità, l'accesso alla casa, l'accesso alla formazione. Bisogna provare, soprattutto attraverso il sistema informativo, a ricondurre tutti gli strumenti che nella regione operano verso ciascuno di questi aspetti, ad una dimensione sinergica complessiva in cui lavora il fattore di integrazione; il fattore di integrazione che rischia certamente… stiamo parlando di una legge nuova, stiamo parlando di sfide difficili, stiamo parlando di una tradizione di comportamenti opportunistici, nella burocrazia e negli utenti finali, che rappresenterà un ostacolo fondamentale al dispiegarsi delle finalità di questa legge. E bisogna su questo strumento avere chiaro il rischio che la burocrazia potrebbe non farcela, potrebbe limitarsi all'adempimento formale, potrebbe proporre interventi sulla povertà, così come sono state registrate nell'esperienze di altre Regioni, con ritardi anche di anni nell'adempimento formale, nella messa a norma dei meccanismi, e quindi in questa maniera contraddicendo le logiche di intervento che devono essere necessariamente pronte per raggiungere l'efficacia che si vuole ascrivere. Però resta il fatto che esse non iniziamo, se non pensiamo di avere uno strumento che da una parte sia la panacea di tutti i mali e dall'altra sia invece lo strumento che necessariamente funzionerà male, abbiamo uno strumento che dovrà essere messo a regime, abbiamo uno strumento che dovrà essere fatto partire con una certa farraginosità iniziale ma poi dovrà essere spinto, appunto, anche da parte dell'Amministrazione regionale con la diffusione delle buone pratiche, con la diffusione soprattutto delle informazioni; ma abbiamo di fronte una scommessa enorme come chiunque di noi abbia amministrato si sia trovato di fronte a quelle esigenze rappresentate da un corpo sociale che marcando via via il distacco delle dinamiche ordinarie che compongono una comunità diventa sempre più difficile ricondurre a logiche di capitale sociale, a logiche incrementali. Dirò di più, questa è una scommessa della democrazia, perché sono momenti questi in cui il progressivo distacco dalla logica di destino comune sta mettendo a repentaglio la stessa scelta democratica e operazioni come queste ancora limitate, ancora da mettere a regime ancora da oliare, ancora da incrementare nei suoi numeri assoluti, fanno il paio con quelle prime esperienze degli inizi del novecento quando gli elementi mutualistici sul sistema sanitario, gli elementi mutualistici sulle pie opere cominciavano a dare il senso di una socialità che andava costruita. Allora io penso che il relitto di inclusione sociale ci porta oggi alla nostra attenzione nuovamente sul fatto che su una società che si è per molto tempo omologata al mercato, le opportunità da cogliere come facoltà di ciascuno, riporta la nostra attenzione al fatto che non possiamo lasciare nessuno indietro e che oggi garantire opportunità significa anche essere eterodossi rispetto al pensiero dominante da una parte della carità, dall'altra del fatto che comunque chi voglia ce la può fare. Non è così, abbiamo una porzione di società che è a rischio di esclusione definitiva, abbiamo il dovere di metterci prontamente mano, questo è uno strumento ancora incompleto, ancora inperfetto sul quale mi pare ingeneroso già trarre delle conclusioni negative come sono state tratte dagli interventi di alcuni colleghi, certamente da affinare ma certamente un primo passo molto importante per fare una società più giusta.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Paolo Truzzu. Ne ha facoltà.

TRUZZU PAOLO (Gruppo Misto). Grazie Presidente, io non so se fosse un liberale o un marxista, sicuramente una persona di cultura, sicuramente una persona intelligente ma Albert Einstein diceva che la teoria è quando si sa tutto e niente funzione, la pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché. E noi abbiamo messo insieme teoria e pratica, non c'è niente che funzioni e nessuno sa il perché. E cito Einstein non per la legge proposta dal collega Pizzuto e dal Gruppo di SEL che ha sicuramente il merito di portare all'attenzione di quest'Aula un tema fondamentale per le democrazie moderne che è quella della lotta alla povertà, ma per ricordare a quest'Aula che nel momento in cui noi discutiamo di un tema così importante non un orco che vive chissà dove, non uno sfruttatore del popolo, non un capitalista senza cuore ma la Regione Sardegna, questa Regione Sardegna questa Giunta regionale fa di tutto per spingere parti di società nella povertà. E come lo fa? Lo fa continuando ad approvare degli appalti che portano i lavoratori, per esempio del facchinaggio piuttosto delle guardie giurate prima piuttosto quelli delle ASL a percepire un reddito sotto la soglia di povertà e lo fa in contrasto con una risoluzione votata all'unanimità da questo Consiglio e continuo a farlo nonostante le interrogazioni che fanno alcuni colleghi del centrosinistra il collega Comandini e il collega Meloni. Allora o noi ci mettiamo d'accordo su quello che dobbiamo fare e sul fatto che bisogna operare con logica e non in maniera schizofrenica oppure continueremo a produrre delle bellissime leggi sulla carta che poi nell'applicazione concreta troveranno invece l'esatto contrario, perché questo è quello che sta avvenendo sulle guardie giurate si è in qualche modo intervenuto, sui lavoratori del facchinaggio che stanno occupando oggi l'Assessorato degli enti locali sembra che non si voglia intervenire perché l'appalto è già stato aggiudicato, spero che su quello del portierato delle ASL, Assessore, ci sia un po' di attenzione visto che la gara non è stata ancora definitivamente espletata e l'appalto non è stato aggiudicato. Detto questo, che è quello che ci porta alla cronaca di tutti i giorni per stare sulla realtà e con i piedi per terra, io credo che il dibattito di oggi non sia tra chi è a favore del reddito di cittadinanza e chi è contrario al reddito di cittadinanza ma chi tra chi vuole una buona legge che permetta alla maggior quota possibile di cittadini sardi di uscire dalla povertà e dal rischio di esclusione sociale e tra chi invece propone una legge purché sia una legge, perché questo è il dato di fatto dovremo anche cominciare a capire e confrontarci sui termini. E vedete, il reddito di cittadinanza e reddito di inclusione sociale, lo saprà sicuramente meglio di me l'onorevole Pizzuto, sono due cose diverse, sono due cose profondamente diverse perché il reddito di cittadinanza presuppone che io assegno una dote finanziaria a un cittadino in quanto cittadino che sia ricco o che sia povero. E allora il primo passo da fare sarebbe magari quello di correggere il titolo della legge, perché questo in realtà è, com'è stato anche detto da alcuni relatori e da alcuni oratori, da alcuni colleghi, una legge che mira invece a ridurre il rischio di esclusione sociale e mira a creare un sistema di ridistribuzione del reddito. E il reddito di cittadinanza si basa su un altro principio che è una base etica e valoriale indubbiamente, il principio che ha citato qualcuno che è giusto liberare i cittadini del bisogno, perché la politica vincerà la sua sfida sarà veramente meritocratica e corretta nel momento in cui avremo cittadini che saranno liberi di fare le scelte perché non condizionati dal bisogno, questa è la vera sfida che dovremo affrontare e mi chiedo se oggi sia possibile. Ricordo che nel 2007 in Italia dieci famiglia detenevano la ricchezza di 3 milioni di cittadini, nel 2015 dieci famiglie detengono la ricchezza di 6 milioni di cittadini e non è che quelle dieci famiglie siano più ricche, sono le altre famiglie che sono diventate più povere e quindi la vera sfida è quella di riuscire, di fare in modo che sempre più soggetti, sempre più famiglie abbiano la possibilità di poter vivere una vita dignitosa e come lo possiamo fare, badate, il mondo è cambiato e sta cambiando, un tempo si facevano tanti figli perché servivano molte braccia per lavorare la terra, così si diceva, ma la sfida che oggi ci pone il mondo e le nuove tecnologie ci dicono invece che la sfida per uscire dalla povertà è l'istruzione, perché se ogni cittadino sardo viene messo in condizione di studiare, di avere la possibilità di accrescere le sue competenze prima o poi magari non in Sardegna un lavoro lo trova e ha la possibilità di essere liberato da quel bisogno. Ed è una sfida che riguarda tutti non riguarda solo i marxisti ma riguarda principalmente i liberali, perché ogni sano liberale ha interesse che ci sia un'organizzazione sociale che funzioni e la povertà è un elemento invece di distruzione dell'organizzazione sociale, lo diceva (Von Anghet) Tanto per ricordarlo ai colleghi che non è una lotta ideologica, una lotta invece che ci deve portare sul concreto. E allora permettetemi di dire insieme ad alcuni rilievi che hanno fatto i colleghi che questa legge ha tutta una serie di elementi che non funzionano. Il primo è il fatto che secondo me c'è un caricare sulla Regione Sardegna un lavoro che non è in grado di fare, perché è vero che i comuni sono inseriti con tutta una serie di operazioni negli articoli della legge, però nei primi articoli sembra che la parte del leone la faccia la Regione, io mi chiedo se l'Assessorato delle politiche sociali, Assessorato del lavoro siano oggi in condizione di poter mettere insieme tutta quella struttura che oggi richiede questo tipo di legge. Lo diceva prima il collega Sabatini, non ci sono elementi per cui noi siamo in grado di valutare le reali esigenze, il reale fabbisogno, le condizioni di povertà. Allora, il primo punto da cui partire forse è proprio quella organizzazione informatica che ci permetta di avere una reale conoscenza. Paradossalmente, nella legge non c'è nessuna valutazione sulla dotazione finanziaria che serva per fare questo aspetto, e quindi parte già in qualche maniera monca. Ai comuni che vogliamo coinvolgere con l'attività e con i servizi sociali vengono assegnati tutta una serie di compiti e caricati una serie di oneri che non so se con le risicate finanze di oggi siano in grado di svolgere. Mi sembra anche che ci siano all'interno della legge pericolose derive, per cui parti delle finanze che sono destinate alla lotta per le estreme povertà verrebbero utilizzate per creare strutture amministrative per garantire l'erogazione dei sussidi e delle alleanze di inclusione sociale. Ecco, sinceramente questo vorrei evitarlo, si trovino altre risorse, non si parta da queste misure. C'è una visione un po' mi verrebbe da dire quasi, se mi permette il collega Pizzuto, sovietica, ma dirò burocratica dell'aspetto che rischia di far diventare una buona idea, una buona proposta e sicuramente un tema importante qualcosa di difficilmente realizzabile. Allora, la proposta, la richiesta che faccio ai colleghi è quella di evitare che si faccia una legge pur per farla, per utilizzarla come bandierina da potere sbandierare in campagna elettorale, perché non è questo che vogliamo fare, non è questo l'errore in cui dobbiamo cadere, e non può nemmeno essere la compensazione per le situazioni che si sono create all'interno della maggioranza negli ultimi mesi. Perché, vedete, non ce lo perdonerebbero i cittadini sardi. Siccome io so benissimo che nella maggior parte dei nostri colleghi e soprattutto dei proponenti lo spirito è proprio quello di fare qualcosa che possa aiutare chi si trova in condizioni di disagio oggi, e soprattutto gli possa consentire di mettersi in condizione di emanciparsi, allora non facciamo questo errore, non utilizziamo regolamenti di conti nostri perché non faremmo un servizi ai sardi.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Stefano Tunis. Ne ha facoltà.

TUNIS STEFANO (FI). Francamente non comprendo qualche intervento un po' stizzito che ho sentito provenire dai banchi della maggioranza, perché invece credo che questa norma meriti di essere analizzata in maniera distesa, con il giusto approccio critico e con la consapevolezza che ci troviamo davanti a un tema che forse tardi arriva all'attenzione di questa assemblea. È la ragione per cui considero utile discuterla e considero, all'interno di quest'aula, prenderci tutto il tempo che sarà necessario per darle una definizione compiuta. Non sono in grado in questo momento di dare un giudizio politico compiuto rispetto alla proposta, perché bisognerà vedere cosa verrà fuori dopo le decine di emendamenti che, soprattutto dai banchi della maggioranza, mi risulta stiano pervenendo. E di conseguenza, nel momento in cui sarà aggregata, saremo in grado di capire qual è la reale capacità di impatto. Certo che, se dobbiamo analizzare il primo elemento, non c'è da essere troppo ottimisti, nel senso che la quantità di risorse di cui parliamo è largamente insufficiente rispetto alla quantità di disagio che in premessa è stato presentato dal proponente. Però da qui dobbiamo partire, perché rispetto al disagio, rispetto al fatto che viviamo in una società che si sta dimostrando, per autoconservarsi, sempre più capace di escludere piuttosto che di includere, noi non possiamo tirarci indietro. Noi abbiamo per tensione etica, per convinzioni religiose, per convinzioni politiche la necessità di trovarci uniti rispetto al fatto che l'enorme quantità di disagio che in questo momento alberga nella nostra Regione deve essere affrontata e deve essere affrontata con il giusto spirito. È la ragione per cui qualunque sia l'esito finale lo sentiremo anche nostro, perché ogni parola che diremo qua dentro dovrà essere spesa perché un po' di questo disagio venga meno. Naturalmente occorre ragionare anche in termini di definizione, questo non è un reddito di cittadinanza, perché, per come è stato presentato, per il suo confezionamento in sede di proposta, non può essere incluso in nessuna delle definizioni che noi abbiamo di reddito di cittadinanza, perché non raggiunge tutti. E il solo fatto di includere un'assunzione di responsabilità, quindi di collegarlo a un dovere da parte del ricevente non serve a iscriverlo in questa categoria. Quindi è ancora troppo, dal mio punto di vista, spostato sulla politica sociale piuttosto che sulla politica economica, dove invece, a mio avviso, meriterebbe di essere incasellato. Il mondo si è diviso per molto tempo in chi era incluso nella società perché lavorava e chi era escluso perché non lavorava. Il mondo, da un bel po', ha smesso di essere diviso in questo modo, perché le nostre comunità si reggono sempre di più, ogni giorno di più sullo spirito di chi, pur non lavorando, pur essendo escluso dal mondo del lavoro, dà un contributo alla nostra comunità che ha anche un valore economico. Perché una madre non impegnata nel mondo del lavoro che si prende cura di un figlio, una persona non impegnata nel mondo del lavoro che comunque contribuisce a dare un futuro a un ragazzo in affidamento, una persona che si occupa di una non autosufficiente, anche se in quel momento, e ce ne sono tante, è esclusa dal mondo del lavoro, è una persona che partecipa in maniera attiva al buon funzionamento della nostra comunità. Per questo io dico, forse varrebbe la pena, in questo caso, concentrarsi un po' sulle categorie, concentrarsi un po' sugli obiettivi, cercare di capire se si può addirittura, attraverso questa misura, dare un pochettino di sostegno a quel reddito disponibile che piano piano è stato eroso dalle famiglie, perché non tutto il disagio è uguale e non tutto il bisogno è uguale. Ora, le raccomandazioni. Vale la pena ragionare assieme su quali sforzi si possono fare e su quali sacrifici si possono fare per incrementare in maniera sensibile e significativa questa dotazione economica che appare abbastanza simbolica rispetto agli obiettivi che si propone di raggiungere e rispetto alla quantità di disagio che stiamo affrontando? Vale la pena ragionare un po' di più sulla definizione? Vale la pena fare un passo indietro su certe posizioni legittime, ma ideologiche, soprattutto in materia di coppie di fatto, come è definita all'interno del testo? È possibile, rifacendosi alle norme civilistiche in nostro possesso, concentrarsi più sull'obiettivo di dare respiro a chi si prende cura di creare un cittadino per bene per la nostra comunità? Vale la pena mettere la cura dei figli e la loro educazione davanti agli altri aspetti? Depuriamo la nostra proposta da caratterizzazioni ideologiche troppo marcate. A noi occorre incentivare le famiglie a mettere al mondo dei figli, a dargli un'educazione, a farne domani dei cittadini che popolino il mondo, non necessariamente la nostra Regione, in termini positivi, che siano in grado di esportare sentimenti positivi, ma soprattutto solidali, perché è la solidarietà che deve essere alla base di questo intervento. Sfuggiamo dall'idea che si tratti di una mancia, cerchiamo di escludere qualunque risvolto di rendita elettorale rispetto a una misura di questo tipo e rendiamola assieme veramente efficace, però descrivendo dei confini che siano capaci di sottrarla alla polemica politica, e di metterla a disposizione dei cittadini come uno strumento capace da domani di fargli svolgere ancora meglio il grande ruolo di colonne della nostra comunità che stanno comunque portando avanti.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Francesco Agus. Ne ha facoltà.

AGUS FRANCESCO (SEL). Mi spiace deludere l'onorevole Locci, ma il reddito minimo, misura che è a monte di quella che oggi discutiamo in aula, era nel programma della coalizione di centrosinistra e conseguentemente è stato presentato come una proposta di legge e discusso in un iter lungo, che non ha mai evitato il confronto né in Commissione, né nella sottocommissione nei cui lavori era prevista anche la partecipazione delle forze di opposizione, e ne nei tanti eventi esterni con le forze sociali che hanno preceduto l'arrivo in Consiglio di questo testo di legge. Il testo quindi arriva in Aula dopo un lungo dibattito, poteva essere più breve, forse, probabilmente sì, però su un tema come questo eviterei i "benaltrismi", e tenderei a vedere il bicchiere mezzo pieno. Oggi si mettono a correre risorse europee, risorse stanziate dal Governo nazionale, si omogeneizzano risorse previste dal bilancio regionale e si fa un'azione che sarebbe colpevole, complice e ingiusto ritardare anche solo di un altro giorno. Avere risorse per il superamento del primo dei problemi che oggi ci troviamo ad affrontare, quello della povertà, e non spenderle, è un atto che in questa fase nessuno di noi si può permettere; lo si fa dopo un lavoro corale, e lo si fa dopo che alcune Regioni - il Veneto, la Puglia e la Regione Lazio in una fase ancora precedente - stanno già sperimentando forme di assistenza attiva simili alla nostra. Oggi il nostro sistema assistenziale è in crisi, è in crisi perché come in moltissime strutture con cui ci troviamo a convivere è concepito per un mondo che non esiste più. Noi abbiamo un sistema socio-assistenziale di assistenza alle povertà concepito per il mondo precrisi: il mondo del posto fisso, della spesa pubblica in continua crescita, dello Stato imprenditore, dei contributi in conto occupazione, degli ammortizzatori sociali, di un sistema previdenziale precedente alle ultime 4 riforme pensionistiche che garantiva l'accesso al mondo del lavoro anche per i più giovani. Quel sistema concepiva la povertà come un fatto residuale, alternativo al lavoro, cronico in alcuni aspetti, ma residuale per ampiezza del fenomeno. La grande crisi che stiamo attraversando negli ultimi 10 anni ha fatto morti e feriti, e ha reso quel fatto non più residuale, ha mantenuto gli aspetti cronici, ma ha esteso i soggetti della società potenzialmente coinvolti dal fenomeno. Sono raddoppiate in 10 anni le famiglie povere, sono raddoppiate molto più al Sud rispetto che al Nord, segno anche di una differenza territoriale che in questi anni di crisi non si è attenuata ma ha aumentato anche i suoi effetti, e sono iniziate nuove forme di povertà. Si è superata la dicotomia tra povertà e lavoro. Prima, nel mondo che non esiste più, chi lavorava era senza dubbio non incluso tra i poveri, perché il lavoro di per se era condizione necessaria e sufficiente per superare la condizione di indigenza e di povertà. Oggi non è più così, oggi ci troviamo a convivere con forme di lavoro che non fanno superare al nucleo familiare la condizione di povertà, e in alcuni casi anche di lavoro pubblico, l'ha citato poc'anzi l'onorevole Truzzu, gli ultimi contratti nazionali di lavoro, quindi approvati anche dalle forze sindacali, in determinati contesti portano in alcuni casi ad appalti pubblici che non consentono ai lavoratori, che appunto lavorano per appalti pubblici, di superare la soglia di povertà. Quindi una dicotomia che non soltanto non esiste più, ma che in alcuni casi è espressamente negata dal datore di lavoro pubblico. La povertà colpisce quindi anche persone che mai nella loro vita avrebbero immaginato di dover fare i conti con il problema. Parlo degli over 50 espulsi dal mondo del lavoro che non hanno trovato altre possibilità, parlo di figure espulse anche dal sistema di ammortizzatori sociali, che non sempre van incontro a tutte le esigenze che una società frammentata come la nostra oggi impone. Affrontare quindi un problema straordinario, nuovo, inedito rispetto alle condizioni precedentemente date, con gli strumenti vecchi, è un'impresa impossibile, equivale a cercare di svuotare il mare con un cucchiaio. Misure straordinarie sono richieste per affrontare condizioni straordinarie. Oggi le misure di sostegno alla povertà si riducono nei contributi alle estreme povertà erogate dai comuni, non sempre in maniera virtuosa e spesso con una confusione eccessiva tra quello che è un diritto e quello che invece è un'elargizione di favore, a un sistema assistenziale genericamente concepite in Sardegna per assistere meno della metà dei nuclei familiari delle persone che oggi sono in condizioni di indigenza; è tarato più per casi cronicizzati, quindi di persone che nascono e trascorrono buona parte della loro esistenza alternando forme più o meno gravi di indigenza. Ecco, un sistema più concepito più per quei casi, rispetto ai casi di temporanea e estemporanea indigenza destinata quindi a un superamento e a mettere nelle condizioni le persone di superare il caso di povertà estemporanea. Oggi cosa facciamo? Attiviamo, con questa legge, uno strumento risolutivo, che con il tempo e con ulteriori stanziamenti che si aggiungono a quelli inizialmente previsti, consentirà di avere uno strumento unitario per la risoluzione del problema povertà in Sardegna. Questo non significa che da domani tutti i problemi saranno risolti, non può essere così perché le risorse a nostra disposizione sono limitate. Anche per questo motivo si è deciso, la Commissione che ha esaminato il testo, il relatore, l'onorevole Pizzuto, che ha lavorato anche con gli uffici dell'Assessorato alla sanità alla stesura definitiva del testo, hanno concentrato l'attività in particolare a quello che oggi è il problema primario, cioè le famiglie povere con soggetti ad altissimo rischio di dispersione scolastica. Ecco, anche in quest'ottica io chiederei, inviterei i colleghi nei prossimi interventi e nell'esame degli articoli, a evitare di dire che i problemi sono ben altri e che le soluzioni richieste necessiterebbero di un altro sforzo. Ecco, "ci vuole ben altro", è una frase che in questo contesto non si può dire, perché le oltre 10.000 famiglie che beneficeranno subito del reddito di inserimento, non hanno un "ben altro" a cui tendere, non aspettano "altro", aspettano "questo", perché le famiglie che si trovano nella condizione difficilissima di non poter mandare i figli a scuola, di dover scegliere tra il mantenimento dei bisogni primari e il proseguimento degli studi scolastici dei propri figli, non hanno altro a cui pensare. Quindi non serve ben altro, serve questo. Ne serve di più?... E' probabile, è sicuro, ma questo è un punto di inizio irrinunciabile in questa fase. Oggi non si chiude un percorso, ma si inizia una strada, e la strada, anche se lunga e difficile, è senz'altro quella giusta. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Oscar Cherchi. Ne ha facoltà.

CHERCHI OSCAR (FI). Un testo di legge che credo abbia un rilievo, e deve avere un rilievo non solo all'interno di quest'Aula consiliare, ma che deve avere, dovrà avere, una volta approvato, un'importanza fondamentale sul tessuto sociale del territorio regionale sardo. 20 marzo 2014, quindi appena iniziata la legislatura, il Gruppo SEL deposita una proposta di legge con il titolo: "Reddito di cittadinanza e contrasto della povertà. Fondo regionale per il reddito minimo di cittadinanza". Dopo oltre due anni entra in Aula una proposta di legge che giustamente modifica il proprio titolo e che giustamente viene riportato alla realtà dei fatti e di quello che realmente si può erogare, si può stabilire all'interno di un progetto di legge che deve dare supporto e assistenza a una tessuto sociale e quindi alla necessità di un'inclusione sociale a chi vive ai limiti del livello di povertà. È una legge che deve essere condivisa. Chiunque possa dire e possa non sostenere un intervento di questo genere credo che non abbia a cuore le politiche sociali e poiché noi invece abbiamo grande attenzione, abbiamo una grande necessità di dare risposte su questo aspetto, credo proprio che è necessario comunque arrivare ad una approvazione. Diceva prima il collega che mi ha preceduto, non è un traguardo ma è una nuova strada che si apre e quindi l'obiettivo tenteremo di raggiungerlo strada facendo. È un obiettivo fondamentale, è un obiettivo importante che, è vero, oltre 10 mila famiglie (che poi è la copertura finanziaria che in questo momento è inserita all'interno di questa proposta di legge) potranno ottenere una sorta di boccata d'ossigeno, una sorta di aiuto che in un momento di difficoltà e di crisi così importante per la nostra terra e non solo per la nostra Sardegna, sia a livello nazionale ma chiaramente anche a quello europeo, è sicuramente una risposta importante.

Ci sono però degli aspetti importanti, non a caso la legge nasce due anni e mezzo fa, arriva dopo tanto tempo con importanti discussioni e con importanti verifiche, con importanti studi della legislazione esistente e arriva oggi in Aula con alcuni aspetti che credo debbano essere messi in risalto all'interno dell'Assemblea sarda, soprattutto perché il risultato non debba essere solo un rapporto o un dialogare tra forze politiche, bensì il risultato deve essere legato alla risposta sociale che noi dobbiamo realmente dare. Allora alcuni aspetti vanno sicuramente evidenziati e sono stati evidenziati non soltanto da parte di chi oggi come me siede all'opposizione, ma anche da importanti colleghi della maggioranza che hanno sottolineato un aspetto fondamentale: quello della delega agli enti locali, quindi alle amministrazioni comunali; il peso, il carico che ancora una volta un ente locale deve assumersi per dare risposte e risolvere problemi che invece avrebbe potuto avere direttamente in gestione l'Assessorato regionale delle politiche sociali e quindi della sanità in senso generale e avere probabilmente anche una risposta molto più celere, molto più veloce in attesa del trasferimento, come voi ben sapete, delle somme agli enti locali che devono fare richiesta e poi l'erogazione definitiva sempre in capo agli enti locali stessi, ai comuni stessi, legando poi il tutto, così come è già stato ben sottolineato, ai PLUS, PLUS che hanno funzionato in alcuni casi e in alcune circostanze, PLUS che invece non hanno funzionato e non stanno funzionando. Ciò non significa che perché non funzionano non debbano essere presi in considerazione, ma è proprio il problema legato al carico di lavoro che dovranno assumere all'interno dei PLUS stessi in più per dare risposte a una proposta di legge che noi discutiamo oggi qua in Consiglio regionale.

L'altro aspetto credo che sia piuttosto importante da rilevare sono i criteri. Il dubbio dei criteri che devono essere utilizzati, a chi - la domanda fondamentale - andranno queste risorse? Quali sono, chi deciderà a chi e come queste risorse devono essere erogate? Lo dice o perlomeno tenta di dare una risposta l'articolo 2 al comma 4, "L'erogazione monetaria diretta prevista di cui al comma 3" individua quali sono le due forme di erogazione, "è corrisposta solo qualora risulti indispensabile"; spiegatemi chi lo definisce indispensabile, chi stabilisce che questo deve essere indispensabile, quindi libero arbitrio degli enti locali, delle amministrazioni comunali, "sempre insieme a misure idonee al raggiungimento delle finalità previste dalla presente legge". Questo è un gergo classico delle leggi che escono dai Parlamenti, sia quello nazionale che a livello regionale, senza far capire però il reale significato. Spiegatemi voi cosa vuol dire "comunque sempre insieme a misure idonee". Chi è che stabilisce che sono idonee? Come si stabilisce che possono essere idonee o non idonee? Credo che da questo punto di vista sia necessario entrare nel merito o dare delega successiva ad un programma di attuazione che fa la Giunta regionale e allora eventualmente sarà rimandato tutto a eventuali nuove regole che devono essere scritte o altrimenti quando scriviamo una legge è chiaro che dobbiamo essere decisamente precisi e stabilire esattamente quali sono questi criteri. Lo si fa anche nel punto 2 legato al corrispettivo per un'attività lavorativa da svolgere presso e in favore della comunità locale, chi stabilisce e come si stabilisce quale deve essere, quali sono i criteri, ma soprattutto quali sono le competenze che poi bisogna avere per poter svolgere quel tipo di ruolo, altrimenti si rischia di cadere in contraddittorio e anziché dare una reale risposta diamo invece, passatemelo, una sorta di disservizio.

Ben venga comunque l'approvazione della legge, noi siamo disposti a dialogare insieme a voi per migliorare il testo e soprattutto per dare delle risposte certe e concrete per quello che si aspetta in questo momento il popolo sardo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Michele Cossa. Ne ha facoltà.

COSSA MICHELE (Riformatori Sardi). Presidente, io credo che sulla necessità di affrontare in maniera efficace il tema delle povertà non possano esserci divisioni. Primum vivere, deinde philosophari,cerchiamo prima di fare in modo che la gente abbia di che mangiare, poi pensiamo a tutto il resto, anche perché la povertà materiale è alla radice di tanti altri problemi, alla radice anche della povertà o della miseria orale ed è alla radice anche della negazione del diritto alla formazione di tanti bambini. Il problema qual è? Il collega Pizzuto ha citato Beveridge, una settimana fa l'assessore Arru ha evidenziato come il modello Beveridge, rispetto alla sanità, a distanza di settant'anni forse comincia a mostrare qualche problema, comincia a mostrare soprattutto problemi di sostenibilità. Io vedo onestamente molta enfasi rispetto a questa legge, troppa enfasi. Parlare di una legge risolutiva del problema della povertà mi sembra, se non stessimo parlando di un problema drammatico, che sfiori quasi il ridicolo, perché pensare che si possa risolvere il problema della povertà con una legge già di per sé è un concetto che mi sembra che non stia né in cielo né in terra. Affrontarlo con 30 milioni di euro, che sono una cifra rilevante, ma sono sempre una goccia nel mare, mi sembra che dia un quadro che francamente meriterebbe una ben diversa considerazione. Però il tema è importante, e il tema per come viene affrontato in questa legge richiama l'esigenza di una legge sulla famiglia, non di una legge sulla povertà, di una legge che affronti complessivamente il problema del disagio in cui si trovano oggi le famiglie sarde, una grandissima fetta di famiglie sarde e lo affronti da una parte razionalizzando gli interventi che non sono pochi che la Regione ha attivato in questi anni, dall'altro rendendoli efficaci, perché è vero quello che ha detto qualche collega, non è che il potere pubblico non intervenga, il potere pubblico interviene, interviene spesso in maniera inefficace ed interviene spesso in maniera inefficace perché è lo stesso potere pubblico che si contorce in una serie di cose che rendono gli interventi inefficaci, contorcimenti che purtroppo si vedono anche in questa proposta di legge che oggi noi stiamo discutendo. Noi pensiamo che prima di tutto il problema della povertà si combatte cercando di fare in modo che la gente possa lavorare, questo è indubbiamente l'intervento più efficace che ci vorrebbe, un intervento che noi potere pubblico siamo in grado di fare soltanto limitatamente e c'è sempre e comunque una fetta di famiglie rispetto al quale il problema non si risolve con il lavoro perché non è materialmente possibile che all'interno di certi nuclei familiari ci siano soggetti che lavorano, possono verificarsi situazioni in cui è materialmente impossibile per i membri di certi nuclei familiari lavorare e quindi occorre comunque intervenire con interventi di sostegno al reddito che prescindono dal lavoro e su questo siamo d'accordo. Ci sono delle criticità in questa legge, alcune le ha messe con molta lucidità in evidenza il collega Sabatini perché il primo problema che io vedo, a parte il problema della sostenibilità economica, perché onorevole Pizzuto dire che si procede fino a quando c'è capienza significa anche rischiare di creare situazioni di iniquità grave per cui chi fa in tempo a prendere i soldi, a fare la domanda li prende, chi arriva quando i soldi sono finiti non li prende e anche questo problema io credo che noi ci dovremo porre. Però dicevo il problema vero è quello che poneva uno di quelli, dei diversi problemi che ha posto il collega Sabatini e cioè quello del carico ulteriore che noi stiamo ponendo nei confronti di strutture comunali che già con molta fatica riescono a gestire gli strumenti di cui si devono occupare. E in più rispetto a questo si somma un altro problema, noi stiamo drasticamente tagliando i fondi della legge numero 162; come mettiamo insieme il taglio dei fondi della legge numero 162 e l'istituzione di fondi per l'estrema povertà sapendo che da una parte c'è una fetta di nuclei che viene penalizzata pesantemente dai tagli alla legge numero 162 e dall'altra stiamo introducendo misure di questo genere qui? Quindi primo problema, il problema dell'adeguatezza dei comuni, secondo problema del coordinamento degli interventi, ulteriori problemi applicativi perché badate, io concordo molto con quello che hanno detto alcuni colleghi riguardo l'applicabilità di questa legge perché mi sembra veramente che stiamo rischiando di approvare una legge molto nobile, una legge bandiera molto nobile in termini di enunciazione di principio che rischia però di restare lettera morta poi in fase applicativa. Vorrei leggervi l'articolo 4 bis che dice: "La Giunta regionale nei limiti degli ordinari stanziamenti di bilancio, entro 90 giorni dall'entrata in vigore della presente legge istituisce un sistema informativo dei percettori di trattamento di sostegno al reddito erogati a vario titolo dalla Regione o da soggetti da essa delegati", che è una cosa giustissima, la Regione istituisce finalmente una banca dati di tutti quelli che prendono soldi dalla Regione stessa, sacrosanto. Quello che non si capisce è l'inciso "nei limiti degli ordinari stanziamenti di bilancio". Cosa vuol dire? Che se non ci sono gli stanziamenti non si fa la banca dati? A me sembra una cosa che non ha senso perché mi pare che questa banca dati debba rappresentare il presupposto dell'applicazione di questa e di altre leggi che sono già esistenti o che verranno adottate per capire chi è che riceve e quanto riceve dalla Regione con tutte le salvaguardie della privacy eccetera, però si dovrà pur sapere chi sono i destinatari e quanti soldi ricevono. Perché se no a fianco di interventi che mirano a creare situazioni di giustizia sostanziale si rischia di creare ingiustizie sostanziali profonde che sono quelle per cui c'è gente che riceve soldi da diversi canali di finanziamento e c'è gente che invece per una serie di circostanze concomitanti non riesce a beccare neanche una lira e magari sono pure quelli che stanno peggio. Altro vulnus, collega Pizzuto, il problema dei controlli. Qui non si capisce bene chi è che o come vengono effettuate le verifiche perché come tipo il "5" dell'articolo 9 dove si dice che le risorse monetarie non sono utilizzate per il consumo di tabacco, alcol e qualsiasi prodotto legato al gioco d'azzardo e altri articoli che escludono comunque per un massimo di sei mesi dalla misura, credo che debbano essere affiancati da strumenti concreti di controllo perché sennò c'è il rischio vero che mentre i bambini stanno morendo di fame, i genitori vanno a giocarsi le schedine al superenalotto o a farsi i giochi che ormai ci sono in tutti i tabacchini. Quindi io credo che queste cose, collega Pizzuto, debbano essere esaminate perché, ripeto, la legge ha intenti nobili e crediamo che tocchi il tema più drammatico oggi che affrontano molte famiglie sarde, ma dobbiamo essere sicuri che gli interventi che sono previsti siano anche…

PRESIDENTE. Faccio una proposta al Consiglio sull'ordine dei lavori. Abbiamo ancora gli interventi dei Capigruppo, l'ultimo intervento è dell'onorevole Orrù, quindi propongo di andare avanti, dovremmo chiudere la discussione generale intorno alle ore 14 e 30, sono stati presentati 130 emendamenti, quindi è necessario andare in Commissione e quindi propongo che la Commissione poi si riunisca alle ore 15 e 30 e in contemporanea Capigruppo. Viene spostato quindi a domani l'Ufficio di Presidenza e l'aula poi riprende verso le ore 16 e 30. Quindi io andrei avanti sino a concludere la discussione generale.

E' iscritto a parlare il consigliere Marcello Orrù. Ne ha facoltà.

ORRU' MARCELLO (PSd'Az). Rinuncio.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Fabrizio Anedda. Ne ha facoltà.

ANEDDA FABRIZIO (Gruppo Misto). Prima di fare alcune riflessioni sul reddito di cittadinanza vorrei farle sul patto per la Sardegna che il presidente Pigliaru ha firmato a Sassari.

Qualcuno ritiene che Renzi l'avrebbe dovuto firmare a Villa Devoto, io ritengo che poteva essere firmato anche in alto mare ed è un intervento rivolto al riequilibrio economico e sociale delle diverse aree del Paese. Mi soffermo su questo argomento perché l'impiego di queste risorse sono strategiche per il nostro futuro e sono collegate sicuramente alle estreme povertà. Complimenti signor Presidente, portare a casa tante risorse è un buon risultato, dobbiamo adesso spenderle bene per creare sviluppo. Ma la divisione delle risorse non sembra obbedire alla premessa, quanto a mettere una pezza sui problemi aperti e premiare interventi utili a cancellare deficit strutturale con una divisione della somma disponibile non concentrata, ma fatta più per accontentare tutti gli Assessori, e quindi tutti i territori, emblematici 50 milioni destinati alle zone interne. Bisogna a nostro avviso andare più sul concreto, concentrare la spesa su iniziative che possano creare lavoro subito, come cura del bosco, messa a coltura delle terre pubbliche, recupero del patrimonio edilizio esistente con la riapertura possibilmente delle scuole edili che tanto mancano oggi in Sardegna. La cura del bosco darebbe immediato reddito e sviluppo compatibile con le politiche ambientali. La messa a coltura delle terre comprese quelle pubbliche abbandonate darebbe reddito e lavoro nel settore su cui vogliamo scommettere, l'agro-alimentare. Su questo argomento è in elaborazione da parte nostra un documento che vuole lanciare un allarme sul fatto che in Sardegna è in corso un'operazione che sta modificando drasticamente la fisionomia del territorio, tendente a contenere sempre più le aree coltivate a favore del prato pascolo con penalizzazione del fattore lavoro. I dati Istat relativi all'ultimo censimento testimoniano che sono diminuite sia le coltivazioni cereagricole, che quelle arboree; sia il numero delle aziende agricole che le giornate di lavoro impiegate. Sono diminuite anche le aziende allevatrici nonostante il patrimonio ovino non sia diminuito. Quanto sta avvenendo è certamente frutto della congiuntura economica in atto, ma è lecito il sospetto che ci sia anche chi opera attivamente per assegnare alla Sardegna un ruolo sempre più marginale nella produzione agricola. Il premio erogato dall'Unione Europea a chi trasforma le coltivazioni in pascolo permanente richiama alla memoria quanto accadde nel secolo scorso con premio agli espianti dei vigneti. L'operazione in atto va contrastata perché l'agricoltura è la principale risorsa della Sardegna, quella che può dare di più in termini di sviluppo e occupazione. Va contrastata perché in questo momento registriamo i sintomi di un interesse dei giovani verso questo settore, sintomi che dobbiamo assolutamente incoraggiare mettendo a disposizione dei giovani che vogliono cimentarsi con queste impresa misure che agevolino l'accesso alla terra, al credito e i mercati di trasformazione e vendita dei prodotti. Il patto per la Sardegna deve quindi essere l'occasione per varare un progetto che favorisca la nascita di nuove aziende impegnate direttamente nella produzione agricola, mettendo a coltura almeno una parte dell'immenso patrimonio di terre repubbliche, aziende impegnate al supporto alle stesse nella trasformazione di prodotti e nella commercializzazione. La politica agricola deve essere ripensata e riorganizzata come motore dello sviluppo, partendo dai comparti reditizzi come quello delle ortive. Oggi nonostante la potenzialità il territorio produce solo il 35 per cento dei consumi della popolazione isolana. I dati indicano che i prati permanenti e le coltivazioni destinate al pascolo sono aumentate del 32 per cento e si sta realizzando una estromissione del fattore lavoro. La politica comunitaria utilizza i nostri territori per non produrre. In questo contesto di politica economica comunitaria agricolo-industriale ci sono le vittime chiamate "nuove povertà" e "povertà estreme". Si è creata una nuova classe sociale che ha diritto a un reinserimento lavorativo che restituisca dignità. L'Unione Europea riconosce l'esistenza delle povertà estreme e stanzia per la Sardegna 30 milioni, a fronte di un fabbisogno di 500/600 milioni. Il reddito di cittadinanza è una cosa seria, non dev'essere un'elemosina, dovrebbe essere un momento di reinserimento lavorativo in un paese dove il lavoro esiste, le imprese producono ricchezza e non disoccupati che poi diventano estreme povertà. In Italia sull'argomento c'è molta attenzione sia da parte della maggioranza di governo, sia dalla parte della minoranza. Noi oggi dovremmo legiferare su un provvedimento che vuole sperimentare il sistema del reddito di cittadinanza nonostante l'esiguità delle risorse, giusto per mettere una bandierina. A mio avviso si fa prima ad aggiungere queste risorse a quelle già in bilancio regionale per le estreme povertà e ad assegnarle con criteri di reddito lavorativo che riconosca dignità al disoccupato povero. Utilizziamo le risorse per l'inserimento del cittadino bisognoso presso aziende private, d'altronde misure già utilizzate, evitando le aziende pubbliche già erogatrici di servizi, anche qui già sperimentato come inutile. Cominciamo dall'agricoltura a sperimentare il reddito lavorativo per le estreme povertà. Intanto sollecitiamo l'Unione Europea allo stanziamento delle risorse sufficienti ad un vero reddito di cittadinanza.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Angelo Carta. Ne ha facoltà.

CARTA ANGELO (PSd'Az). Presidente, ma io credo che i proponenti, l'onorevole Pizzuto in testa abbiano sicuramente elaborato una legge sulla base dei principi che sono credo assolutamente condivisibili, perché si legge nella relazione che gli intenti primari sono combattere la povertà, combattere le forme di precariato e creare le condizioni di base per il diritto alla dignità e alla felicità di tutti. Non credo che ci sia qualcuno che sia contrario a principi di questo genere, e anzi credo che siano le fondamenta stesse di una società nella quale si vive bene e tutti hanno pari opportunità. Il tutto per cercare di combattere una radicalizzazione, come viene definita, dove sistematicamente coloro che usufruiscono di strumenti permanentemente di assistenza sono legati a questi meccanismi e da questi non riescono ad uscire. E poi si parla di obiettivi della maggioranza dare risposte ai sardi, fornire strumenti definitivi di emancipazione che consentano alle famiglie e agli individui di non essere assistiti, ma essere padroni e protagonisti del proprio destino. Io credo che un'impalcatura di questo genere, dei pilastri di questo genere non siano da mettere in discussione e che non appartengono ad una parte politica piuttosto che ad un'altra, ma appartengono credo al buon senso e alla volontà di un legislatore e di un amministratore, e di chi governa una realtà complessa come quella attuale e soprattutto come quella sarda, credo che di questo ne faccia tesoro e di questo chiaramente facciano uso per mettere in campo gli strumenti in grado di raggiungere questo obiettivo. E la legge cerca di creare questo strumento, e mette intorno ad un tavolo la Regione, i Comuni, i centri per l'impiego, tutte le strutture regionali, per poter in qualche maniera dare ristoro a queste 147.000 famiglie che si trovano in grandissima difficoltà. E qui inizia secondo il mio punto di vista un po' il problema, perché condiviso l'obiettivo, chi dovrebbe occuparsene già se ne occupa di queste cose, perché il ruolo che viene ritagliato ai Comuni credo che sia un ruolo che i Comuni già svolgono, e voler caricare addosso ai Comuni ulteriori adempimenti ed impegni per raggiungere questi obiettivi credo che sia un qualcosa che vada come minimo concordato con l'ANCI, come minimo vanno sentiti i sindaci, vanno sentiti i loro rappresentanti per capire e sapere se condividono questi compiti aggiuntivi che loro hanno. Il comma 6 dell'articolo 2 intanto dice che i Comuni devono sostenere il costo previdenziale e assicurativo per questi o per queste persone che vengono inserite in base a questa legge. Poi deve fare attività di programmazione da parte dei servizi sociali per rispondere alle esigenze di questa legge, comma 1 dell'articolo 4. Avanzano proposte di lavoro, in base a questa legge lettera c) del comma 1 dell'articolo 4. Gestiscono le misure relative alle reti di inclusione sociale, comma 1 articolo 7. E' previsto anche un compenso per questa attività che è pari all'1 per cento delle risorse stanziate. Ora se tanto mi da tanto l'1 percento di 30 milioni sono 300.000 euro. Io non credo che con 300.000 i Comuni possono avere impegni aggiuntivi. Devono fare un programma comunale per organizzare e gestire gli interventi, devono fare un progetto e monitorare ogni singolo intervento, devono coprire anche i costi di acquisizione di certificati, comma 2 articolo 8.

"Progetta per ogni beneficiario l'alleanza di inclusione", e qui apro una parentesi, perché effettivamente sono evocativi anche i nomi che vengono utilizzati nella legge, evocativi nel senso positivo lo dico, nel senso costruttivo, perché l'alleanza di inclusione è un qualcosa che comunque evoca un'alleanza, evoca che i soggetti si mettono insieme per cercare di risolvere un problema. Però credo che si stia sbagliando e che si stia andando nella direzione verso la quale questi problemi non si riuscirà a risolverli, perché oltre a quello che ho detto finora devono costruire i piani di emancipazione sociale individualizzati, devono costituire comitati di garanzia sociale. Ma voglio ricordare che esistono già le commissioni dei servizi sociali che nei comuni si occupano di questi argomenti, devono rilevare il fabbisogno condotto dai comuni e poi c'è il comma 3 dell'articolo 10: "i comuni selezionano le domande", cosa implica questo? Che se selezionano le domande il comune fa un bando, devono avvisare: badate che chi si trova in queste determinate condizioni può fare la domanda. Io non credo che le domande saranno poche, credo che si assisterà a quello che abbiamo assistito per il risarcimento previsto in finanziaria per i danni dell'alluvione 2013 quando qualcuno con le lacrime agli occhi è stato intervistato chiedendo che cosa pensava del risarcimento ottenuto, ha pianto perché effettivamente non è un risarcimento è un'offesa, quindi quando i comuni dovranno fare l'avviso, dovranno fare il bando, su quali risorse potranno contare e quale illusione inculcheranno nelle persone che faranno la domanda? Stiamo attenti perché probabilmente dal voler raggiungere un obiettivo positivo ad un obiettivo condivisibile lo strumento che stiamo andando a costruire per l'assenza di risorse, perché voglio anche dire che il progetto di legge originario partiva da 400 milioni, oggi non saranno troppi ma sono troppo pochi quindi anche i comuni quando faranno l'avviso per presentare le domande agli interessati come reagiranno dopo che la Regione avrà praticamente detto che su tutte quelle domande possano avere diritto ad un risarcimento ad un aiuto, ad un determinato numero che sicuramente è piccolo, è sicuramente inferiore perché, onorevole Agus, non ci saranno 10 mila famiglie che verranno subito assistite perché a reddito previsto di 500 euro al mese, se io faccio 500 al mese per 12 mesi e divido 30 milione per 6000 unità mi dà 5000 famiglie che potranno essere assistite, quindi stiamo attenti perché anche i comuni verranno messi nelle condizioni di non sapere cosa rispondere, di non sapere cosa dire, di non sapere alla fine come pagare anche la delusione che probabilmente ingenererà un tipo di provvedimento di questo genere, giusto ma sbagliato nella sua procedura. Poi c'è l'istituzione di un fondo comunale che sicuramente creerà molti problemi. L'articolo 9 parla dunque della alleanza di inclusione sociale. Il comune progetta per ciascun beneficiario della misura l'alleanza di inclusione sociale che consiste in un piano personalizzato di interventi finalizzati al sostegno e all'emancipazione dell'individuo. Poi al comma 3 si dicono le cose che comuni dovrebbero fare e le misure che dovrebbero prevedere: "accesso ai dispositivi delle politiche attive del lavoro in materia di occupazione di formazione finalizzata", esistono già gli uffici nei comuni che assistono e che danno questa informazioni; "sostegno personalizzato per l'emersione del lavoro irregolare", idem come sopra; "avvio dell'autoimpiego attraverso l'utilizzazione dei percorsi previsti dalla legislazione in materia", di cosa stiamo parlando? non sta dicendo il nulla di nuovo, stiamo dicendo le cose che i comuni fanno; "sostegno al percorso scolastico e formativo in ogni ordine e grado e per ogni fascia di età", abbiate pazienza, ma in qualche comune ve lo siete fatto un giro? Queste cose ci sono già, il sostegno per il percorso scolastico ed educativo c'è già, lo fanno già; "accesso ai trasporti pubblici regionali e locali", stendiamo un velo pietoso, ma quali il trasporti pubblici regionali? "sostegno ai percorsi culturali e sociali; percorsi di educazione al bilancio familiare; sostegno percorsi di educazione alla lettura", noi abbiamo una biblioteca che funziona benissimo, il consorzio Sebastiano Satta se l'avessero lasciato com'era funzionava benissimo, fanno progetti per educare alla lettura all'avanguardia, che sono veramente eccezionali; "percorsi di educazione al consumo locale", quando si dà il buono per comprare dei generi alimentari si vigila su che cosa possono comprare, questo i comuni lo fanno già; "altri percorsi che possono garantire un incremento degli interessi alla emancipazione di singoli individui", ma cerchiamo di raccordarci con le politiche che già abbiamo; cerchiamo di raccordarci meglio con i comuni che già svolgono questo lavoro, cerchiamo di massimizzare gli sforzi che fin qui sono stati fatti e cerchiamo di capire che una legge che promette quello che non potrà mantenere alla fine farà semplicemente l'effetto contrario di quello che stiamo aupicando, fermo restando che l'obiettivo è condivisibile, come ho detto all'inizio, ma lo strumento che stiamo mettendo in campo è uno strumento che probabilmente creerà più problemi che soluzioni.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Zanchetta Pierfranco. Ne ha facoltà.

ZANCHETTA PIERFRANCO (Cristiano Popolari Socialisti). Signor Presidente, io non ero ancora giunto in quest'aula quando il disegno di legge era stato già depositato, mi sento però moralmente appartenente a quel disegno di legge e chiedo anche di apporre la firma, mi basta l'articolo 1 per essere profondamente convinto della direzione corretta e della nobiltà di questa legge, leggo testualmente l'articolo 1 che recita: "la Regione autonoma della Sardegna opera attivamente affinché ogni nucleo familiare, unipersonale o pluripersonale, nel territorio isolano superi le condizioni di povertà e sia posto in condizione di accedere ai beni essenziali e di partecipare dignitosamente alla vita sociale, disponendo di un reddito sufficiente a garantire la dignità e il diritto alla felicità nella vita". Ecco già questo articolo ci impegna tutti, cari colleghi, ad operare in una direzione che sicuramente, all'avvio può sembrare difficile, che sicuramente ha delle lacune, ma che oggi ci vede affermare un principio sacrosanto ed universale: quello di garantire la dignità e il diritto alla felicità di ogni cittadino. Io credo che questo sia il punto fondamentale sul quale noi dobbiamo focalizzare la nostra attenzione. Dicevo, non ero ancora in quest'aula quando la legge è stata presentata il 20 marzo 2014, quindi voglio dire che non c'è nessun equilibrismo politico, non c'è nessuna cambiale da presentare allo sconto per la legge di riforma delle ASL ma era una chiara volontà della maggioranza di centro sinistra che governa la regione portare avanti questo impegnativo disegno di legge, ma formidabile sotto il profilo etico e morale e anche sostanziale perché noi dobbiamo sostenere certamente più deboli. Parlare di povertà e di disagio, di sopravvivenza, di dignità mortificata sono valori sono valori che devono inorgoglire quest'Aula e oggi noi stiamo affermando un principio di sacralità e di riconoscenza a tutti i cittadini di pari dignità, credo che questo debba vederci, al di là delle osservazioni che sono anche legittime, dei numerosi emendamenti trovare una sintesi per condurre poi in porto una legge che possa essere votata all'unanimità da questo Consiglio regionale. Sono state fatte tante citazioni nel corso degli interventi che mi hanno preceduto, citazioni colte ricordando grandi economisti, io ne faccio una di un anonimo che dice questo: "tutti nella vita hanno la stessa quantità di ghiaccio però il ricco d'estate e il povero d'inverno". Ecco, è una citazione e metafora anche molto semplice e banale però rende l'idea della giustizia che noi vogliamo affermare con questa legge. Un impegno importante per il Consiglio regionale sarà un impegno per la Giunta, sarà un impegno certamente anche per gli enti locali che dovranno assumere con maggiore impegno l'applicazione della legge stessa, però credo che di fronte ad una legge di questa portata anche gli uffici periferici debbano attrezzarsi. Si è detto dei limiti del PLUS, dei tanti limiti che gli enti locali hanno nell'affrontare anche la messa in atto delle normative regionali, ma noi dobbiamo incoraggiare tutti perché questo è un impegno che non esclude nessuno dal dare risposte ai cittadini più bisognosi. Si è detto anche di accompagnare la legge con politiche di sviluppo, io sono d'accordo, sono d'accordo quando si parla delle terre da dare a chi può mettere in moto meccanismi produttivi importanti, così come sono d'accordo anche di mettere in moto un patrimonio demaniale ancora inespresso, ancora fermo e anche il demanio marittimo anziché trovare norme, lacci e lacciuoli che ostacolano le attività di giovani che vogliono applicarsi a avviarsi verso nuove iniziative. Nell'annunciare certamente il voto favorevole mio personale, e quello del Gruppo ma gli interventi possono essere a suffragio di questa mia enunciazione di voto, voglio ringraziare l'onorevole Pizzuto, che io definisco, ma non lo faccio in maniera irriguardosa: un panda, un panda della politica che va difeso e va protetto, proprio perché ha il coraggio e getta il cuore oltre l'ostacolo al di là delle ideologie c'è una carica di umanità e di comprensione dei problemi che lo porta a anche alla condivisione, così come dovremmo fare, delle sue iniziative. Grazie Luca e grazie Presidente.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Gianluigi Rubiu. Ne ha facoltà.

RUBIU GIANLUIGI (UDC Sardegna). Ci accingiamo oggi a discutere una legge di indubbia importanza, che merita tutta la nostra attenzione e considerazione. Premetto che personalmente e come Gruppo politico siamo favorevoli a qualsiasi forma di riconoscimento economico per quelle famiglie, per tutte quelle persone che riversano in uno stato economico disagiato di povertà estrema, disoccupati, inoccupati, indigenti in qualsiasi forma. 147 mila famiglie sarde, 400 mila individui, sono una cifra abnorme, una cifra impressionante, cioè il 20 percento della società sarda si ritrova in questa situazione di disagio. Troppo, è troppo per un'isola che vanta eccellenze nella propria economia, che vanta eccellenze e grandi potenzialità economiche. Indubbiamente questi numeri fanno rabbrividire la Sardegna intera, ma soprattutto evidenziano la grande responsabilità della politica, una politica che probabilmente non è stata all'altezza, quando dico politica intendo dire nella sua situazione generale, non sicuramente rivolta solo a chi oggi governa la Sardegna. Perché è un questo problema atavico, un problema che parte da lontano e che investe diversi settori, una crisi mondiale, una crisi nazionale, che comunque ha travolto tutti. Ci tengo a rimarcare, ed entro nello specifico della legge, che emergono prepotentemente diverse anomalie, ambiguità nella legge, una legge che è ovvio quando si presenta in Aula è ancora priva di emendamenti, di suggerimenti e di quelle correzioni che sono utili per far sì che questa diventi applicabile, perché la parola chiave di questa legge, allo stato attuale, è la sua inapplicabilità. Fra tutte oggi ci stiamo concentrando sulla famiglia in difficoltà economica, la domanda a questo punto nasce spontanea: il fallimento della politica nasce o avviene soprattutto perché non siamo riusciti a creare le condizioni perché le famiglie potessero avere un reddito dignitoso con un contributo come quello che stiamo dando o pensiamo di dare oggi, oppure nasce dal fatto che le politiche del lavoro in Sardegna non sono state in grado di soddisfare le esigenze dei sardi? Io temo che, ahimè, sia la seconda ipotesi, perché la povertà estrema nasce e cresce soprattutto quando manca il lavoro. Quindi, a questo punto la preoccupazione è quella che in prospettiva futura, dopo aver approvato anche la legge che oggi ci accingiamo a discutere, di trovare soluzioni alternative, soluzioni vere, soluzioni reali per il lavoro. La legge cita il reddito di inclusione sociale, richiamandosi ad una legge del 2005, in realtà onorevole Pizzuto lei non ha fatto altro che mettere in campo una legge che, la legge numero 23 le 2005, già in qualche modo aveva iniziato un percorso per portare alle famiglie un reddito di solidarietà. Con una fase sperimentale volta al contrasto della dispersione scolastica ed un percorso finalizzato all'emancipazione dell'individuo.

Requisiti d'accesso. Mi permetto di sollevare alcune obiezioni sui requisiti d'accesso della legge. Perché si presta ad ambiguità, non sono per nulla d'accordo sull'impostazione nella impostazione della famiglia di fatto da almeno sei mesi, ma non sul concetto di famiglia di fatto, non vorrei essere frainteso, ma il mio timore è che i tempi di sei mesi si prestino invece a delle operazioni che non siano molto trasparenti, così come non sono assolutamente d'accordo che i 36 mesi, per un individuo di quella famiglia, siano utili per far riconoscere poi a tutti i componenti, della famiglia stessa, il contributo di solidarietà. Non nascondo che mi preoccupa soprattutto pensando a tutte quelle persone che oggi sono ospiti in Sardegna, gli eventi anche delle migrazioni sono tra questi, quindi ben venga questo contributo per chi risiede in Sardegna, per i nostri fratelli sardi, ma attenzione, qui lancio un allarme e negli emendamenti vedremmo di correggere questa stortura, dovremmo capire quali sono le norme applicabili e tentare di creare quelle norme che siano leggermente più restrittive.

I doveri. La partecipazione attiva della formazione professionale alla emancipazione. Questa parte, permettetemi, fa parte delle leggi dell'ovvio, ci mancherebbe altro che non ci fosse una partecipazione attiva alla formazione. Altro aspetto che non condivido categoricamente è che diamo la possibilità di rifiutare per ben due volte una proposta occupazionale a questa famiglia. Ecco questa va rivista, è inaccettabile che il nostro concittadino sardo che ritiene di essere, perché lo è magari e giustamente, in una situazione disagiata possa permettersi il lusso di rifiutare per ben due volte una proposta che magari il CSL propone di occupazione. Anche questo, cari amici di SEL, la rivediamo poi e sarà oggetto di discussione nella fase degli emendamenti.

L'articolo 7 investe i Comuni attraverso i servizi sociali, i comuni ahimè sono ancora una volta coinvolti in prima linea, ma lo sono sicuramente e riescono ad assolvere questo compito, ma con gravi difficoltà, perché i comuni riceveranno contribuiranno alla formazione anche di quelli che sono i progetti, ma non dimentichiamo che i comuni fanno questo tipo di attività con un personale che è ridotto all'osso, e non sempre possono in qualche modo soddisfare quelle che sono le esigenze.

Permettetemi una battuta sull'articolo 8, ogni tanto il collega Pizzuto si lascia andare, la gratuità. Cioè ci mancherebbe altro, cosa volete dire che dobbiamo far pagare al disoccupato o al nullatenente la pratica? Cioè io questo lo cancellerei proprio perché la gratuità è un principio che va oltre, questa è una di quelle cose che si presta di più alla battuta, non può essere che il l'indigente debba andare in comune e pagare 50 euro per fare la pratica. Questa è una di quelle cose che, mi permetto di dire, la contrasteremo con tutte le nostre forze. L'articolo 3, comma 3, riporta che la soglia dell'Isee verrà indicata dalla Giunta regionale. Ecco, anche qui dobbiamo fare un ragionamento, perché in questo momento l'unico dato che noi abbiamo è un dato nazionale, che questa soglia si attesta intorno ai 4500 euro. Per quanto mi riguarda, e questa diventerà una proposta, io abbasserei questa soglia e vi spiego perché. Perché i 4500 come reddito è niente, ma i 4500 legati all'Isee, stiamo parlando di 10 mila euro. Perché in base ai codici equivalenti, se un lavoratore, una famiglia composta da tre persone, uno di questi è pensionato o ha un reddito da lavoratore dipendente, facciamo l'esempio di 10 mila euro, utilizzando i parametri e i coefficienti, arriviamo a 4500 euro. Quindi significa che dobbiamo, in qualche modo, trovare quei sistemi per aggirare gli ostacoli, soprattutto pensando a quelle poche persone, per fortuna, di furbi che verranno in qualche modo accedere anche a questo finanziamento, pur avendo magari un reddito e quindi si tratta di una questione di ingiustizia.

Chiudo sull'aspetto delle risorse finanziarie. I 33 milioni 700 mila e rotti previsti per quest'anno, anche questo mi sembra fuori luogo, per due ordini di motivi, il primo è che questo Consiglio dovrebbe accingersi a preparare una variazione di bilancio, e, considerato che siamo ormai a settembre, perché domani a settembre, significa andare a dicembre, quindi pensare di creare le condizioni per spendere in poco più di due mesi 33 milioni di euro, mi sembra veramente da sognatori. In secondo luogo questa cifra, anche se in via sperimentale e per tre anni, è una cifra irrisoria, una cifra, permettetemi il termine, ridicola, che andrebbe, così come ha accennato il collega Carta poco fa, andrebbe a soddisfare poco più di 5000 famiglie sarde. Quindi, lo dico con simpatia, anche qui cerchiamo di essere tra di noi e soprattutto nei confronti dell'opinione pubblica, più coerenti e più corretti nell'indicare…

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Daniele Cocco. Ne ha facoltà.

COCCO DANIELE SECONDO (SEL). Cerco di essere molto pragmatico, mi ero scritto un intervento ma voglio parlare a braccio. Io credo che gli interventi che sono provenuti dagli amici della minoranza siano tutti condivisibili, dico questo perché credo che ci sia la più ampia disponibilità da parte dei proponenti la legge e da parte dell'intera maggioranza a recepire quelle istanze che voi ci avete rappresentato e che potranno fare in modo di rendere applicabile immediatamente questa proposta di legge, che dovrà dare finalmente delle risposte ad una categoria di persone che sono quelle persone purtroppo da troppo tempo dimenticate, parliamo degli ultimi, dei quasi esclusi, di quella platea circa 400 mila sardi che vivono sotto la soglia di povertà. Abbiamo visto i dati che sono stati citati anche da voi, e che sono stati presentati qualche giorno fa a livello nazionale, per dire quello che noi diciamo da tempo, e cioè che quello che da altre parti è straordinario da noi è ordinario, che quello che da altre parti è congiunturale da noi è strutturale, lo vediamo nella percentuale dei poveri della Sardegna, che rispetto alle altre regioni d'Italia ha un gap ulteriore di circa il 7 per cento. Questo significa che noi abbiamo il dovere, non solo politico ma soprattutto morale, di intervenire immediatamente, e io sono orgoglioso di essere firmatario, sono onorato di far parte del gruppo che ha firmato questa proposta di legge; io non vorrei dimenticare che una proposta di legge in tal senso il gruppo di SEL l'aveva presentata anche nella scorsa legislatura.

Ci stavate dicendo che sarebbe il caso di cambiare il titolo della proposta, lo abbiamo già fatto perché in questi due anni (abbiamo detto che è stata presentata otto giorni dopo l'insediamento del Consiglio regionale) abbiamo ben compreso che l'attualità purtroppo oggi ci richiede di più e ci richiede altro, quindi il reddito di inclusione sociale noi crediamo che sia in questo momento lo strumento più idoneo per dare risposte straordinarie a fatti straordinari, come diceva prima il collega Francesco Agus. Noi siamo convinti che con questo strumento riusciremo sicuramente non ad attivare un percorso da panacea, perché siamo ben convinti che con questa legge non risolveremmo tutti i mali della nostra Isola, tutti i mali che attanagliano soprattutto quella parte della società sarda che sta peggio, ma siamo ben convinti che riusciremo a dare una risposta importante.

Dicevate che i Comuni possono essere caricati e oberati di ulteriore lavoro, io dico il contrario: arrivassero risorse, assessore Arru, ai Comuni sulle politiche sociali, saremo ben lieti di averle e di poter impegnare i nostri pochi uffici per metterle a disposizione di chi veramente ha necessità. Io cito la legge del contrasto alle povertà estreme: quando noi abbiamo la disponibilità delle risorse, questo vale per il mio piccolo Comune ma credo che valga anche per gli altri Comuni, i nostri assistenti sociali si attivano e nell'arco di due giorni riescono a fare le graduatorie e a mettere in atto immediatamente la possibilità dell'utilizzo di queste risorse, che comunque sono sempre poche. Io non sono neanche d'accordo con chi dice che troppe volte quelle risorse vengono utilizzate in maniera sbagliata, io credo che ci siano già delle norme precise che ci danno delle indicazioni precise su come vanno redatte queste graduatorie e a chi vanno assegnati quei benefici. E non parlerei neanche di assistenzialismo, perché io credo che la maggior parte dei Comuni sinora quelle risorse le ha utilizzate cercando di trasformarle in politiche attive del lavoro, E questo strumento che noi stiamo presentando oggi, con l'auspicio che possa essere licenziato all'unanimità da quest'Aula, credo che sia un di più affinché quel tipo di segnale che vogliamo dare e che vogliamo mettere in atto di risposte più importanti di quelle che purtroppo sono arrivate sino ad ora. Siamo convintissimi di questo, e lo ripeto perché ci tengo a dirlo, io credo che le criticità che secondo voi sono insite nella proposta siano… noi siamo disponibili a poterci confrontare con voi per rendere quegli articoli di cui avete parlato, che secondo voi sono ricchi di anomalie… io ricordo anche che comunque quando si è strutturata la proposta non è che si è strutturata sedendoci ad un tavolino o al bar di Angelo per mettere giù un po' di articoli, ma abbiamo lavorato tantissimo e abbiamo lavorato con gli Uffici. Voi, giustamente o ingiustamente, per qualche proposta di legge che è stata licenziata qualche giorno fa da quest'Aula, ci avete detto "ma questa fretta, in due giorni, o in due mesi…", ebbene questa è una legge che è depositata da due anni e mezzo, quindi proprio su questo oggi non dovete dirci che abbiamo fretta. Noi abbiamo fretta, è vero, di licenziare uno strumento che, ne siamo molto convinti, può essere uno degli strumenti più importanti che può dare risposte immediate a quelle emergenze che sono state citate anche da voi. Non possiamo sottacere la situazione che purtroppo alberga nelle periferie della Sardegna, ma non solo nelle periferie della Sardegna, credo che noi stiamo parlando di un problema che riguarda tutti. Alcuni di voi, nei loro interventi, hanno detto che quando si parla di povertà bisogna avere la sensibilità di parlarne per quello che è, non un concetto ma lo stato di persone che sicuramente in questo momento non hanno il privilegio di poter sorridere alla vita; noi cerchiamo di fare quel poco che ci è possibile fare, speriamo che sia solo l'inizio, per poter riportare un sorriso nei volti di quelle persone.

Il mio auspicio è che davvero insieme riusciamo a rendere perfettibile questo strumento per poterlo licenziare entro la giornata di oggi, per dare le risposte che molti dei nostri concittadini si aspetta.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Pietro Pittalis. Ne ha facoltà.

PITTALIS PIETRO (FI). Speriamo di poterla esitare nella giornata di oggi, anche se dovete chiarire perché ci sono 160 emendamenti presentati dalla maggioranza, la maggior parte, il che pone un problema di metodo: o si tratta di un testo, quello sul quale stiamo discutendo, che è condiviso, o altrimenti pone più di un serio problema, e probabilmente anche le osservazioni che alcuni colleghi dai banchi dell'opposizione vi hanno fatto vuol dire che hanno colto probabilmente nel segno. E allora, la natura e l'importanza del provvedimento non porti ad accelerare i tempi, con il rischio di fare qualcosa che invece possa in qualche modo snaturarne la portata.

Per chiarire anche la nostra posizione, io, siccome sono stati citati illustri pensatori del liberalismo, del comunismo, della scienza e della filosofia, vorrei richiamare invece quello che Papa Francesco, in una delle sue meditazioni nella casa di Santa Marta proprio sul tema della povertà con lo stile sobrio e semplice che lo contraddistingue, ebbe a dire: la povertà è una parola che sempre mette in imbarazzo. Io non voglio addentrarmi nella teologia della povertà, anche perché non ne ho le competenze, ma una cosa è certa che pur affrontando con spirito laico il problema non possiamo, almeno per chi si riconosce nella tradizione cristiana, che la povertà è proprio al centro del Vangelo, così ci ricorda Papa Francesco. Tant'è che se noi togliessimo la povertà dal Vangelo non si capirebbe niente del messaggio di Gesù. E questo lo dico perché non possiamo affrontare il problema dividendoci tra destra e sinistra, non possiamo affrontare il problema dividendoci perché una proposta arriva dai banchi della maggioranza e addirittura da un esponente di un partito che si colloca alla sinistra della sinistra. Lo dico perché bisogna affrontare il problema per quello che è. Allora io lo dico subito che questo provvedimento ha almeno due aspetti positivi: il primo è che fa maturare una migliore consapevolezza sul problema della povertà, che spesso è assente dall'agenda della politica; perché se ne sottovaluta molte volte la dimensione, tragica, preoccupante. E l'altro aspetto positivo è che determina una sorta di ritrovata responsabilità su tutti i livelli, soprattutto su quello politico, come oggi noi siamo chiamati a deliberare su questo provvedimento, e allora ecco perché l'approccio non può che essere positivo.

Anche perché il dato di fatto è che se n'è sempre occupata la Chiesa attraverso le sue strutture, se ne è occupata la Caritas, se ne sono occupate le associazioni di volontariato, se ne sono occupate le ONLUS, nell'assenza della politica, delle istituzioni pubbliche, senza che al riguardo si sia pensato ad un provvedimento che potesse coordinare gli interventi, che potesse porsi come strumento che in qualche modo potesse suplire a quel modo di operare che ha visto invece interventi occasionali, settoriali, alla bisogna se non anche dettati dall'urgenza e dalla straordinarietà. Proporre uno strumento di questa natura e di questa portata io penso che sia una cosa giusta, una cosa utile, che sia quindi il modo migliore per poter affrontare il problema. E soprattutto in un momento in cui vi è una situazione sul piano sociale ed economico che è preoccupante. Nel momento in cui i dati ci dicono che vi è un aumento della povertà che significa un aumento del disagio, vi sono problemi correlati all'aumento della disoccupazione, alla riduzione dell'occupazione, a un calo dei consumi e tutti questi problemi non nascono così a caso e non per ridurre il problema della povertà soltanto ad un problema, come è stato detto da qualcuno, di fragilità economica. Qui vengono e non possono non essere richiamate ancora le debolezze sulle politiche familiari, sulle politiche giovanili, sulle politiche attive del lavoro, su quelle abitative, giusto per citarne alcune; allora ecco perché noi guardiamo con attenzione a questo testo di legge cercando però, lo dico al collega Pizzuto, di non creare anche all'esterno un'aspettativa come se questo sia lo strumento che con quelle risorse, che riteniamo assolutamente inadeguate, possa invertire la situazione che noi conosciamo. Si dirà, e io sono tra quelli che dicono: che è meglio di niente, è utile, è necessario fare qualcosa. Allora ecco perché in questo qualcosa noi vorremmo che questo strumento possa essere di utilità per, quantomeno, arginare il problema, limitarlo nella dimensione, che sia una legge che vada davvero ad alleviare le necessità dei lavoratori precari, di quelli che sono espunti dal mercato del lavoro, dei lavoratori in cassa integrazione o in mobilità, di quei piccoli artigiani, delle persone, delle famiglie soprattutto quelle che hanno un nucleo familiare a carico rilevante. Ecco meno burocrazia, più attenzione alle persone e alle famiglie…

PRESIDENTE. Poiché nessun altro è iscritto a parlare, per la Giunta, ha facoltà di parlare l'Assessore dell'igiene sanità e dell'assistenza sociale.

ARRU LUIGI, Assessore tecnico dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale. Grazie Presidente, onorevoli consiglieri, io penso che stiamo vivendo una giornata importante, lo dico senza retorica, stiamo vivendo un inizio, con questa proposta di legge del reddito di cittadinanza e contrasto alla povertà, fondo regionale per il reddito minimo di cittadinanza dovremo iniziare a parlare di qualcosa che nessuno fino adesso ha citato welfare generativo. Dobbiamo uscire da una visione assistenziale, di raccolta e ridistribuzione dei fondi per cercare di parlare ai nostri cittadini, ai nostri concittadini sardi che si trovano in difficoltà rispettando quella che è la filosofia del welfare; il welfare state nasce, include tutte le forme di intervento governativo il cui scopo è quello di permettere la protezione contro i rischi della vita e compensano le ineguaglianze prodotte dal mercato, questa è una delle definizioni. Ma welfare generativo come previsto nella legge cerca di mettere le risorse a disposizione, io non parlerei solo dei 30 milioni, qualcuno citava, penso all'onorevole Cossa, il fatto della legge numero 162. Se andiamo ad analizzare la legge numero 162 abbiamo raggiunto oltre 27.000 piani personalizzati, di questi 27.000 piani personalizzati due terzi vengono utilizzati da persone oltre i sessantacinque anni di età con scheda sociale e sanitaria con punteggio minimo, con ISEE minimo. Quindi già di fatto stiamo svolgendo un'integrazione al reddito. Si poneva giustamente il problema l'onorevole Sabatini, ma quali effetti di questo investimento, io parlo di investimento, non costo, che fa la Regione Sardegna sul welfare, fondo sulle non autosufficienze, il fondo per le categorie particolari. Bene, noi non abbiamo degli indicatori, con questa legge noi ci mettiamo il problema di sviluppare un patto con chi ha bisogno, soprattutto i nuclei familiari che vanno al di sotto di un pacchetto minimo, cercando di stabilire un patto, un patto che parte dal sostegno individuale per avere un ritorno sociale. Il significato contenuto in questa legge è quello di sviluppare una relazione tra coloro che si trovano in una momentanea difficoltà e che hanno bisogno di essere sostenuti dalla società, ma sostenuti per recuperare la loro capacità, per recuperare la loro autonomia. Fino adesso abbiamo investito, e ripeto investito, nel welfare, non avendo però un'idea del ritorno. Non posso che citare con profondo orgoglio quello che ho visto nel GAL della Marmilla, quando una cooperativa di ragazzi disabili a margini sociale, ragazzi con problemi di disabilità psichiatrica, psicologica, sono stati coinvolti in un'agricoltura sociale, hanno iniziato a svolgere un'attività che li ha portati ad essere autonomi, e ci hanno chiesto di non usufruire più dei soldi che dava la Regione perché volevano iniziare un'attività imprenditoriale. Abbiamo recuperato la loro autonomia, la loro capacità. L'idea di fondo del reddito di questa legge, per cui ringrazio l'onorevole Pizzuto, che ha lavorato in maniera coordinata con gli uffici dell'Assessorato, della Presidenza e del lavoro, è quello di cercare di iniziare a mettere a regime un qualcosa che permetta di uscire da una logica che fa parte della nostra tradizione culturale e che ricorda uno scrittore, mi permetto di citare De Amicis, il libro Cuore, uscendo da quel tipo di logica per parlare invece di un welfare generativo, un welfare che ti aiuta, ti sostiene per recuperare, per ridarti la tua capacità, ridarti la tua autonomia. È doppiamente importante questa proposta di legge, perché come ho avuto modo di dire, e non è assolutamente una questione ideologica, tra i determinanti della malattia, se superiamo la visione biologica, c'è sicuramente la povertà. Quindi è un interesse di tutta la comunità impedire, vietare che una famiglia, un nucleo familiare vada al di sotto di una certa soglia, perché oltre a sviluppare marginalità con tutto quello che significa marginalità nelle nostre città, significa creare delle persone che sono ad alto rischio di malattia. Quindi, c'è anche, se volete, un discorso di interesse dell'intera comunità. A mio parere, noi cerchiamo di mettere a regime quello che la Regione Sardegna, ma non solo la Regione Sardegna, perché un altro degli aspetti fondamentali di questa legge è quello di mettersi il problema di come il reddito di cittadinanza va a coordinarsi con le iniziative nazionali, col SIA, tra l'altro con un'iniziativa molto importante che è quella finalmente di creare un database che ci permetta di capire quali misure vengono date ai soggetti che hanno bisogno. Ricordo che in Italia abbiamo una spesa di 55 miliardi per il welfare, il che significa circa 1.000 euro a persona, di questi 1.000 euro a persona circa 300 euro vanno in servizi, 700 euro vanno in contributi economici alla persona bisognosa. Però di questo noi non abbiamo nessun indicatore che ci aiuti a capire l'efficacia di questi soldi che noi investiamo. È arrivato il momento di capire allora come possiamo dare una mano d'aiuto responsabilizzando, ma responsabilizzando non in un senso punitivo o colpevolistico, perché molto spesso traspare o aleggia il concetto che chi è povero, che chi è dietro abbia una responsabilità, abbia una colpa in senso morale, non in questo senso qui. Noi vogliamo responsabilizzare per recuperare, ridare la capacità, e questo mi permetto di dire, che vi sono state numerose autorevoli citazioni, ricordo che è stato dato un premio Nobel a un economista, che è Amartya Sen, che ha parlato della capacità della persona. Quindi io penso che questo provvedimento vada in linea, sia il primo passo di un disegno che punti a rivedere l'intero welfare della Sardegna, che, sottolineo, è una delle prime regioni italiane in termini di investimento di welfare. È arrivato il momento di allineare questo investimento per capire come riusciamo a produrre, io oso dire anche un termine forse difficile, gravoso, la felicità dei nostri cittadini, la serenità in un momento di congiuntura negativa che ancora non si è concluso, o che sta iniziando a dare i primi segnali, primi segnali come politiche che questa Giunta, in maniera integrata in diversi Assessorati sotto la guida del presidente Pigliaru, sta cercando di portare a regime per dare una sensazione quotidiana di cambiamento ai nostri cittadini. Io penso che i PLUS, come è stato citato, è vero che non hanno funzionato in maniera omogenea nel nostro territorio regionale, però è anche vero che la partecipazione per quanto riguardava le aziende sanitarie locali è stata quanto mai diversificata. Quando le aziende sanitarie locali hanno partecipato, vedasi il caso del GAL Marmilla, abbiamo avuto dei risultati che sono soddisfacenti per ogni euro che abbiamo investito. Quindi abbiamo dei modelli, delle buone pratiche nella nostra Regione che devono essere rapidamente diffusi. Quindi, questa è una parte, i soldi c'erano, possiamo integrarli, io continuo a dire sul fondo della non autosufficienza, io penso alla legge numero 20, che indubbiamente dava e dà una mano d'aiuto alle persone con patologie psichiatriche, però utilizzate in maniera scorretta, perché sentire quello che dicono i dipartimenti di salute mentale, che ogni euro che veniva investito veniva investito favorendo l'istituzionalizzazione e la cronicizzazione della patologia, non corrispondono a quella che è la filosofia di questa Giunta e di questa maggioranza che anche per la patologia psichiatrica punta all'inclusione e al recupero della persona malata. Quindi, io penso che abbiamo avviato un processo importante, si potrà discutere con gli emendamenti al fine di migliorarlo.

Concludo con una nota per stemperare un po' la serietà, dicendo che ho molta difficoltà, secondo quello che diceva l'onorevole Zanchetta, a vedere l'onorevole Pizzuto come un panda da tutelare. Penso che stia svolgendo un'azione di stimolo della Giunta e della maggioranza che va valorizzata non in quanto panda. Grazie.

PRESIDENTE. Credo che l'onorevole Pizzuto abbia acquisito un soprannome a vita dopo questa seduta del Consiglio.

Passiamo alla votazione del passaggio all'esame degli articoli.

ZEDDA ALESSANDRA (FI). Chiedo la votazione nominale.

Votazione nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, del passaggio all'esame degli articoli.

(Segue la votazione)

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

(Il Consiglio approva).

C'è il numero legale? Sì. Confermato il numero legale.

Comunico che questo pomeriggio si riunisce la Commissione alle ore 15 e 30. La Conferenza dei Capigruppo… Prego un attimo di attenzione. Questo pomeriggio alle ore 15 e 30 si riunisce la Commissione per il parere sugli emendamenti, alle ore 15 e 30 si riunisce la Conferenza dei Capigruppo direttamente nell'aula qui a fianco all'aula del Consiglio e alle ore 16 e 30 è convocato il Consiglio. La seduta è tolta.

La seduta è tolta alle ore 14 e 19.